Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco

Novembre 2017. Xi Jinping concede a Donald Trump una visita privata nella Città Proibita, cosa assai rara nella diplomazia di Pechino. Subito dopo, vengono annunciati accordi per oltre 250 miliardi di dollari, tra cui una vendita da 37 miliardi di dollari di 300 aerei Boeing e progetti energetici per un totale di 69 miliardi. Nove anni e mezzo dopo il mondo è profondamente cambiato. Pochi mesi dopo quell’incontro, la Casa Bianca ha lanciato la prima guerra commerciale, sfociata poi in una contesa a tutto campo che coinvolge anche tecnologia, sicurezza e influenza globale. Quando, un anno fa, Trump ha avviato una nuova escalation sui dazi, la Cina si è fatta trovare più pronta della prima volta. Anche per la sua risposta forte e multiforme, le due potenze sono arrivate a siglare una fragile tregua lo scorso ottobre a Busan.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa).

Il tentativo di stabilizzare gli equilibri tra Cina e Usa

Ora, salvo nuovi rinvii dell’ultimo minuto, Trump si prepara a mettere nuovamente piede in Cina per l’attesissima visita del 14-15 maggio. Un incontro che rischia di essere offuscato dalla crisi in Medio Oriente e a cui ci si avvicina con l’emergere di nuovi e vecchi problemi. Da capire se si tratta di prese di posizione solide in grado di riacutizzare tensioni strutturali, oppure se sono più mosse tattiche dovute al tentativo di assumere una posizione di forza negoziale. Trump non sembra avere dubbi, visto che continua a ripetere che il summit con Xi «sarà fantastico» e che il presidente cinese «è straordinario». In realtà, il summit sembra innanzitutto un tentativo di stabilizzazione di un rapporto che entrambe le parti considerano ormai inevitabilmente competitivo, seppur troppo rischioso per essere lasciato degenerare.

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Donald Trump (Ansa).

Gli obiettivi commerciali dell’incontro tra Xi e Trump

La sensazione è che la visita di Trump sarà caratterizzata da risultati limitati ma simbolicamente rilevanti. Sul piano commerciale, l’esito più concreto potrebbe essere l’estensione della tregua, con Pechino che spinge per un orizzonte più lungo e Washington che preferisce mantenere una leva negoziale con rinnovi più brevi. Accanto a questo, è plausibile un pacchetto di impegni su acquisti cinesi di beni statunitensi, in particolare agricoli ed energetici. Nel caso si arrivi a un accordo tra Stati Uniti e Iran, la Cina potrebbe anche dare il via libera agli acquisti di greggio americano, per ridurre la pressione Usa sulle sue forniture in un settore assai strategico. C’è chi immagina un grande ordine d’acquisto simbolico nel settore aeronautico, come quello su velivoli Boeing, utile a Trump per rivendicare un successo immediatamente comunicabile sul piano interno. La presenza degli amministratori delegati di Exxon, Qualcomm e Nvidia fa pensare che petrolio e chip saranno ingredienti del menù.

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Un distributore Exxon a Washington (Ansa).

Il possibile dialogo sull’IA

Negli ultimi giorni, si è diffusa l’ipotesi della creazione di un meccanismo di dialogo sull’intelligenza artificiale, proprio uno degli snodi più strategici della rivalità sino-americana. Un’intesa in tal senso dimostrerebbe una consapevolezza condivisa del rischio sistemico: entrambe le potenze temono infatti che la competizione tecnologica possa trasformarsi in una dinamica fuori controllo, simile a una corsa agli armamenti.

La crisi di Hormuz e la pressione su Teheran

Certo, la crisi dello Stretto di Hormuz potrebbe incidere sul vertice. Trump sembra voler usare come leva negoziale il blocco del traffico marittimo, forse sottovalutando la capacità della Cina di reggere allo shock energetico. Di certo, Washington continua a chiedere a Pechino di esercitare una maggiore pressione diplomatica su Teheran per accettare un accordo. La Cina ha tutto l’interesse a evitare che la crisi si protragga, ma non vuole apparire subordinata alla strategia americana. Per questo, mentre invita l’Iran a negoziare e sostiene la necessità di ripristinare la sicurezza della navigazione, ribadisce anche la vicinanza politica a Teheran e denuncia l’illegittimità dell’azione militare americana e israeliana. L’incontro dei giorni scorsi tra i ministri degli Esteri di Pechino e Teheran, Wang Yi e Abbas Araghchi, va letto in questa chiave: la Cina vuole rassicurare l’Iran, evitare che Teheran interpreti il summit Xi-Trump come un cedimento a Washington, e al tempo stesso mostrare agli Stati Uniti di avere canali utili per favorire una soluzione. Tradotto: Pechino non vuole farsi trascinare nella crisi, ma non vuole neppure lasciare a Trump la possibilità di usare Hormuz come una leva strategica.

