È morto l’attore statunitense Robert Carradine. Aveva 71 anni e da due decenni combatteva con il disturbo bipolare: si sarebbe tolto la vita. A dare l’annuncio è stata la famiglia, con una nota affidata a Deadline: «In un mondo che può sembrare così buio, Bobby è sempre stato un faro di luce per tutti coloro che lo circondavano. Siamo addolorati per la perdita di questa splendida anima e vogliamo rendere omaggio alla coraggiosa lotta di Bobby contro la sua battaglia. Speriamo che il suo percorso possa illuminare la nostra vita e incoraggiarci ad affrontare lo stigma sulla malattia mentale».
In Lizzie McGuire era il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff
Membro della famiglia cinematografica dei Carradine, nel corso della carriera ha recitato ne I cavalieri dalle lunghe ombre (1980) con i fratelli David e Keith, e ne I cowboys (1972), al fianco di John Wayne. Famoso anche per aver partecipato ai quattro film della serie La rivincita dei nerds, nel ruolo del protagonista Lewis Skolnick, nella serie Lizzie McGuire aveva interpretato il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff. E proprio quest’ultima lo ha ricordato sui social: «Leggere questa notizia fa male. È davvero difficile affrontare una verità del genere su un vecchio amico. Nella famiglia McGuire c’era tanto calore e mi sono sempre sentita amata e protetta dai miei genitori televisivi. Gliene sarò per sempre grata. Sono profondamente triste nel sapere che Bobby stava soffrendo. Il mio cuore è con lui, con la sua famiglia e con tutti coloro che gli hanno voluto bene».
Volodymyr Zelensky si è rivolto agli ucraini e al mondo intero nel quarto anniversario dell’invasione russa. Lo ha fatto con un lungo videomessaggio, in cui viene mostrato anche l’ufficio e i tunnel del bunker di Kyiv dove ha trascorso la maggior parte del tempo nelle fasi iniziali dell’operazione militare di Mosca.
Cosa ha detto Zelensky nel videomessaggio
«Oggi sono esattamente quattro anni da quando Vladimir Putin ha conquistato Kyiv in tre giorni». Zelensky avvia così i 19 minuti del video, che inizialmente lo vede seduto alla scrivania del suo ufficio: «Il nostro popolo non ha issato bandiera bianca, ma ha difeso quella blu e gialla. E gli occupanti, che pensavano di essere accolti da file di fiori, hanno visto file agli uffici di reclutamento militare. Il nostro popolo ha scelto la resistenza».
«Ho lavorato qui, poi sono salito di sopra, mi sono rivolto a voi, al popolo. La nostra squadra era qui, il governo, incontri quotidiani con i militari, telefonate, ricerca di soluzioni: tutto il necessario per la sopravvivenza dell’Ucraina», racconta Zelensky. E poi: «Poche cose scaldano i cuori degli ucraini più delle immagini di installazioni militari nemiche e raffinerie di petrolio in fiamme. Quando è successo per la prima volta ha fatto notizia. Oggi è la normalità». Il capo della Bankova è poi passato a un’affermazione a metà tra l’invito e la frecciata a Donald Trump: «Voglio davvero venire qui un giorno con il presidente degli Stati Uniti. Solo visitando l’Ucraina e toccando con mano la nostra gente e questo mare di dolore, solo allora potrà capire cos’è veramente questa guerra. E chi è l’aggressore». Infine: «Tutti vogliamo che la guerra finisca. Ma nessuno permetterà che finisca l’Ucraina. Vogliamo la pace. Una pace forte, dignitosa e duratura».
