Cede la ringhiera della scuola, bimbo di 9 anni cade da 4 metri

AGI -  "E' vigile e cosciente" il bimbo di nove anni, caduto dal terrazzino di una scuola di Pietra Ligure, nel Savonese, questa mattina. Lo rende noto l'ospedale Gaslini di Genova, dove il piccolo è stato trasferito dopo un primo ricovero al Santa Corona. Il bimbo "sta proseguendo gli accertamenti in un ambiente protetto". Nel frattempo la Procura di Savona ha aperto un fascicolo per stabilire le cause di quanto accaduto. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

Il bimbo è caduto all'interno della scuola Papa Giovanni di Pietra Ligure, in provincia di Savona. Il bimbo era stato portato in codice rosso all'ospedale Santa Corona e successivamente trasferito al pediatrico Gaslini di Genova. 

Da quanto appreso, il piccolo era appoggiato alla ringhiera del terrazzino affacciato sul cavedio, a circa 4 metri d'altezza, quando la struttura ha ceduto. Immediato l'allarme da parte di insegnanti e personale scolastico: sul posto oltre all'ambulanza e all'automedica inviate dal 118 anche i vigili del fuoco. L'incidente si è verificato intorno alle 10.

Il precedente

Si tratta del secondo episodio in Liguria negli ultimi cinque mesi. Lo scorso settembre, a Genova, un bambino di sette anni era caduto da un terrazzino del secondo piano di una scuola di Voltri, dedicata all'inclusione e a bambini con risorse educative speciali: il piccolo aveva riportato ferite gravissime, dopo una caduta da un'altezza di circa sei metri. A oggi il bimbo sta affrontando un complesso percorso sanitario

 

 

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo

Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia arrestato per l’omicidio a Rogoredo di Abderrahim Mansouri, si è rivolto al suo l’avvocato Piero Porciani con queste parole, riferite dallo stesso legale prima dell’interrogatorio di convalida davanti al gip nel carcere di San Vittore: «Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia».

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo
Abderrahim Mansouri e Carmelo Cinturrino (Ansa).

Il legale: «Cinturrino ha sparato perché aveva paura»

Porciani ha inoltre affermato che il suo assistito è «triste, pentito di quello che ha fatto». L’avvocato ha poi ribadito che Cinturrino «ha sparato perché aveva paura» e che «quello che ha fatto dopo è stato un errore», ammettendo di fatto la messinscena orchestrata dal poliziotto. A tal proposito, il legale ha detto che la pistola «era in quello zaino da qualche tempo» e che pertanto il suo collega, andato in commissariato a prenderla, «non poteva non sapere». Per quanto riguarda altre illazioni riguardanti Cinturrino, Porciani ha dichiarato che il suo assistito «non ha mai preso un centesimo da nessuno».

La messinscena per coprire l’omicidio del pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo. Il 23 febbraio il consulente nominato dalla difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico: «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni».

Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad

Mancano ancora alcuni dettagli che le parti, con la diplomazia tipica di chi ha già incassato, si affrettano a definire trascurabili. Questione di giorni, forse di ore, ma la lunga e tormentata telenovela editoriale tra il gruppo Antenna Group del greco Theodore Kyriakou e la Gedi di John Elkann sembra arrivata ai titoli di coda. Ultimo atto di una storia che ha tenuto col fiato sospeso giornalisti e intere redazioni, in attesa tutt’altro che serena di conoscere il proprio destino. Ma la notizia nella notizia riguarda la guida del futuro gruppo. Seguendo le indicazioni dello stesso Kyriakou, a prendere le redini sarà Mirja Cartia D’Asero: ex amministratrice delegata del Sole 24 Ore, oggi presidente di Clessidra Holding e di Clessidra Private Equity SGR. Una manager che conosce bene le stanze dove si decide, che muove un network di potere non trascurabile, ma che ha lasciato la casa editrice di Confindustria dopo un duro scontro con l’allora presidente Edoardo Garrone su un tema di mancati accantonamenti.

Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
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Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad

La due diligence che ha preceduto l’accordo è stata di quelle che restano negli annali: definirla accurata sarebbe come chiamare La guerra dei Roses un diverbio condominiale. I consulenti del greco hanno passato al setaccio conti, contratti, passività e probabilmente anche le piante degli uffici. Alla fine, però, le parti sembrano aver trovato la quadra. E così la Repubblica, La Stampa, i pochi periodici superstiti come Limes, le radio e la concessionaria pubblicitaria Manzoni si apprestano a battere bandiera greca. Kyriakou, imprenditore navigato che nel suo Paese controlla un pezzo consistente del sistema mediatico, aggiunge all’impero un asset che in Italia vale ancora qualcosa in termini di influenza, anche se molto meno in termini di bilancio.

Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci

Secondo il sondaggio Swg per il TgLa7 del 23 febbraio 2026, il partito di Roberto Vannacci sta già iniziando a calare. Rispetto alla settimana precedente, infatti, Futuro nazionale è sceso dello 0,2 per cento stanziandosi al 3,4 e venendo superato da Azione di Carlo Calenda (al 3,5). Sale invece la Lega, il partito che ha maggiormente sofferto la nascita della forza dell’ex generale, che recupera lo 0,2 e arriva al 6,6 per cento. Tra i partiti di governo, Fratelli d’Italia è stabile al 29,8 per cento, mentre Forza Italia cede lo 0,1 ed è data all’8,3 per cento. Tra le opposizioni, il Partito democratico arriva al 21,9 (-0,1), il Movimento 5 stelle all’11,5 (con un calo dello 0,3), Alleanza Verdi Sinistra al 6,7 (+0,1) e Italia viva al 2,2 (-0,1). Tra i partiti minori, + Europa è all’1,4 per cento e Noi Moderati all’1,1, entrambi stabili.

Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci
Sondaggio Swg 23 febbraio 2026 (X).
Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci
Sondaggio Swg 23 febbraio 2026 (X).

Morto l’attore Robert Carradine

È morto l’attore statunitense Robert Carradine. Aveva 71 anni e da due decenni combatteva con il disturbo bipolare: si sarebbe tolto la vita. A dare l’annuncio è stata la famiglia, con una nota affidata a Deadline: «In un mondo che può sembrare così buio, Bobby è sempre stato un faro di luce per tutti coloro che lo circondavano. Siamo addolorati per la perdita di questa splendida anima e vogliamo rendere omaggio alla coraggiosa lotta di Bobby contro la sua battaglia. Speriamo che il suo percorso possa illuminare la nostra vita e incoraggiarci ad affrontare lo stigma sulla malattia mentale».

In Lizzie McGuire era il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff

Membro della famiglia cinematografica dei Carradine, nel corso della carriera ha recitato ne I cavalieri dalle lunghe ombre (1980) con i fratelli David e Keith, e ne I cowboys (1972), al fianco di John Wayne. Famoso anche per aver partecipato ai quattro film della serie La rivincita dei nerds, nel ruolo del protagonista Lewis Skolnick, nella serie Lizzie McGuire aveva interpretato il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff. E proprio quest’ultima lo ha ricordato sui social: «Leggere questa notizia fa male. È davvero difficile affrontare una verità del genere su un vecchio amico. Nella famiglia McGuire c’era tanto calore e mi sono sempre sentita amata e protetta dai miei genitori televisivi. Gliene sarò per sempre grata. Sono profondamente triste nel sapere che Bobby stava soffrendo. Il mio cuore è con lui, con la sua famiglia e con tutti coloro che gli hanno voluto bene».

Il videomessaggio di Zelensky nel quarto anniversario dell’invasione russa

Volodymyr Zelensky si è rivolto agli ucraini e al mondo intero nel quarto anniversario dell’invasione russa. Lo ha fatto con un lungo videomessaggio, in cui viene mostrato anche l’ufficio e i tunnel del bunker di Kyiv dove ha trascorso la maggior parte del tempo nelle fasi iniziali dell’operazione militare di Mosca.

