La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato

Negli Anni 70-80-90 e pure nei primi 2000 il dibattito che ruotava attorno agli stadi di calcio descriveva quegli spazi come zone di sospensione della legalità, dove prevaleva la violenza o quantomeno la maleducazione. E dove comandavano gli ultrà. Alla conclusione delle varie tavole rotonde, si auspicava sempre «il ritorno dei bambini e delle famiglie sugli spalti», perché il pallone era una cosa da vivere in serenità e col sorriso sulla bocca. La goccia, anno dopo anno, ha scavato un solco, e, al netto delle curve che continuano a essere porti franchi in mano a bande di malavitosi, ora gli stadi sono diventati effettivamente un’altra cosa. Non soltanto sono tornati a essere frequentati dalle mitologiche famiglie, ma, soprattutto nelle grandi città, sono entrati nel circuito dei turisti, come il Colosseo a Roma o la Tour Eiffel a Parigi.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
L’esterno dello stadio Giuseppe Meazza (foto Ansa).

E quindi, nella visita a Barcellona, Madrid, Torino o Milano, ecco che l’esperienza di una partita di calcio si trova ormai su qualunque programma dei tour operator. Con un paio di effetti collaterali che, però, piacciono poco al pubblico dei veri appassionati.

I prezzi dei biglietti pensati per un target altospendente

In primis: i prezzi dei biglietti sono aumentati in maniera vertiginosa. Vale per gli stadi come un po’ per tutti gli eventi live, che dopo il Covid sono stati travolti da un boom di “ritorno alla vita” che non pare ancora scemare. Tanto per fare qualche esempio: nel 1999 un biglietto al secondo anello di San Siro, in quelli che erano i vecchi popolari pre-ristrutturazione per Italia 90, costava 20-30 mila lire. La tribuna 100 mila lire.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
Tifosi al secondo e terzo anello di San Siro (foto Unsplash).

Nel 2005 i settori più a buon prezzo dello stadio milanese erano già saliti a 20-30 euro. Il listino prezzi di Inter-Parma, la partita che il 4 maggio ha consegnato ai nerazzurri la matematica vittoria del campionato 2025-26, elencava come tariffa più abbordabile i 130 euro per il terzo anello. Il secondo anello (cioè i vecchi popolari) quotava 210 euro (un papà con il figlio avrebbe quindi speso 420 euro). Per la tribuna rossa ci volevano 350 euro a testa. Un salasso.

Solo gli abbonati possono beneficiare di tariffe calmierate

Ovviamente i club dicono di preservare i tifosi attraverso gli abbonamenti, che hanno tariffe calmierate (Inter, Milan e Roma vendono circa 40 mila abbonamenti a testa a stagione), mentre i biglietti partita per partita (circa 35 mila sia per Inter sia per Milan), destinati appunto a target disposti a spendere, hanno prezzi che volano. E spennare i turisti è diventata una prassi un po’ ovunque, in particolar modo quando ci si avvicina a uno stadio, anche se ormai quegli inglesi sono diventati quasi a buon prezzo rispetto agli impianti italiani o spagnoli.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
Lo stadio San Siro a Milano (foto Ansa).

All’estero fanno grandi ricavi da stadio anche quando non si gioca

C’è, in questo aspetto dei ricavi da stadio, anche una strategia di fondo dei club: convinti che coi diritti tivù non si camperà ancora per molto, la gran parte delle società si sta infatti strutturando proprio per accrescere i flussi di denaro derivanti dalle attività dello stadio, magari di proprietà. Strutture aperte tutti i giorni, sfruttate al massimo e in grado di assicurare entrate anche quando non ci sono partite. Per esempio il nuovo Santiago Bernabeu, inaugurato dal Real Madrid all’inizio della stagione 2024/2025, porta nelle casse dei Blancos circa 350 milioni di euro all’anno, soprattutto grazie ai 90 milioni di euro assicurati nei giorni senza match in programma, solo con i tour al museo e sugli spalti, o da eventi e ristoranti. Giusto per fare un paragone: il Real Madrid, in quelle date senza sfide in programma, incassa più soldi rispetto a quelli complessivi che ora frutta San Siro, partite comprese, all’Inter o al Milan.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
La contestazione dei tifosi del Milan contro l’amministratore delegato Giorgio Furlani (foto Ansa).