Roberto Vannacci entra ufficialmente nel gruppo Ens (Europa delle nazioni sovrane), la famiglia sovranista fondata dall’Afd, dopo essere uscito dai Patrioti per l’Europa in conseguenza del suo addio alla Lega. Lo ha annunciato il capogruppo Rene Aust in conferenza stampa a Bruxelles. «È un onore, mi riconosco totalmente nei principi e ideali di questo gruppo», ha dichiarato l’ex generale. «Sono convinto che assieme lavoreremo benissimo. Seguendo il principio di difendere la sovranità nazionale contro il federalismo europeo, rimuovendo la più grande truffa dell’Ue che è il Green Deal. Ancora, puntiamo a proteggere le tradizioni greco romane che hanno sempre caratterizzando l’Europa e abbiamo una posizione molto chiara in materia di immigrazione, che non è solo importazione di forza lavoro ma anche di cultura e civiltà completamente diverse dalle nostre», ha aggiunto. «Io al momento non faccio parte di nessuna coalizione, il mio partito non fa parte di nessuna coalizione. Il partito è appena nato e sostanzialmente sta per prendere piede. Oggi Futuro Nazionale cammina sulle sue gambe e da solo», ha concluso riguardo al suo posizionamento nel Parlamento italiano.
Aust: «Puntiamo su un’eccellente collaborazione»
«Per noi è un grande onore poterti accogliere nel nostro gruppo e puntiamo su un’eccellente collaborazione», ha detto Aust. «Avremmo accolto solo deputati fedeli ai loro principi, non c’è dubbio in questo caso. Nelle prossime settimane e mesi questa resterà la situazione per fare un lavoro importante al Parlamento europeo e in patria. Abbiamo discusso su punti comuni e differenze e il risultato è che abbiamo pochissime differenze ma possiamo trovare un denominatore comune per la politica economica e migratoria».
La polizia britannica ha rilasciato su cauzione Peter Mandelson, l’ex ministro ed ex ambasciatore negli Stati Uniti che era stato arrestato il 23 febbraio il suo coinvolgimento nel caso Epstein. Era finito dietro le sbarre con la stessa accusa dell’ex principe Andrea: condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche. Mentre era al potere nei primi Anni Duemila, Mandelson – considerato l’eminenza grigia dei governi laburisti di Tony Blair – avrebbe girato a Jeffrey Epstein (così come ad altri finanzieri) informazioni governative segrete, utilizzabili a scopo di lucro.
La sede di Scotland Yard (Ansa).
Di cosa è accusato Mandelson, ex eminenza grigia Labour
Il fermo per Mandelson era scattato dopo le perquisizioni nelle sue proprietà a Londra e nel Wiltshire, sud-ovest dell’Inghilterra: dalle email pubblicate negli Stati Uniti sul caso Epstein sono emerse fughe di informazioni riservate, risalenti al biennio 2009-2010, relative alla stretta fiscale ai bonus dei banchieri e al maxi-intervento da 500 miliardi di euro dell’Ue per il salvataggio degli istituti di credito dopo il crac di Lehman Brothers.
Peter Mandelson e Jeffrey Epstein (Ansa).
Mandelson non è più ambasciatore da settembre
L’arresto di Mandelson era arrivato a pochi mesi la rimozione dall’incarico diplomatico a Washington, avvenuta a settembre, dopo che erano venuti alla luce maggiori dettagli sul legame con Epstein, morto suicida in carcere nel 2019: in alcune email il diplomatico espresse solidarietà e vicinanza all’uomo d’affari dopo il suo arresto per traffico di minori. All’inizio di febbraio, Scotland Yard ha poi avviato un’indagine su Mandelson: quest’ultimo si era dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e dalla Camera dei Lord.
Il governo di Starmer è sempre più sotto pressione
Ovviamente, l’arresto di Mandelson sta mettendo sotto enorme pressione il governo di Keir Starmer, che peraltro ha già perso dei pezzi. Domenica 8 febbraio si è dimesso infatti il capo di gabinetto Morgan McSweeney, che aveva fortemente insistito col premier affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.
Alle 6 di martedì 24 febbraio 2026 sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10 per cento annunciati dal presidente statunitense Donald Trump. Questa nuova imposta, introdotta con un decreto firmato venerdì dopo la sentenza della Corte suprema che ha bocciato le tariffe preesistenti, sostituisce le cosiddette reciprocal tariffs e i balzelli legati al flusso di fentanyl (per Canada, Messico e Cina) stabiliti citando la legge di emergenza economica e bocciati dalla giustizia Usa. Non sostituisce invece i dazi doganali cosiddetti settoriali, che vanno dal 10 al 50 per cento su una serie di settori come il rame, l’automobile o il legno da costruzione, che non erano interessati dalla decisione della Corte. L’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere ha interrotto la riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International emergency economic powers act dichiarati illegali dai giudici. I nuovi dazi resteranno in vigore per 150 giorni, fino alla fine di luglio. Se Trump decidesse di prolungarli dovrebbe a quel punto ricorrere al Congresso.
