La Corte di Cassazione ha annullato l’arresto di Mohammad Hannoun, l’attivista palestinese che a dicembre 2025 era stato arrestato assieme ad altre sei persone con l’accusa di aver finanziato Hamas con l’associazione da lui fondata (Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese). La Corte ha rinviato alla sezione del tribunale del Riesame di Genova la decisione sull’ordinanza di custodia cautelare sia per Hannoun, sia per le altre tre persone che erano rimaste in carcere. Il tribunale del Riesame è l’organo che si occupa di validare o annullare le misure cautelari, e Genova è la città in cui Hannoun viveva dal 1983. In attesa della decisione, resterà in carcere a Terni.
Legali soddisfatti: «Provato solo l’invio di aiuti umanitari»
Il collegio difensivo degli indagati nell’inchiesta della Procura di Genova ha espresso soddisfazione per la decisione della quinta sezione della Cassazione. In attesa delle motivazioni, hanno scritto i legali in una nota, «pare evidente che il tribunale dovrà riconsiderare le posizioni degli indagati per i qualiera stato provato solo l’invio a Gaza di aiuti alimentari e di denaro destinato ad attività umanitarie di sostegno alla popolazione civile».
Durante l’informativa tenuta alla Camera dei deputati sull’azione di governo, Giorgia Meloni ha ancora escluso le dimissioni e anche un eventuale rimpasto dell’esecutivo, a seguito della batosta del referendum sulla giustizia. «Non servono nuove linee programmatiche, perché le nostre sono da sempre scritte nel programma. Governeremo per cinque anni, come ci siamo impegnati a fare», ha assicurato la presidente del Consiglio: «Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini i soliti giochi di palazzo». La maggioranza, ha affermato Meloni, è «solida e coesa». Quanto alle dimissioni di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, la premier ha detto di aver «chiesto un passo indietro ad alcuni esponenti del governo» che «avevano lavorato bene», anteponendo «di nuovo l’interesse della nazione a quella del partito».
Meloni: «Sul referendum abbiamo la coscienza a posto»
Così sulla fallita riforma della giustizia «L’auspicio che formulo è che il cantiere di questa riforma non venga abbandonato come probabilmente qualcuno si augura, perché i problemi sul tappeto rimangono e abbiamo il dovere di trovare soluzioni concrete, coraggiose ed efficaci, possibilmente in un clima di collaborazione non certo contro la magistratura ma a favore di una magistratura libera da condizionamenti politici e ideologici». E poi: «Sul referendum la nostra coscienza è a posto, perché la riforma costituzionale della giustizia era uno degli impegni presi con gli italiani quando ci siamo presentati al loro cospetto».
La premier ha smentito la sua «subalternità» a Trump
Per quanto riguarda il conflitto in Medio Oriente, smentendo la sua «subalternità al presidente americano Donald Trump», Meloni ha detto che «la collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte». Poi, rivolgendosi alle opposizioni: «Lo scenario internazionale non consente più a nessuno di cavarsela dicendo è tutta colpa della Meloni, finanche l’aumento del costo mondiale del petrolio». Inoltre al premier ha detto che, in caso di una recrudescenza del conflitto in Iran «dovremo porci seriamente il tema di una risposta europea non dissimile per approccio e strumenti da quella messa in campo per la pandemia». In quel caso, ha spiegato, «non dovrebbe e essere un tabù ragionare sulla possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita: non una deroga per singolo Stato membro ma un provvedimento generalizzato».