Cosa ha detto Zelensky nel videomessaggio

«Oggi sono esattamente quattro anni da quando Vladimir Putin ha conquistato Kyiv in tre giorni». Zelensky avvia così i 19 minuti del video, che inizialmente lo vede seduto alla scrivania del suo ufficio: «Il nostro popolo non ha issato bandiera bianca, ma ha difeso quella blu e gialla. E gli occupanti, che pensavano di essere accolti da file di fiori, hanno visto file agli uffici di reclutamento militare. Il nostro popolo ha scelto la resistenza».

«Ho lavorato qui, poi sono salito di sopra, mi sono rivolto a voi, al popolo. La nostra squadra era qui, il governo, incontri quotidiani con i militari, telefonate, ricerca di soluzioni: tutto il necessario per la sopravvivenza dell’Ucraina», racconta Zelensky. E poi: «Poche cose scaldano i cuori degli ucraini più delle immagini di installazioni militari nemiche e raffinerie di petrolio in fiamme. Quando è successo per la prima volta ha fatto notizia. Oggi è la normalità». Il capo della Bankova è poi passato a un’affermazione a metà tra l’invito e la frecciata a Donald Trump: «Voglio davvero venire qui un giorno con il presidente degli Stati Uniti. Solo visitando l’Ucraina e toccando con mano la nostra gente e questo mare di dolore, solo allora potrà capire cos’è veramente questa guerra. E chi è l’aggressore». Infine: «Tutti vogliamo che la guerra finisca. Ma nessuno permetterà che finisca l’Ucraina. Vogliamo la pace. Una pace forte, dignitosa e duratura».

Vannacci entra ufficialmente nell’Ens, gruppo fondato dall’Afd

Roberto Vannacci entra ufficialmente nel gruppo Ens (Europa delle nazioni sovrane), la famiglia sovranista fondata dall’Afd, dopo essere uscito dai Patrioti per l’Europa in conseguenza del suo addio alla Lega. Lo ha annunciato il capogruppo Rene Aust in conferenza stampa a Bruxelles. «È un onore, mi riconosco totalmente nei principi e ideali di questo gruppo», ha dichiarato l’ex generale. «Sono convinto che assieme lavoreremo benissimo. Seguendo il principio di difendere la sovranità nazionale contro il federalismo europeo, rimuovendo la più grande truffa dell’Ue che è il Green Deal. Ancora, puntiamo a proteggere le tradizioni greco romane che hanno sempre caratterizzando l’Europa e abbiamo una posizione molto chiara in materia di immigrazione, che non è solo importazione di forza lavoro ma anche di cultura e civiltà completamente diverse dalle nostre», ha aggiunto. «Io al momento non faccio parte di nessuna coalizione, il mio partito non fa parte di nessuna coalizione. Il partito è appena nato e sostanzialmente sta per prendere piede. Oggi Futuro Nazionale cammina sulle sue gambe e da solo», ha concluso riguardo al suo posizionamento nel Parlamento italiano.

Aust: «Puntiamo su un’eccellente collaborazione»

«Per noi è un grande onore poterti accogliere nel nostro gruppo e puntiamo su un’eccellente collaborazione», ha detto Aust. «Avremmo accolto solo deputati fedeli ai loro principi, non c’è dubbio in questo caso. Nelle prossime settimane e mesi questa resterà la situazione per fare un lavoro importante al Parlamento europeo e in patria. Abbiamo discusso su punti comuni e differenze e il risultato è che abbiamo pochissime differenze ma possiamo trovare un denominatore comune per la politica economica e migratoria».

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato

La polizia britannica ha rilasciato su cauzione Peter Mandelson, l’ex ministro ed ex ambasciatore negli Stati Uniti che era stato arrestato il 23 febbraio il suo coinvolgimento nel caso Epstein. Era finito dietro le sbarre con la stessa accusa dell’ex principe Andrea: condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche. Mentre era al potere nei primi Anni Duemila, Mandelson – considerato l’eminenza grigia dei governi laburisti di Tony Blair – avrebbe girato a Jeffrey Epstein (così come ad altri finanzieri) informazioni governative segrete, utilizzabili a scopo di lucro.

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato
La sede di Scotland Yard (Ansa).

