Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks

È tutto in una tabella. Date, causali, importi. E poi una cifra che fa scattare la miccia: 49.174.987 euro. Open il 2 febbraio la raccontava così: tra il primo luglio e il 24 dicembre 2025 la gestione commissariale di Ilva avrebbe versato ad ArcelorMittal — mentre è in causa con il gruppo per cifre enormi — quasi 50 milioni di euro per attività di decontaminazione previste dal contratto d’affitto degli impianti (articolo 20.4). A stretto giro è arrivata la smentita dei commissari che ha spento la prima fiamma: non è stata pagata ArcelorMittal, dicono. Il destinatario è Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, cioè la società che oggi gestisce gli impianti. La confusione è nata da un refuso rimasto in un allegato, dove comparirebbe ancora la vecchia denominazione “ArcelorMittal Italia”.

Passi per il refuso, ma quei rimborsi esistono

Fine? No. Perché il punto non è il nome sbagliato. Il punto è che quei pagamenti esistono, sono ricorrenti e si inseriscono in un assetto che assomiglia a un paradosso amministrativo: due amministrazioni straordinarie che si incastrano. Da un lato Ilva, commissariata, che gestisce un conto pubblico destinato a spese ambientali e voci collegate (il “conto speciale 6055”). Dall’altro Acciaierie d’Italia, commissariata, che gestisce gli impianti e riceve rimborsi e sostegni per non fermare tutto. I documenti ufficiali del conto 6055 parlano chiaro. Nel secondo semestre 2022 risultano rimborsi per «decontaminazione» ex art. 20.4 pari a 47.184.785 euro. Nel secondo semestre 2023 la stessa voce vale 39.129.067 euro. Nel secondo semestre 2024 cambia il beneficiario, coerentemente con la nuova gestione, e compaiono «rimborsi ad Acciaierie d’Italia in A.S.» per 33.003.520 euro. Sempre nel 2024 appare un’altra riga che pesa più di molte dichiarazioni pubbliche, perché tradotta in italiano corrente significa: tenere in piedi l’autorizzazione ambientale senza la quale lo stabilimento non può operare. Sono 23.594.600 euro per la garanzia finanziaria legata all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’ex Ilva (Imagoeconomica).

Dove sono finiti esattamente i soldi?

A questo punto però sorgono tre domande. Questi soldi, voce per voce, che cosa hanno pagato? “Decontaminazione” non è una parola magica. Vuol dire cantieri, fornitori, stati di avanzamento, controlli, collaudi, tempi. Vuol dire anche risultati misurabili. Se esiste un elenco dettagliato — e deve esistere — la domanda è semplice: perché non pubblicarlo in modo leggibile, progetto per progetto? In seconda battuta, chi certifica che ogni tranche corrisponda a lavori reali e verificati? Chi valida, con quale procedura e con quali responsabilità? Finché la risposta resta nei circuiti chiusi, ogni cifra diventa opaca, anche quando è formalmente “vincolata”. Infine: che effetto ha prodotto tutto questo sulla crisi complessiva? Perché il conto speciale è un binario; l’altro binario è la sopravvivenza industriale. Nel luglio 2024 il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha annunciato l’ok europeo al prestito ponte da 320 milioni per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, con tasso annuo 11,6 per cento, presentandolo come un passaggio chiave per la continuità. Eppure a febbraio 2026 si torna a parlare di proroga della cassa integrazione straordinaria fino a 4.450 lavoratori. Se questa è la traiettoria dopo rimborsi, garanzie e prestiti, la domanda non è ideologica, è industriale: dov’è il piano che chiude il cerchio tra produzione, investimenti, ambiente e lavoro? E dov’è scritto con date, soldi e obiettivi verificabili? A rendere tutto più fragile c’è poi lo scontro legale: richiesta di danni da 7 miliardi contro ArcelorMittal e amministratori, e contro-pretesa da 1,8 miliardi contro l’Italia. Cause enormi mentre la gestione quotidiana continua a bruciare cassa.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

L’Ilva secondo Flacks

Nel frattempo si apre la partita della vendita. Il Mimit ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group, citando anche possibili partenariati industriali. Qui non è una questione di tifoserie. È una questione di numeri, garanzie, scadenze. Ed è qui che l’ultima intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno diventa utile. Flacks dice di voler cominciare da una produzione di 4 milioni di tonnellate di acciaio per arrivare a 6 milioni, legando tutto alla ripartenza del «secondo forno». Dice di voler «elettrificare due forni in due anni». Parla di «una nuova fonte di approvvigionamento energetico» da costruire a Taranto confrontandosi con il governo. Manca però un vero piano con costi, tempi, permessi, fabbisogni energetici, tappe obbligate. Anche sull’occupazione si limita a snocciolare qualche numero: all’inizio ci saranno 6.500 dipendenti, poi 8 mila e 10 mila. Bene. Ma dove sono le basi? Quali assunzioni, quali profili, quali tempi, quale formazione? Anche qui siamo a semplici slogan, senza un cronoprogramma. Sul rapporto con la città propone un comitato «indipendente» con esponenti politici e la Chiesa; dice che bisogna capire «perché ci si ammala» e garantire che non accada più. Parole che intercettano una ferita reale, ma senza dati, monitoraggi terzi, obiettivi e scadenze restano teatro. E poi ci sono frasi che, in un negoziato di questo livello, non sono folclore: sono un test di credibilità. Evoca i Beatles (Quando visiterò Taranto? «Se ve lo dicessi, succederebbe come quando i Beatles sono andati in America, accolti da folle oceaniche. Quando avrò le chiavi dal governo, verrò in visita») e Dio («Non si tratta di fortuna, è Dio che decide […] voglio solo che tra tutti noi ci sia il dialogo, che siamo tutti amici»). È comunicazione, si dirà. Ma quando i numeri mancano, la comunicazione non basta.

Ilva, qualche domanda su spese, rimborsi e sul piano-non piano Flacks
L’intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Sui soldi serve chiarezza

Infine, la questione più semplice: i soldi. Flacks afferma che lo Stato non farà parte della società, salvo ipotizzare un piccolo ingresso futuro di partner industriali. Benissimo. Allora la domanda pubblica è aritmetica: quanta equity cash mette il privato, quando, con quali garanzie? E quali obblighi vincolanti accetta su produzione, investimenti, ambiente e occupazione? E cosa succede se non li rispetta? Il refuso ha acceso la miccia. Ma la sostanza resta lì: dal conto 6055 escono decine di milioni da anni; dal bilancio pubblico arrivano prestiti ponte; e intanto la cassa integrazione ritorna. Fino a prova contraria, questa non è strategia: è gestione del tempo. E il modo per smentirlo è uno solo: trasparenza operativa, rendicontazione comprensibile e un piano industriale verificabile mese per mese.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio

Alla fine del 2023, un piano industriale per salvare l’ex Ilva c’era: il business plan Bain prevedeva la produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio nel 2030, 3,6 miliardi di investimenti e un uso “normale” della cassa integrazione. Nella prima puntata della nostra inchiesta, abbiamo visto anche che lo Stato, tramite Invitalia, lo aveva approvato ma si era rifiutato di finanziarlo davvero, limitandosi a un «metteremo i soldi se li avremo e se il privato li mette prima». Questa seconda parte entra nel sottosuolo del sistema: le cause, i commissari, il Patrimonio Destinato. Perché mentre il governo Meloni/Urso diceva di voler difendere Taranto, nei tribunali si consumava una storia molto diversa: una grande acciaieria che fa causa allo Stato perché lo Stato non paga neppure le bonifiche ambientali, e un governo che nomina commissari per gestire ciò che rimane.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio
Ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).

La causa di ADI contro l’Ilva e i commissari

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, mentre a Roma si discute di piani industriali e di nuovi investitori, a Milano si gira un altro film. Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding depositano un ricorso contro Ilva spa in amministrazione straordinaria (AS) e contro i suoi commissari straordinari (Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo). L’oggetto riguarda i “rimborsi decontaminazioni”. Quando ArcelorMittal e ADI hanno preso in affitto gli impianti ex Ilva, non stavano acquistando un’acciaieria “nuova di fabbrica”. Stavano gestendo un mostro industriale già inquinato e già commissariato. Proprio per questo, il legislatore ha creato un Patrimonio Destinato: un “salvadanaio” separato, alimentato dai soldi della famiglia Riva e da altre risorse, destinato a coprire le bonifiche e la messa in sicurezza ambientale. Quella partita non doveva gravare sul gestore. E invece le carte dicono altro. Nel ricorso ex art. 281-decies c.p.c. e nelle memorie 171-ter di febbraio 2024, ADI sostiene che ha eseguito a proprie spese interventi di decontaminazione, bonifica e messa in sicurezza sugli impianti; ha chiesto a Ilva in amministrazione straordinaria il rimborso di queste spese, in quanto a carico del Patrimonio Destinato ma, nonostante ciò, una quota enorme di questi rimborsi non è mai stata pagata. Alla data del 31 gennaio 2024, la “prima memoria” quantifica la posizione creditoria complessiva di ADI verso Ilva in AS in 91.017.882 euro per rimborsi di decontaminazioni e attività ambientali non corrisposti. È tutto nero su bianco: 91 milioni di euro che, secondo Acciaierie d’Italia, lo Stato – tramite i suoi commissari – avrebbe dovuto pagare per bonifiche già fatte e non ha pagato. Non è tutto. ADI scrive anche che non può sospendere l’esecuzione delle attività ambientali obbligatorie ed è quindi costretta a finanziare queste spese «con risorse proprie», sottraendo liquidità alla produzione e alla manutenzione. Questo significa che mentre Urso dice di «difendere l’ex Ilva», la società che dovrebbe essere salvata denuncia lo Stato e i suoi commissari perché non rimborsano neppure le bonifiche che la legge impone e che dovevano essere pagate con fondi già stanziati.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio
Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy (Imagoeconomica).