Turisti che esultano, senza capire granché, mentre la squadra perde

Il secondo effetto negativo, perlomeno per i puristi, i tifosi o i nostalgici dei vecchi tempi, è il mutamento radicale dell’atmosfera da stadio. Lo si nota già quando le curve fanno lo sciopero del tifo e le partite si seguono praticamente in silenzio sugli spalti, senza cori, incitamenti o insulti. Ma ancora peggio quando l’atteggiamento di chi sta sulle tribune è completamente scollegato da quanto avviene in campo, e coi risultati della squadra di casa. I tifosi del Milan, per esempio, si sono parecchio lamentati del clima surreale di San Siro, con la squadra di casa umiliata da Udinese o Atalanta ma gli spalti gremiti da turisti in maglietta rossonera sorridenti che si facevano selfie, salutavano la telecamera entusiasti e applaudivano alle azioni senza capirci molto.

La turistificazione degli stadi di calcio tra prezzi folli e tifo snaturato
L’immagine “stonata” dei tifosi occasionali che esultavano davanti alla telecamera nonostante il Milan stesse perdendo malamente in casa contro l’Atalanta.

Ci si avvicina sempre più, insomma, a quel modello statunitense dove andare allo stadio è un momento di svago, intrattenimento, in cui si ride, si scherza, si mangia, si fanno foto e video. Ma della partita frega poco, tranne negli ultimi tre minuti del match.

Un Mondiale al caldo estremo: giocatori e tifosi a rischio per il clima americano

Questa edizione americana del Mondiale di calcio continua a far discutere: dopo le polemiche sui prezzi, le proteste in Messico e i dati sull’inquinamento, c’è anche il clima a preoccupare. In una lettera indirizzata al consiglio Fifa, al suo team medico e ai rappresentanti delle nazionali partecipanti, un gruppo di ricercatori da diversi Paesi del mondo, dalla Francia all’Australia, ha espresso forte allarme per la salute di giocatori e tifosi per via delle temperature estreme previste per l’estate. Il Seasonal Temperature Outlook del Servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti indica infatti un quadro critico, con picchi di calore ai massimi storici tra giugno e luglio 2026, proprio quando sono in programma le partite.

Un Mondiale al caldo estremo: giocatori e tifosi a rischio per il clima americano
Donald Trump e Gianni Infantino (Imagoeconomica).

I cooling break potrebbero non bastare

Le principali preoccupazioni sollevate dai ricercatori riguardano le temperature elevate e l’umidità che caratterizzano molte delle località dove è in programma il Mondiale 2026. Il parametro chiave per valutare i rischi è il Wet bulb globe temperature (Wbgt), un indice che misura lo stress termico sul corpo umano considerando temperatura dell’aria, umidità, vento e radiazione solare. Secondo le linee guida Fifa, con un Wbgt pari a 32° (corrispondente a circa 45 gradi Celsius e al 20 per cento di umidità relativa) diventano obbligatorie quattro pause per rinfrescarsi (i cooling break che anche la Serie A ha imparato a conoscere) da tre minuti ciascuna durante i match, mentre l’eventuale sospensione della partita è lasciata alla discrezione degli organizzatori. I ricercatori giudicano questo protocollo insufficiente e rischioso, chiedendo che il limite venga abbassato a 26° Wbgt e che la durata delle pause sia raddoppiata.

