L’elezione di Zohran Mamdani è un risultato storico per vari motivi: un politico praticamente sconosciuto fino all’inizio della sua campagna elettorale, condotta grazie a pochi fondi e senza alcun sostegno istituzionale da parte del Partito democratico, con i suoi 34 anni è diventato il sindaco più giovane di New York dal 1892 (quando terminò il mandato di Hugh John Grant), nonché il primo musulmano e il primo nato in Africa. Dopo il fallimento di una presidenza – quella di Joe Biden – troppo ancorata al passato ed evidentemente incapace di strizzare l’occhio alle giovani generazioni, i democratici e molti elettori indipendenti hanno scelto di abbracciare la disruption, la rottura netta, puntando su un candidato socialista, carismatico e dotato della naturale dimestichezza con i social media tipica di chi è nato (almeno) negli Anni 90. La sua vittoria potrebbe segnare un cambio di passo all’interno del Partito democratico, anche in ottica Presidenziali 2028. Ma calma: New York è una cosa, gli immensi e variegati Stati Uniti un’altra. Fino a che punto si spingerà la possibile svolta dell’Asinello?

Gli errori di Biden hanno consegnato la presidenza a Trump
Come sottolinea Politico, il Partito democratico «ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio a strombazzare slogan compiaciuti e auto-rassicuranti su come l’America fosse già grande e Donald Trump dalla parte sbagliata della storia». Una strategia che, al netto della vittoria di Biden nel 2020, si è rivelata errata durante la sua presidenza, incentrata sulla “buona politica”, più istituzionale rispetto agli anni precedenti, con la convinzione che fosse un modo per abbassare i toni e riportare nel Paese la moderazione. Così non è stato. Nel corso del quadriennio trascorso alla Casa Bianca, l’unica forma di politica radicale adottata con entusiasmo da Biden è stata quella dell’identità, che lo ha portato a dividere l’elettorato in classi di etnia, genere e orientamento sessuale, a cui rivolgersi in modo specifico (come consigliato dagli strateghi). Questo nonostante la maggior parte degli americani, di tutte le fasce demografiche, fosse preoccupata soprattutto per l’aumento del costo della vita. Risultato? La netta sconfitta della malcapitata Kamala Harris – tra le colpe di Biden pure il mancato passaggio di testimone a una nuova generazione di politici – e il ritorno di Trump al 1600 di Pennsylvania Avenue.

La vittoria di Mamdani può dare una scossa all’Asinello
Secondo il Guardian, la vittoria di Mamdani a New York «è un rimprovero alle strategie convenzionali del Partito democratico, che nell’anno trascorso dalla vittoria di Trump è piombato in uno stato di declino», dimostrandosi «apatico e senza principi, riluttante a combattere perché non crede in nulla». Serviva una scossa, arrivata grazie a un semi-sconosciuto deputato statale, sostenuto dall’ala progressista di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, e alla fine (anche se non formalmente) pure da Barack Obama. Mamdani è stato capace di battere due volte l’establishment democratico rappresentato da Andrew Cuomo, costretto a riciclarsi come indipendente: un ex governatore figlio di un ex governatore, sposato in passato con una delle figlie di Robert F. Kennedy. Mamdani ha vinto con un programma per rendere New York più affordable (bus gratis, supermercati comunali, affitti calmierati e più tasse ai ricchi) e volto a contrastare le disuguaglianze economiche e sociali. Lo aveva fatto all’epoca anche Bill de Blasio, di cui Mamdani è una versione “on steroids“: gli americani di sinistra nutrivano grandi speranze che la sua amministrazione avrebbe fornito un esempio nazionale di efficace governance liberale. Le cose non sono andate proprio così: de Blasio lasciò l’incarico nel 2021 dopo due mandati da sindaco, quando ormai era diventato impopolare. A Mamdani il compito di riprovarci.