Lo Stato si finge salvatore

Se si mettono in fila i pezzi, il quadro è surreale: lo Stato, per bocca di Invitalia, assicura in assemblea: «Metteremo massimo 1,32 miliardi, compatibilmente con l’effettiva disponibilità dei fondi». La stessa macchina pubblica, tramite i commissari, tiene bloccati per anni decine di milioni di euro che doveva rimborsare per attività ambientali. Nel frattempo, a Roma si parla di «piano di rilancio» da finanziare, «nuovi partner industriali», «sacrifici per salvare Taranto». Taranto intanto paga tre volte: l’inquinamento storico, l’inefficienza di chi non rimborsa le bonifiche, la crisi industriale di un’azienda a cui lo Stato succhia liquidità invece di restituirla. Questa è la sostanza dei documenti che nessuno cita nelle conferenze stampa.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio
Giancarlo Quaranta con Adolfo Urso a una riunione per l’ex Ilva (Imagoeconomica).

Il colpo di mano normativo sugli strumenti per gestire la crisi

C’è un altro passaggio però che merita attenzione. Nella famosa assemblea del 22 dicembre 2023, l’amministratrice delegata Lucia Morselli – stretta tra fornitori, impianti al limite e soci che non decidono – fa capire una cosa semplice: se i soci non ci mettono i soldi, la società dovrà cercare altre forme di tutela, comprese le procedure previste dalla normativa sulla crisi d’impresa: composizione negoziata, accordi di ristrutturazione, strumenti “ordinari” del Codice della crisi. Gli unici strumenti che avrebbero dato ad ADI un tavolo autonomo con i creditori e un quadro giudiziario preciso. Pochi mesi dopo, il governo interviene con il D.L. 4/2024 (il decreto sull’ex Ilva): tra le tante norme, ce n’è una che stabilisce, in sostanza, che dal momento in cui viene avviata la procedura di amministrazione straordinaria “rafforzata”, l’impresa non può più utilizzare le ordinarie procedure di regolazione della crisi. In parole povere: «Da oggi la crisi dell’ex Ilva non si gestisce più con gli strumenti generali previsti per tutte le imprese, ma solo tramite l’amministrazione straordinaria controllata dal governo». Quello che Morselli aveva fatto intravedere come possibile strada di difesa e di tutela – un percorso giudiziario “normale”, gestito da un tribunale indipendente – viene escluso per legge. È difficile non vedere, in questa sequenza, una precisa scelta politica: chiudere ai lavoratori, ai creditori e allo stesso management la possibilità di usare gli strumenti ordinari della crisi, per concentrare tutto nelle mani di commissari nominati dal governo.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio
Lucia Morselli (Ansa).

La nomina dei commissari: Fiori, Tabarelli e Quaranta

Ed eccoci ai commissari. Se nella puntata 1 abbiamo ripercorso le mosse di Urso e Meloni sul piano politico, qui incontriamo i registi operativi. Con i decreti di inizio 2024, il governo affida la gestione di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria a un collegio composto da Giovanni Fiori, commercialista, docente di bilancio e revisione, Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia e Giancarlo Quaranta, storico manager del gruppo Ilva/Italsider con alle spalle due condanne definitive per incidenti sul lavoro che provocarono la morte di tre operai nei primi Anni 2000. Le pene sono state sospese, ma le responsabilità sono accertate. Giuridicamente, la normativa sull’amministrazione straordinaria non prevede un’automatica “incandidabilità” per chi è stato condannato, in mancanza di pene accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici. Ma resta una questione di opportunità: può lo Stato nominare commissario straordinario dell’ex Ilva – commissariata e processata per questioni di sicurezza e inquinamento – un manager che ha due condanne definitive per morti sul lavoro all’interno della stessa fabbrica? Quale messaggio arriva ai lavoratori, alle famiglie delle vittime, a chi parla tutti i giorni di “sicurezza” e “modello 231”? Da questo momento in poi, sono i commissari a condurre le danze: decidono quali impianti restano accesi e quali no; come usare o non usare le risorse residue; come comportarsi sui contenziosi, comprese le azioni milionarie sui Rimborsi Decontaminazioni; propongono ai tavoli di governo i numeri e gli scenari che poi Urso porta in conferenza stampa. Che rispondano al governo è ovvio. Che siano i responsabili operativi di come si consuma la crisi, altrettanto.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio
Giancarlo Quaranta (Imagoeconomica).

Il prezzo pagato da Taranto e dai lavoratori

Mentre si scrivono note tecniche, decreti legge e memorie giudiziarie, a Taranto migliaia di lavoratori vivono da anni una sequenza di cassa integrazione, incertezza, impoverimento; l’indotto è al collasso; le famiglie vedono spegnersi prima i forni e poi la prospettiva di reddito; i rischi ambientali non scompaiono per decreto. Lo Stato dal canto suo non ha finanziato il piano di rilancio, non ha rimborsato pienamente le bonifiche, ha chiuso agli strumenti ordinari di tutela e ha scelto una governance responsabile del risultato che oggi abbiamo sotto gli occhi. Nella prossima e ultima puntata dell’inchiesta entreremo nell’ultima fase del disastro Ilva: 6.600 lavoratori “parcheggiati” senza un cronoprogramma di riavvio dei forni, e con un “piano di rilancio” che inizia spegnendo tutto. Mentre Urso parla di «patriottismo industriale», l’Italia rischia centinaia di milioni nel contenzioso avviato da ArcelorMittal contro lo Stato. In mezzo a forni spenti e bonifiche non pagate, compaiono soggetti interessati senza piani pubblici né impegni vincolanti. Non cercano acciaio: cercano carcasse. Saranno loro il “salvataggio”? O daranno solo il colpo finale?

Sanità militare, riforma top secret: chi ci guadagna davvero?

Il governo promette di aiutare i cittadini con ospedali militari. Ma i numeri dicono altro, e nelle Forze Armate esplode il malcontento. Medici di Aeronautica, Marina e Carabinieri parlano di «trappola» e minacciano le dimissioni. Maurizio Gasparri arma la manovra con fondi dedicati. La Difesa punta a creare una sanità parallela, pagata con soldi del SSN: una rete di strutture che produce ricavi fuori dal controllo delle Regioni.

Una riforma strutturale senza consultazioni

C’è una parola che gira da settimane nei gruppi WhatsApp dei medici militari: «Riforma top secret». Nessuno l’ha vista, nessuno è stato consultato. Poi, il 21 novembre, è arrivato il colpo di scena: uno schema di decreto legislativo inviato alle rappresentanze sindacali militari senza preavviso e con appena 10 giorni di tempo per rispondere, come conferma una nota ufficiale firmata dal Capo di gabinetto del ministro della Difesa. Dieci giorni, in piena riforma strutturale, senza un tavolo tecnico, senza consultazioni reali. Solo un passaggio formale, tanto per dire che «i sindacati sono stati informati». Non ascoltati, informati.

Come nasce il progetto di un Servizio sanitario militare nazionale

Tutto parte da una legge approvata il 5 agosto 2022, quando il governo Draghi era già dimissionario: la legge 119/2022, che agli articoli 8 e 9 delega lo Stato a riformare personale e struttura della sanità militare. Quella delega però è rimasta ferma. Poi sono arrivati Giorgia Meloni e Guido Crosetto e nell’Atto di indirizzo 2026-2028 è spuntata una nuova creatura: il Servizio sanitario militare nazionale (SSMN). Struttura interforze, comando unico, ospedali militari aperti al pubblico. Sulla carta, patriottismo. Nella realtà, un’altra storia. È noto che il SSN è al collasso. Come fa notare la Fondazione Gimbe, tra il 2023 e il 2025 il Fondo sanitario nazionale è passato da 125,4 a 136,5 miliardi. In numeri assoluti si tratta di un aumento di 11,1 miliardi ma se si prende in considerazione il rapporto con il Pil allora il quadro cambia. Dal 2022 al 2025 questo rapporto è stabilmente intorno al 6 per cento. Ciò significa che nel triennio 2023-2025 si è registrato un definanziamento di 13,1 miliardi. Non solo. I medici continuano a lasciare il SSN: nel 2022 se ne sono andati in 4.300, entro il 2030 altri 40 mila camici sono dati in uscita. La spesa privata delle famiglie nel 2024 ha superato i 40 miliardi. Riassumendo: il SSN è senza personale, senza soldi e con i cittadini costretti a pagare di tasca propria (quando riescono) le prestazioni. Veniamo ai numeri della sanità militare. Stando alla Corte dei Conti, il sistema ha all’attivo 6.300 addetti. Con una spesa per il ministero della Difesa di 340-370 milioni l’anno, pari a meno dello 0,3 per cento della spesa sanitaria nazionale. Gli ospedali militari sono pochi, spesso fatiscenti e con reparti semi vuoti. Con quale personale e quali strutture si pensa di «aiutare i civili»?

