C’è un Paese in cui i medici scioperano, i pronto soccorso scoppiano, le liste d’attesa si allungano come elastici tirati al limite e la prevenzione è finita in coda alla lista dei desideri. Quel Paese è l’Italia del 2025. E alla Salute c’è Orazio Schillaci, professore, medico nucleare, ex rettore: l’uomo che doveva “curare” il sistema sanitario nazionale e invece si è ritrovato — o si è lasciato ritrovare — a certificarne il peggioramento.
I risultati di Schillaci in tre anni di governo
Appena arrivato al ministero, nel 2022, ha fatto ciò che tutti i tecnici fanno quando approdano in politica: ha stilato un elenco di priorità. Riduzione delle liste d’attesa, più assunzioni, rilancio della prevenzione. Parole solenni. Poi i fatti: abolizione dell’obbligo di mascherina negli ospedali, reintegro dei sanitari non vaccinati, qualche slogan sulla “normalizzazione post-Covid”. Senza contare la polemica sulla commissione vaccini poi prontamente revocata. Subito dopo, il silenzio. Nel frattempo, i problemi strutturali restavano tutti lì: mancano medici, infermieri, fondi, un’edilizia sanitaria decente e perfino il coraggio politico di dire «non ce la facciamo». Nel 2024 ha promesso 10 mila assunzioni nel SSN: un esercito che non arriverà mai. Nel 2025 la legge di bilancio — scritta più a Via XX Settembre che a Lungotevere Ripa — taglia di fatto le gambe a quelle promesse: i fondi per il triennio scendono da 5 miliardi a 2,6. Addio personale, addio liste d’attesa più brevi, addio sanità “rafforzata”. E quando gli Stati Uniti rilanciano la politica dei prezzi farmaceutici MFN (Most Favored Nation) che rischia di far lievitare i costi dei medicinali in Europa del 15-25 per cento, Schillaci tace. Né tavoli, né iniziative, né un accenno a Bruxelles. Risultato: la spesa farmaceutica aumenta, la prevenzione arretra, e il ministro più che della Salute pare della Malattia cronica.

La mancanza cronica di medici e infermieri
Nel Documento programmatico di bilancio 2025 il governo annuncia +2,4 miliardi al Fondo sanitario nazionale. Un applauso. Poi arriva il gioco di prestigio. Perché, come scrive La Stampa, la sanità esce azzoppata. Nel triennio si perdono 10 mila assunzioni tra medici e infermieri. Nel primo anno l’aumento è di 2,4 miliardi rispetto alla legge precedente (totale circa 6 miliardi), ma il MEF lo gonfia a 7,4 miliardi includendo l’incremento di 1,3 già previsto nel 2025. Il trucco è tutto qui: ingigantire i numeri come un soufflé e servire l’illusione di un investimento record. La “sforbiciata” vera però arriva subito dopo: per il 2027 i fondi aggiuntivi calano da 3,5 a 2,6 miliardi, e il 2028 resta uguale — dimezzando di fatto i 5 miliardi che Schillaci sbandierava. A farne le spese è, come detto, il piano assunzioni: nel primo anno i medici scendono da 2.300 a 1000, gli infermieri da 9.700 a 6 mila. A fine triennio, i nuovi ingressi nel SSN saranno 20 mila anziché 30 mila. Gli aumenti di stipendio? Rimpiccioliti: l’indennità di specificità di 220 euro lordi promessa ai medici sparisce dai radar. Gli infermieri, invece, vedranno un aumento reale di 40 euro, non i 110 annunciati. E il dettaglio più surreale è che, mentre il SSN avrebbe bisogno di almeno 2.600 medici all’anno solo per rimpiazzare chi va in pensione, e oltre 3.700 per recuperare le liste d’attesa, Schillaci ne mette sul piatto meno di un terzo.
La prevenzione può attendere
E mentre si taglia sul personale, si taglia anche sulla prevenzione: 700 milioni il primo anno, un miliardo nei due successivi, cioè meno screening al seno e ai polmoni. Poi, con la bacchetta magica, spunta il “premio” per l’industria farmaceutica: +0,5 per cento al tetto di spesa, circa 700 milioni, che riducono il payback per le aziende del farmaco. Tradotto, ciò che si toglie alla prevenzione lo si dà a Big pharma. Nel frattempo si osserva il disastro da bordo campo: Pierino Di Silverio (Anaao) parla di «ennesima delusione per le promesse disattese»; Filippo Anelli (Fnomceo) chiede di «vincolare al personale una quota del Fondo sanitario»; Elly Schlein calcola che servirebbero «almeno 5,5 miliardi l’anno in più per tornare alla media europea»; Giuseppe Conte parla di «briciole», Nicola Fratoianni di «definanziamento strutturale», Angelo Bonelli ricorda che «100 miliardi vanno alle spese militari mentre la sanità pubblica affonda».
Meno screening significa maggior spesa in futuro
E mentre i grafici del MEF mostrano curve ascensionali, nei reparti la curva è un’altra: quella dell’esasperazione. Pazienti che attendono mesi per una risonanza, medici allo stremo, infermieri che fuggono all’estero. Lo screening mammografico per le donne 45-49 e 70-74 anni — misura pronta e raccomandata — viene rimandato al 2026. Nel frattempo, gli italiani pagano di tasca propria: oltre 40 miliardi di spesa out-of-pocket nel 2023, pari al 22 per cento della spesa sanitaria totale, contro il 15 per cento di media Ocse. Pagano, e sono più scontenti: l’Italia è tra i Paesi con minore fiducia nel proprio servizio sanitario. Ogni euro tolto alla prevenzione oggi si trasforma in tre euro di spesa in più domani, ma al ministero — si direbbe — la calcolatrice è scarica.