Di cosa è accusato Mandelson, ex eminenza grigia Labour

Il fermo per Mandelson era scattato dopo le perquisizioni nelle sue proprietà a Londra e nel Wiltshire, sud-ovest dell’Inghilterra: dalle email pubblicate negli Stati Uniti sul caso Epstein sono emerse fughe di informazioni riservate, risalenti al biennio 2009-2010, relative alla stretta fiscale ai bonus dei banchieri e al maxi-intervento da 500 miliardi di euro dell’Ue per il salvataggio degli istituti di credito dopo il crac di Lehman Brothers.

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato
Peter Mandelson e Jeffrey Epstein (Ansa).

Mandelson non è più ambasciatore da settembre

L’arresto di Mandelson era arrivato a pochi mesi la rimozione dall’incarico diplomatico a Washington, avvenuta a settembre, dopo che erano venuti alla luce maggiori dettagli sul legame con Epstein, morto suicida in carcere nel 2019: in alcune email il diplomatico espresse solidarietà e vicinanza all’uomo d’affari dopo il suo arresto per traffico di minori. All’inizio di febbraio, Scotland Yard ha poi avviato un’indagine su Mandelson: quest’ultimo si era dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e dalla Camera dei Lord.

Il governo di Starmer è sempre più sotto pressione

Ovviamente, l’arresto di Mandelson sta mettendo sotto enorme pressione il governo di Keir Starmer, che peraltro ha già perso dei pezzi. Domenica 8 febbraio si è dimesso infatti il capo di gabinetto Morgan McSweeney, che aveva fortemente insistito col premier affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.

In vigore i nuovi dazi voluti da Trump

Alle 6 di martedì 24 febbraio 2026 sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10 per cento annunciati dal presidente statunitense Donald Trump. Questa nuova imposta, introdotta con un decreto firmato venerdì dopo la sentenza della Corte suprema che ha bocciato le tariffe preesistenti, sostituisce le cosiddette reciprocal tariffs e i balzelli legati al flusso di fentanyl (per Canada, Messico e Cina) stabiliti citando la legge di emergenza economica e bocciati dalla giustizia Usa. Non sostituisce invece i dazi doganali cosiddetti settoriali, che vanno dal 10 al 50 per cento su una serie di settori come il rame, l’automobile o il legno da costruzione, che non erano interessati dalla decisione della Corte. L’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere ha interrotto la riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International emergency economic powers act dichiarati illegali dai giudici. I nuovi dazi resteranno in vigore per 150 giorni, fino alla fine di luglio. Se Trump decidesse di prolungarli dovrebbe a quel punto ricorrere al Congresso.

Dazi al 10 e non al 15 per cento

Dopo la firma del decreto con dazi al 10 per cento, il tycoon aveva annunciato su Truth che avrebbe alzato l’aliquota al 15 per cento. Questo aumento, però, non è ancora stato formalizzato, quindi per ora vale il provvedimento firmato con tariffe al 10 per cento.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini

Il Mit è in tilt. Ora, pare, in modo meno grave, ma le ultime due settimane sono state un calvario. C’è un allarme informatico al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti che riguarda l’attivazione del nuovo sistema di protocollazione dei documenti. Il protocollo è infatti obbligatorio per schedare in modo univoco tutti i documenti in entrata, in uscita e interni. Ne assicura la tracciabilità, la marcatura temporale e la classificazione, dunque è imprescindibile in ogni procedura e attività. A Porta Pia il nuovo software, lanciato il 9 febbraio scorso, non funziona come dovrebbe e ha finito per ingolfare la gigantesca macchina amministrativa del dicastero, in un momento peraltro delicatissimo alla luce dei tanti dossier infrastrutturali che si affastellano sui tavoli ministeriali.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
L’ingresso del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Sindacati della funzione pubblica in allerta