Sanità militare, riforma top secret: chi ci guadagna davvero?
Guido Crosetto e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La mossa di Gasparri sui fondi

Nei documenti della Legge di Bilancio (A.S. 1689), l’art. 63-bis presentato da Maurizio Gasparri prevede lo stanziamento di un milione l’anno a partire dal 2026 per ridisegnare la sanità militare. Ma il colpo grosso sta negli emendamenti successivi: 90–140 milioni dal 2026–2027 saranno destinati a ristrutturare gli ospedali militari, accreditarli al SSN, a stipulare contratti con specialisti civili esterni senza concorsi. In altre parole i soldi del SSN andranno anche agli ospedali militari, il tutto fuori dal controllo delle Regioni. Il documento spedito ai sindacati presenta la riforma come «sensibilità del vertice del dicastero» e come strumento per fornire «risposte celeri, efficaci e continuative» in supporto al SSN. Poi, in chiusura si aggiunge: «Eventuali osservazioni dovranno pervenire entro e non oltre il 10 dicembre». Nessun tavolo, nessun ascolto, nessuna trattativa. Le parti sociali esistono solo per decorazione: una cornice per una firma già decisa.

Sanità militare, riforma top secret: chi ci guadagna davvero?
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Chi ci guadagna davvero?

Ma questa riforma a chi conviene? Non ai medici militari, che perdono identità d’arma (Carabinieri in testa), rischiano trasferimenti obbligatori a centinaia di km, vedono restringersi l’intramoenia, mentre il ministro Orazio Schillaci scarica sui medici la colpa delle liste d’attesa generate da anni di tagli. Sicuramente non ai cittadini. Per un SSN da 140 miliardi, 90–140 milioni non cambiano nulla. Ma bastano per creare una sanità parallela, militarizzata e redditizia. Chi ci guadagna, allora? Il ministero della Difesa che diventa anche erogatore sanitario; la Difesa Servizi spa, che già oggi monetizza strutture militari e potrà farlo sugli ospedali accreditati; gli specialisti privati convenzionati, che entrano da una porta laterale, senza le regole del SSN né trasparenza. Dunque il governo con questa mossa non sta «difendendo le uniformi». Le sta usando come scudo. Non sta “aiutando i cittadini”. Sta spostando pezzi di sanità pubblica in un recinto militarizzato, dove ricavi e consenso diventano patrimonio di chi controlla il sistema, non di chi lo finanzia con le tasse. Una riforma top secret non nasce per curare. Nasce per controllare. E per chi la subisce, le conseguenze non sono teoriche: nei Carabinieri il personale sanitario rischia di perdere identità e funzioni da forza di polizia; nell’Aeronautica e nella Marina si tenta di rendere “intercambiabili” medici con specializzazioni uniche, come medicina aerospaziale o iperbarica; nell’Esercito, gli unici a poter trarre vantaggio sono i presidi romani destinati all’accreditamento, dove si potrà fare business sulla pelle del SSN. Dietro la foglia di fico della “sanità militare per i cittadini” c’è un sistema di potere. Un SSN che perde medici, tempo e soldi, e una Difesa che guadagna strutture, budget e voce nella sanità pubblica .E quando una sanità parallela nasce nel silenzio, lontano da Regioni, ASL e concorsi pubblici, l’urgenza non è chiedere quando curerà i cittadini, ma capire chi verrà sacrificato, chi verrà privilegiato e chi, in tutto questo, starà incassando.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo

Nei mesi scorsi, Lettera43 ha avuto accesso a una documentazione che raramente finisce nel dibattito pubblico: i verbali dei consigli di amministrazione e delle assemblee di Acciaierie d’Italia/Ilva tra la fine del 2022 e la fine del 2023 e il business plan 2024–2030 predisposto con Bain & Company. Li abbiamo incrociati con quanto avveniva all’esterno, fuori dalle stanze dei cda: dichiarazioni del governo, incontri riservati a Palazzo Chigi, inchieste, proteste dei lavoratori e delle imprese dell’indotto. Ne esce un quadro che documenta lo smontaggio pezzo per pezzo di un piano di rilancio industriale e la conseguente creazione di una sacca di disoccupazione strutturale a Taranto. Questa è la prima puntata di un’inchiesta in tre parti.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Lo stabilimento Ilva (Ansa).

Il piano Bain, le assemblee e la posizione di Invitalia

Quando Adolfo Urso, a fine 2022, dichiarava che sull’ex Ilva bisognava «valutare un controllo pubblico immediato», l’Italia era già dentro l’acciaieria di Taranto. Non come spettatore, ma come socio. Dal 2021, infatti, Invitalia detiene una quota rilevante di Acciaierie d’Italia Holding (ADIH), la società creata con ArcelorMittal per gestire in affitto lo stabilimento ex Ilva e gli altri siti del gruppo. La retorica del «riprenderci l’Ilva» nasconde quindi un primo dato di realtà: lo Stato era già dentro. Non doveva rientrare, doveva decidere cosa fare da socio di riferimento in un’impresa strategica.

Quando Urso chiedeva «controllo pubblico subito»

Il 28 novembre 2022, il ministro delle Imprese e del Made in Italy spiegava che l’acciaieria «non regge più» e che bisognava «valutare un controllo pubblico immediato», anticipando la crescita di Invitalia al 60 per cento senza aspettare il 2024. A fine dicembre rivendicava che l’accordo con ArcelorMittal era stato «riequilibrato» e che lo Stato non avrebbe più avuto le «mani legate» come in passato. In pubblico, il messaggio era chiaro: non saremo più “ostaggi” del privato, lo Stato riprende in mano l’Ilva, il controllo pubblico è la soluzione, non il problema. Allo stesso tempo però l’Ilva, in amministrazione straordinaria, restava proprietaria degli impianti; Acciaierie d’Italia gestiva il ramo d’azienda in affitto; Invitalia era già azionista di ADI e chiamata a decidere se (e come) salire in maggioranza. Già qui si apre il primo scarto tra slogan e fatti: non si trattava di «riprendersi l’Ilva», ma di capire che uso fare del ruolo dello Stato come socio.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Il ministro delle imprese e made in Italy Adolfo Urso nello stabilimento ex Ilva di Taranto (Ansa).

I numeri del piano: 8 mln di tonnellate di produzione e 3,6 mld di investimenti

Mentre la politica recitava questo copione, dentro Acciaierie d’Italia si lavorava a un vero business plan: il piano industriale 2024–2030, sviluppato con Bain & Company e allegato ai verbali. Eccone i numeri essenziali: crescita progressiva della produzione fino a circa 8 milioni di tonnellate di acciaio nel 2030, per riportare Taranto su livelli comparabili ai maggiori impianti europei. Circa 3,6 miliardi di euro di investimenti in sette anni, articolati in 1 miliardo per garantire la continuità produttiva (revamping AFO1 e AFO2, centrali CET2/CET3, impianti gas tecnici, manutenzioni capitalizzate); circa 1 miliardo per ampliare e qualificare la produzione (nuovi colatori continui CCO4/CCO5, forni siviera, laminatoi per prodotti di maggiore qualità); il resto destinato a decarbonizzazione ed efficienza (tecnologie green, sinergie energetiche, trattamenti ambientali). Il piano integrava circa 1,6 miliardi di grant pubblici per decarbonizzazione e transizione, finanziamenti bancari e una quota di autofinanziamento. Sul piano economico, i primi anni restavano critici; dal 2026 l’EBITDA post-CO₂ sarebbe tornato positivo; nel 2030 l’EBITDA era stimato all’11 per cento dei ricavi; il cash flow cumulato nel periodo 2024–2030 era positivo, in uno scenario prudente dei prezzi dell’acciaio. C’erano poi i prerequisiti strutturali: la costruzione, da parte di un terzo, di un impianto DRI da 2,5 Mt all’interno di Taranto, per circa 0,9 miliardi di investimento; l’acquisizione della piena proprietà degli asset ex Ilva entro metà 2024, l’effettiva assegnazione di 1,6 miliardi di grant; l’utilizzo della Cassa integrazione ordinaria (CIGO) come strumento “fisiologico” di transizione, con 3.000–3.700 FTE l’anno in cassa integrazione, non 6 mila persone parcheggiate a tempo indefinito. Tradotto: se i soci mettono i capitali nei tempi previsti, Taranto può restare un grande sito integrato, investire in ambiente, mantenere occupazione.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Novembre–dicembre 2023: il fabbisogno ammonta a 1,32 miliardi

Tutto questo arriva sul tavolo dell’assemblea dei soci tra il 23 novembre e il 22 dicembre 2023. È lì che il governo Meloni e Urso, tramite Invitalia, avrebbero dovuto smettere di ragionare “in astratto” e dire se il piano lo sostenevano davvero. La relazione agli azionisti quantificava il fabbisogno: 320 milioni entro il 31 dicembre 2023 per il capitale circolante; fino a 1 miliardo nel 2024 per l’acquisto dei rami d’azienda ex Ilva. Il presidente parlava di una necessità complessiva fino a 1,32 miliardi di euro: era il “cuscinetto” che serviva per dare credibilità al piano Bain e chiudere l’operazione sugli asset. Qui è entrata in scena Invitalia, con una posizione che, letta oggi, suona come la negazione pratica di tutta la retorica sul “controllo pubblico”. Nei verbali, il rappresentante di Invitalia dichiarava che il piano industriale 2024–2030 era stato approvato e che c’era la disponibilità di concedere un finanziamento soci in conto futuro aumento di capitale fino a 320 milioni entro il 15 dicembre 2023 e fino a 1.000 milioni entro il 31 marzo 2024. Tuttavia, la frase decisiva era un’altra, ripetuta due volte: il tutto sarebbe avvenuto «comunque compatibilmente con l’effettiva disponibilità dei necessari fondi da parte di Invitalia». Veniva inoltre precisato che il finanziamento doveva essere effettuato solo per cassa (e non tramite conversione di crediti) ed essere erogato solo se l’altro socio, AMIH/ArcelorMittal, versava contestualmente la propria quota. Quando il socio privato ha chiesto di chiarire se i finanziamenti fossero davvero condizionati alla disponibilità dei fondi, la risposta è stata affermativa.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Aditya Mittal (Ansa).

