Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Nel 1970 l’Italia fu scossa da un caso di cronaca nera che metteva in luce cosa si nascondesse sotto la superficie levigata del bel Paese, ossia il delitto Casati Stampa. Protagonisti, il marchese Camillo Casati e sua moglie, Anna Fallarino. Una volta ottenuto dalla Sacra Rota l’annullamento dei precedenti matrimoni, la coppia si dedicava a singolari procedure di piacere: il marchese amava filmare la consorte durante rapporti sessuali con altri uomini, dal marchese stesso selezionati e retribuiti.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
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Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Una dark comedy anomala per il cinema italiano

Un film, adesso, in piena libertà, ne ripercorre l’evento e il senso. Il titolo è rivelatore, Gli occhi degli altri, diretto da Andrea De Sica, che lo ha scritto assieme a Gianni Romoli, abituale collaboratore di Ferzan Ozpetek, e Silvana Tamma. Lo stesso De Sica racconta di aver visitato la villa nell’isola di Zannone, arcipelago ponziano, un tempo residenza privata del marchese Casati, e aver percepito lo spirito oscuro e inquietante impresso nelle mura e negli spazi. Ne vien fuori un film del tutto anomalo nel prevedibile orizzonte contemporaneo del cinema italiano, una dark comedy, che tuttavia i nostri registi hanno inteso qualche volta sperimentare: si pensi a La stanza del vescovo e Anima nera, drammi ai limiti del noir, entrambi diretti da Dino Risi, tratti dai romanzi di Piero Chiara e Giovanni Arpino, oppure a Il sorriso del grande tentatore, un soggetto originale, singolare thriller metafisico, tentato da Damiano Damiani, che si avvalse dell’interpretazione di Glenda Jackson. Tutti film degli Anni 70, e forse non a caso. 

La villa simbolo di una borghesia ripiegata su se stessa

La vicenda oggi narrata da De Sica si dipana lungo tutti gli Anni 60, fino ad arrivare al tragico epilogo, il 30 agosto 1970, qui spostato al 31 dicembre, per esigenze di scrittura e messa in scena. Vera protagonista, la villa sull’isola, il laboratorio degli esperimenti erotici del marchese, luogo deputato alla rappresentazione di una borghesia italiana perdutamente ripiegata su se stessa, servizievole nei confronti di una nobiltà ormai fantasma, all’interno di una dinamica ossessiva secondo cui il denaro può tutto. Gli occhi degli altri, e non potrebbe essere altrimenti, è anche un film sul cinema. Il marchese Casati imbraccia la cinepresa come il fucile, e “spara” pellicola addosso alla moglie e i suoi amanti, allo stesso modo in cui prende a schioppettate la selvaggina dell’isola, in uno dei tanti riferimenti filmici presenti, ossia la caccia nel bosco dei borghesi annoiati ne La regola del gioco di Jean Renoir prima, e in Gosford Park di Robert Altman poi. Come è noto, “to shoot” significa sia filmare che sparare.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
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Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Il corpo femminile come incubo del maschio italiano

Villa Casati sull’isola deserta, così, diventa come l’Overlook Hotel tra la neve, in Shining di Stanley Kubrick: un luogo chiuso e isolato dal mondo, in cui il protagonista, nelle vesti di inetto, mette in scena i propri fantasmi erotici e esistenziali. Un labirinto, e come tale viene filmato da De Sica, il quale incastra inquadrature decentrate, dove i personaggi risultano come spostati, posti a latere, incapsulati in corridoi, stanze o passaggi, che raffigurano i meandri oscuri e irregolari della psiche degli stessi protagonisti. La cinepresa e il proiettore, nelle mani del marchese, saltano fuori all’improvviso per dare luce e ombra ai fantasmi, primo fra tutti il corpo femminile, incubo inamovibile del maschio italiano. Il marchese ne è infatti il prototipo: incapace di dare senso alla sensualità della moglie, che inizialmente lo asseconda nei suoi labirintici e sterili desideri, egli si concentra su se stesso e le proprie infruttuose nevrosi.

I ruoli sono chiari: se il maschio nutre l’ossessione di vedere realizzati i propri fantasmi, pena la de-realizzazione di se stesso come persona, la donna abita consapevolmente i confini che si aprono tra il reale e l’immaginario, tra le cose e la mente. Il trauma è tutto lì. Attraverso la rappresentazione filmica degli amplessi della moglie con sconosciuti, il marchese tenta di esorcizzare la propria omosessualità repressa, ossia usa la moglie per raggiungere e toccare, con gli occhi, quel corpo maschile che non ha il coraggio di riconoscere quale oggetto di desiderio. La donna, invece no. Se fa sesso con sconosciuti, è perché desidera davvero soddisfare il desiderio del marito, ossia fare coppia. Come accade in Eyes Wide Shut, ancora di Kubrick, il maschio rimane alla estenuata ricerca della conferma della propria capacità sessuale, mentre la donna sa vivere senza distinzione alcuna la sfera del desiderio, sia nella realtà che nell’immaginazione. 

La cinepresa feticcio e lo spazio del desiderio reale

Ecco il senso dell’immagine cinematografica, che De Sica eleva a ulteriore protagonista del film: il maschio impugna la cinepresa come un feticcio sessuale, mentre la donna abita lo schermo quale spazio di condivisione. Insomma, a specchio, lui strumentalizza lei per soddisfare il proprio bisogno, allucinato, di un corpo maschile, mentre lei si concede agli sconosciuti per dare corpo, vivo e pulsante, al desiderio del marito nei propri confronti. In breve, lui filma lei perché non può possedere l’Altro, mentre lei accetta di essere posseduta dall’Altro, perché ama sinceramente fare l’amore con lui. Lei, visibile e in campo, è in grado di estendere la relazione anche nel fuori campo, ossia lo spazio del desiderio reale; lui, nascosto nel fuori campo, resta schiavo di ciò che guarda accadere in campo, che lo soddisfa al momento ma lo de-realizza nel tempo. Nella cultura borghese italiana, e non solo, la relazione maschio-femmina risulta così impossibile: la donna sa attraversare lo spazio tra visibile e invisibile, campo e fuori campo, mentre il maschio può stare o di qua, o di là, e basta. I maschi, o guardano, o vedono. Le donne, guardano e vedono. A un certo punto del racconto, lo specchio andrà in frantumi, e la donna non sarà più disponibile a una relazione che all’improvviso scopre nella sua verità, asimmetrica e prevaricante

Gli occhi degli altri è una riflessione sul linguaggio del cinema

Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla propria nevrosi.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Filippo Timi, Andrea De Sica, Jasmine Trinca alla Festa del cinema di Roma (Ansa).

Jasmine Trinca, finalmente, varca la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico, di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione, estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica, del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di moda.