Le parole sul caso del selfie col pentito del clan Senese
Meloni ha poi parlato del caso politico causato dal selfie (del 2019) con Gioacchino Amico, pentito del clan Senese: «Mentre alcuni usano il tema per propaganda, a me interessa costruire gli anticorpi su un tema che ci riguarda tutti. E non accetto che i miei sacrifici possano essere usati per interessi di quelli che combatto dal 19 luglio del 1992 senza se e senza ma e non accetto lezioni su questo tema». E poi: «Mi permetto di chiedere alla Commissione parlamentare antimafia di occuparsi dei tentativi di infiltrazioni della criminalità organizzata nei partiti, compreso FdI». Infine: «Vogliamo andare avanti sulla proposta di legge della presidente della commissione Antimafia Colosimo per togliere la potestà genitoriale ai boss mafiosi. Tanto per rispondere ancora una volta con il sorriso e i fatti all’ultima palata di fango infilata nel ventilatore da un’opposizione disperata che costruisce surreali teoremi su una mia presunta vicinanza con la criminalità organizzata, tirando in ballo un padre, morto per altro, che non vedo da quando avevo 11 anni». La premier terrà l’informativa anche al Senato alle 13.
L’incontro tra Donald Trump e Mark Rutte non è andato benissimo, a giudicare dal post pubblicato dal presidente Usa su Truth dopo il faccia a faccia andato in scena alla Casa Bianca: «La Nato non c’era quando avevamo bisogno di lei e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito male». Il tycoon minaccia da tempo di ritirare gli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica. «Sono stati messi alla prova e hanno fallito», aveva dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt prima dell’arrivo del segretario generale della Nato, citando direttamente Trump.
Rutte, parlando con la Cnn, ha detto di aver avuto con Trump un «colloquio franco e aperto tra due buoni amici», aggiungendo poi: «È deluso, chiaramente, ma allo stesso tempo ha anche ascoltato con attenzione le mie argomentazioni su quello che sta succedendo». Alla domanda se il mondo sia più sicuro oggi rispetto a prima dell’inizio della guerra, Rutte ha risposto: «Assolutamente, e questo grazie alla leadership del presidente Trump: è molto, molto importante indebolire le capacità militari dell’Iran». Il segretario generale della Nato, dopo aver difeso la «grande maggioranza dei Paesi europei», che «ha fatto ciò che aveva promesso», ha glissato alla domanda se Trump fosse tornato a parlare o meno della sua minaccia di ritirare gli Usa dalla Nato.
Credeva di avere in mano un Gratta e vinci da 500 mila euro e per non dividerlo con il fidanzato era scappata lasciandolo su due piedi. Il fattaccio è accaduto a Carsoli, nell’Aquilano, l’8 marzo scorso. A distanza di un mese però si è scoperto che quel biglietto in realtà non era vincente: un quadratino era stato grattato male e un 43 era stato scambiato per un 13. Tutto era cominciato con un regalo per la Festa della Donna. Invece di mimose o cioccolatini, l’uomo aveva acquistato per la sua compagna un tagliando dal tabaccaio con l’accordo che, in caso di vincita, il premio sarebbe stato diviso. Ma quando i due si sono accorti di avere in mano mezzo milione di euro la situazione è precipitata. Lei ha lasciato su due piedi il compagno con cui conviveva da poco per intascarsi l’intero malloppo. Lui non l’aveva presa benissimo tanto da presentare un esposto alla GdF. Intanto la fuggitiva aveva depositato il biglietto in banca che, a sua volta, l’aveva inviato all’Ufficio premi di Roma. Come ha riportato il quotidiano Il Centro, è poi arrivata la doccia gelata. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha trovato l’errore: il 13 in realtà era un 43 e il tagliando d’oro era solo carta straccia.
Il Senato ha dato il via libera, con 102 sì, 64 no e due astenuti, al decreto bollette, che ora è diventato legge. Tra le misure contenute nel provvedimento, in seconda lettura a Palazzo Madama, un contributo straordinario di 115 euro per chi percepisce il bonus sociale per l’energia, la proroga della dismissione delle centrali a carbone italiane, una stretta sul telemarketing e sostegno ai trasporti meno inquinanti.