Altri rischi ambientali: incendi e temporali

Oltre al caldo estremo, la stagione degli incendi boschivi negli Stati Uniti è iniziata con largo anticipo, creando un pericolo concreto per la qualità dell’aria: il fumo può infatti raggiungere località molto distanti dal punto dell’incendio, compromettendo la salute degli atleti e del pubblico. I temporali estivi, frequenti e improvvisi, rappresentano un ulteriore elemento di criticità per la sicurezza e la continuità delle partite.

Un Mondiale al caldo estremo: giocatori e tifosi a rischio per il clima americano
Incendio boschivo (foto Unsplash).

Pronte le misure per sopravvivere all’afa sugli spalti

Le temperature estreme non riguarderanno solo i giocatori: anche i tifosi dovranno fare i conti con caldo e umidità elevati. Per tutelare il pubblico, la Fifa ha proposto una serie di misure di mitigazione dell’afa: possibilità di introdurre in stadio bottigliette chiuse, creazione di zone d’ombra, uso dell’aria condizionata e disponibilità di autobus climatizzati. Negli stadi di Houston e Dallas sono stati inoltre costruiti tetti retrattili per ridurre l’esposizione al sole diretto. L’organizzazione cercherà anche di programmare le partite evitando le ore più calde della giornata. Le soluzioni proposte, se da un lato mirano a garantire la sicurezza, dall’altro potrebbero avere ripercussioni pratiche sui tifosi. Gli eventuali ritardi causati da condizioni meteorologiche imprevedibili possono creare problemi nelle prenotazioni di voli e hotel per chi segue le nazionali in presenza. Anche chi guarderà le partite da casa rischia una maggiore incertezza sugli orari.

Un Mondiale al caldo estremo: giocatori e tifosi a rischio per il clima americano
Tifosi argentini (foto Unsplash).

Un quadro diverso dal Mondiale del 1994

Il contesto attuale è lontano da quello dell’ultimo Mondiale negli Usa, datato 1994. Le cose sono peggiorate. Friederike Otto, membro del World Weather Attribution, ha ricordato che circa metà dei cambiamenti climatici causati dall’uomo si è verificata proprio negli ultimi 32 anni, aumentando drasticamente i pericoli legati al caldo estremo. C’è però chi ritiene che l’impatto non sarà così drammatico. Chris Mullington, consulente anestesista e docente all’Imperial College London, ha detto che le temperature elevate influenzeranno soprattutto lo stile di gioco, rendendolo più “conservativo”, più che provocare emergenze mediche tra i giocatori. Un assist al calcio speculativo e difensivo, dunque. Che sarebbe piaciuto all’allenatore del Milan Max Allegri. O alla timorosa Italia che non è riuscita a superare i playoff e dunque non ci sarà. E probabilmente non è un caso che per questo tipo di calcio non ci sia più spazio, se non a temperature estreme.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale

Massimiliano Allegri è pronto a lasciare il Milan a un solo anno dal suo ritorno in rossonero, al termine di una stagione partita molto bene ma che potrebbe terminare senza la qualificazione in Champions League. Lo riporta il Corriere della Sera. Al di là dell’esito del campionato (stravinto dai cugini dell’Inter) e di un contratto valido fino al 2028, a pesare sulla decisione (che appare sempre più probabile) sono soprattutto i rapporti ormai freddi – anzi inesistenti – con Zlatan Ibrahimovic, senior advisor della proprietà: i due hanno avuto un alterco dopo la sconfitta rimediata a Napoli a inizio aprile e lo strappo non si è ricucito.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Zlatan Ibrahimovic (Ansa).