Dazi al 10 e non al 15 per cento
Dopo la firma del decreto con dazi al 10 per cento, il tycoon aveva annunciato su Truth che avrebbe alzato l’aliquota al 15 per cento. Questo aumento, però, non è ancora stato formalizzato, quindi per ora vale il provvedimento firmato con tariffe al 10 per cento.
Il Mit è in tilt. Ora, pare, in modo meno grave, ma le ultime due settimane sono state un calvario. C’è un allarme informatico al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti che riguarda l’attivazione del nuovo sistema di protocollazione dei documenti. Il protocollo è infatti obbligatorio per schedare in modo univoco tutti i documenti in entrata, in uscita e interni. Ne assicura la tracciabilità, la marcatura temporale e la classificazione, dunque è imprescindibile in ogni procedura e attività. A Porta Pia il nuovo software, lanciato il 9 febbraio scorso, non funziona come dovrebbe e ha finito per ingolfare la gigantesca macchina amministrativa del dicastero, in un momento peraltro delicatissimo alla luce dei tanti dossier infrastrutturali che si affastellano sui tavoli ministeriali.
L’ingresso del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Sindacati della funzione pubblica in allerta
Parlano addirittura di «massima preoccupazione per tale situazione» i sindacatidella funzione pubblica Fp Cgil, Uil Pa e Usb Pubblico impiego che appena venerdì scorso hanno preso carta e penna per scrivere in via riservata ai vertici del dicastero di Porta Pia. Nella mail di cui Lettera43 è entrata in possesso – indirizzata a Lorenzo Quinzi, capo dipartimento per gli Affari generali, e a Francesco Baldoni, direttore generale per la Digitalizzazione – si spiega che «le criticità hanno impattato su tutte le attività istituzionali del Mit sino all’ipotesi di interruzione di pubblico servizio». Le sigle aggiungono che il blackoutdella protocollazione «sta creando difficoltà per tutti gli operatori del Mit e altre ne porterà in futuro», per cui chiedono «con la massima urgenza un’informativa in merito alle motivazioni di tale criticità» e invocano un incontro che ancora non è stato fissato. Raggiunta al telefono, Giordana Pallone, responsabile delle Funzioni centrali per la Fp Cgil, chiosa: «È una materia molto delicata e tecnica. Ed è interesse di tutti risolvere i problemi che ci sono, collaborando in modo fattivo. Forse il nuovo sistema è stato introdotto con un po’ di fretta, forse serviva un periodo di coabitazione tra il vecchio e il nuovo e una formazione pratica più efficace. Qualcosa non sta funzionando, ma siamo tutti convinti che si possa venirne a capo quanto prima».
Lorenzo Quinzi (Imagoeconomica).
Pagamenti e istruttorie bloccati
Fonti qualificate del ministero confermano che è «un problema che blocca i pagamenti e le istruttorie, se non trovi i precedenti…». E aggiungono: «La nota dei sindacati è stata pure garbata. Qualche direttore generale o provveditore è stato molto più duro». Il programma nuovo sostituisce completamente il precedente e, in fase di lancio, sta creando problemi enormi nella gestione del trasloco di tutti i documenti, con tanto di re-indicizzazione. Il fornitore esterno e partner tecnologico è Accenture e si tratta peraltro di un progetto Pnrr (Missione 1) da 41,7 milioni di euro per la migrazione in seno al Polo strategico nazionale, che ha l’obiettivo di dotare la Pubblica amministrazione di un’infrastruttura cloud sicura.
