L’Ok Boomer in realtà cancella i 40enni

Con questa espressione già diventata meme i giovanissimi chiedono un cambiamento radicale. Una ribellione che però può sfociare in un'inedita alleanza tra energia e competenze. Ma che non contempla né millennial né generazione X.

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Così metteva in guardia il movimento del ’68, per bocca di Jack Weinberg, attivista radicale del Free Speech Movement di Berkeley. Ma potremmo pure evocare «L’immaginazione al potere» e «Una risata vi seppellirà», ma solo per ricordare che le utopie giovanili devono sempre fare i conti con la forza del sistema. Che da sempre è in mano agli adulti. L’immagine di Greta Thunberg che parla all’Onu e incrocia Donald Trump è diventato un meme. Giusto per riferirsi a quello che tiene banco da una paio di settimane e che ha in «Ok Boomer» l’espressione con cui un adolescente, in un video diventato virale sul social cinese TikTok, risponde a chi definisce folle l’idealismo giovanile.

LA RICHIESTA DI UN CAMBIAMENTO SOSTANZIALE

Ma aggiunto che Ok Boomer si è subito trasformato in merchandising, giusto per ribadire che il business non fa sconti nemmeno agli ideali, ricorderemo che il conflitto generazionale non è una novità. È da 50 anni che va in onda, in un alternarsi di scoppi e di pacificazioni, anche se ora sembra riproporsi in una versione più arrabbiata. Per quanto ancora gentile, servita con la punta di ironia con cui la giovanissima deputata neozelandese Chlöe Swarbrick ha detto «Ok Boomer» al collega più anziano che ha interrotto il suo discorso sui cambiamenti climatici. Il Peace and Love di sessantottesca memoria, al pari dello spirito new age e Grunge di fine secolo o della composta rassegnazione con cui giovani e giovanissimi hanno risposto negli ultimi anni a chi li ha definiti “generazione sdraiata” o Choosy, sta lasciando il posto a una combattiva richiesta di cambiamenti sostanziali

GENERAZIONE Z CONTRO BOOMER

I baby boomer sono i principali accusati. Visti dalla generazione Z, come quelli che hanno «munto la mucca sino a ridurla quasi a secco», per usare la metafora di Time. Nonni e padri che lasciano a figli e nipoti un Pianeta surriscaldato, un’economia a rotoli, un sistema finanziario rapace, uno stato sociale sempre più in difficoltà a garantire il presente e ancor più il futuro.

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Tuttavia questo conflitto, per ritornare sulle considerazioni della volta scorsa sull’auspicabile alleanza fra Sardine e Draghi, cioè fra energia e entusiasmo mixato a competenza e autorevolezza, ha una particolarità. Non solo di suggerire una versione positiva e propositiva di «Ok Boomer», cioè un’alleanza fra generazioni estreme per un cambiamento reale, ma anche di evidenziare come le generazioni di mezzo (30-50 e in particolare i 40enni) siano assenti. Apparentemente, almeno, non interessate a trasformazioni forti, dunque sostanziali e sistemiche. 

I 40ENNI SONO NATIVI CONSUMISTI

Devo però fare due premesse. Quando parlo di boomer disponibili a sostenere progetti di radicali cambiamenti, mi riferisco a 60enni e oltre dallo spirito evergreen e con competenze riconosciute. Cioè credibili e autorevoli come mentori e registi di un processo lasciato interamente nelle mani delle giovani generazioni. E questi boomer sapiens sono una minoranza nella loro classe d’età. Soprattutto in Italia. Quando viceversa mi riferisco ai 30/50enni ho in mente una classe d’età che, certo con eccezioni, non ha le sensibilità e abilità della gen Z e nemmeno l’esperienza e le carriere professionali dei boomer. Soprattutto i 40enni non sono nativi digitali bensì nativi consumisti.

I 30 e 50enni, con eccezioni, non hanno le abilità della gen Z e nemmeno l’esperienza dei boomer. E i 40enni non sono nativi digitali bensì nativi consumisti

Sono cioè cresciuti in una società dei consumi matura, anzi opulenta. Hanno avuto molto in termini di gratificazioni economiche, ma hanno coltivato attese eccessive. Nel contempo che sono cresciuti in un contesto sociale spoliticizzato: sempre meno caratterizzato dalla presenza dei partiti e sempre più illuminato dalla tivù e dalla pubblicità. Generazione X, compresa fra il 1961 e il 1980, e millenial (1981- 1995) sono, sia pure in modo diverso, vittime della fase post-moderna, segnata dalla fine delle Grandi Narrazioni, ovvero delle ideologie e delle appartenenze forti. Generazioni di passaggio, in transito: dalla tivù a internet, dal sogno americano (ricchi, felici e realizzati) all’incubo della “generazione mille euro”. Mi spezzo ma non mi impiego è il titolo del romanzo di Antonio Bajani che ha raccontato le vite giovanili in stile Ikea.

UNA GENERAZIONE SOSPESA

In Italia questa “generazione sospesa” ha prodotto e non poteva che produrre poco o niente sul piano dell’innovazione. Scivolando spesso nell’antipolitica: attratta dalle piazze del Vaffa Day, dalla promessa  di rottamazioni mai avvenute, da annunciate successioni ancora da venire, leadership di giornata e nuovi partiti sfidanti la vanagloria. Scorrono le immagini bipartisan dei 30-40 enni dell’ultimo decennio.

Sorprende che la gen Z sia molto più vicina e simile alle generazioni che hanno costruito l’attuale benessere e non a quelle che lo hanno solo sfruttato

Angelino Alfano, Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Giovanni Toti, Carlo Calenda. È con questi che la politica è diventata meme, selfie, streaming, twitteria da barbieri. Sovente una pagliacciata, ma che in Italia spesso annuncia guai seri. Si ride amaro infatti di fronte a chi annuncia che «la povertà è stata abolita» per decreto, che la magistratura sta dando la caccia «non al mostro ma al senatore di Scandicci», che l’Emilia-Romagna deve essere «liberata dal comunismo».

IL RISCATTO DEI GIOVANISSIMI

Ma se è vero che a tutto c’è un limite, al punto più basso e disperante della politica italiana accade quel che nessuno s’aspettava e men che mai aveva osato sperare. Che giovani e giovanissimi perlopiù, la generazione Z, scendesse e scenda ogni volta più numerosa, in piazza, riprendendo il filo di una comunicazione intergenerazionale interrotta da tempo. Da quando diventar grandi, ovvero la socializzazione politica, era garantita dalla trasmissione di valori e pratiche fra classi d’età contigue: erano i fratelli maggiori e i loro amici a introdurre i più giovani alla vita politica e partitica. Ed erano i più vecchi i garanti di un progressivo passare di consegne, che riguardava anche l’accesso ai ruoli dirigenti.