Perché è avvenuta la rottura con Ibra

Il litigio tra i due sarebbe scoppiato per la scelta del terzo portiere da inserire nella rosa del prossimo anno. Per la serie corsi e ricorsi storici, anzi calcistici, Ibrahimovic e Allegri erano venuti alle mani sempre per una questione di portieri nel 2012, al termine del ritorno degli ottavi di finale di Champions League in casa dell’Arsenal, quando il calciatore svedese aveva rinfacciato al tecnico, che lo aveva criticato per la prestazione in campo, di aver portato in panchina due estremi difensori. A suo modo di vedere una scelta troppo rinunciataria in vista del match, poi perso 3-0 (risultato che aveva comunque permesso il passaggio del turno). Questo episodio è stato raccontato di recente dall’ex calciatore rossonero.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri e Zlatan Ibrahimovic nel 2012 (Ansa).

Dalla partita di Napoli il Milan ha inanellato una serie di prestazioni poco convincenti, rimediando diverse sconfitte e adesso la classifica preoccupa: i rossoneri, quarti, precedono la Roma solo in virtù degli scontri diretti. Come se non bastasse, scrive il Corsera, Allegri ha scoperto che Ibrahimovic ha frequenti colloqui con Antonio Cassano, che nel corso della trasmissione su Twitch Viva el futbol critica spesso il gioco proposto dall’allenatore toscano. Come se non bastasse, il senior advisor di RedBird – visto il calo di risultati – avrebbe telefonato a ha iniziato a telefonare a Rafael Leão e Youssouf Fofana fornendo loro consigli tattici. Un’invasione di campo ritenuta intollerabile da Allegri.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri (Ansa).

La delusione del mercato di gennaio

Infine, Allegri è rimasto deluso dall’inesistente mercato di gennaio: aveva chiesto un paio di innesti di qualità per lottare per le primissime posizioni, sentendosi dire che non c’erano risorse (anche se poi il ceo Sergio Furlani sarebbe stato pronto a spendere 30 milioni per l’attaccante Jean-Philippe Mateta, affare non andato in porto).

Allegri potrebbe diventare ct dell’Italia

Allegri non lascerebbe il Milan per restare fermo o per approdare in qualche altro club, in Serie A o all’estero. Nel suo futuro, in caso di addio al Diavolo, ci sarebbe infatti la Nazionale. Sarebbe lui il prescelto di Giovanni Malagò, che si appresta a diventare presidente della Figc, come nuovo ct dell’Italia.

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio

Giovanni Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Figc dopo aver ottenuto anche l’endorsement della Lega Serie B, l’ultima componente di cui attendeva una posizione. È stato lo stesso ex capo del Coni a renderlo noto: «Lo avevo detto e sono stato di parola, per rispetto istituzionale della presidente Cio Coventry che era qui a Roma e delle componenti ho sempre ribadito che avrei sciolto le riserve subito dopo». La formalizzazione avverrà oggi. Malagò (grande favorito) avrà come sfidante Giancarlo Abete, che contattato da LaPresse ha confermato la sua candidatura come presidente della Figc, incarico già ricoperto dal 2007 al 2014: da quattro anni è alla guida della Lega Nazionale Dilettanti.

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio
Giancarlo Abete (Imagoeconomica).

Il comunicato della Lega Serie B

«La Lega Nazionale Professionisti Serie B comunica il completamento del percorso intrapreso nelle scorse settimane sul tema dell’Assemblea Elettiva Federale del prossimo 22 giugno, incentrato sul metodo e sui contenuti, concretizzatosi con la stesura di un documento programmatico», si legge in una nota. «L’esito della consultazione che il presidente Paolo Bedin ha svolto in questi giorni con le singole società, a valle dell’incontro tenutosi la scorsa settimana in Figc con i potenziali candidati, ha registrato un deciso orientamento sulla figura di Giovanni Malagò, sul quale quindi si intende convergere. Si entrerà ora, all’avvenuta formalizzazione della candidatura, nell’analisi del relativo programma elettorale».

Malagò si candida ufficialmente alla presidenza della Federcalcio
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.

Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver

L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.

Un mix di personalismo e riformismo megalomane

Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Il servilismo nei confronti di Trump

A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politici muovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).

Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana

Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron Mosengo Omba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Patrice Motsepe (Ansa).