Bonus di 115 euro e teleriscaldamento
Come anticipato, il testo prevede un contributo straordinario del valore di 115 euro ai titolari del bonus sociale per la fornitura di energia elettrica. Previsto inoltre un contributo che i venditori di energia elettrica possono volontariamente riconoscere per il 2026 e il 2027, in cambio di un’attestazione, a favore dei clienti domestici non titolari di bonus sociale e con Isee annuale non superiore a 25 mila euro. Dal 1° gennaio 2026, poi, viene riconosciuto, alle famiglie economicamente svantaggiate che hanno diritto all’applicazione delle tariffe agevolate per la fornitura di energia elettrica (bonus elettrico), anche il diritto alla compensazione della spesa per la fornitura del teleriscaldamento.
Sostegno alle utenze non domestiche
Il decreto introduce un meccanismo per ridurre il costo delle bollette elettriche delle utenze non domestiche attraverso una ristrutturazione degli incentivi del Conto energia per gli impianti fotovoltaici con potenza superiore ai 20kW. In particolare, i titolari di impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 kW che beneficiano di incentivi dei quattro meccanismi del Conto energia con scadenza dal 2029 possono scegliere volontariamente di ridurre del 15 o 30 per cento i premi tariffari previsti tra il 2026 e il 2027, in cambio di un’estensione della convenzione rispettivamente di tre o sei mesi. Viene prevista la possibilità, per questi soggetti, di optare per l’uscita anticipata dal sistema di incentivazione del Conto energia, a partire dal 2028, in cambio di un corrispettivo. L’erogazione del corrispettivo è subordinata all’obbligo di rifacimento integrale degli impianti fotovoltaici. Servirà un decreto del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica per definire le modalità di attuazione della fuoriuscita dal Conto energia.
Prorogata la dismissione delle centrali a carbone
Viene prorogata al 2038 la graduale dismissione delle centrali a carbone utilizzate per la produzione di energia elettrica. Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, trasmesso alla Commissione europea nel luglio 2024, prevede la cessazione della produzione elettrica da carbone entro il 2025 per le centrali del continente ed entro il 2028 per quelle ubicate in Sardegna, subordinatamente al completamento delle necessarie infrastrutture di interconnessione. La disposizione fissa dunque un termine più ampio rispetto alla tempistica programmata, senza distinguere tra le centrali ubicate sul continente e quelle ubicate in Sardegna.
Stretta sul telemarketing
Prevista infine una stretta sul telemarketing, che si sostanzia nel divieto di effettuare sollecitazioni commerciali per telefono, anche attraverso l’invio di messaggi a consumatori, finalizzate alla proposta e conclusione di contratti di fornitura di energia elettrica e gas. Il professionista potrà contattare il consumatore per telefono, anche attraverso l’invio di messaggi, qualora vi sia stata una richiesta effettuata direttamente al professionista attraverso interfacce informatiche di quest’ultimo oppure nel caso in cui il contatto sia stato effettuato nei confronti dei propri clienti di energia elettrica e gas che abbiano espresso specifico consenso per ricevere proposte commerciali. I contratti stipulati a seguito di contatto effettuato in violazione di quanto previsto da queste disposizioni saranno considerati nulli.
Mentre Donald Trump lanciava su Truth le sue minacce più virulente all’Iran, nello Stretto di Hormuz transitavano già alcune navi. Non solo quelle di Cina o Pakistan, storici partner dell’Iran. Tra le imbarcazioni a passare ce n’erano alcune anche del Giappone, il primo alleato degli Stati Uniti in Asia orientale. Non è un caso. Tokyo è l’unico Paese del G7 ad aver sempre mantenuto rapporti amichevoli con Teheran, che ha apprezzato il no della premier Sanae Takaichi alla Casa Bianca sulla richiesta di inviare mezzi militari per tutelare le rotte commerciali del Medio Oriente.
Lo stretto di Hormuz.
Dietro le mosse del Giappone c’è una realtà complessa che coinvolge tutte le economie avanzate dell’Asia orientale. Gli effetti più dirompenti e immediati del conflitto (ora entrato in una fase di tregua) si sono verificati nelle economie emergenti del Sud-Est asiatico. Ma anche Giappone, Corea del Sud e Taiwan stanno vivendo difficoltà che non sembrano destinate a risolversi con uno schiocco di dita.