C’è chi paragona la gen Z alla Silent generation, nata fra il il 1928 e il 1945. Entrambe tendono a valorizzare i legami familiari, a essere avverse al rischio e ottimiste. Forse perché cresciute in periodi di declino economico

Era una dialettica, anche di potere e non solo fra generazioni, che alimentava una società nella quale il sistema delle attese e delle ricompense era in equilibrio. Il progressivo allargamento del ceto medio, sino a comprendere i due terzi della società, con le relative opportunità di lavoro e reddito garantite più o meno a tutti in modo abbastanza uniforme, ne è stata la felice espressione.

UNA QUESTIONE DI FIDUCIA

Ora non si tratta di vagheggiare quel tempo e quella società. Però sorprende ed è beneaugurante che la gen Z sia molto più vicina e simile alle generazioni che hanno costruito l’attuale benessere che non a quelle che lo hanno solo sfruttato. Ci sono numerose ricerche che evidenziano i molti punti valoriali che i 20enni d’oggi hanno in comune con i loro nonni, con la carica ideale che è stata dei figli del boom. Addirittura c’è chi si spinge ancor più indietro paragonando la gen Z alla Silent generation, nata fra il il 1928 e il 1945. Entrambi i gruppi tendono infatti a valorizzare i legami familiari, a essere avversi al rischio, parsimoniosi e ottimisti, forse perché cresciuti in periodi di pesante declino economico. Ecco allora che si può concludere rovesciando il presupposto iniziale sotteso all’Ok Boomer: chi ha 20 anni può fidarsi di chi ne ha più di 60. A patto ovviamente che siano stati ben spesi. E confermino quel che ha scritto Ernest Hemingway: «I vecchi non sono più saggi, sono solo più attenti».

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All’Italia servirebbe un’alleanza tra Draghi e Sardine

Giovani e giovanissimi da una parte e over 50 competenti, proprio come l'ex presidente della Bce, dall'altra. Solo dal loro dialogo il Paese potrebbe ripartire. Dopo il fallimento della generazione mediana, lasciata sola a gestire il sogno edonista (e irrealizzabile).

Mario Draghi. Ieri salvatore dell’euro e dell’Europa. Domani magari presidente della Repubblica o premier e, perché no, mentore del movimento delle Sardine.

Fantascenario che certo è una battuta, ma anche un auspicio e la rappresentazione ideale di una società italiana completamente rifondata. Che vuole lasciarsi alle spalle 20 anni e più di cattiva politica, di protagonismi maleducati e incompetenze esibite.  

Draghi e Sardine. Per dire della necessità urgente di un reset del Sistema. Che tuttavia della mobilitazione di piazza anti-leghista accoglie soprattutto la richiesta di “buona politica”, depurata da un leaderismo sguaiato e demagogico. E coglie, credo, il dato più interessante e utile in prospettiva nell’inedita convergenza di generazioni che sono anagraficamente distanti, quasi remote fra loro.

L’ETÀ DI MEZZO VITTIMA DEL DISINCANTO

Le Sardine infatti nella loro attuale composizione sono perlopiù giovani e giovanissimi con presenza significativa di 50/60enni e oltre. Piuttosto che di 40enni, intesi come generazione di mezzo, fascia d’età che si allunga di cinque-10 anni sia in basso che in alto, comprendendo 30enni maturi e 50enni “suonati”. Ovvero quell’Italia di mezzo, che essendo cresciuta e formatasi in una società sempre più spoliticizzata, è culturalmente, anche per effetto di lunga esposizione alla tivù commerciale, ovvero a una “programmazione populista”, attratta dalle sirene leghiste e sovraniste. Ma riferendomi ai 35-50enni devo aggiungere che questi non hanno vissuto la stagione delle grandi lotte politiche di piazza, ma quella del disincanto. Quindi sono fisiologicamente refrattari alla partecipazione politica e alla militanza partitica. Ma sono anche poco digitali: usano perlopiù solo i social, perché non richiedono competenze specifiche e abilitanti. Ciò spiega anche perché questa classe d’età sia la più sensibile alla propaganda, alla comunicazione emozionale.

IN PIAZZA C’È LA CONVERGENZA DI GENERAZIONE Z E I BABY BOOMER

Le piazze che si stanno riempiendo di Sardine vedono la convergenza di generazione Z e della parte più giovane dei millenial, con la fascia di baby boomer più colta e benestante. In questo senso si può convenire con chi parla di piazze sardiniste caratterizzate e fisicamente occupate dal ceto medio urbano. E nel segnalare come questa convergenza sia in linea col fenomeno, definito da The EconomistSocialismo dei millenial”, che è nato e si sta sviluppando in Inghilterra e Usa. E che vede un numero crescente di giovani e giovanissimi sostenere e votare Bernie Sanders e Jeremy Corbyn (che conta appunto molto sui nuovi elettori per le prossime elezioni del 12 dicembre). E che ha la sua icona nella più giovane congresswomen  della storia parlamentare statunitense: Alexandria Ocasio-Cortez.

MANCA OGNI RIFERIMENTO AI LEADER DEGLI ULTIMI 20 ANNI

I due estremi generazionali che vengono colmati e pareggiati da una richiesta di “buona politica” trovano una spiegazione convincente in un comune rimpianto: per i primi esprime desiderio di provare quel che è stato loro raccontato e che ormai è storia, mentre per i secondi è voglia di ritrovare gli ideali e le pratiche della giovinezza. Non casualmente manca del tutto qualsiasi riferimento alla sinistra di governo, ai leader democratici di quest’ultimo ventennio. Non rivoluzionari veri né riformisti convinti, ma aggiustatori mediocri di un sistema che ha penalizzato soprattutto i giovani. Sono infatti Enrico Berlinguer e la “meglio gioventù” i più citati ed evocati dalle Sardine. Ovviamente con tutte le retoriche e le amnesie che ogni riscoperta si porta appresso. 