Il sì condizionato del governo

Nello stesso verbale, l’allora ad Lucia Morselli ricordava che dal novembre 2022 la società chiedeva circa 300 milioni e che la legge aveva stanziato 1 miliardo, di cui 680 milioni sono stati già versati e 320 milioni ancora disponibili. Sottolineava che senza questi 320 milioni ADI poteva solo sopravvivere, ma non rilanciarsi. L’assemblea si è chiusa registrando il dissenso tra i soci e senza alcuna delibera sul finanziamento da 1,32 miliardi. Il risultato era chiaro: il piano Bain è stato approvato, ma lo Stato, in assemblea, ha precisato che avrebbe messo i soldi se li avesse avuti e a patto che il privato li avesse messi prima. Altro che “prendersi l’Ilva”: qui l’azionista pubblico, al momento decisivo, si è presentato con un “sì” condizionato a tutto. Nello stesso dossier, ArcelorMittal ricordava di aver versato 1,8 miliardi in contanti nel capitale di ADIH all’avvio dell’operazione, di aver conferito nel 2023 ulteriori 70 milioni di crediti scaduti e di aver investito complessivamente oltre 2 miliardi, di cui circa 1,2 miliardi destinati a interventi ambientali per soddisfare le prescrizioni AIA. La società chiedeva che Invitalia allineasse il proprio impegno di cassa a quello del partner e che venisse garantita la piena acquisizione degli asset ex Ilva, oltre all’effettiva erogazione dei grant pubblici. Non si tratta di assolvere Mittal – le sue responsabilità industriali e strategiche restano tutte – ma di constatare un fatto: di fronte a un socio pubblico che in assemblea dichiara «pago se ho i soldi», il privato non si fida e non firma assegni a scatola chiusa.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Lucia Morselli (Imagoeconomica).

Gennaio 2024: dall’illusione dell’accordo alla rottura

Pochissime settimane dopo quella assemblea senza sbocco, la crisi è deflagrata a Palazzo Chigi. L’8 gennaio 2024 si è tenuto l’atteso incontro tra il governo italiano e Aditya Mittal, numero uno di ArcelorMittal, per cercare un’intesa sul futuro di Acciaierie d’Italia. Le cronache ufficiali raccontano di un vertice duro, concluso con una nota di Palazzo Chigi che prende atto della «indisponibilità di ArcelorMittal ad assumere impegni finanziari e di investimento, anche come socio di minoranza» e dà mandato a Invitalia di attivare le misure legali conseguenti. In quei giorni, Giorgia Meloni ha cercato visibilmente di stare un passo indietro dall’immagine di premier “con la faccia sul dossier”. Secondo una fonte presente a uno degli incontri ristretti con la delegazione Mittal, la presidente del Consiglio si sarebbe limitata a leggere una serie di domande preparate su un foglio, senza entrare nel merito delle questioni tecniche su impianti, CO₂, investimenti e governance. È un dettaglio che, ovviamente, non compare nei verbali, ma restituisce bene il clima: un dossier gigantesco, affrontato più come pratica da gestire politicamente che come nodo industriale di lungo periodo. Quel vertice ha segnato la svolta: il governo ha abbandonato la linea della “ricucitura” con il socio privato, ha preparato il decreto per l’amministrazione straordinaria e aperto la strada allo scontro che avrebbe portato, nel luglio 2025, all’arbitrato ICSID di ArcelorMittal contro l’Italia. Ma questo sarà il cuore della puntata 2.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Il ministro delle imprese e made in Italy Adolfo Urso nello stabilimento ex Ilva di Taranto (Ansa).

Un piano di rilancio esisteva, ma è stato ignorato

Alla fine del 2023, prima del commissariamento, prima dei 6 mila in cassa integrazione, prima dell’arbitrato internazionale, la fotografia era questa: un piano industriale di rilancio esisteva, con numeri, investimenti, volumi, uso “normale” degli ammortizzatori; lo Stato, già socio, aveva approvato formalmente quel piano, ma nel momento decisivo ha condizionato il proprio impegno finanziario a una formula surreale per un azionista di governo: «Compatibilmente con l’effettiva disponibilità dei fondi da parte di Invitalia». Il corpo industriale era ferito, ma ancora vivo. La scelta politica che sarebbe seguita – non usare quel piano, rompere con il socio, avviare il commissariamento, lasciare marcire la produzione e gonfiare la cassa integrazione – è ciò che racconteremo nella seconda puntata della nostra inchiesta: come si passa da un piano di rilancio ignorato a una procedura straordinaria che apre la strada alla chiusura di fatto.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Giorgia Meloni e Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

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Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso

Giorgia Meloni l’aveva presentata così: «Una grande svolta nella gestione dei flussi migratori». Frase solenne, piena di gravità istituzionale. Una rivoluzione, addirittura. Ma, come ci ha abituato Palazzo Chigi, i numeri si piegano, si stirano, si moltiplicano, scompaiono e ricompaiono. Quando non bastano, si inventano. Quella dei due centri per migranti in Albania, a Shengjin e Gjader, è una storia che parte con delle promesse, poi prosegue con fanfaronate, cemento vuoto e soldi bruciati. Soldi nostri, ovviamente.

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La narrazione (che non torna) dei 36 mila migranti all’anno

La versione ufficiale era questa: «Le strutture albanesi potranno trattare fino a 36 mila migranti l’anno». Rassicurante. Peccato che sia fisicamente impossibile. Per ottenere quella cifra, il governo parte da un presupposto infattibile: 3 mila persone sempre dentro – 24 ore su 24 – per 365 giorni l’anno, con una rotazione perfetta ogni 28 giorni, tra zero tempi morti, zero vuoti, zero rallentamenti e soprattutto… posti che fisicamente non esistono. La verità infatti è diversa. Innanzitutto Shengjin è solo un punto di sbarco, dove le persone soccorse vengono portate lì per l’identificazione iniziale. Insomma è una struttura di detenzione. I posti letto invece si trovano nel gigantesco complesso di Gjader: 1.024 in tutto, di cui 880 per i richiedenti asilo e 144 nel centro di permanenza per i rimpatri. Oltre a 20 posti in un penitenziario per ospiti che dovessero commettere reati. Fine. Non 3 mila. Con quei letti — e con il limite legale di 28 giorni di permanenza — la capacità reale non è di 36 mila l’anno. È di 13.300 persone. Che significa 36–37 ingressi al giorno. Insomma è un condominio un po’ grosso, non la frontiera texana.

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Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso

Quanto costa davvero il “giocattolo”? Siamo sui 360 euro per persona al giorno

Qui viene il pezzo forte. Il governo ha impegnato 671,6 milioni di euro fino al 2028. Spalmati su cinque anni (i centri sono stati costruiti tra il 2023 e il 2024 e sono diventati operativi a ottobre del 2024) sono 134 milioni l’anno. Quindi in media 368 mila euro ogni singolo giorno. E allora ecco la matematica che non si presta alla propaganda: 134 milioni / (1.024 × 365) = circa 360 euro per persona al giorno. Non un costo da campo di accoglienza, ma da turismo di lusso, visto che con quelle cifre ci si può permettere l’Hotel Excelsior Venezia Lido (camere superior) e il Rome Cavalieri – Waldorf Astoria, camere doppie executive.

Nel primo anno spesi quotidianamente quasi 10 mila euro a “ospite”

Ovviamente in quei centri la condizione di persone che si trovano in condizioni di fragilità e disperazione non ha alcun tipo di comfort. Eppure con la spesa delle due strutture albanesi potremmo ospitare i migranti tutte le notti dell’anno in un 5 stelle, in Italia, senza cementificare un metro di Albania. Ma il vero capolavoro è l’uso effettivo dei centri. Perché i 360 euro al giorno varrebbero solo se i letti fossero pieni. Ma non lo sono. Ed ecco il colpo di grazia: nei primi 12 mesi di funzionamento dell’operazione sono stati spesi 41 milioni per 150 persone transitate. Significa 273 mila euro per migrante. E, assumendo 28 giorni di permanenza, vuol dire quasi 10 mila euro al giorno per persona. A quel prezzo si può prenotare la Presidential Suite del Principe di Savoia, la Suite Royal del Four Seasons di Firenze, la Suite Imperiale del De Russie a Roma. Con quello che il governo ha speso per i primi 150 migranti potevamo insomma farli dormire in una suite da oligarca russo, con maggiordomo, spa privata e jacuzzi panoramica.