Dipendenza quasi totale dalle importazioni energetiche
Tokyo, Seul e Taipei sono pilastri industriali e tecnologici globali. Al di là dell’andamento futuro della guerra in Medio Oriente, tutti e tre sono stati esposti a una vulnerabilità strutturale che fino a oggi era stata gestita, ma non risolta: la dipendenza quasi totale dalle importazioni energetiche e dalle catene di approvvigionamento marittime. Per Giappone e Corea del Sud, attraverso lo Stretto di Hormuz transita oltre il 90 per cento del petrolio importato. La minaccia alla libertà di navigazione ha costretto entrambi i Paesi ad attivare rapidamente strumenti di emergenza.
In Giappone pressione su tutta la filiera produttiva
Il Giappone ha ordinato a più riprese il rilascio di riserve strategiche, predisponendo sussidi ai carburanti e monitoraggio dei consumi. L’aumento dei prezzi energetici ha però avuto rapidamente riflessi sull’intera economia giapponese, con un’inflazione diffusa che ha colpito anche beni quotidiani come pannolini, bevande e prodotti in plastica. Secondo gli analisti, è il segnale evidente di una pressione che si è trasmessa lungo tutta la filiera produttiva.
Sale il prezzo della benzina anche in Asia (foto Ansa).
Anche il turismo rischia di subire contraccolpi
La crisi ha esercitato anche una pressione significativa sullo yen, già indebolito da anni di politiche monetarie espansive. Il governo giapponese ha iniziato a temere un circolo vizioso: energia più cara, aumento delle importazioni, peggioramento della bilancia commerciale e ulteriore svalutazione della moneta. In un’economia fortemente dipendente da commercio ed export, anche il turismo (uno dei settori chiave del Giappone) rischia di subire contraccolpi a causa dell’aumento dei costi di viaggio e dell’incertezza globale.
I guai della Corea del Sud e la riapertura alla Russia
La Corea del Sud è dovuta intervenire con misure emergenziali, andando a toccare la composizione del mix energetico. Il governo ha dato il via libera all’aumento della produzione elettrica da carbone e nucleare, insieme a un pacchetto di sostegno da un miliardo di dollari per i settori più colpiti. L’amministrazione del presidente Lee Jae-myung ha deciso di limitare le esportazioni di nafta, miscela chimica cruciale per diversi componenti dell’industria automotive, pilastro dell’economia sudcoreana. Contestualmente è arrivata una riapertura alla Russia, con l’importazione di decine di migliaia di tonnellate di nafta dopo anni di tensione che erano culminati nell’accordo di mutua difesa siglato da Vladimir Putin e dal leader supremo nordcoreano Kim Jong-un nel 2024.
Il presidente della Corea del Sud Lee Jae-myung (foto Ansa).
Piccoli shock che possono amplificarsi in fretta
D’altronde, uno degli ambiti più colpiti dalla crisi in Medio Oriente è quello industriale, a partire da automotive e chimica. La scarsità di materiali come etilene e altri derivati petrolchimici sta già creando difficoltà nella produzione di componenti, mentre il previsto calo dell’export verso il Medio Oriente rischia di aggravare ulteriormente la situazione. In economie fortemente integrate nelle catene globali del valore, come quelle di Giappone e Corea del Sud, anche piccoli shock possono amplificarsi rapidamente, generando effetti a cascata su occupazione, investimenti e crescita.
Problemi per data center e fabbriche di chip
Le preoccupazioni sono notevoli anche per il comparto tecnologico, uno dei più energivori. Data center e fabbriche di chip hanno estremo bisogno di una fornitura stabile e continua di energia. In questo senso, la guerra ha creato non poche preoccupazioni sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori, dove Corea del Sud e Taiwan dominano sia a livello quantitativo che (ancora di più) qualitativo.