L’autocelebrazione e il culto della personalità

Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone

La Procura di Milano sta lavorando all’ipotesi che, nell’incontro del 2 aprile presso lo stadio di San Siro, in cui sarebbero state decise le designazioni di due incontri dell’Inter contestate a Gianluca Rocchi, abbia preso parte anche Giorgio Schenone, club referee manager della società nerazzurra. Rocchi, indagato per frode sportiva, si è autosospeso (al suo posto come designatore ad interim c’è Dino Tommasi), mentre Schenone non risulta iscritto nel registro: dovrebbe essere ascoltato l’8 aprile dai magistrati e dalla Guardia di Finanza.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone
Giorgio Schenone (LinkedIn).

Perché Rocchi è indagato per frode sportiva

Rocchi è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione perché avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito). Nel secondo caso la designazione sarebbe avvenuta per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Rocchi avrebbe inoltre violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25: ma questo è un altro filone dell’inchiesta. Agli atti, tra le intercettazioni ce n’è una – sempre dell’aprile 2025 – tra Rocchi e Andrea Gervasoni, supervisore Var (anche lui indagato e autosospeso), su sospette pressioni e sul presunto incontro allo stadio “Giuseppe Meazza”, in cui si faceva riferimento a tale “Giorgio”.

Inchiesta arbitri, indagini su un presunto incontro tra Rocchi e Schenone
Gianluca Rocchi (Ansa).

Sentiti in procura Pinzaini e Butti: chi sono

Come è emerso dalle audizioni in Procura, nell’inchiesta sul sistema arbitrale ci sono intercettazioni, risalenti a poco più di un anno fa, tra Rocchi e Riccardo Pinzani (non indagato), oggi club referee manager della Lazio che fino alla scorsa stagione era l’incaricato Figc per i rapporti tra Aia e club, e pure tra lo stesso ex designatore e Andrea Butti (non indagato), responsabile ufficio Competizioni della Lega Serie A. Entrambi sono stati sentiti oggi in Procura a Milano come persone informate sui fatti. Il filone dell’inchiesta per frode arbitrale si concentra proprio su eventuali rapporti diretti tra Rocchi e le società e sull’influenza che le ‘pretese’ di quest’ultime avrebbero avuto nella scelta degli arbitri.

Perché la giustizia sportiva ancora non si è mossa

Insomma, la Procura intende capire se l’incontro allo stadio è avvenuto e su cosa verteva, oltre a fare luce sulla partecipazione di Schenone e dunque dell’Inter. L’indagine, ovviamente, punta anche stabilire se le ‘pretese’ avanzate nei confronti di Rocchi possano configurare la frode sportiva. Per quanto riguarda la giustizia sportiva, visto che l’indagine della Procura di Milano è ancora coperta da segreto investigativo, Ascione non può trasmettere gli atti alla Procura della Figc.

Mondiale 2026 tra prezzi folli, proteste in Messico e inquinamento

Mentre Paolo Zampolli, inviato speciale dell’amministrazione Trump per le partnership globali e lo sport, fa pressione alla FIFA per il ripescaggio dell’Italia al posto degli «inaffidabili» iraniani, la Coppa del Mondo sta facendo discutere per questioni extra campo. Soprattutto in Messico.

Mondiale 2026 tra prezzi folli, proteste in Messico e inquinamento
Paolo Zampolli (foto Imagoeconomica).

Il Messico proibitivo: in pochi possono permettersi i biglietti

L’inizio del Mondiale 2026 – che per la prima volta è stato organizzato in tre nazioni, cioè Messico, Canada e Stati Uniti – è previsto l’11 giugno all’Azteca di Città del Messico, e vedrà in campo la nazionale locale e quella sudafricana. Lo stadio, con una capienza di quasi 90 mila posti, è stato scelto per ospitare cinque partite. Ma, come riporta la Cnn, gli spalti difficilmente saranno riempiti da messicani. I prezzi dei biglietti per il primo match infatti oscillano tra i 3 mila e i 10 mila dollari, cifre insostenibili per chi vive in un Paese in cui lo stipendio medio mensile è di circa 7.500 pesos (attorno ai 400 dollari) e nettamente superiori ai prezzi dei Mondiali casalinghi precedenti, disputati nel 1970 e nel 1986.