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Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Il nodo di Taiwan

Un altro elemento centrale dell’agenda sarà inevitabilmente Taiwan, che continua a rappresentare il principale punto di frizione strategica tra le due potenze. La telefonata preparatoria al vertice tra Wang Yi e Marco Rubio mostra come Pechino voglia portare Taipei al centro della discussione. Wang ha definito l’isola il principale punto di rischio nelle relazioni bilaterali, ma ha anche collegato Taiwan alla possibilità di «aprire nuovo spazio alla cooperazione Cina-Usa». Questa formulazione suggerisce che Pechino potrebbe andare oltre alla mera riaffermazione delle sue linee rosse, mirando a testare la disponibilità di Trump a uno scambio strategico. La logica cinese appare abbastanza chiara. Se Trump vuole stabilizzare il rapporto, ottenere accordi commerciali, evitare una crisi nel Pacifico e presentare il summit come un successo personale, allora dovrebbe ridurre il sostegno politico, simbolico e possibilmente militare a Taipei. Pechino non si aspetta necessariamente un abbandono esplicito di Taiwan, ma potrebbe cercare una modifica del linguaggio americano: per esempio, passare dal tradizionale «non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan» a una formula vicina alla «opposizione all’indipendenza di Taiwan». Sarebbe una differenza apparentemente sottile, ma politicamente rilevante.

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Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

Il sistema anti-sanzioni di Pechino

A ogni modo, i risultati del vertice potranno difficilmente sciogliere i nodi di un rapporto destinato con ogni probabilità a restare competitivo. Proprio in queste settimane, gli Stati Uniti stanno iniziando a trattare i modelli di intelligenza artificiale come asset strategici. È un salto di qualità nella competizione tecnologica. Fino a poco tempo fa, il contenimento americano si concentrava soprattutto sull’hardware: semiconduttori avanzati, macchinari litografici, capacità produttiva, cloud computing. Ora il perimetro si sta allargando anche alla dimensione immateriale dell’IA: modelli, capacità algoritmiche, accesso remoto alla potenza di calcolo. L’irrigidimento fa parte di una più ampia strategia di controlli alle esportazioni. Il Match Act americano punta ad allineare Stati Uniti, Paesi Bassi e Giappone per impedire che la Cina continui ad accedere a macchinari avanzati attraverso “porte laterali” offerte dagli alleati.

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Donald Trump (Imagoeconomica).

La risposta cinese si sta muovendo su più livelli. Da una parte, la Cina valorizza la propria centralità nelle catene minerarie globali, dalle terre rare alla grafite, fino ai metalli critici. Dall’altra, costruisce un’architettura giuridica di difesa contro sanzioni, decoupling e pressioni sulle catene di approvvigionamento. Nelle ultime settimane, sono state approvate norme che rafforzano l’arsenale giuridico cinese consentendo indagini contro governi, aziende e individui accusati di danneggiare le catene di fornitura cinesi o di adottare misure discriminatorie. Il messaggio alle multinazionali occidentali è diretto: se vi conformate alle sanzioni americane interrompendo rapporti con soggetti cinesi, potreste violare la legge. L’utilizzo per la prima volta del “divieto di blocco” introdotto dalle norme anti-sanzioni del 2021 (per neutralizzare le sanzioni americane contro cinque aziende collegate all’import di petrolio iraniano) dimostra proprio questo: Pechino è pronta a usare le sue norme come strumento di contro-coercizione. Col risultato che Paesi e attori terzi rischiano di trovarsi di fronte a due sistemi normativi biforcati, rimanendo esposti alle ritorsioni incrociate delle prime due economie mondiali. Ma questo non è un problema di Trump e Xi.

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Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).