UNA GENERAZIONE SCHIACCIATA

Disintermediazione è la parola chiave di questi anni e prevedibilmente, con più forza distruttiva, dei prossimi. Ma curiosamente o paradossalmente questo processo si manifesta anche sulle età della vita e sulle dinamiche generazionali e intergenerazionali. Non sono solo i corpi sociali e i quadri produttivi intermedi, le mezze stagioni e le mezze porzioni a essere disintermediati. Ma anche le classi d’età di mezzo, quelle situabili fra i 35 e i 50 anni che scontano oggi, come non era mai accaduto prima, il fatto di non essere più anelli di congiunzione fra giovinezza e maturità, ma invece delle interruzioni, se non delle fratture, generazionali. Oggi, infatti, le classi d’età di mezzo sono compresse, schiacciate, non potendo competere con i nativi digitali, sul piano delle abilità e competenze tecnologiche, ma nemmeno con i 60/70enni sul piano dell’esperienza.

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Anche perché sono entrati nel mercato del lavoro tardi, così come tardi si sono sposati e non hanno fatto figli. Non sono svelti e intuivi come i 20enni, ma nemmeno riflessivi e con la cultura del lavoro dei più anziani. Sono quelli che pur essendo ancora giovani anagraficamente, hanno meno futuro degli altri. Sono furbi, però con bassa propensione etica, perché hanno coltivato grandi attese e sogni di gloria, essendosi formati nei decenni 80 e metà 90, quelli dell’edonismo reaganiano, della glorificazione del successo e dei soldi. Ma proprio per questo anche il molto che materialmente hanno sembra a loro poco. Quasi niente. Per questo sono eversivi, ma non rivoluzionari. Prova è che i Gilet gialli francesi sono 50enni, così come il grosso dell’elettorato leghista e sovranista in Italia.

L’ITALIA RINCORRE ANCORA IL TRENO DELL’INNOVAZIONE

In tale contesto e considerato che la classe politica e di governo attuale, più che mai sgangherata, è nelle mani di leader (Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Giorgia Meloni e mettiamoci anche Giuseppe Conte e Carlo Calenda) che anagraficamente stanno, appunto, nell’età di mezzo, si comprende perché abbiamo perso, come Paese, lo spirito imprenditoriale, la creatività e la voglia di lavorare che hanno fatto grande l’Italia nei due decenni postbellici. Nel contempo non siamo riusciti ad agganciarci al treno dell’innovazione, non solo tecnologica, che ormai è in piena corsa in numerosi altri Paesi e che di questo passo rischiamo di perdere definitivamente. 

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Le Sardine a Bologna.

I GIOVANI HANNO BISOGNO DI GUIDE RICONOSCIUTE

Non ci resta che confidare nella discesa in piazza di giovani e giovanissimi, in grado, vista la velocità con la quale si sono materializzati dal nulla, di dare vita a qualcosa di radicalmente nuovo. Una politica più gentile e capace di tradurre, in forme più avanzate di partecipazione e rappresentanza, le enormi possibilità offerte dall’economia digitale. Visto che sin qui, come scrive il sociologo svedese Adam Ardvisson (Changemakers: The Industrious Future of the Digital Economy ), «l’uso migliore che abbiamo saputo trovare per l’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data è la pubblicità mirata su Facebook per uno shampoo o un app per ordinare la pizza senza dover alzare il telefono». Mentre invece serve urgentemente regolare la sharing economy e avere idee concrete su cosa farsene del blockchain.

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E qui, certo, sono zeter e millenial che devono immaginare il mondo e la società che verranno. Naturalmente migliori di quelli attuali. Ma potranno realizzarli solo accantonando idee di rottamazione e di scontro generazionale, del quale, peraltro, Quota 100 è un bell’incentivo, il cui solo aspetto positivo è rendere evidente quanto la politica e i politici che l’hanno voluto sono obsoleti. Nonostante siano anagraficamente giovani. E di contro quanto giovani e giovanissimi abbiano bisogno non di vecchi narcisi (giornalisti soprattutto) che fanno ironie su gretini e Sardine, bensì di vecchi sapienti e competenti. Capaci di indicare futuri possibili e auspicabili. In forza di leadership riconosciute e ispirate. Come Mario Draghi, appunto.

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Quella sindrome del buffone che inquina la nostra politica

Ormai a forza di promesse impossibili, battute e semplificazioni il dibattito è diventato un circo. Dove vince chi la spara più grossa o la butta in caciara. Senza nessun rispetto per la verità. Ma comportarsi come le parodie crozziane non porta fortuna.

«Non comprerei un’auto usata da nessuno dei due». È il commento di un lettore del Guardian all’indomani del primo confronto elettorale televisivo fra Jeremy Corbin e Boris Johnson, giudicato da un altro «così deprimente» da indurre un terzo lettore a definirlo «non un dibattito ma un circo».

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA POLITICA

Gli interessati però non se ne danno pena. Anzi, come un po’ tutti gli altri leader, in Europa e negli Usa, non si rendono conto di essere ai minimi storici di credibilità e fiducia. Parlano e straparlano con una leggerezza che è particolarmente penosa quando affrontano temi seri e riducono la complessità di molti problemi a battute. Non capiscono di essere ridicoli, proprio quando fanno i duri e le sparano grosse, perché sono degli orfani di partito. Vittime della scomparsa delle tradizionali strutture partitiche, che garantivano contraddittorio e confronto interni, dunque la possibilità di ricredersi, rettificare, aggiustare i pensieri, modificare le proposte. Non capiscono perché sono preda di un narcisismo che soprattutto i social hanno fatto deflagrare. Incapaci di autocritica, dunque di autovalutazione, sono invariabilmente sordi a qualsiasi osservazione, anche da parte di amici (non solo di Facebook), e incapaci di chiedere scusa o dichiararsi pentiti anche quando hanno fatto o detto una cazzata. 

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Boris Johnson.

IL CASO DEL SINDACO DI BIELLA

Naturalmente ci sono eccezioni. Ultimo, ma da sincero applauso, il sindaco di Biella, il leghista Claudio Corradino, che dopo avere negato la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e averla offerta a Ezio Greggio, si è pubblicamente pentito della “cretinata” commessa. Ma qui più del peraltro fulminante hastag #biellaciao colpisce che a indurre alle scuse sia stato lo stesso Greggio, cioè un comico vero e non un politico in vena di battute. Ma su questa rovesciamento di ruoli tornerò. Ora volevo segnalare come le “cazzate” – traduzione letterale del saggio del 1986 del filosofo Harry G.Frankfurt e ripubblicato nel 2005 On Bullshit – e soprattutto la loro proliferazione in un ambito serio come è stato e dovrebbe essere la politica, scaturiscono dalle proprietà che hanno, appunto, le cazzate. Ovvero parole, secondo la teoria di Frankfurt applicata alla comunicazione, intese a persuadere senza riguardo per la verità. Il bugiardo, nella quotidianità, si preoccupa della verità e cerca di nasconderla; al bullshitter viceversa non importa se ciò che dice è vero o falso, ma solo se gli ascoltatori sono persuasi.