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Centri in Albania, così Meloni spende per i migranti prezzi da hotel di lusso
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e, sullo sfondo, un’immagine dei centri in Albania (foto Imagoeconomica).

Meloni dà la colpa ai giudici, alle opposizioni, all’Europa e alle Ong…

Per Meloni però è sempre colpa degli altri: dei giudici politicizzati, delle opposizioni «anti-italiane», delle Ong amiche dei trafficanti, dei burocrati europei, dei poteri forti. «Mi hanno rallentata per due anni. Se avessero collaborato avremmo risolto tutto». Ma la scelta politica di aver bruciato 670 milioni in Albania è solo sua e del suo governo. Un sistema progettato male, gestito infelicemente e raccontato ancora peggio. Sarebbe costato meno ospitare i migranti negli hotel 5 stelle più lussuosi d’Italia. L’unica cosa piena non è il centro di Gjader, ma il conto da pagare.

Il paradosso della patrimoniale di Elly Schlein

C’è sempre un momento, nella storia della sinistra italiana, in cui qualcuno tira fuori la parola magica: patrimoniale. È una specie di mantra laico in nome della giustizia sociale ma finisce sempre per trasformarsi in un autogol. L’ultima a invocarlo è stata Elly Schlein. Forte della convinzione che basti tassare i ricchi per risolvere le disuguaglianze, la segretaria del Pd ha riesumato l’idea di una tassa sui grandi patrimoni, magari coordinata a livello europeo. Peccato che in Italia, dove la ricchezza è soprattutto la casa di famiglia o qualche risparmio faticosamente messo da parte, una “tassa sui ricchi” si trasformi quasi inevitabilmente in una tassa su chi risparmia e chi non può permettersi di evadere. Con una soglia di partenza fissata per esempio a 500 mila euro di patrimonio netto familiare (come venne ventilato qualche anno fa da Sinistra Italiana, mentre oggi il segretario della Cgil Maurizio Landini parla di una soglia di 2 milioni di euro), basterebbe una casa di proprietà da 300–350 mila euro e una seconda di modesto valore o qualche risparmio per superare il limite. In altre parole, non verrebbero tassati i miliardari ma gli insegnanti, i professionisti, i piccoli imprenditori, gli impiegati che si sono costruiti un minimo di sicurezza. Il gettito “reale” stimato con ottimismo in 10-15 miliardi di euro, dopo le inevitabili fughe di capitali e le elusioni, non supererebbe i 6–8 miliardi l’anno, ma i danni sarebbero enormi: deprezzamento immobiliare, sfiducia fiscale e un ulteriore impoverimento del ceto medio.

Il paradosso della patrimoniale di Elly Schlein
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Un Paese che tassa i tracciabili e salva gli invisibili

Partiamo da un dato semplice: in Italia l’evasione ammonta ancora intorno al 9,5 per cento del PIL, quasi 100 miliardi di euro l’anno. Chi evade, non lo fa per spirito di ribellione, ma per convenienza. E se non paga le tasse normali, figuriamoci una patrimoniale. Chi la pagherebbe, allora? Sempre gli stessi: i tracciabili, i dipendenti, i pensionati, i piccoli imprenditori, i professionisti. Insomma, il ceto medio, quello che tiene in piedi lo Stato, paga per tutti e ogni volta che sente parlare di “giustizia fiscale” sa già che sarà lui a rimetterci.

Una patrimoniale già c’è (anzi, ce ne sono tre)

In Italia poi una patrimoniale esiste già. Anzi, più d’una. C’è l’IMU, fino all’1,06 per cento sulle seconde case; c’è il bollo dello 0,2 per cento su conti e investimenti; ci sono l’IVIE e IVAFE per chi ha immobili o attività all’estero. È un mosaico di piccole patrimoniali che colpiscono soprattutto chi non ha trust alle Cayman né consulenti fiscali in Lussemburgo. Aggiungerne un’altra significherebbe solo spingere un’ulteriore fetta di italiani a svendere, a disinvestire, o a chiudere il portafoglio per sempre. In un Paese dove il 70 per cento delle famiglie vive in una casa di proprietà, la patrimoniale diventa una tassa sulla pietra, sull’unico bene concreto che la gente possiede. Chi ha un bilocale ereditato o una seconda casa data in affitto spesso è già un “ricco” per il fisco, anche se fatica a pagare le bollette. E così, invece di colpire chi vola in jet privato, c’è il rischio di stangare chi guida una Panda Euro 5 e si è sudato un mutuo per 30 anni.

Il paradosso della patrimoniale di Elly Schlein
(Imagoeconomica).

L’Italia ha la pressione fiscale più alta d’Europa

Nel frattempo la pressione fiscale in Italia è già ai massimi storici: secondo l’Istat, nel 2024 ha raggiunto il 42,5 per cento del PIL, uno dei valori più alti d’Europa. Sotto il governo Draghi era scesa leggermente (intorno al 41,4 per cento), poi con Meloni è tornata a crescere e resterà stabile sopra il 42 per cento fino al 2027. Una crescita che non si traduce in migliori servizi pubblici. Anzi. Come se non bastasse, recentemente Schlein è tornata a chiedere la ripartenza dell’ascensore sociale. Giustissimo, ma c’è un però. La leader dem è percepita come una privilegiata, una nata e cresciuta in zona ZTL per parlare come l’utente medio sui social. E ogni battaglia in questo senso rischia comunicativamente di rivelarsi un boomerang per la ‘solita’ sinistra elitaria che parla al popolo da un attico panoramico, non dal pianerottolo. Dall’altra parte Giorgia Meloni, nonostante faccia politica da 30 anni, ha trasformato l’essere underdog e “anti-sistema” nel suo punto di forza.

Il paradosso della patrimoniale di Elly Schlein
Giorgia Meloni e sullo sfondo Elly Schlein (Imagoeconomica).

Gli sprechi che alla politica non conviene tagliare

Ma torniamo ai numeri nudi e crudi. Anche ipotizzando un gettito “massimo teorico” di 15 miliardi di euro l’anno, la patrimoniale inciderebbe per meno dello 0,6 per cento del PIL, cioè poco più di quanto costava ogni anno il Superbonus. Ma avrebbe una ricaduta psicologica e politica pesante sul ceto medio che già sopporta la maggior parte del gettito IRPEF e IMU. C’è un altro dato che rende la proposta di Schlein ancora più inconsistente: l’Italia non ha bisogno di una nuova patrimoniale, perché vive già immersa in una serie di patrimoniali occulte, che prosciugano decine di miliardi ogni anno senza creare alcun valore. Solo di bonus e micro-incentivi, spendiamo oltre 30 miliardi l’anno. Poi ci sono i sussidi e le agevolazioni alle imprese, quasi sempre distribuiti a pioggia, che ammontano a oltre 70 miliardi l’anno tra crediti d’imposta, contributi e fondi di sostegno. E infine si aggiungano gli sprechi della macchina pubblica, stimati dalla Corte dei Conti in circa 25 miliardi l’anno: gare andate deserte, software mai utilizzati, consulenze doppie, forniture pagate tre volte il valore reale. Denaro che evapora nel nulla, mentre la politica discute di come raschiare altri due miliardi a chi possiede un appartamento in più. Mettiamola così: se si cancellassero anche solo la metà di queste follie, lo Stato risparmierebbe più del get­tito massimo teorico della patrimoniale pensata da Schlein, e lo farebbe senza toccare nemmeno un euro del ceto medio. Eppure nessuno lo fa, perché quelle spese alimentano consenso, mentre una patrimoniale, ironia della sorte, serve solo a perdere voti.

Il paradosso della patrimoniale di Elly Schlein
Palazzo Chigi (Imagoeconomica).

Il problema non è quanto si tassa, ma come

Schlein pare rivolgersi a un Paese che non esiste più, dove “i ricchi” erano pochi industriali e la “gente comune” viveva di salario sicuro. Oggi il ceto medio si è liquefatto in un mosaico di Partite Iva e dipendenti. Da un lato la leader dem invoca “uguaglianza”, dall’altro ignora che la disuguaglianza ormai è tra chi paga e chi non paga e non tra chi ha troppo e chi ha poco. Il problema non è “quanto” tassiamo, ma come. Invece di evocare la solita patrimoniale, l’opposizione potrebbe proporre la riduzione del cuneo fiscale, l’abolizione del fiscal drag, la razionalizzazione della spesa pubblica. Invece si preferisce issare la bandiera ideologica. No, onorevole Schlein, all’Italia non serve un’altra patrimoniale. E finché chi dovrebbe rappresentare il popolo continuerà a tartassarlo, il popolo continuerà inevitabilmente a votare chi promette di liberarlo, anche se non lo farà mai.

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino

C’è una partita che la Juventus gioca lontano dai campi, senza cori né maglie bianconere. Si disputa nei saloni con moquette e luci basse, tra verbali, piani industriali e comunicati al mercato. È un match silenzioso, ma decisivo: perché qui si decide se la Juve sarà un’azienda del futuro o un cimelio di famiglia. Sul tavolo c’è un aumento di capitale. In apparenza, un tema tecnico. In realtà, il bivio tra due concezioni opposte di calcio: quella prudente e chiusa di John Elkann e quella industriale e aperta di Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e Bitfinex, società attive nel mondo delle criptovalute. L’uomo che rappresenta la nuova frontiera tra finanza e tecnologia.