Mondiale 2026 tra prezzi folli, proteste in Messico e inquinamento
Tifosi nello stadio Banorte, cioè l’Azteca di Città del Messico (foto Ansa).

Lo stadio della prima partita non è considerato all’altezza

Ma lo scontento dei tifosi non riguarda solo il prezzo astronomico dei biglietti: interessa anche lo stadio. La ristrutturazione dell’impianto, durata 22 mesi, non convince né soddisfa quasi nessuno. Dopo l’amichevole del 29 marzo contro il Portogallo, sono arrivate critiche legate alla posizione dei parcheggi, l’intasamento dei punti di accesso e i materiali usati nella costruzione che, in un video condiviso su X dall’edizione messicana del celebre quotidiano sportivo spagnolo Marca, appaiono particolarmente scadenti.

Come se non bastasse, ha fatto parecchio discutere l’incidente costato la vita a un giovane tifoso che, in stato di ebrezza, è precipitato dal secondo piano dello stadio. Una tragedia che pare però non essere correlata ai presunti errori di ristrutturazione.

Guadalajara: la crisi idrica e le proteste dei residenti

Le polemiche si sono estese da Città del Messico a Guadalajara, città che ospiterà altre quattro partite del Mondiale, dove i preparativi stanno generando tensioni sociali difficili da ignorare. Le opere urbanistiche bloccano la città da mesi e causano problemi alla salubrità dell’acqua. I cittadini, come rivela il quotidiano El País, denunciano anche le crescenti disuguaglianze e la priorità data all’aspetto turistico della città rispetto alla qualità della vita di chi la abita. Monterrey, la terza e ultima città messicana a ospitare partite del Mondiale (cinque per l’esattezza), per il momento è stata risparmiata dalle polemiche.

Perché potrebbe essere il Mondiale più inquinante di sempre

Secondo lo studio pubblicato nel 2025 dall’organizzazione britannica Sciencists for Global Responsibility, quella del 2026 sarà la coppa del Mondo più inquinante di sempre. Il report parla chiaro: la scelta della Fifa di sparpagliare le partite del torneo per un continente intero avrà forti ripercussioni sulle emissioni di CO2, con un totale stimato di nove tonnellate. Nella top 3 di tifosi che viaggeranno di più, e che quindi inquineranno maggiormente, ci sono quelli di Sudafrica, Germania e Francia.

È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi

È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, ex calciatore ricordato soprattutto per la militanza nell’Inter e molto amato dai tifosi nerazzurri. Lottava da oltre un anno contro le conseguenze di un’emorragia cerebrale che lo aveva colpito a gennaio del 2025.

È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi
È morto l’ex calciatore Evaristo Beccalossi

La carriera di Evaristo Beccalossi, bandiera dell’Inter

Trequartista mancino molto dotato tecnicamente ma discontinuo nel rendimento, Beccalossi era cresciuto nel Brescia – squadra della sua città – per poi passare all’Inter nel 1978. In sei anni di permanenza a Milano collezionò 217 presenze in tutte le competizioni e mise a segno 37 reti, tra cui una doppietta nel derby con Milan vinto per 2-0 il 28 ottobre 1979. Vinse da protagonista lo scudetto nel 1980 e poi la Coppa Italia nel 1982.