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L’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi.

LE TRISTI COMICHE E LE PROMESSE IMPOSSIBILI

In questa luce si comprende perché i leader con i testa quelli populisti e sovranisti siano i più prolifici nello sparare promesse impossibili e nel fare a gara a chi rende più facile, secondo il classico meccanismo pubblicitario, la soluzione di emergenze epocali o di vertenze economiche molto complicate. È il famoso «uomo che non deve chiedere mai (scusa)» che ispira Capitan Salvini quando dice e ridice che «la droga fa male», ignorando che non è quello il problema evocato dalle sue dichiarazioni sul caso Cucchi. Con l’ex ministra del Mezzogiorno, la grillina Barbara Lezzi che auspica, in tandem con il compagno di partito Manlio Di Stefano, la miticoltura come risposta occupazionale alla chiusura dell’Ilva, siamo invece nei film di Totò. Con le cozze al posto dell’acciaio, alle comiche di governo. Ciak si gira: Azione. Per evocare l’ultimo scherzo (a parte): il nuovo partito di Carlo Calenda. Che dimostra come anche nel centrosinistra si faccia molta fatica a fare i conti con la realtà. Ovvero a leggerla, a interpretarla e in qualche modo anticiparla. Ma soprattutto a capire bene se si sta scherzando o facendo sul serio. 

MEME E TORMENTONI AUMENTANO IL RIDICOLO

Due casi recenti lo mostrano con vivezza. Il primo è la mobilitazione delle Sardine che ha spiazzato tutti, ma in modo particolare il leader leghista preso in contropiede da un evento assolutamente imprevisto, per la velocità e dimensione assunta dalla protesta di piazza anti-Lega. Il secondo è il tormentone cucito addosso a Giorgia Meloni dopo il comizio di San Giovanni: «Sono una donna….sono cristiana…sono una madre….». Questo meme, chiaramente canzonatorio, è diventato virale. Ha fatto il botto, ha spaccato, come si dice in gergo. A quel punto l’interessata, ma anche una vasta schiera di giornalisti e comunicatori, pure non simpatizzanti, ha cominciato a pensare e dire che lo sfottò anziché mettere in ridicolo la leader di Fratelli d’italia l’ha resa più simpatica.

Giorgia Meloni in piazza San Giovanni.

La satira avrebbe funzionato al contrario. Ma davvero quella caricatura ha reso più popolare Giorgia Meloni? Meno truce e minacciosa e più glam e spiritosa? Non scherziamo. L’ho chiesto a molti giovani, universitari e liceali: tutti hanno detto che fa ridere. Ennesima conferma che quando non si vuole capire non si capisce. O meglio si capisce che a destra prevale assolutamente la convinzione che è importante che se ne parli. Bene o male, vero o falso, per tornare alla teoria delle cazzate, non fa differenza. Perché l’unica cosa che conta è che un messaggio, un volto, una situazione, una protesta, legittima o meno, si fissino nell’immaginario collettivo del momento. Siano memorizzati. Diventino, appunto, un meme, un messaggio semplificato ma per questo ben più efficace di tanti discorsi. 

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Il leader della Lega Matteo Salvini.

GATTINI PERDENTI CONTRO LE SARDINE

La comparsa del movimento autoconvocato delle Sardine segnala però alcune rilevanti novità. Anzitutto la rapidità con cui è montato e ha scalato l’attenzione dell’opinione pubblica. In secondo luogo l’efficace azione di contrasto («Abbiamo imparato a fare il tuo lavoro in sei giorni») alla Bestia leghista. Che alle Sardine ha risposto con i gattini, #gattiniconSalvini, che rappresentano però il grado zero dei social, ma anche della comunicazione. Oltre che della politica trasformata nel cartoon di Gatto Salvini. In terzo luogo, ma è la novità più significativa, la comparsa di un uso gentile dei social. Evocando “sardine slegate”, anziché paure e “uomini neri” (parliamo di Bibbiano), si dice basta all’idea e pratica populista del trolling, dell’uso disinvolto e aggressivo di fake, degli attacchi personali. Il tweet più condiviso è stato infatti un tweet umoristico: «Politico vero risponde con fatti, politico finto risponde con gatti» firmato @VujaBoskov.

LEADER TRASFORMATI IN PARODIE CROZZIANE

Ora non so se i nostri politici capiranno che è ora di smettere di dire “cazzate”. Ma soprattutto di non ridere quando vengono presi in giro, pensando che mostrarsi spiritosi renda simpatici e popolari. Luigi Di Maio ad esempio, venerdì scorso a Accordi&Disaccordi, sulla Nove, invitato a guardare Maurizio Crozza che lo imitava ha detto che per lui «è un onore» essere preso in giro. Sarebbe troppo ricordargli che, certo in altri tempi, un grande leader come Enrico Berlinguer quando fu raffigurato, in una vignetta di Forattini, in vestaglia e pantofole sulla poltrona di casa, mentre gli operai sfilavano in corteo, si infuriò e con lui tutto il popolo comunista. Ma sarà bene che consideri che due segretari del Pd, entrambi poi fuoriusciti, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, sono naufragati nel momento in cui hanno cominciato a comportarsi e parlare come le loro parodie crozziane. «Oh ragassi! non siamo qui a pettinare le bambole» è una frase in qualche modo storica. Nel ribadire il carattere alla lunga auto-distruttivo del politico che si traveste da comico e fa battute. Anche perché è provato, come dimostrano Beppe Grillo e Volodymyr Zelenski in Ucraina, che se la politica diventa una comica, allora è meglio affidarsi a un comico vero.


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Perché investire nelle biblioteche è un vero atto rivoluzionario

Questi luoghi sono da sempre infrastrutture sociali fondamentali. Ma sono le prime vittime dei cronici e bipartisan tagli alla Cultura. Eppure formare cittadini consapevoli non dovrebbe avere prezzo.