Francesco Garino, l’uomo dell’azionista di minoranza Tether

Proprio l’assemblea degli azionisti della Juve venerdì 7 novembre ha approvato l’allargamento del consiglio d’amministrazione da cinque a nove componenti. E per la prima volta, almeno dalla quotazione in Borsa, nel cda avrà spazio un consigliere proposto dall’azionista di minoranza Tether, che detiene l’11,5 per cento del club. È stata però bocciata in assemblea la richiesta di Tether di avere nel cda due consiglieri: l’unico eletto è stato Francesco Garino, «tifoso da sempre della Juventus, nato, cresciuto e residente a Torino», si legge in una nota. «Porta con sé profonde radici locali e una vasta esperienza professionale che saranno al servizio dei tifosi e della comunità del club».

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino
Francesco Garino (LinkedIn).

«Insieme, puntiamo a Make Juventus Great Again»

La società di criptovalute ha commentato così: «Il risultato odierno evidenzia le sfide in corso nell’attuale struttura di governance del club e la sua riluttanza a interagire in modo trasparente con i tifosi e gli azionisti di minoranza». Tether «ha costantemente sostenuto una governance più forte, con maggiore responsabilità e un impegno più trasparente con gli azionisti di minoranza. Non vediamo l’ora di lavorare in modo costruttivo con il consiglio d’amministrazione per contribuire a garantire che la Juventus prosperi sia dentro che fuori dal campo. Insieme, puntiamo a Make Juventus Great Again».

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino
Un meme su MJGA condiviso sui social.

La richiesta bocciata di un aumento di capitale aperto a tutti gli azionisti

Il 6 ottobre 2025 Tether aveva depositato una richiesta ufficiale: che il previsto aumento di capitale fosse aperto a tutti gli azionisti, in proporzione alle proprie quote. In altre parole: trasparenza, diritti uguali e visione di lungo periodo. Il consiglio di amministrazione della Juventus — controllato da Exor, la holding di Elkann — ha risposto in modo opposto: raccomandazione di votare contro.

Mai confermati i «300 milioni di euro» circolati sulla stampa

Il piano attuale prevede un’operazione fino al 10 per cento del capitale, da realizzarsi con la formula dell’ABB (Accelerated Book Building): un collocamento rapido, riservato a investitori qualificati, senza diritto d’opzione per i piccoli azionisti. È un modo elegante per dire: decidiamo noi. E lo scontro, da lì, è diventato politico oltre che finanziario. Ardoino non ha mai parlato pubblicamente di cifre precise — non esiste un suo comunicato con i «300 milioni di euro» circolati sulla stampa —, ma in diverse interviste (Forbes Italia, Reuters, Calcio e Finanza) ha spiegato di essere pronto a un ruolo maggiore, se la governance lo consentisse. Il punto non è solo mettere soldi, ma cambiare paradigma: «La Juventus deve essere una società moderna, non nostalgica. Capitale e visione devono andare insieme», ha dichiarato.

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino
Paolo Ardoino (Imagoeconomica).

Elkann vede la Juventus solo come un asset da preservare

Due strategie in campo, dunque. E la differenza è semplice. Elkann vuole un aumento riservato, controllato, contenuto, per stabilizzare i conti e mantenere il pieno controllo del club. Ardoino chiede un’apertura vera: diritto d’opzione per tutti i soci, più capitale, più orizzonte industriale. Dietro c’è una divergenza di filosofia aziendale: Elkann vede la Juventus come un asset da preservare, da gestire con prudenza, riducendo il rischio. Ardoino la intende come una piattaforma da sviluppare, un brand internazionale capace di crescere come qualunque grande società di intrattenimento o tecnologia. Il primo vuole “non perdere terreno”; il secondo vuole “costruire futuro”.

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino
John Elkann (foto Imagoeconomica).

Governance e simboli: il caso Comolli, l’uomo dei fallimenti

A incarnare la linea Exor è stato chiamato Damien Comolli, direttore generale e prossimo amministratore delegato. Curriculum denso: Arsenal, Tottenham, Liverpool, Fenerbahçe, Tolosa (con RedBird Capital). Curriculum, però, che racconta anche una costante: è stato cacciato o si è dimesso quasi ovunque, spesso dopo campagne acquisti disastrose.

  • Tottenham, 2008: licenziato dopo un avvio di stagione pessimo.
  • Liverpool, 2012: esonerato dopo aver speso male e tanto (Andy Carroll, Stewart Downing).
  • Tolosa, 2020-2025: buoni risultati sportivi, ma impostazione puramente da player trading, più vicina a un fondo d’investimento che a un club calcistico.

Comolli rappresenta perfettamente la filosofia Elkann: massimizzare il valore degli asset, ridurre i costi, evitare rischi. Un calcio amministrato, non costruito. Un direttore sportivo che somiglia più a un Chief financial officer. L’azionista Gambarotti, durante l’assemblea dei soci, lo ha attaccato duramente: «Qui servono i cogl…i. Io non so più chi siamo. Chi deve comandare non conosce ancora l’italiano. I dirigenti non si acquistano dagli altri club, abbiamo persone in giro che hanno fatto la storia. Però forse danno fastidio».

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino
Damien Comolli (foto Ansa).

Le strade opposte in campo e l’esempio del Manchester City

Ma cosa prevedono davvero le due strade opposte? L’idea di Elkann è come tenere l’auto in garage: la tieni lucida, non la rovini, ma non vai da nessuna parte. La scelta di Ardoino è prendere l’autostrada: rischiosa, ma è lì che si cresce, che si vedono nuovi orizzonti.

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino
L’allenatore del Manchester City Pep Guardiola (foto Getty).

L’aumento riservato e limitato serve a “mettere in sicurezza”. Quello aperto e ampio punta a ripensare la Juventus come impresa, non solo come squadra: digitalizzazione, piattaforme internazionali, tecnologie di pagamento, gestione dei tifosi come community globale, merchandising come ecosistema digitale. Il paragone più chiaro è con il Manchester City: nel 2008 fatturava circa 100 milioni di sterline; oggi supera i 700 milioni, grazie a oltre un miliardo di investimenti in infrastrutture, academy, marketing, e un brand planetario. È la dimostrazione che capitale e visione possono creare un ciclo virtuoso: investimenti → risultati → ricavi → valore → nuovi investimenti.

Perché ai tifosi deve importare: così si resta una provinciale in Europa

Molti tifosi si chiedono: «Ma a noi cosa cambia?». Cambia tutto. Perché il calcio di oggi non è più solo sport, è industria dell’intrattenimento. Chi investe, cresce; chi risparmia, scompare. La Premier League fattura oggi oltre 6 miliardi di euro l’anno, la Serie A meno della metà. Non per il talento dei giocatori, ma per modelli di gestione diversi. Una Juventus che rimane chiusa nel recinto Exor rischia di restare una provinciale in Europa, condannata a vivacchiare tra bilanci “in ordine” e piazzamenti decorosi. Una Juve che apre ai capitali industriali e alle tecnologie può invece trasformarsi in un brand globale, libero dai vincoli della Lega e capace di generare valore vero: economico, sportivo, culturale. Il punto non è vendere la Juventus, ma aprire la Juventus. A investitori, tifosi, tecnologia, visione.

Il futuro della Juventus e il cruciale scontro di visioni tra Elkann e Ardoino
I giocatori della Juve dopo la sconfitta con la Lazio (foto Ansa).

Bisogna dimostrare di avere una visione, non solo una calcolatrice

Se Elkann vuole continuare a tenere il volante, deve dimostrare di avere una visione, non solo una calcolatrice. Non basta “tenere botta”: serve un piano per crescere. Altrimenti, il rischio è quello di “bucare il pallone” pur di restare il proprietario del gioco. Ardoino, dal canto suo, deve trasformare la disponibilità di capitale in progetto: spiegare come la tecnologia e la blockchain possano davvero generare valore per un club, non solo storytelling. Solo così il dibattito potrà uscire dai salotti e parlare anche a chi la Juventus la vive e la ama ogni giorno.

Il calcio, oggi, non è più il passatempo dei nonni Agnelli

Questa non è una guerra di bilanci. È una battaglia di visione. La Juventus può continuare a difendersi — con eleganza, ma senza futuro — o tornare a costruire come un’impresa moderna, aperta, globale. Il calcio, oggi, non è più il passatempo dei nonni Agnelli: è un’industria nuova, in cui la differenza non la fanno più i nomi, ma la capacità di immaginare.

Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe

C’è chi ferma i treni con le proteste, e chi li ferma per scendere. Da quando si è insediato al ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida ha fatto parlare di sé più per la lunga serie di gaffe e dichiarazioni fantasiose che per accordi, tavoli e piani strategici. Eppure, a sentire il diretto interessato, staremmo vivendo una nuova epoca d’oro contadina.

Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Giovanni Donzelli e Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

La sovranità alimentare come slogan

Lollobrigida si era presentato come il paladino dei campi, difensore dei contadini oppressi dai burocrati europei. Il primo atto concreto? Cancellare la storica esenzione Irpef per i redditi agricoli. È servita la sollevazione di Coldiretti (associazione, com’è noto, affine a Fratelli d’Italia), di Confagricoltura, delle opposizioni e perfino di mezza maggioranza perché il governo facesse retromarcia. Dopo settimane di proteste e trattori in strada, la norma è stata corretta: esenzione piena fino a 10 mila euro, metà sconto fino a 15 mila. Morale: gli agricoltori hanno pagato un mese di caos fiscale e l’Italia ha capito che la “sovranità alimentare” è, per ora, un titolo di fantasia.