Se si crede nel SSN allora ci si investe
Riassumendo: «Mettiamo più risorse». Sì, ma le future si tagliano. «Rafforziamo gli screening». Certo, dal 2026. «Riduciamo le liste d’attesa». Con 10 mila operatori in meno? Auguri. «La prevenzione conviene». Ma resta il bancomat dove attingere quando serve coprire qualcos’altro. È la commedia del galleggiamento: Schillaci dice «salviamo il SSN», però firma le carte che lo affondano lentamente. Schillaci, anziché chiedere conto al collega Giancarlo Giorgetti, sembra ringraziarlo. La sintesi brutale? Se davvero credi nella prevenzione e nel SSN pubblico, metti soldi e metti personale. Non rinvii e non tagli. E se il ministero dell’Economia ti sega i piedi, o lo combatti in Consiglio dei ministri, o ti dimetti. La via di mezzo è un onorevole galleggiamento che costa vite e miliardi.

La Sanità letta dalle agenzie di rating
Immaginate una sala fredda, grafici su Bloomberg, un analista Fitch che scorre il file “Italy – Health & Governance 2025”. Cosa vedete?
- Governance debole: le priorità del ministero non si riflettono nei numeri (il che porta al cosiddetto execution risk).
- Capitale umano in fuga: meno medici, più malati cronici, meno produttività.
- Spesa privata in aumento: 40 miliardi nel 2023, welfare pubblico che arretra.
- Sostenibilità compromessa: tagliare prevenzione oggi equivale a pagare il triplo domani.
E poi la frase che gela: «La qualità istituzionale appare indebolita; il rischio sociale cresce nel profilo-Paese». Perché, per chi valuta un debito sovrano, la sanità non è un “tema sociale”: è una variabile di stabilità macro. Oggi Fitch ci ha portato a BBB+ (da BBB), S&P conferma BBB+ stabile, Moody’s tiene Baa3 outlook positivo, DBRS BBB (high). Ma basta un inciampo strutturale — tipo il collasso della sanità pubblica — perché quell’outlook torni negativo. L’agenzia non criticherà mai il ministero, ma tradurrà la sostanza in burocratese finanziario: il settore sanitario rappresenta un punto di vulnerabilità crescente nel profilo di policy italiano. Ed è un messaggio chiaro quanto un ECG impazzito: i mercati vedono le corsie d’ospedale tanto quanto vedono i rendimenti dei BTP.
L’Italia ha ancora la febbre alta
Se Schillaci resta in silenzio mentre la sanità pubblica cede pezzo dopo pezzo, non è più “un ministro che ha sbagliato”: è un ministro che partecipa al disfacimento del diritto alla cura. E non è un dettaglio interno: per chi presta soldi all’Italia, è un campanello d’allarme. Tagliare la sanità non è una manovra tecnica. È un segnale politico che attraversa i mercati, che racconta quanto uno Stato crede — o non crede più — nella salute come infrastruttura nazionale. Il rating non misura solo debito e PIL: misura la tenuta morale e civile di un Paese. E su questo, per ora, il termometro segna febbre alta.