Cinque miliardi in più ci vorrebbero. Ma si accontenterebbe di 3, il ministro dell’Istruzione e Università Lorenzo Fioramonti. Finirà, dopo il confronto parlamentare sulla legge di Bilancio, per avere niente. Se gli andrà bene, anzi di lusso, manterrà il bilancio che ha. Senza tagli.

L’ALLERGIA BIPARTISAN PER GLI INVESTIMENTI IN CULTURA

È da 20 anni, infatti, da quando l’allora governo Berlusconi lanciò il famoso proclama «non metteremo le mani in tasca agli italiani» che le vittime sacrificali del malgoverno nazionale, di destra, sinistra e centro più o meno allo stesso modo, sono la scuola, l’università e la cultura. L’unica differenza è che i governi di sinistra lo hanno fatto con un po’ di magone e leggero atto di contrizione, mentre quelli di destra con una dichiarata soddisfazione e un malcelato senso di liberazione.

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Se infatti Paolo Gentiloni, come premier dichiarò timidamente, fra il disappunto dell’editore Giuseppe Laterza, di essere troppo impegnato per leggere libri, Lucia Borgonzoni, allora sottosegretaria leghista ai Beni culturali del governo gialloverde, ammise candidamente di non avere letto un libro negli ultimi tre anni. In linea, peraltro, con il suo elettorato e il suo leader. Se è vero che Matteo Salvini ha fatto selfie ovunque, si è esibito sulla ruspa e più recentemente alla Fiera dei cavalli di Verona e al November Porc di Polesine Parmense, non lo si è mai visto in una biblioteca, in un museo e con un libro in mano.

Le biblioteche sono infatti infrastrutture sociali, ovvero luoghi e occasioni di incontro, fra persone di diversa estrazione sociale, ma anche di sesso, età, orientamenti ideali e convinzioni politiche

Ma aggiunto che Borgonzoni è ora candidata per la prossima sfida elettorale in Emilia-Romagna, segnaleremo che in questa regione c’è un’efficiente rete di biblioteche pubbliche. Arriviamo così al tema di oggi: le biblioteche, appunto, una delle espressioni delle istituzioni culturali più importanti, anche dal punto di vista sociale, ma fra le più colpite dai tagli economici. Perché, evidentemente fra le meno considerate come fattore essenziale di formazione della persona, del cittadino e per estensione di una comunità aperta, consapevole, solidale.

La nuova biblioteca di Helsinki costata 98 milioni.

UN DEGRADO DIMENTICATO

Le biblioteche sono infatti “infrastrutture sociali”, ovvero luoghi e occasioni di incontro, fra persone di diversa estrazione sociale, ma anche di sesso, età, orientamenti ideali e convinzioni politiche. Che per ragioni contingenti entrano in relazione, dunque imparano a conoscersi, dovendo condividere uno spazio comune secondo precise regole: minime e banali, ma da tutti rispettate. Come stare in silenzio e concentrarsi, aspettare che si liberi un posto di lettura o una postazione internet, mettersi in fila per richiedere un libro. Ce lo ricorda uno splendido articolo del sociologo Eric Klinenberg della New York University, recentemente riproposto dall’aggregatore civico City Lab: «Preoccupati di meno delle buche nelle strade e di più del degrado delle biblioteche». 

VIVERE SENZA LIBRI: I NUMERI DELL’ITALIA

Certo il titolo è paradossale nel momento in cui Venezia va sott’acqua, a Napoli s’aprono voragini nelle strade e le buche di Roma continuano a fare notizia. Ma che nulla toglie, anzi sottolinea i danni sociali generati dalla trascuratezza dei luoghi fisici deputati alla formazione culturale e allo sviluppo di legami e relazioni sociali. Certo il degrado di ponti, viadotti e scuole pubbliche è visibile, i danni cognitivi e formativi di chi vive in assenza di libri no. Solo in apparenza però e se lo sguardo è distratto. Perché la povertà educativa, che è effetto ma anche causa della povertà economica e lavorativa, è figlia diretta di chi non legge e di chi, pur essendo gratuite, non frequenta biblioteche. Nel 2016, il 52,8% dei ragazzi italiani non aveva letto nemmeno un libro nell’anno precedente. Solo il 15% delle persone con più di 6 anni ne ha frequentata una nell’ultimo anno.

La povertà educativa, effetto ma anche causa della povertà economica e lavorativa, è figlia diretta di chi non legge e di chi, pur essendo gratuite, non frequenta biblioteche

La riflessione di Klinenberg ci sollecita a riconsiderare il ruolo fondamentale che hanno avuto e che non hanno più da 20-30 anni le biblioteche. Negli Usa come nel nostro Paese e un po’ in tutt’Europa si è addirittura disinvestito lasciando deperire la rete e le strutture bibliotecarie. E forse non è casuale che questo abbandono si sia accompagnato al crollo delle vendite di libri e giornali, di contro all’ascesa del consumo televisivo e di una programmazione sempre più commerciale. Con esito ulteriore di un ancor più drammatico ridursi della partecipazione politica e civica e del contatto, anche fisico, fra persone di età, condizione sociale e professionale diverse.

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Le biblioteche sono infrastrutture sociali allo stesso modo di numerosi altri luoghi in cui avviene questo fondamentale scambio relazionale. Come scuole e campi da gioco e sportivi. Anche le chiese e le associazioni culturali fungono da infrastruttura sociale, quando sono aperte. Allo stesso modo dei mercati e degli esercizi commerciali (caffè e bar) che però consentano alle persone di stare insieme indipendentemente da ciò che devono comperare o consumare. Sono cioè “spazi terzi”, secondo la definizione del sociologo Ray Oldenburg, che favoriscono i legami sociali, offrono spazio di interazioni, incoraggiano relazioni più durature.  Innumerevoli amicizie strette tra genitori, e poi intere famiglie, iniziano perché due bambini usano la stessa altalena… Praticare regolarmente uno sport di squadra favorisce, scrive Klinenberg, «l’amicizia fra persone con diverse preferenze politiche o diverso status etnico, religioso o di classe, esponendole a idee che probabilmente non incontrerebbero fuori dal campo».

LE LIBRERIE ITINERANTI E L’ALFABETIZZAZIONE

Tuttavia le biblioteche hanno un di più, un valore aggiunto, rispetto alle altre infrastrutture sociali. Promuovono la voglia di sapere, conoscere e dunque comprendere altri mondi, altre vite, altre storie. E questo è ciò che le rende cruciali per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili. Sono strumenti di promozione ma anche sistemi di sicurezza.