L’incidente potrebbe far rotolare qualche testa
Il nervosismo nei corridoi del Mit è palpabile e secondo qualcuno Baldoni rischierebbe il posto per l’incidente sul sistema di protocollo. Peraltro, il Rup (responsabile unico del progetto) era il dirigente di seconda fascia Giorgio Agrifoglio, che nel frattempo è migrato, lui sì, al ministero della Giustizia. «È più di un anno che i colleghi lavorano con Accenture per questo passaggio alla nuova piattaforma, ma a due settimane dal lancio ancora non ci siamo», spiega un’altra fonte a Lettera43. «Ci sono interi settori che stanno segnalando bug e disservizi, che non vedono gli allegati e soprattutto il fatto di non trovare i precedenti non è cosa da poco». «Attualmente stiamo facendo di necessità virtù e ci arrivano le cose attraverso il sistema Ced Nomentano», chiarivano dal Mit lo scorso fine settimana riferendosi al vecchio Centro elaborazione dati della Motorizzazione, in via Nomentana. Qualcun altro instilla veleno: «Mentre il ministro Salvini si divertiva alle Olimpiadi invernali, qui siamo rimasti con le mani nei capelli».
Francesco Baldoni (Imagoeconomica).
«Totale marasma» tra investimenti da finalizzare e il Recovery verso la chiusura
Insomma, «un totale marasma», sussurrano dalle stanze del dicastero, un guaio che non ci voleva nel momento in cui il Mit deve finalizzare i circa 40 miliardi di euro di investimenti collegati al Pnrr che a esso fanno capo, con il Recovery ormai a pochi mesi dalla chiusura. Poi ci sono i dossier caldi della rete ferroviaria e dell’Altra velocità e capacità, il Piano casa, le grandi opere al palo come il Ponte sullo Stretto, le infrastrutture idriche. Tanta carne al fuoco. «Eppure sono stati fatti moltissimi test, ma qualcosa non va», chiosano dal ministero. Gira voce, non confermata, che addirittura fosse stata lanciata da Porta Pia una richiesta d’aiuto alla presidenza del Consiglio. Vedremo se il guaio informatico sarà risolto a breve o se toccherà agli uomini di Giorgia Meloni togliere le castagne dal fuoco a Matteo Salvini.
Kirill Budanov, capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, ha annunciato che entro questa settimana potrebbe avere luogo un nuovo ciclo di colloqui volti a porre fine alla guerra in Ucraina, indicando come possibili date giovedì 26 e venerdì 27 febbraio. «Siamo attualmente in fase di preparazione. È una questione di protocollo: quando, chi verrà e così via. Tutte e tre le parti devono essere d’accordo su questo. Anzi quattro parti, incluso chi ospita», ha detto Budanov. Le parti in causa sono l’Ucraina e la Russia, ovviamente, a cui si aggiungono gli Stati Uniti e la Svizzera, che dovrebbe ospitare ancora i colloqui a Ginevra. Budanov, parlando con i giornalisti, ha affermato che non ci sono ancora dettagli su un possibile incontro tra i presidenti di Ucraina e Russia. «Abbiamo sollevato la questione», ha detto, aggiungendo che Mosca non ha ancora fornito una risposta. Dall’inizio dell’anno Russia e Ucraina hanno tenuto diversi round di colloqui con la partecipazione degli Usa: anche l’ultimo (17-18 febbraio) si è svolto a Ginevra.
Obiettivo chiudere entro i primi giorni di marzo. La settimana che si apre potrebbe essere cruciale per il destino di un’altra riforma che la maggioranza di centrodestra vuole portare a casa al più presto, oltre a quella della giustizia. Prima del referendum confermativo del 22-23 marzo, il centrodestra intende avviare l’iter per cambiare la legge elettorale.
L’obiettivo è sganciare la riforma elettorale dell’esito referendario
L’accelerazione è stata decisa lunedì scorso, nell’ultimo vertice tra i leader del centrodestra. E la motivazione politica è sostanzialmente quella di voler ‘sganciare’ la modifica della legge elettorale dall’esito del voto referendario, qualunque esso sia. «Non vorremmo dare l’idea di cambiare la legge perché, deboli, abbiamo fretta di andare al voto dopo aver perso il referendum», è il ragionamento. «Né, d’altra parte, di modificarla perché, con la vittoria del sì, vogliamo forzare».
Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Il centrodestra vuole disinnescare le minacce del Rosatellum
Il testo va presentato prima, quindi. Tema non certamente appassionante per il grande pubblico, la modifica del sistema di voto è in realtà cruciale per il panorama politico futuro perché potrebbe addirittura cambiare l’esito delle elezioni dell’anno prossimo, favorendo uno schieramento rispetto all’altro. Ed è proprio per disinnescare le minacce del Rosatellum, soprattutto nei collegi uninominali del Sud dove il centrosinistra unito potrebbe avere la meglio, che la maggioranza lavora a un superamento dell’attuale legge elettorale. L’idea è di chiudere a breve e presentare una proposta – è sufficiente una legge ordinaria – in entrambe le Camere per poi valutare in seguito dove far partire l’iter parlamentare.
Elezioni politiche del 2022 (Imagoeconomica).
L’ipotesi di inserire il leader di coalizione nel programma
L’impianto della legge sarà proporzionale con un premio di maggioranza che scatterebbe se una coalizione raggiungesse il 40 per cento dei voti. Il premio però non farebbe ottenere automaticamente il 55 per cento dei seggi ma garantirebbe ai vincitori 70 posti alla Camera e 35 al Senato. Per quanto riguarda le soglie di sbarramento si starebbe valutando di mantenere quelle attuali: 3 per cento per le liste singole, 10 per cento per chi è in coalizione. Non dovrebbero passare le preferenze, tanto care a FdI, mentre una novità delle ultime ore sarebbe l’obbligo di introduzione dell’indicazione del leader della coalizione, non sulla scheda elettorale, ma nel programma con cui la coalizione si presenta agli elettori. Una clausola contenuta nel Porcellum, con cui si votò nel 2006 quando Romano Prodi sconfisse Silvio Berlusconi. Ma che questa volta potrebbe portare difficoltà al centrosinistra, diviso sulla scelta della leadership, costringendolo a fare le primarie di coalizione.
Romano Prodi e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).
La proposta di ballottaggio e la contrarietà della Lega
Infine, altra novità di cui si starebbe discutendo è un meccanismo che prevederebbe il ballottaggio: il secondo turno scatterebbe se due coalizioni non arrivassero al 40 per cento ma superassero il 35. Ma non tutti gli alleati sarebbero favorevoli a questo meccanismo. La Lega, per esempio, è tradizionalmente contraria. Così contraria che, un anno fa, presentò un emendamento al decreto elezioni in cui proponeva di eliminare il secondo turno per chi non avesse raggiunto il 40 per cento alle Comunali.
AGI - “Al mio arrivo, ho visto molte persone ferite e molte persone che aiutavano noi pompieri a prendere in carico i feriti. Tra queste ultime c’era anche Jacques Moretti”. È un interrogatorio tra le lacrime quello di David Vocat, il capo dei pompieri di Crans Montana che, dalla notte dell’incendio al ‘Le Constellation’, ha raccontato ai pm di vivere “un incubo senza fine”. Nell’ultimo dossier delle indagini della Procura vallese depositato dalle parti c’è anche il verbale della sua audizione come testimone.
Quella serata di lavoro era cominciata bene, nulla lasciava presagire l’inferno che si sarebbe portato via 41 persone, la gran parte ragazzi e ragazze e la serenità di una località nota per le sue piste di sci. I vigili del fuoco avevano rafforzato la loro presenza in vista del Capodanno perché, spiega Vocat, “alla fine di dicembre a causa dei prati secchi c’era il rischio di roghi e negli anni precedenti avevamo vissuto molti fuochi di sterpaglia. Per questo motivo, avevamo chiesto alle autorità politiche un divieto di fare fuoco sui tre comuni di nostra competenza. Ho costituito un team di servizio in caserma dalle 22:00 alle 02:00 con la presenza di 14 vigili del fuoco in caserma e 3 distaccati a Randogne, pronti per un intervento. Ci siamo organizzati per passare il tempo insieme. Avere 15 persone in caserma è una situazione eccezionale. Intorno all’una e mezza, ci siamo detti che avremmo potuto passare una serata tranquilla e riaggiornarci per un punto alle due. Ma abbiamo ricevuto l’allarme dalla centrale della polizia cantonale. Era un’allerta rossa che sul "Fuoco al bar ‘Le Constellation’". Un allarme rosso è un evento di grande portata”.