Finita l’esperienza nerazzurra giocò una stagione alla Sampdoria (con cui vinse un’altra Coppa Italia) e poi una nel Monza, in B. Successivamente tornò a Brescia dove rimase per due stagioni, di cui la prima in Serie A ma conclusa con la retrocessione. Terminò la carriera da professionista al Barletta, in Serie B. Successivamente giocò nei dilettanti prima nel Pordenone e poi nel Breno. Nonostante il talento, Beccalossi non giocò mai in Nazionale maggiore, fermandosi a 3 presenze nell’under 21 e in 4 nell’Olimpica. Dopo il ritiro dal calcio, divenne molto popolare come commentatore in tivù.

Il monologo di Paolo Rossi sui due rigori sbagliati

Curiosità: nel 1992 l’attore e tifoso nerazzurro Paolo Rossi portò in scena il monologo intitolato Lode a Evaristo Beccalossi, nella quale ricordava la partita di Coppa delle Coppe del 1982 Inter-Slovan Bratislava, in cui il fantasista sbagliò due calci di rigore a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?

La frase più in voga: «È un altro sport». Lo spettacolo messo in scena nella serata di martedì 28 aprile da Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, con quel 5-4 che pareva un punteggio fissato dopo i calci di rigore, ha rappresentato in un certo senso l’ennesimo indicatore dello stato di crisi del calcio italiano. Una sfida pirotecnica, che è soltanto metà del doppio confronto e che dunque potrebbe moltiplicare le emozioni nella partita di ritorno di mercoledì 6 maggio all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. In tutto ciò, è la comparazione a ferire maggiormente. Perché il termine di paragone è stato MilanJuventus. Un match concluso sullo 0-0, e che su questo punteggio si sarebbe fissato anche se si fosse andati avanti a giocare per tre giorni.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
Marquinhos contro Luis Diaz durante Psg-Bayern (foto Ansa).

Non siamo più all’altezza di quel livello

Già, il paragone. Come provare a fare un confronto tra il Metaverso e i fratelli Lumière. Una cosa impietosa, che bisognerebbe avere l’accortezza di evitare, ma che invece è impossibile eludere. Perché, volenti o nolenti, quel livello del calcio internazionale continua a essere il nostro termine di paragone. Anche quando è ormai palese che non è alla nostra portata e chissà quando potrà tornare a esserlo. Proprio qui sta il punto: crediamo di essere ancora su quel livello lì, vogliamo darci la missione di mantenerlo, ma ci rendiamo perfettamente conto di non esserne all’altezza. È un ruolo troppo largo per il nostro gracile presente. Ma allora, che fare?

Peggio del 1974, quando tutti eravamo disfattisti

A memoria ci sovviene un solo precedente di situazione depressiva del nostro calcio equiparabile a quella attuale: il post Mondiale del 1974. La spedizione in Germania Ovest si era risolta in un’eliminazione al primo turno, ma a diffondere un senso di malessere era stata soprattutto l’immagine di disfacimento che la nostra Nazionale aveva proiettato. Ne erano uscite diagnosi allarmistiche sul calcio italiano, che a distanza di oltre cinquant’anni risultano francamente esagerate. E in effetti quattro anni dopo gli Azzurri avrebbero conquistato il quarto posto in Argentina, mentre al termine del quadriennio successivo avrebbero vinto il Mondiale di Spagna 1982.

Lo show di Psg-Bayern e il nostro calcio camminato: come venderemo il prodotto?
L’attaccante dell’Italia Giorgio Chinaglia durante il disastroso Mondiale dl 1974, quando la Nazionale uscì al girone (foto Ansa).

In quel momento però pareva davvero che si fosse nel pieno di una crisi di sistema. E si guardava ai campionati stranieri come se fossero tutti migliori della Serie A, cui invece si rimproverava l’eccesso di 0-0. Eh già, lo stereotipo che iniziava a diffondersi sull’arido calcio all’italiana.