Questi luoghi promuovono la voglia di sapere, conoscere, comprendere altri mondi, altre vite, altre storie. E questo è ciò che le rende cruciali per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili

Eppure un gran numero di cittadini, con in testa politici e governanti, non ne ha consapevolezza. Ignari e ignoranti, ignorano che la democrazia, l’emancipazione delle classi lavoratrici, lo sviluppo dei partiti di massa hanno avuto nelle biblioteche e nelle librerie popolari itineranti uno strumento fondamentale di alfabetizzazione culturale e consapevolezza politica.

SEGUIAMO L’ESEMPIO DI HELSINKI

È quasi incredibile – ma vero – che ci sia stato un tempo, fra 800 e 900 in Inghilterra, dove capi sindacali ed educatori della working class, nel momento in cui promuovevano scuole domenicali e cattedre ambulanti, auspicavano la lettura dei classici per le masse. Ma ancor più incredibile però altrettanto vero è che ci sia oggi un città europea, Helsinki, dove è stata inaugurata l’anno scorso una biblioteca costata 98 milioni di euro. Un paradiso del libro, ma anche una “fabbrica di cittadinanza”, perché nei suoi tre piani e in un contesto di raffinato design, oltre a 100 mila libri, ci sono caffè, teatro, sale per la musica e i videogiochi, postazioni internet e stampanti 3D, laboratori e spazi per riunioni ed eventi. Un luogo come ha detto il suo direttore Tommi Laitio, rispondendo anche alle critiche sul costo eccessivo della struttura, dove «puoi essere la tua persona migliore…e costruire il tuo futuro». E questo è impagabile.

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Perché investire nelle biblioteche è un vero atto rivoluzionario

Questi luoghi sono da sempre infrastrutture sociali fondamentali. Ma sono le prime vittime dei cronici e bipartisan tagli alla Cultura. Eppure formare cittadini consapevoli non dovrebbe avere prezzo.

Cinque miliardi in più ci vorrebbero. Ma si accontenterebbe di 3, il ministro dell’Istruzione e Università Lorenzo Fioramonti. Finirà, dopo il confronto parlamentare sulla legge di Bilancio, per avere niente. Se gli andrà bene, anzi di lusso, manterrà il bilancio che ha. Senza tagli.

L’ALLERGIA BIPARTISAN PER GLI INVESTIMENTI IN CULTURA

È da 20 anni, infatti, da quando l’allora governo Berlusconi lanciò il famoso proclama «non metteremo le mani in tasca agli italiani» che le vittime sacrificali del malgoverno nazionale, di destra, sinistra e centro più o meno allo stesso modo, sono la scuola, l’università e la cultura. L’unica differenza è che i governi di sinistra lo hanno fatto con un po’ di magone e leggero atto di contrizione, mentre quelli di destra con una dichiarata soddisfazione e un malcelato senso di liberazione.

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Se infatti Paolo Gentiloni, come premier dichiarò timidamente, fra il disappunto dell’editore Giuseppe Laterza, di essere troppo impegnato per leggere libri, Lucia Borgonzoni, allora sottosegretaria leghista ai Beni culturali del governo gialloverde, ammise candidamente di non avere letto un libro negli ultimi tre anni. In linea, peraltro, con il suo elettorato e il suo leader. Se è vero che Matteo Salvini ha fatto selfie ovunque, si è esibito sulla ruspa e più recentemente alla Fiera dei cavalli di Verona e al November Porc di Polesine Parmense, non lo si è mai visto in una biblioteca, in un museo e con un libro in mano.

Le biblioteche sono infatti infrastrutture sociali, ovvero luoghi e occasioni di incontro, fra persone di diversa estrazione sociale, ma anche di sesso, età, orientamenti ideali e convinzioni politiche

Ma aggiunto che Borgonzoni è ora candidata per la prossima sfida elettorale in Emilia-Romagna, segnaleremo che in questa regione c’è un’efficiente rete di biblioteche pubbliche. Arriviamo così al tema di oggi: le biblioteche, appunto, una delle espressioni delle istituzioni culturali più importanti, anche dal punto di vista sociale, ma fra le più colpite dai tagli economici. Perché, evidentemente fra le meno considerate come fattore essenziale di formazione della persona, del cittadino e per estensione di una comunità aperta, consapevole, solidale.

La nuova biblioteca di Helsinki costata 98 milioni.

UN DEGRADO DIMENTICATO

Le biblioteche sono infatti “infrastrutture sociali”, ovvero luoghi e occasioni di incontro, fra persone di diversa estrazione sociale, ma anche di sesso, età, orientamenti ideali e convinzioni politiche. Che per ragioni contingenti entrano in relazione, dunque imparano a conoscersi, dovendo condividere uno spazio comune secondo precise regole: minime e banali, ma da tutti rispettate. Come stare in silenzio e concentrarsi, aspettare che si liberi un posto di lettura o una postazione internet, mettersi in fila per richiedere un libro. Ce lo ricorda uno splendido articolo del sociologo Eric Klinenberg della New York University, recentemente riproposto dall’aggregatore civico City Lab: «Preoccupati di meno delle buche nelle strade e di più del degrado delle biblioteche». 

VIVERE SENZA LIBRI: I NUMERI DELL’ITALIA

Certo il titolo è paradossale nel momento in cui Venezia va sott’acqua, a Napoli s’aprono voragini nelle strade e le buche di Roma continuano a fare notizia. Ma che nulla toglie, anzi sottolinea i danni sociali generati dalla trascuratezza dei luoghi fisici deputati alla formazione culturale e allo sviluppo di legami e relazioni sociali. Certo il degrado di ponti, viadotti e scuole pubbliche è visibile, i danni cognitivi e formativi di chi vive in assenza di libri no. Solo in apparenza però e se lo sguardo è distratto. Perché la povertà educativa, che è effetto ma anche causa della povertà economica e lavorativa, è figlia diretta di chi non legge e di chi, pur essendo gratuite, non frequenta biblioteche. Nel 2016, il 52,8% dei ragazzi italiani non aveva letto nemmeno un libro nell’anno precedente. Solo il 15% delle persone con più di 6 anni ne ha frequentata una nell’ultimo anno.