Parlano addirittura di «massima preoccupazione per tale situazione» i sindacati della funzione pubblica Fp Cgil, Uil Pa e Usb Pubblico impiego che appena venerdì scorso hanno preso carta e penna per scrivere in via riservata ai vertici del dicastero di Porta Pia. Nella mail di cui Lettera43 è entrata in possesso – indirizzata a Lorenzo Quinzi, capo dipartimento per gli Affari generali, e a Francesco Baldoni, direttore generale per la Digitalizzazione – si spiega che «le criticità hanno impattato su tutte le attività istituzionali del Mit sino all’ipotesi di interruzione di pubblico servizio». Le sigle aggiungono che il blackout della protocollazione «sta creando difficoltà per tutti gli operatori del Mit e altre ne porterà in futuro», per cui chiedono «con la massima urgenza un’informativa in merito alle motivazioni di tale criticità» e invocano un incontro che ancora non è stato fissato. Raggiunta al telefono, Giordana Pallone, responsabile delle Funzioni centrali per la Fp Cgil, chiosa: «È una materia molto delicata e tecnica. Ed è interesse di tutti risolvere i problemi che ci sono, collaborando in modo fattivo. Forse il nuovo sistema è stato introdotto con un po’ di fretta, forse serviva un periodo di coabitazione tra il vecchio e il nuovo e una formazione pratica più efficace. Qualcosa non sta funzionando, ma siamo tutti convinti che si possa venirne a capo quanto prima».

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Lorenzo Quinzi (Imagoeconomica).

Pagamenti e istruttorie bloccati

Fonti qualificate del ministero confermano che è «un problema che blocca i pagamenti e le istruttorie, se non trovi i precedenti…». E aggiungono: «La nota dei sindacati è stata pure garbata. Qualche direttore generale o provveditore è stato molto più duro».  Il programma nuovo sostituisce completamente il precedente e, in fase di lancio, sta creando problemi enormi nella gestione del trasloco di tutti i documenti, con tanto di re-indicizzazione. Il fornitore esterno e partner tecnologico è Accenture e si tratta peraltro di un progetto Pnrr (Missione 1) da 41,7 milioni di euro per la migrazione in seno al Polo strategico nazionale, che ha l’obiettivo di dotare la Pubblica amministrazione di un’infrastruttura cloud sicura.

L’incidente potrebbe far rotolare qualche testa

Il nervosismo nei corridoi del Mit è palpabile e secondo qualcuno Baldoni rischierebbe il posto per l’incidente sul sistema di protocollo. Peraltro, il Rup (responsabile unico del progetto) era il dirigente di seconda fascia Giorgio Agrifoglio, che nel frattempo è migrato, lui sì, al ministero della Giustizia. «È più di un anno che i colleghi lavorano con Accenture per questo passaggio alla nuova piattaforma, ma a due settimane dal lancio ancora non ci siamo», spiega un’altra fonte a Lettera43. «Ci sono interi settori che stanno segnalando bug e disservizi, che non vedono gli allegati e soprattutto il fatto di non trovare i precedenti non è cosa da poco». «Attualmente stiamo facendo di necessità virtù e ci arrivano le cose attraverso il sistema Ced Nomentano», chiarivano dal Mit lo scorso fine settimana riferendosi al vecchio Centro elaborazione dati della Motorizzazione, in via Nomentana. Qualcun altro instilla veleno: «Mentre il ministro Salvini si divertiva alle Olimpiadi invernali, qui siamo rimasti con le mani nei capelli».

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Francesco Baldoni (Imagoeconomica).

«Totale marasma» tra investimenti da finalizzare e il Recovery verso la chiusura

Insomma, «un totale marasma», sussurrano dalle stanze del dicastero, un guaio che non ci voleva nel momento in cui il Mit deve finalizzare i circa 40 miliardi di euro di investimenti collegati al Pnrr che a esso fanno capo, con il Recovery ormai a pochi mesi dalla chiusura. Poi ci sono i dossier caldi della rete ferroviaria e dell’Altra velocità e capacità, il Piano casa, le grandi opere al palo come il Ponte sullo Stretto, le infrastrutture idriche. Tanta carne al fuoco. «Eppure sono stati fatti moltissimi test, ma qualcosa non va», chiosano dal ministero. Gira voce, non confermata, che addirittura fosse stata lanciata da Porta Pia una richiesta d’aiuto alla presidenza del Consiglio. Vedremo se il guaio informatico sarà risolto a breve o se toccherà agli uomini di Giorgia Meloni togliere le castagne dal fuoco a Matteo Salvini.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Matteo Salvini (Imagoeconomica).