Pensiamo sia un incidente anziché un errore di sistema

Tornando con la memoria a quei giorni, viene da rimpiangere quel senso di inadeguatezza e quell’impeto di autoflagellazione. Che, per quanto esagerati, hanno sortito l’effetto positivo di stimolare la ricostruzione. L’opposto di adesso. Siamo alla terza mancata partecipazione consecutiva a un Mondiale, e i nostri club non si spingono oltre i quarti di finale anche nelle coppe europee di rango inferiore. Eppure si continua a fare come se fossimo quelli di una volta. E a credere che, ogni volta, sia soltanto un incidente anziché un errore di sistema. Salvo poi guardare il calcio che si gioca nelle semifinali di Champions league e rendersi conto che si sta viaggiando su pianeti diversi.

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Josip Stanisic e Willian Pacho durante Psg-Bayern (foto Ansa).

L’epoca del calcio camminato: la Serie A è ancora un prodotto vendibile?

Quanto è competitivo oggi il nostro calcio? I dati oggettivi sono già impietosi: siamo diventati una periferia del calcio d’élite. Ma ci sono anche altri aspetti, meno oggettivi e però egualmente riscontrabili. Riguardano l’ambito spettacolare: vi pare che il nostro calcio sia oggi un prodotto vendibile? Prendete una partita qualsiasi della nostra Serie A: nella maggior parte dei casi vi sembrerà di assistere a una prova di calcio camminato. Il ritmo è da moviola, il confronto fra le forze in campo è puro rifiuto della velocità, la tattica continua a essere l’elemento principale della contrapposizione. A meno di essere coinvolti come tifosi, lo spettacolo che vi si propone è quasi sempre inguardabile.

Le televisioni pagano un miliardo a stagione per i diritti di questo scempio

Fino a quando sarà possibile venderlo all’estero? Ma soprattutto: fino a quando le tivù pagheranno un miliardo a stagione per aggiudicarsi questo prodotto? Sono domande che bisogna farsi con urgenza, specie quando si sente montare la critica alle difese allegre di Psg e Bayern, capaci di rifilarsi nove gol e di sfiorarne altrettanti.

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Gli allenatori di Milan e Juventus, Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti (foto Ansa).

Milan-Juve allo stadio? I biglietti meno cari costavano 139 euro…

Secondo una visione integralista, partite con punteggi del genere non sarebbero più calcio. Opinione rispettabile. Ma a patto di controbattere con un’altra domanda: è calcio quello 0-0 fra Milan e Juventus, per il quale sono stati chiesti 139 euro agli spettatori piazzati nella “piccionaia” del Meazza? Soltanto dandosi una bella ridimensionata sarà possibile ripartire. Ma di segni che vanno in questa direzione non se ne vede. Zero autocritica, zero voglia di riformare. Il problema sta sempre altrove. Il problema siamo noi.

Presidenza Figc, Malagò incassa anche il sostegno di calciatori e allenatori

A poco meno di due mesi dall’Assemblea elettiva federale del 22 giugno e in vista dell’ultimo giorno per la presentazione delle candidature alla carica di presidente della Figc, Giovanni Malagò dopo quello della Lega Serie A incassa anche il sostegno dell’Associazione Italiana Calciatori e dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio. «È la persona in grado di rispondere alle tante sfide del presente e soprattutto del futuro», si legge in una nota in cui viene evidenziato che, nel corso degli incontri e dei confronti delle ultime settimane, «sono emerse importanti convergenze sui principali punti programmatici quali il Club Italia, la Sostenibilità e le Riforme, il Progetto tecnico-sportivo e il Calcio Femminile; una visione di politica sportiva che offre ampie garanzie in questa delicata e importante stagione federale nella quale ragionare di sistema è la sola strada da percorrere». All’Assemblea del 22 giugno le due componenti avranno assieme un peso del 30 per cento (20 per cento l’Aic e 10 per cento l’Aiac), che si aggiunge al 18 per cento della Lega Serie A (solo il presidente laziale Claudio Lotito fa ancora muro). Malagò, a questo punto, sfiora la maggioranza: per essere eletti occorre il 50 per cento più uno dei voti validi.