La povertà educativa, effetto ma anche causa della povertà economica e lavorativa, è figlia diretta di chi non legge e di chi, pur essendo gratuite, non frequenta biblioteche

La riflessione di Klinenberg ci sollecita a riconsiderare il ruolo fondamentale che hanno avuto e che non hanno più da 20-30 anni le biblioteche. Negli Usa come nel nostro Paese e un po’ in tutt’Europa si è addirittura disinvestito lasciando deperire la rete e le strutture bibliotecarie. E forse non è casuale che questo abbandono si sia accompagnato al crollo delle vendite di libri e giornali, di contro all’ascesa del consumo televisivo e di una programmazione sempre più commerciale. Con esito ulteriore di un ancor più drammatico ridursi della partecipazione politica e civica e del contatto, anche fisico, fra persone di età, condizione sociale e professionale diverse.

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Le biblioteche sono infrastrutture sociali allo stesso modo di numerosi altri luoghi in cui avviene questo fondamentale scambio relazionale. Come scuole e campi da gioco e sportivi. Anche le chiese e le associazioni culturali fungono da infrastruttura sociale, quando sono aperte. Allo stesso modo dei mercati e degli esercizi commerciali (caffè e bar) che però consentano alle persone di stare insieme indipendentemente da ciò che devono comperare o consumare. Sono cioè “spazi terzi”, secondo la definizione del sociologo Ray Oldenburg, che favoriscono i legami sociali, offrono spazio di interazioni, incoraggiano relazioni più durature.  Innumerevoli amicizie strette tra genitori, e poi intere famiglie, iniziano perché due bambini usano la stessa altalena… Praticare regolarmente uno sport di squadra favorisce, scrive Klinenberg, «l’amicizia fra persone con diverse preferenze politiche o diverso status etnico, religioso o di classe, esponendole a idee che probabilmente non incontrerebbero fuori dal campo».

LE LIBRERIE ITINERANTI E L’ALFABETIZZAZIONE

Tuttavia le biblioteche hanno un di più, un valore aggiunto, rispetto alle altre infrastrutture sociali. Promuovono la voglia di sapere, conoscere e dunque comprendere altri mondi, altre vite, altre storie. E questo è ciò che le rende cruciali per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili. Sono strumenti di promozione ma anche sistemi di sicurezza.

Questi luoghi promuovono la voglia di sapere, conoscere, comprendere altri mondi, altre vite, altre storie. E questo è ciò che le rende cruciali per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili

Eppure un gran numero di cittadini, con in testa politici e governanti, non ne ha consapevolezza. Ignari e ignoranti, ignorano che la democrazia, l’emancipazione delle classi lavoratrici, lo sviluppo dei partiti di massa hanno avuto nelle biblioteche e nelle librerie popolari itineranti uno strumento fondamentale di alfabetizzazione culturale e consapevolezza politica.

SEGUIAMO L’ESEMPIO DI HELSINKI

È quasi incredibile – ma vero – che ci sia stato un tempo, fra 800 e 900 in Inghilterra, dove capi sindacali ed educatori della working class, nel momento in cui promuovevano scuole domenicali e cattedre ambulanti, auspicavano la lettura dei classici per le masse. Ma ancor più incredibile però altrettanto vero è che ci sia oggi un città europea, Helsinki, dove è stata inaugurata l’anno scorso una biblioteca costata 98 milioni di euro. Un paradiso del libro, ma anche una “fabbrica di cittadinanza”, perché nei suoi tre piani e in un contesto di raffinato design, oltre a 100 mila libri, ci sono caffè, teatro, sale per la musica e i videogiochi, postazioni internet e stampanti 3D, laboratori e spazi per riunioni ed eventi. Un luogo come ha detto il suo direttore Tommi Laitio, rispondendo anche alle critiche sul costo eccessivo della struttura, dove «puoi essere la tua persona migliore…e costruire il tuo futuro». E questo è impagabile.

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La vera minaccia è la politica dei Mastrolindo

Slogan, promesse irrealizzabili, jingle. Da Berlusconi a Salvini, Di Maio e Renzi, i leader sono pubblicitari pronti a offrire soluzioni in stile Trivago o Facile.it. Ma così il disastro è dietro l'angolo.

La democratizzazione del desiderio. Ovvero tutti hanno diritto a tutto. Cose serie e frivole, bisogni e sogni allo stesso modo. Perché l’erba voglio oggi cresce dappertutto e con una velocità che riesce addirittura a divorare se stessa. Desiderare il desiderio è diventato perfino più importante dell’oggetto desiderato

DESIDERI ILLIMITATI, RISORSE LIMITATISSIME

Chi ricorda «Il tuo prossimo desiderio» (spot dell’Ariston) oggi fa i conti con una realtà in cui non si fa in tempo a soddisfarne uno che ce ne sono altrettanti, se non di più, che attendono soddisfazione.

Come abbiamo potuto farci abbagliare da promesse di benessere e felicità così grossolane, così splendenti da non indurci nel sospetto che anziché d’oro siano di latta?

Certo per la società dei consumi – ha scritto John Seabrook in Nobrow: The Culture of Marketing, the Marketing of Culture – «nulla potrebbe essere più minaccioso del fatto che la gente si dichiarasse soddisfatta di quel che ha». Però è drammatico, per riprendere alcune considerazioni della volta scorsa, che i desideri siano diventati illimitati, che tutto sia desiderabile e teoricamente ottenibile. Senza curarsi, anche distrattamente, se si hanno le indispensabili risorse economiche, ma anche intellettuali, culturali, professionali.

DALLA INSODDISFAZIONE SI GENERA IL POPULISMO

Perché l’inevitabile scarto fra desiderio e realtà, mediamente grande per tutti, è generatore alla lunga di una profonda insoddisfazione sociale. Della quale i populisimi, variamente espressi nel mondo occidentale, ne sono l’espressione aggiornata. Con il loro carico di protesta, rabbia, ribellismo che si gonfiano fino a esplodere nei confronti di tutto ciò che viene identificato come responsabile delle promesse mancate, dei desideri inevasi, delle attese frustrate. Ciò che qui interessa però è come abbiamo potuto ridurci così. Come abbiamo potuto farci abbagliare da promesse di benessere e felicità così grossolane, così splendenti da non indurci nel sospetto che anziché d’oro siano di latta?