Il capitolo dei soccorsi e le critiche
E qui Vocat apre il capitolo dei soccorsi, sui quali alcuni legali di parte civile hanno espresso delle critiche quanto a tempestività ed efficacia. “Ho preso contatto con la CEN (centrale di impegno della polizia cantonale) per avere informazioni complementari. Mi hanno informato che si trattava di un fuoco con esplosione. È per questo che ho mobilitato mezzi supplementari chiedendo immediatamente due elicotteri. Poi, ho organizzato le partenze dei primi mezzi di soccorso, persone che potevano intervenire direttamente arrivando sul posto con apparecchi di protezione della respirazione pronti a essere utilizzati. I primi mezzi sono partiti molto rapidamente. Le prime decisioni sono state prese solo 15 minuti dopo l'allarme. È stato messo in sicurezza anche tutto il perimetro con la polizia cantonale e intercomunale. Si sono decisi gli interventi e individuato un’area dove mettere gli elicotteri. Immaginavo che ci sarebbero stati molti feriti. Poi, mi sono recato io stesso sul posto: arrivato sul posto, 10-12 minuti dopo l'allarme per me (3-5 minuti dopo per i primi), il capo dell'intervento aveva già preso le prime misure”. Vocat spiega che “la comunicazione era complicata perché la rete Polycom, la radio nazionale della sicurezza, era saturata”. “Era una situazione di caos e di guerra, come non si vede mai nella vita e bisogna affrontarla al meglio che si poteva” sintetizza.
L'incubo che non finisce e il sostegno psicologico
C’è spazio anche per una domanda sul suo stato d’animo. “Mi sento in un incubo che non finisce mai. Penso enormemente a tutte le famiglie che hanno perso i loro figli, che si occupano dei feriti e cerco di tenere occupato il mio gruppo di colleghi e me stesso al meglio perché è importante. Ho ridotto la mia attività del 50%”. “David Vocat piange” annotano chi trascrive il verbale. “Devo continuare a salvare le persone e a occuparmi delle persone che sono volontari e non avrebbero mai dovuto vivere una situazione come questa. Abbiamo subito ingaggiato degli psicologi d'urgenza di Ginevra. Per quanto mi riguarda, ho avuto un sostegno quotidiano durante le due settimane che sono seguite. Nessuno nella mia compagnia ha cessato la sua attività. So che in altre compagnie sì. Questo è stato forse dovuto alla presa in carico e al sostegno del loro comandante”.
A un mese dal referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo, un sondaggio condotto da Ixè sulle intenzioni di voto ha evidenziato il sorpasso del “no”, collocato tra 51,3 e il 54,3 per cento, a fronte del “sì” dato tra il 45,7 e il 48,7 per cento. Il sondaggio precedente, condotto a gennaio, delineava un pareggio. Nell’indagine di novembre, invece, risultava nettamente in vantaggio il “sì”, dato al 53 per cento rispetto al 47 per cento del “no”.
Il 46 per cento degli elettori è intenzionato ad andare a votare
Per quanto riguarda l’affluenza, secondo il sondaggio il 46 per cento degli elettori risulta fortemente intenzionato ad andare a votare per il referendum. E in tal senso si conferma una propensione più marcata nell’elettorato di sinistra e centro sinistra. Massiccia la fetta degli indecisi, che per l’indagine ammontano al 40 per cento degli aventi diritto.
La maggioranza degli italiani è ben informata sul referendum
Tra le persone interpellate, il 55,7 per cento dichiara di conoscere i temi oggetto del referendum. A gennaio, la quota era fermata si fermava al 45 per cento e ancora prima, a novembre, al 39 per cento. Al momento, secondo l’indagine di Ixé, la maggioranza degli italiani è dunque ben informata sul referendum: solo il 13 per cento ha dichiarato di non aver nemmeno sentito parlare della consultazione referendaria.