Semiconduttori (foto Ansa).
L’elio frenato dalle interruzioni prolungate sulle rotte del Golfo
Tra i materiali più sensibili c’è l’elio, fondamentale per il raffreddamento nei processi di produzione dei chip. Una quota significativa di questo gas proviene dal Qatar, e interruzioni prolungate sulle rotte del Golfo possono mettere in difficoltà l’intero settore. Il governo taiwanese ha più volte rassicurato sulla profondità delle scorte accumulate sull’isola, ma interi comparti industriali seguono con attenzione. Senza elio, la produzione di chip avanzati rischia di rallentare, con ripercussioni su industrie che vanno dall’elettronica di consumo all’intelligenza artificiale.
L’equilibrio delicato del Giappone tra Washington e Teheran
I governi di queste economie avanzate, tutti alleati o partner degli Stati Uniti, si sono mossi per cercare di limitare le rispettive vulnerabilità. Su tutti il Giappone, che sta sfruttando la relazione relativamente stabile con Teheran per aprire canali di dialogo. Qualche giorno prima del passaggio di alcune navi giapponesi su Hormuz, tra cui una metaniera, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato in un’intervista all’agenzia di stampa nipponica Kyodo News che erano in corso trattative con l’omologo Toshimitsu Motegi. Tokyo ha mantenuto un basso profilo, ma ha addirittura preannunciato un colloquio tra la premier Takaichi e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il Giappone si muove su un equilibrio delicato, cercando di mantenere l’alleanza con Washington senza compromettere gli interessi energetici vitali.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (Imagoeconomica).
La Corea del Sud ha invece sin qui negato l’esistenza di negoziati con l’Iran, nonostante le insistenti voci in materia riportate dai media nazionali, e si sta impegnando nella complessa diversificazione delle rotte petrolifere. Il governo ha annunciato l’intenzione di sviluppare il passaggio di merci attraverso il Mar Rosso, impresa che resta comunque non priva di implicazioni su costi e rischi.
Maggior impegno militare? Le priorità sono altre
Da non trascurare anche le implicazioni politico-strategiche. Le richieste degli Stati Uniti di un maggiore coinvolgimento militare da parte degli alleati asiatici si scontrano con le priorità di Giappone e Corea del Sud. Entrambi i Paesi ospitano decine di migliaia di soldati americani, ma mostrano una certa riluttanza a essere coinvolti in operazioni su altri teatri. Per non parlare delle preoccupazioni sulle profondità degli arsenali statunitensi. Da inizio marzo, Washington ha spostato diversi mezzi militari dall’Asia Pacifico al Medio Oriente, comprese alcune batterie di missili Patriot e parte del sistema anti-missilistico Thaad, il cui dispiegamento aveva provocato una crisi diplomatica tra Corea del Sud e Cina.
La prima ministra del Giappone Sanae Takaichi (foto Ansa).
Ridefinizione delle politiche di difesa
C’è un impatto pure sulle consegne di armi già acquistate da Taiwan, che lamenta già ritardi su svariati pacchetti di dispositivi comprati negli anni scorsi da Washington. Tutto questo potrebbe portare a due ordini di conseguenze. Primo: gli alleati asiatici degli Usa potrebbero accelerare la ridefinizione delle proprie politiche di difesa, con un aumento dei rispettivi budget e il tentativo di sviluppare dispositivi autoctoni. Secondo: governi o forze politiche della regione potrebbero cercare una distensione con i rivali degli Stati Uniti. Il presidente sudcoreano Lee ha di recente compiuto una rara visita a Pechino e persegue la riapertura del dialogo con la Corea del Nord. Proprio in questi giorni, invece, si trova in Cina continentale Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese.
AGI - Alla farmacia ospedaliera della Città della Salute e della Scienza di Torino è operativo un robot per la preparazione dei farmaci oncologici. Il sistema garantisce elevati standard di sicurezza sia per il paziente sia per l’operatore sanitario, assicurando al contempo l’ottimizzazione dei flussi di lavoro.