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Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, e Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

Il Piano Mattei e l’accordo con l’Algeria

Il suo capolavoro, però, resta il Piano Mattei, la grande bandiera del governo Meloni. Lollobrigida ne è l’araldo: investimenti in Africa, sviluppo condiviso, grano per tutti. Il problema? L’unico progetto concreto finora partito è in Algeria, con Bonifiche Ferraresi, e rischia di produrre l’effetto opposto. A luglio 2024, alla presenza del ministro, venne firmato un accordo per coltivare 36 mila ettari nel deserto algerino, investimento da oltre 400 milioni di euro. Lollobrigida annunciò trionfante: «Nemmeno un chicco di quel grano arriverà in Italia». Peccato che i documenti ufficiali del Piano Mattei dicano l’esatto contrario: fino al 30 per cento della produzione potrà essere esportato nel nostro Paese. E lo conferma persino il ministro dell’Agricoltura algerino, che parla di 40 per cento destinato all’export. Risultato: mentre il prezzo del grano duro italiano crolla, il nostro governo contribuisce – direttamente o indirettamente – a finanziare coltivazioni straniere che faranno concorrenza ai nostri produttori. Altro che “aiutiamoli a casa loro”: li aiutiamo a produrre per venderci la merce. Con i nostri soldi.

Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Il primo ministro algerino Abdelmadjid Tebboune, Giorgia Meloni, il ministro dell’Agricoltura algerno Youcef Cherfa e Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

Pasta amara: la guerra dei dazi

Poi c’è la diplomazia commerciale, quella che richiederebbe un po’ di sostanza e meno social. Gli Stati Uniti, sotto la nuova amministrazione Trump, hanno annunciato dazi fino al 107 per cento sulla pasta italiana, accusando l’Europa di sussidi occulti. Il ministro ha minimizzato, parlando di «confusione sui numeri». Ma la confusione, evidentemente, era tutta sua: le tariffe rischiano di scattare già dal primo gennaio 2026, mettendo in crisi un export da quasi 800 milioni di dollari l’anno. Nel frattempo, il ministro continua a raccontare la favola della sovranità alimentare, mentre i produttori italiani fanno i conti con un mercato americano sempre più chiuso.

Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe

La lunga serie di gaffe

A guardare il curriculum mediatico, Lollobrigida ha un talento raro: riesce a scivolare persino quando non parla di agricoltura. Dalla «sostituzione etnica» invocata durante il congresso della Cisal nel 2023 («Gli italiani fanno meno figli e li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada») alla lezione di fisiologia – «l’abuso d’acqua può portare alla morte» (17 febbraio 2025) – passando per la perla sociologica: «I poveri mangiano meglio dei ricchi» (agosto 2023). C’è poi la famigerata fermata straordinaria del Frecciarossa a Ciampino nel novembre di due anni fa. Il tutto per consentirgli, visto il ritardo accumulato, di scendere e salire su una più efficiente auto blu. Quando il caso esplose sui giornali, il ministro spiegò che la fermata era «fruibile da tutti». In altri tempi e in altri Paesi sarebbe bastato un episodio simile per spingere un ministro alle dimissioni.

Lollobrigida e la sovranità alimentare: promesse, errori e gaffe
Francesco Lollobrigida con una pagnotta (foto Imagoeconomica).

Dal vino miracoloso al vitello affettuoso

Il rapporto di Lollobrigida con la realtà sfiora spesso la metafisica. Per difendere il vino dalle etichette sanitarie, ha dichiarato che «l’acqua è più pericolosa dell’alcol». Durante un evento in Trentino ha poi proposto di associare il vino allo sport, «per promuovere uno stile di vita sano». E per chiudere in bellezza, l’indimenticabile «vitellina Mary»: «Viene allevata con affetto, certo poi viene macellata, ma produce carne di qualità». Una visione bucolica della zootecnia, in cui ogni bistecca è una storia d’amore finita. Dopo tre anni, l’eredità è chiara: nessuna riforma strutturale, nessuna strategia agricola, nessuna credibilità internazionale. Al loro posto, una sequenza di trovate estemporanee, viaggi in Nord Africa e una comunicazione che spesso confonde il patriottismo con la propaganda. Con tendenza all’autocelebrazione.

Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia

È cominciato come iniziano sempre le grandi fratture: con parole dette a denti stretti e mezze ammissioni davanti ai microfoni. Nelle ultime settimane, dalle capitali e dalle redazioni americane è montato un coro che suona sempre più forte: Donald Trump sta stringendo il cerchio attorno a Nicolás Maduro. La retorica è quella nota – «narco-terrorismo», «barche dei trafficanti», «azioni di terra possibili» -, ma il sottotesto è diverso: il regime change in Venezuela non è più un’ipotesi accademica, è uno scenario operativo preparato pezzo dopo pezzo, in mare, in cielo e nell’ombra.

Il pretesto della campagna anti-narco

Il Washington Post ha scritto apertamente che la Casa Bianca sta intensificando la pressione militare su Caracas, evocando la lunga storia di ingerenze degli Usa nella regione. Non è solo lessico: mezzi e uomini si muovono. La campagna anti-narco ha già visto attacchi contro «barche della droga» nel Pacifico orientale e nei Caraibi, con decine di morti in due mesi. È la guerra alla droga che scivola verso la guerra al terrore versione caraibica, con otto navi, migliaia di militari, F-35 e missioni coperte della Cia: gli stessi reportage che raccontano i colpi alle lanchas ammettono che nessuna prova pubblica definitiva è stata mostrata sui carichi.

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Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Donald Trump (foto Ansa).

Dubbi legali su missioni extraterritoriali come queste

Durante le conferenze stampa e le interviste, Trump ha accennato a possibili azioni di terra; giuristi e alcuni parlamentari mettono in dubbio la base legale di missioni extraterritoriali senza chiari mandati. Nel frattempo, l’ecosistema degli editoriali statunitensi si polarizza. Responsible Statecraft ha scritto senza giri di parole: «Sta diventando sempre più evidente che l’Amministrazione punti a rimuovere Maduro». Anche se il dopo può essere peggiore del prima, come troppe volte in passato.

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Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
La cartina delle Americhe.

Il disegno politico di installare un governo amico

Foreign Policy, con un approccio meno incendiario, ripercorre l’altalena sanzionilicenze sulla compagnia petrolifera statunitense Chevron, ricordando quanto il dossier Venezuela sia oscillato tra massima pressione e aperture tattiche. Ma il filo rosso rimane: l’idea è che l’obiettivo non sia solo il narcotraffico, ma il disegno politico di installare un governo amico. E qui la geopolitica smette di essere un talk show. Il Venezuela siede su 303 miliardi di barili di riserve provate, il primo patrimonio petrolifero al mondo, più di Arabia Saudita e Stati Uniti messi insieme.

Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Un distributore Chevron (foto Ansa).

Chi stabilisce cos’è un “regime che non va bene”?

Le cifre non sono slogan: si trovano nelle schede dell’Energy Information Administration Usa e nei compendi dell’Opec, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Energia, minerali, posizione caraibica: è un tavolo da gioco su cui nessuna potenza rinuncia a sedersi. Fin qui, i fatti che bastano ad alzare il sopracciglio. Poi c’è la politica – quella vera – che decide. Chi stabilisce cos’è un “regime che non va bene”? Gli Stati Uniti, spesso, tollerano governi poco liberali quando sono partner utili (pensiamo ad alleati nel Golfo o ad altri nodi strategici); al contrario demonizzano avversari anche se in parte istituzionalizzati.

Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Estrazioni di petrolio a Maracaibo, in Venezuela (foto Ansa).

La bussola dei valori devia quando passa vicino a un giacimento

È la famosa doppia morale denunciata da analisti e think tank: si proclama la democrazia, ma si pratica l’interesse. Il punto non è giudicare in blocco l’America: il punto è ammettere che la bussola dei valori tende a deviare quando passa vicino a un giacimento, a una base, a una rotta logistica. E questo vale da un secolo, non da ieri. La domanda vera – che riguarda noi – è un’altra: fino a dove ci si può spingere? Dov’è il crinale tra prevenire un disastro umanitario e crearne uno nuovo? Tra sostenere un cambiamento interno e imporne uno dall’esterno? Tra combattere i cartelli e usare i cartelli come grimaldello legale per oltrepassare frontiere e ordinamenti?

Gli editoriali più cauti insistono su tre semafori rossi.

  • Legalità: un’azione armata senza mandato (del Congresso o internazionale) è una china scivolosa destinata a travolgere la stessa causa che dice di servire.
  • Piano d’uscita: rimuovere è facile, ricostruire è difficilissimo; la storia recente lo ripete fino alla noia.
  • Effetto domino: ogni “eccezione” invoca la prossima. Se oggi vale per Caracas, domani a chi tocca?
Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Un uomo davanti alla bandiera del Venezuela (foto Ansa).