SIAMO SOMMERSI DA SPOT

La risposta è presto detta. Sono stati i pubblicitari e la pubblicità a ridurci così. Ma senza poteri occulti che hanno tramato e senza un disegno ideologico o una pianificata strategia. La circonvenzione d’incapaci – noi tutti – è avvenuta quasi spontaneamente, con tanta più forza persuasiva quanto più quella ideologia ha lavorato instancabilmente. Entrando in tutte le trame del vivere quotidiano, installandosi al centro del sistema massmediale, estendendo il paesaggio pubblicitario nei tanti modi oggi osservabili guardandosi intorno, camminando per la città, spostandosi in metro, muovendosi in auto.

La pubblicità non è né di sinistra né di destra. È la neutralità che la rende efficacissima. Ed è la sua efficacia che l’ha resa linguaggio principe

Ovunque si sia o si vada non manca mai un’immagine o un messaggio promozionale. Siamo letteralmente sommersi dalla pubblicità. Si stima che veniamo raggiunti in media da 3.000 messaggi al giorno. Ma non ci facciamo più caso. Perché quest’azione di avvolgimento e coinvolgimento è avvenuta in modo dolce. È partita da lontano, ha lavorato per anni, giorno per giorno, Come la goccia che scava il sasso ci siamo alla fine convinti che «Impossible is nothing» (Adidas) e che «Per tutto il resto c’è Mastercard».

LA PUBBLICITÀ È NEUTRALE E PER QUESTO EFFICACE

La pubblicità si è installata al centro del sistema, senza resistenze, se non timide nei decenni 60 e 70 di contestazione del sistema consumistico. Perché come tutte le ideologie forti, funziona non venendo percepita come tale. Nel pensiero corrente la pubblicità non è né di sinistra né di destra e nemmeno di centro. È la neutralità che la rende comunicazione efficacissima. Ed è la sua efficacia che l’ha resa linguaggio principe. D’altra parte è stata ed è proprio la politica, se non la prima, la più grande vittima della pubblicità. Al punto di arrivare a identificarsi con essa. Assumendone stile e modalità comunicativa, facendone proprie strategie e tecniche persuasive. In ossequio al principio che in pubblicità non bisogna dirle giuste ma bene. E che spararle grosse non solo si può ma si deve.

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Dal momento che un annuncio non ha alcun obbligo di verità: è comunicazione non informazione. Peraltro a chi interessa, ammesso sia verificabile, se «Scavolini è la cucina più amata dagli italiani»? Ciò che conta, come dicono i pubblicitari, è che si fissi il concetto, che passi il messaggio

FORZA ITALIA, LA SOTTOMISSIONE DELLA POLITICA ALLA RECLAME

Questo processo di sovrapposizione e nel contempo di sottomissione della politica alla pubblicità ha in Italia una data ufficiale: la nascita di Forza Italia, il partito creato dal nulla, modellato su Publitalia e impostosi alle prime elezioni nelle quali si presentò forte di una campagna pubblicitaria sulle reti Mediaset che per pressione, ovvero numero di spot trasmessi nei 40 giorni di campagna elettorale (1.127 con punte di 61 al giorno) era un’assoluta novità; che equiparava il partito di Silvio Berlusconi ai brand del largo consumo. Il promesso «nuovo miracolo italiano» si impose all’attenzione dei consumatori/elettori con forza persuasiva simile a «Se non ci fosse bisognerebbe inventarla» (Nutella) e «Dove c’è Barilla c’è casa». 

SI È IMPOSTA LA LOGICA ALLA «O COSÌ O POMÌ»

Ciò che però va sottolineato non è il carattere imbonitorio del messaggio politico, nel momento in cui diventa tout court pubblicitario, ma il fatto che promettere miracoli, palingenesi della domenica, risoluzione di problemi ed emergenze epocali è diventato normale. Credibile, evidentemente, per gli elettori/consumatori. Ma alla lunga deleterio e distruttivo per l’intera società. In primo luogo perché si è imposta la logica semplificatoria della pubblicità, che non conosce mezze misure: «O così o Pomì».

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La personalizzazione e l’attuale leaderismo che ne conseguono s’accompagnano alla speculare scomparsa dei partiti come portatori di visioni collettive e concezioni condivise del mondo e della società. Ora ogni partito è il suo leader. Che la canta e la suona come vuole. O meglio che se la twitta e se la posta (a pagamento), con propensione personalistica massima nel caso di Matteo Salvini e della Lega. Sull’account personale da marzo a ottobre sono stati spesi 161.608 mila euro, in quello del partito 845.

PROMESSE ROBOANTI E DIETROFRONT SDOGANATI

L’incrudelimento del confronto politico è causa ed effetto dell’esagerato aumento di tono delle promesse, tanto roboanti e giocate sull’emozione anziché sulla ragione, da colpire nell’immediato, a caldo, ma da svanire velocemente. È così che, annunciata la cancellazione della povertà per decreto o l’abolizione delle accise sulla benzina, si può senza pudore alcuno contraddirsi o addirittura smentirsi. Dimenticarsi delle promesse fatte. Ma non di aizzare i propri gruppi d’acquisto e fan club. Perché la pubblicità non conosce, né riconosce smentite o contraddizioni. Per dirla in pubblicitariese «mente sapendo di mentine».

BASTA CON I CAPITAN FINDUS E I MASTROLINDO

Ora cambiare registro, smettere con la politica del «pulito sì, fatica no», e ritornare a promesse realistiche, sarebbe auspicabile. Sommamente. Però non è all’ordine del giorno. Pensare che basti proibire la pubblicità della politica, come ha annunciato Twitter, è una pia illusione. Anche perché Facebook non lo farà. Allo stato attuale sarebbe già un risultato se si facesse strada, almeno, la consapevolezza che più la politica diventa annuncio, teatrino in streaming, offerta di soluzioni in stile Trivago o Facile.it, più il disastro si avvicina.

Non è il fascismo che minaccia di ritornare, ma qualcosa di perfino peggio, anche se allegro come un jingle. Perché la democrazia «non è come il vino che invecchiando migliora»

Però non è il fascismo che minaccia di ritornare, ma qualcosa di perfino peggio, anche se allegro come un jingle. Perché la democrazia, con le sue libertà e difese dei diritti civili e personali, «non è come il vino che invecchiando migliora». Lo scrive l’ultimo numero di The Economist citando una ricerca apparsa sull’American Political Science Review che ammonisce «a non dare per scontata la democrazia». Che anzi, in Italia, è più che mai in pericolo se i vari Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi continuano a travestirsi da Capitan Findus, Omino Bianco e Mastrolindo.

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