Meno errori e maggiore sicurezza
Il sistema automatizzato consente una riduzione significativa della probabilità di errore umano nelle diverse fasi della preparazione, riduce il rischio di contaminazione microbiologica grazie a un ambiente controllato e limita la contaminazione ambientale. Inoltre garantisce integrità e sicurezza dei dati e la completa tracciabilità delle attività svolte.
Gestione di farmaci ad alta tossicità
Grazie a questo sistema vengono gestiti farmaci ad alta tossicità e con elevati volumi di manipolazione. Le condizioni di stabilità microbiologica dei preparati consentono di anticipare la preparazione dei cicli di chemioterapia, riducendo i tempi di attesa per i pazienti.
Chemioterapie personalizzate
“Si tratta di una tecnologia robotizzata che ci permette di preparare le chemioterapie in forma e dosi personalizzate – spiega il direttore generale della Città della Salute, Livio Tranchida. I principali vantaggi sono la riduzione del rischio clinico, grazie a un’elevata precisione, e la sicurezza degli operatori, con una drastica diminuzione dell’esposizione”.
Numeri e obiettivi di produzione
Attualmente la produzione giornaliera del robot copre circa il 20% del totale, pari a 60 preparazioni al giorno. L’obiettivo a breve termine è raggiungere il 30%, con circa 90 farmaci al giorno.
Un investimento da 2 milioni di euro
Il sistema robotico è parte integrante dell’Hub Oncologico della farmacia dell’ospedale Molinette, un progetto del valore di circa 2 milioni di euro. La realizzazione è stata possibile anche grazie al co-finanziamento della Fondazione Compagnia di San Paolo, che ha contribuito con oltre un milione di euro, di cui circa 500mila destinati all’acquisto del robot.
Terapie innovative e sperimentazioni cliniche
Nei laboratori di produzione vengono preparate terapie onco-ematologiche personalizzate per circa 300 allestimenti giornalieri, destinati a pazienti adulti e pediatrici. Molti dei farmaci utilizzati sono innovativi e rappresentano la nuova frontiera nella cura dei tumori.
Vengono inoltre gestite circa 100 sperimentazioni cliniche, profit e no profit, su farmaci onco-ematologici non ancora approvati per la commercializzazione, fondamentali per valutarne efficacia e sicurezza.
Il riconoscimento delle istituzioni
Per il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, “la Città della Salute e della Scienza di Torino si conferma un punto di riferimento nazionale, capace di coniugare assistenza, ricerca e innovazione”.
AGI - Per l'undicesima Giornata nazionale della salute della donna, dal 22 al 29 aprile,torna la (H) Open Week sulla salute della donna, promossa da Fondazione Onda ETS. Per una settimana, oltre 250 ospedali del network con il Bollino Rosa offriranno gratuitamente alle cittadine visite, esami strumentali, consulenze telefoniche, colloqui a distanza ed eventi informativi. I servizi sono da oggi consultabili sul sito www.bollinirosa.it, attraverso un motore di ricerca indicizzato per regione, provincia e area specialistica.
Fondazione Onda ETS, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, attribuisce dal 2007 il Bollino Rosa agli ospedali che garantiscono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili. Oggi il network è composto da 370 ospedali distribuiti su tutto il territorio nazionale. La (H) Open Week sulla salute della donna rappresenta l'espressione più concreta di questa rete.
Crescita e importanza della prevenzione
Negli ultimi anni, l'iniziativa ha registrato una partecipazione crescente: da 133 ospedali aderenti nel 2020 a 265 nel 2025. Una tendenza che testimonia l'attenzione crescente delle strutture sanitarie verso un approccio di genere e verso la prevenzione come leva strategica di sanità pubblica.