La leadership dem non sembra entusiasta del successo di Mamdani
Mamdani ha detto che la sua vittoria mostra la strada per mettersi alle spalle l’attuale presidente (che peraltro non potrà candidarsi nel 2028). «Se qualcuno può mostrare a una nazione tradita da Trump come sconfiggerlo, quella è la città che lo ha fatto nascere. So che stai guardando, ho delle parole per te: alza il volume», ha dichiarato dal palco rivolgendosi a The Donald. Il 50 per cento dei suoi concittadini, o perlomeno di quelli che hanno votato, gli ha accordato la propria fiducia. Non lo ha invece fatto la leadership dell’Asinello. Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera, afroamericano e attento custode degli equilibri interni del partito, si è limitato a un tiepido sostegno e solo a poche ore dall’apertura del voto anticipato. Oltre a Jeffries, che siede al Congresso come rappresentante di un distretto di Brooklyn che ha votato a stragrande maggioranza per Mamdani, altri si sono mostrati un po’ tiepidi. Il leader della minoranza dem al Senato, Chuck Schumer, che vive in un’altra zona di Brooklyn (anch’essa pro-Mamdani), si è rifiutato di sostenere pubblicamente il candidato del suo partito, alimentando i sospetti su una preferenza andata a Cuomo. Non è finita qui: la governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul, anche lei democratica, ha già fatto sapere di essere contraria all’aumento delle tasse necessarie a finanziare l’ambizioso programma di Mamdani.
Quello newyorchese non sarà un modello spendibile a livello nazionale
Insomma, Mamdani può festeggiare, ma consapevole che c’è ancora molta strada da fare. Perché adesso comincia la prova più dura: governare. L’establishment democratico guarderà in direzione della Grande Mela con estrema attenzione nei prossimi quattro anni, non perché il nuovo sindaco potrebbe fallire, ma perché le sue idee socialiste potrebbero avere successo. In ogni caso, va detto, quello newyorchese non sarà un modello spendibile a livello nazionale, sia perché gli Stati Uniti sono qualcosa di molto diverso da NYC, sia per il sostanziale disinteresse che buona parte degli americani prova nei confronti di ciò che accade nella principale città del Paese, considerata (a ragione) un mondo a parte. Un recente sondaggio della CBS ha indicato che il 46 per cento del pubblico americano non ha seguito «per niente da vicino» le elezioni. Insomma, per parlare alla pancia della nazione in ottica 2028 e oltre non è detto che sia necessario Mamdani. Anzi, “un” Mamdani, visto che il neosindaco di New York non potrà peraltro mai diventare presidente, non essendo nato né negli Usa né da cittadini statunitensi.

Non solo Mamdani: i dem hanno vinto anche con candidati moderati
Nelle stesse ore in cui Mamdani ha trionfato a New York, i democratici hanno mostrato di saper vincere anche con candidati moderati, indicando – chissà – una seconda via per riconquistare la Casa Bianca nel 2028. In Virginia (Swing State in bilico, strappato ai repubblicani) gli elettori hanno scelto come prima governatrice donna un’ex parlamentare centrista (ed ex agente della Cia), la 46enne Abigail Spanberger, che avrà come vice Ghazala Hashmi, di origine indiana e musulmana come Mamdani.
Nel New Jersey è stata invece eletta governatrice la 53enne deputata Mikie Sherrill, anche lei prima donna a ricoprire l’incarico, ex procuratrice federale ed ex ufficiale della Marina. A differenza di Mamdani, le due hanno condotto campagne centriste sostenute dall’establishment, con proposte politiche più modeste, concentrate però su questioni di accessibilità economica e costo della vita. Tuttavia, Spanberger è stata anche una strenua critica di Biden in momenti chiave del suo mandato e Sherrill è stata eletta dopo una carriera al Congresso segnata da un aperto conflitto con Nancy Pelosi, potente speaker della Camera. Insomma, stanno con l’establishment ma pensando di testa propria.
Ocasio-Cortez sarà incoraggiata a rivendicare la leadership nazionale
Secondo il New York Times, i tre successi e in particolare quello di Mamdani dimostrano che i dem «possono ancora vincere, e vincere in grande». Il Guardian parla di «smentita della strategia centrista e dei consulenti» che negli ultimi anni hanno orientato il partito verso il “popularism”, cioè la scelta di orientare le proprie proposte sulla base delle opinioni più popolari nei sondaggi, anche se ciò significava spostarsi a destra su alcuni temi. Che direzione prenderà dunque il Partito democratico, visto che l’addio al bidenismo appare necessario? La sensazione è che l’Asinello debba comunque abbandonare la via del partito centrista sul modello Sherrill-Spanberger, per seguire un’impostazione più progressista. L’ascesa di Mamdani, inevitabilmente, incoraggerà Ocasio-Cortez a rivendicare la leadership nazionale e la paternità della nuova identità del partito. Lei ha tirato la volata a Mamdani, che ricambierebbe il favore (in caso di buona governance a New York).

Il nome forte per il 2028 potrebbe essere però quello di Newsom
La 36enne “delfina” di Sanders rischia di essere un nome troppo di sinistra. I dem allora potrebbero convergere su Gavin Newsom, dal 2019 governatore della California e in precedenza sindaco di San Francisco, da mesi protagonista di duri botta e risposta con Trump, prima sull’invio della Guardia Nazionale nel suo Stato e poi per la campagna Proposition 50, volta a ridisegnare i collegi elettorali in modo che il Partito democratico ne possa vincere cinque in più in occasione delle elezioni di midterm del 2026, lanciata dopo l’analoga misura approvata dal Texas repubblicano. La proposta, definita «una truffa» da Trump, è appena passata. Progressista su aborto, diritti Lgbtq+, protezioni sindacali e ambientali, Newsom si è battuto per lo sgombero degli accampamenti di homeless e può contare su importanti finanziatori. Inoltre, all’inizio aveva mostrato un’attitudine collaborativa con Trump, al punto da invitare diversi esponenti MAGA, come Steve Bannon e Charlie Kirk, nel suo podcast settimanale. L’evoluzione di Newsom come crociato dem anti-Trump è avvenuta con il tempo, ma adesso il vestito gli cade addosso perfettamente. Come quello di sindaco di New York per Mamdani.