Se il criterio è l’interesse del più forte, il diritto internazionale diventa decorazione

Intanto l’Europa? E l’Italia (che tra l’altro è particolarmente coinvolta nello scenario venezuelano per la detenzione del nostro connazionale Alberto Trentini)? Qui la nostra ipocrisia rischia di venire a galla. Possiamo appoggiare supinamente un’operazione che non chiarisce diritto e obiettivi, salvo poi scandalizzarci quando Vladimir Putin usa la forza in Europa? O quando Xi Jinping giustifica misure straordinarie su dossier che considera “interni”? Se il criterio è l’interesse del più forte, il diritto internazionale diventa decorazione. Se il criterio riguarda regole condivise, allora valgono sempre anche quando tocca all’alleato più potente rispettarle.

Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Vladimir Putin con Nicolás Maduro (foto Ansa).

Non è un sofisma da salotto. È una domanda d’autodifesa europea: e se domani l’Ue varasse politiche davvero sovrane – sul commercio con la Cina, sull’energia, sulla finanza – e a Washington venissero lette come ritorsioni? Cosa resterà della Nato se la sfiducia entra dalla porta di servizio? Chi garantirebbe la deterrenza nel Baltico mentre il fronte transatlantico litiga su Caracas? Non stiamo dicendo che accadrà. Ma il precedente lo costruisci oggi, spesso lontano da casa.

Un’operazione nei Caraibi può cambiare l’umore delle alleanze in Europa

C’è poi un’ultima immagine, abusata ma efficace: il battito d’ali. Nel 1972 Edward Lorenz si chiese se «il battito d’ali di una farfalla in Brasile» potesse innescare un tornado in Texas. Non era poesia, era teoria del caos: sensibilità estrema alle condizioni iniziali. Oggi potremmo riscriverla così: un ordine d’operazione nei Caraibi può cambiare l’umore delle alleanze in Europa. Non perché la farfalla sia colpevole del tornado, ma perché quando il sistema è instabile, anche un impulso piccolo rimescola la traiettoria.

Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Nicolás Maduro assieme alla sindaca di Caracas Carmen Melendez (foto Ansa).

Allora, che fare? Non abbiamo risposte scolpite. Forse, domani, più dati ci diranno se la guerra al “narco-terrorismo” era un ponte o un pretesto. Forse capiremo se il Venezuela avrà trovato un’uscita politica e non armata. Forse – ma ne dubitiamo – vedremo principi prevalere su interessi. Nel frattempo, qualche criterio minimo per restare “dalla parte giusta”, senza slogan: regole prima dei rapporti di forza, perché se dici Stato di diritto, vale anche per gli amici. Proporzionalità e trasparenza: se usi la forza, spiega perché, come, fino a quando. Piano politico credibile: se parli di democrazia, prepara istituzioni, non solo “nuovi uomini”. Autonomia europea adulta: alleati sì, supini no.

Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Venezuelani con la bandiera nazionale e un ritratto dell’ex presidente Hugo Chávez durante un corteo celebrativo per Maduro (foto Ansa).

Il resto – le bandiere, i cori, gli hashtag – è rumore di fondo. Il punto è non farsi anestetizzare dal vocabolario: narco-terrorismo, colpi chirurgici, regime change sono parole che normalizzano l’eccezione. E le eccezioni, storia alla mano, non restano mai eccezioni a lungo. Se davvero vogliamo aiutare il ragionamento delle persone, cominciamo da qui: chiedere regole per tutti, anche per chi le scrive. Perché in un mondo sensibile a ogni minima variazione, un battito nei Caraibi può cambiare il tempo a Bruxelles. E la democrazia, quando cambia tempo all’improvviso, di solito ha l’ombrello rotto.

Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia
Il presidente venezuelano Maduro (foto Ansa).

Fonti essenziali

Manovra, così la miopia del governo uccide le startup

C’è un’Italia che lavora, e un’Italia che legifera. La prima manda mail, scrive business plan, cerca capitali e si sente dire 10 volte «bello il progetto, ma non ho fondi». La seconda vive chiusa nei ministeri, convinta che l’economia sia una tabella Excel dove basta cambiare una cella per far crescere il PIL e che chi ha una partecipazione sotto il 10 per cento sia un furbo da bastonare. Così è nata la nuova norma sulla tassazione dei dividendi sotto il 10 per cento, inserita nella bozza della Legge di Bilancio 2026. Un provvedimento che, nella testa di chi l’ha scritto, dovrebbe «punire gli speculatori», ma che in realtà punisce solo chi ancora ci prova. Una norma killer per PMI, startup e tutto il mondo dell’innovazione.

Manovra, così la miopia del governo uccide le startup
Banchi del governo (Imagoeconomica).

Il paradosso perfetto: punire chi investe in un’idea

Nel mondo reale, quello dove i soldi si raccolgono sul serio, un’impresa nasce con tanti soci piccoli. Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna — ovunque — l’innovazione parte da pochi soldi e molte teste. Secondo la Commissione europea, oltre il 70 per cento delle startup in fase seed raccoglie meno di 250 mila euro, con una media di cinque soci e quote individuali tra il 3 e l’8 per cento. È da lì che sono nate realtà come Apple, Google, Tesla o Airbnb: piccoli soci, capitale minimo, rischio massimo. In Italia invece no: nel nostro Paese chi mette il 3, il 5, il 7 per cento viene trattato come un rentier di Montecarlo. Il legislatore pensa: «Ha meno del 10 per cento, quindi è un evasore, un furbo, un parassita». E gli spara addosso una tassazione piena. Risultato: l’investitore se ne va, e la startup muore prima di nascere. Proprio qui sta la parte più assurda: non solo tassi di più chi investe poco, ma gli impedisci proprio di investire. Se gli angel investor e i piccoli soci scappano, restano in pochi, costretti a mettere più soldi e a rischiare di più. Alla fine uccidi il meccanismo stesso della raccolta, quello che in tutto il mondo fa nascere le imprese. Nel nuovo schema, un investitore con meno del 10 per cento passa da un’aliquota effettiva dell’1,2 per cento sui dividendi (grazie all’esenzione del 95 per cento) a una tassazione piena del 24 per cento. Significa perdere il 22 per cento netto del rendimento. Un capitale di 100 mila euro che prima generava 10 mila euro netti ne renderà 7.600, con lo stesso rischio. E se l’imprenditore investe tramite la propria holding, finisce per essere tassato due volte: come socio e come impresa. È una norma sproporzionata, che non distingue chi specula da chi costruisce e punisce chi mette i propri risparmi in un’idea invece che in un conto corrente.

Manovra, così la miopia del governo uccide le startup
(foto di Mario Gogh via Unsplash).

Il gap con Francia e Germania

Il problema non è solo fiscale, è culturale. Chi scrive queste norme non ha mai raccolto un euro nella vita. Non sa cosa voglia dire fare fundraising, convincere 10 persone a scommettere su un’idea, spiegare che non hai bilancio ma hai una visione. Non capisce che le startup non vanno in banca, perché le banche ti chiedono bilanci, garanzie, rating, covenant. Una startup, per definizione, non ha niente di tutto questo: vive di equity. E se tassi l’equity, uccidi la possibilità stessa di nascere. Ma a Roma questo non lo sanno. Vivono tra carte, commi e conferenze stampa. Guardano i numeri, non le persone. E da quella distanza — tra un decreto e un buffet ministeriale — decidono di colpire proprio chi tiene in piedi il Paese. Nel frattempo, i numeri veri raccontano un’altra storia: nel 2024 il credito bancario alle piccole imprese è calato del 6,3 per cento, mentre gli investimenti early stage in startup italiane sono crollati del 38 per cento (fonti Cerved e AIFI). Proprio mentre Francia e Germania investivano, rispettivamente, 13 e 17 miliardi di euro l’anno in startup, l’Italia si è fermata a 1,4 miliardi, meno di un decimo. E ora, con questa norma, quel poco capitale privato che resta si prosciugherà del tutto. È lo stesso schema di sempre. Prima fanno norme come il ddl Capitali (ribattezzato anche “decreto Caltagirone“) che consente ai grandi gruppi di mantenere il controllo di tutto con poco capitale e voto maggiorato. Poi colpiscono chi, con poco capitale, prova a costruire qualcosa di nuovo. È una schizofrenia legislativa: proteggi chi ha già tutto e punisci chi prova a costruirsi qualcosa da zero. Magari chi rischia in un’officina di Voghera o in un laboratorio di Bari.

Manovra, così la miopia del governo uccide le startup
(foto di Per Lööv via Unsplash).

Così si tagliano le gambe alle PMI

Questa non è solo una norma sbagliata. È una norma miope. Ed è l’ennesima dimostrazione che chi governa l’economia italiana non la conosce. Non sa cosa sia un angel investor, non capisce la logica del capitale di rischio, e confonde “incentivo” con “regalo”. Il risultato? Un mercato dei capitali ingessato, startup che chiudono, giovani che mollano, imprese che non trovano soldi. Le PMI, che rappresentano il 92 per cento delle imprese italiane, creano il 67 per cento dell’occupazione privata e producono il 56 per cento del PIL manifatturiero, saranno le prime a pagare. L’Italia non ha bisogno di più tasse, ma di più fiducia. E di politici che, almeno una volta nella vita, escano dal ministero e provino davvero a raccogliere capitale per un’idea. Forse allora capirebbero che l’economia reale non nasce da un decreto, ma da chi ancora trova il coraggio di provarci.