L'impatto e l'offerta multidisciplinare
L'impatto della (H) Open Week si misura anche nei numeri delle prestazioni erogate. Nel 2020, nonostante l'emergenza pandemica, sono stati offerti oltre 2.200 servizi gratuiti, di cui 1.639 visite e consulenze (71%) e 439 esami strumentali (19%). Nel 2025 le prestazioni hanno superato quota 13.300, tra visite, esami strumentali, consulenze telefoniche e attività di sensibilizzazione. Un'offerta ampia e multidisciplinare che coinvolge numerose aree specialistiche, tra cui cardiologia, ginecologia e ostetricia, endocrinologia, neurologia, oncologia ginecologica e medica, senologia, reumatologia, psichiatria, nutrizione e percorsi dedicati alla violenza sulla donna.
Un impegno per la prevenzione e la medicina di genere
Con la (H) Open Week sulla salute della donna, Fondazione Onda ETS rinnova un impegno che negli anni ha coinvolto centinaia di ospedali e garantito migliaia di prestazioni gratuite, contribuendo in modo concreto a diffondere una cultura della prevenzione e della medicina di genere come diritto di salute per tutte.
Due sono le certezze: la prima è che il cessate il fuoco è ufficialmente entrato in vigore. La seconda è che nessuno crede davvero che la tregua possa reggere a lungo. Per il resto Stati Uniti, Israele e Iran non concordano su nulla. E questo fa capire quanto saranno complicati i negoziati che cominceranno venerdì a Islamabad.
Il caos sulla riapertura dello Stretto di Hormuz
Per Donald Trump la condizione base per la tregua era la riapertura dello Stretto di Hormuz. Non è però chiaro quanto rimarrà navigabile né se Teheran farà pagare un pedaggio. Il ministero degli Esteri iraniano ha posto condizioni chiare: le navi che vogliono attraversarlo dovranno coordinarsi con le forze armate iraniane e saranno contingentate. Il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth però ha smentito Teheran confermando che sì, Hormuz è stato riaperto ed è navigabile. Poi ci si è messo pure Trump che ad Abc ha avanzato l’ipotesi di una gestione congiunta iraniana e americana dello Stretto. Il primo (non) risultato della guerra è lampante: quelle che erano acque internazionali rischiano di diventare a pagamento.
Donald Trump (Ansa).
La tregua si estende anche al Libano. Anzi no
Ma i misunderstanding non finiscono qui. Per i mediatori pakistani il cessate il fuoco doveva riguardare anche il Libano. Ma, come si è visto, Israele ha intensificato gli attacchi, liquidati dal presidente Usa come «scaramucce» di cui ci si occuperà in un secondo momento. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti smentito l’estensione della tregua al Paese dei cedri. Teheran dal canto suo ha continuato a bombardare con missili e droni Israele e alcuni impianti petroliferi negli Emirati, in Kuwait e in Arabia Saudita per «rappresaglia» dopo gli attacchi Usa e israeliani. Hegseth ha messo le mani avanti dichiarando che gli attacchi sono continuati a causa di problemi di comando e di comunicazione.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
Il balletto di Trump sulle condizioni del cessate il fuoco
Trump annunciando la tregua aveva dichiarato che le 10 condizioni poste dall’Iran erano una «base praticabile su cui negoziare». Ma anche in questo caso regna l’incertezza. Secondo il Consiglio di sicurezza iraniano, l’elenco include: il controllo dello Stretto, il mantenimento del diritto di arricchire l’uranio, la revoca di tutte le sanzioni e un risarcimento per la guerra. A questo punto è intervenuto il vicepresidente J.D. Vance che mercoledì ha accusato alcuni membri del regime iraniano di mentire su quanto concordato. Sempre mercoledì Trump ha cambiato nuovamente idea. Su Truth ha messo in chiaro che non si riferiva ai famosi 10 punti iraniani ma alla proposta made in Usa in 15 punti, precedentemente respinta da Teheran. Secondo il tycoon l’arricchimento dell’uranio è escluso. «Gli Stati Uniti, lavorando con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la ‘polvere’ nucleare profondamente sepolta», ha scritto The Donald. Aggiungendo che al tavolo dei negoziati si discuterà di riduzione dei dazi e delle sanzioni.
JD Vance (Ansa).
I combattimenti possono riprendere in qualsiasi momento
Insomma la tregua è appesa a un filo. Gli Usa hanno messo in chiaro di essere pronti a riprendere i combattimenti. «Resteremo nei paraggi per assicurarci che l’Iran rispetti gli accordi… siamo pronti a ripartire in qualsiasi momento», ha confermato Hegseth. «Abbiamo il dito sul grilletto, pronti a rispondere a qualsiasi attacco con maggiore forza», hanno ribattuto i pasdaran. Non proprio basi solide da cui partire per un negoziato. Anche perché alcuni ‘dettagli’ non sono proprio stati toccati: i fondi per la ricostruzione dell’Iran, l’eliminazione del programma nucleare e la fine della guerra tra Israele e Hezbollah.
AGI - I carabinieri hanno rintracciato nel Varesotto e arrestato Elia Del Grande, condannato per la 'strage dei fornai', per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali per avere tentato di fuggire in auto provocando lievi lesioni a un militare. Del Grande era scappato da una casa lavoro ad Alba.
La fuga nel giorno di Pasqua
Elia Del Grande, fuggito il giorno di Pasqua da Alba, è stato trovato intorno alle 13 e 30 dai carabinieri della Compagnia di Gallarate a Varano Borghi.
Era alla guida di una Fiat 500 che avrebbe rubato nel cimitero della frazione ‘Lentate’ di Sesto Calende. Le pattuglie hanno incrociato l’auto sulla strada provinciale S18.
La dinamica dell'arresto
Del Grande ha tentato di eludere il controllo fermandosi nella strada di accesso a un’abitazione ma i militari lo hanno raggiunto e bloccato con i loro mezzi.
Uno dei carabinieri si è avvicinato al lato guida intimandogli di scendere e cercando di sottrargli le chiavi. In quel momento, il fuggitivo ha tentato un’ultima disperata manovra, non riuscita, e nella colluttazione, riferiscono i carabinieri, ha provocato lievi lesioni a uno dei militari. La sua fuga, la seconda in pochi mesi da una casa lavoro, è terminata con l’arresto e il trasferimento nel carcere di Varese.
La strage dei fornai
Del Grande, che uccise i genitori e il fratello nella notte tra il 6 e il 7 gennaio 1998 a Castrezzate, era rinchiuso in una casa di lavoro di Alba in attesa che il giudice della Sorveglianza di Torino si pronunciasse sulla sua pericolosità sociale per avere violato la libertà vigilata, prima, e la detenzione, poi, nella casa di lavoro di Castelfranco Emilia.
La condanna e l'evasione dalla casa lavoro
Per la ‘Strage dei Fornai’, era stato condannato in primo grado all’ergastolo e poi a 30 anni, col riconoscimento della seminfermità mentale, di cui 26 anni e 4 mesi scontati.
L’11 novembre del 2025 era ‘evaso’ dalla casa lavoro emiliana, un istituto dove stava contando una misura di sicurezza, un ‘plus’ introdotto nel Codice Rocco, negli anni ‘30’ e utilizzato in alcune rare situazioni quando, finita la pena, il magistrato di sorveglianza dispone quello che viene chiamato l’’ergastolo bianco’ perché non ha un limite determinato.
Decide il magistrato della Sorveglianza quando deve terminare. Del Grande, uscito dalla cella, aveva trovato un lavoro come giardiniere e si era fidanzato, poi era stato di nuovo fermato per una lite con un vicino e portato a Castelfranco Emilia.
Il 30 ottobre del 2025 era scappato criticando in una lettera alla testata Varesenews le case lavoro da lui definite delle carceri “in piena regola”. Il 12 novembre era stato rintracciato nella sua casa di Cadrezzate, dove c’era il forno di famiglia, dopo un’avventurosa fuga anche in pedalò sul lago di Monate.