Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita

A metà maggio la fotografia dell’ex Ilva è desolante: gara di vendita non chiusa, scadenza di aprile disattesa, due offerenti formali ancora in campo, un piano B governativo che si sgonfia già nella settimana in cui è stato annunciato. E un dossier che ha cambiato scrivania.

Le offerte sul tavolo: pro e contro

La proposta di Flacks group

I due pretendenti in campo sono Flacks Group e Jindal Steel International. Il primo, family office di Miami fondato dal britannico Michael Flacks, ha depositato l’offerta l’11 dicembre 2025: 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti, asset a un euro simbolico, Stato al 40 per cento del capitale. Il 30 dicembre 2025 il Mimit dà mandato di trattativa esclusiva. Sulla carta, le cifre piacciono al pubblico. Ma sotto le cifre, il curriculum siderurgico è semplicemente assente. La storia di Flacks Group del resto è fatta di real estate, retail, chimica, immobili. Sui metalli, al massimo, qualche partita di trading. Gestire un mostro come l’ex Ilva non si fa da un ufficio di Miami con un cv di vernici e palazzi. E i numeri lo dicono: a fine marzo i commissari chiedono coperture bancarie pluriennali, per Flacks sono condizioni «irricevibili» e chiede un vendor loan statale a fare da ponte. Tradotto: prima i soldi pubblici, poi vediamo.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Michael Flaks.

I numeri di Jindal Steel

Jindal Steel International, attraverso il presidente Naveen Jindal – accompagnato a Roma, Taranto e Genova dal figlio Venkatesh – ha presentato un’offerta vincolante il 21 marzo scorso: forno elettrico da 2 milioni di tonnellate a Taranto, dismissione del ciclo integrato entro il 2030, capacità a regime 6 mln di tonnellate di acciaio prodotte, investimento fino a 1 miliardo nei propri impianti, 3.600 dipendenti. Sulla carta garantisce una presenza globale nella siderurgia e la dotazione tecnica. Sotto la carta: se i soldi li mette lo Stato, la presenza globale non vale nulla. Il governo italiano deve mantenere la proprietà degli impianti di Taranto sino alle bramme, restare proprietario delle centrali, accollarsi forza lavoro e oneri CO2. Jindal prende solo i laminatoi di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera, e i porti. E acquisterà fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti del governo, per tre anni, a prezzi di mercato. Quei prezzi non coprono i costi di un’area a caldo che brucia 50-100 milioni al mese: lo Stato venderà bramme in perdita a Jindal finché lei non avrà le sue dall’OmanGame over per Taranto come ciclo integrato. Si aggiunga che lo stesso Naveen Jindal aveva provato a comprare Thyssenkrupp Steel Europe in Germania, ma le trattative sono state sospese il 2 maggio per costi pensionistici e investimenti. A Berlino la due-diligence è stata fatta sul serio.

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Sajjan Jindal con Aldolfo Urso (Imagoeconomica).

Cosa si muove (e cosa no)

Negli ultimi giorni è circolata la voce di una cordata di Flacks con Danieli Metinvest. Va letta con calma. Non c’è nulla di firmato: c’è un tavolo tecnico e ci sono colloqui. Danieli ha sempre detto di essere un fornitore di tecnologia, non un acquirente di brownfield; un eventuale ingresso in equity, secondo le ricostruzioni più precise, sarebbe limitato al 10 per cento (5 per cento Danieli e altrettamto Metinvest) e rinviato a una “seconda fase”. Dettaglio non secondario, a confermare il quadro è stato il presidente Danieli Alessandro Brussi: è il governo che ha messo Flacks in contatto con Metinvest e con Danieli. Tradotto: non è un’iniziativa industriale autonoma del fondo di Miami, è un puntellamento ministeriale a un offerente impallato sulle garanzie. Sull’altro lato del tavolo: Metinvest a Piombino è ancora in stallo. Domanda di VIA ripresentata ad aprile, dopo 36 quesiti inevasi sulla precedente; accordo di Programma non firmato, cantiere previsto entro fine 2026 ma in ritardo di un anno su un investimento da 3,2 miliardi. Chiedere a chi non ha ancora avviato Piombino di farsi carico dell’ex Ilva è un esercizio da retroscenisti. Sul fronte governativo, l’ipotesi Arvedi circolata la settimana scorsa è data per non più in piedi; l’ipotesi Qatar Steel resta sullo sfondo. Federmeccanica (Simone Bettini) ha rilanciato: Occorre «mantenere la produzione siderurgica e l’indipendenza degli approvvigionamenti». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede società mista Stato-privato e la nazionalizzazione: «Il pubblico investe attraverso Fincantieri e Leonardo, non vedo perché non possa investire in un settore strategico».

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L’ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).

Il piano vecchio, archiviato da Urso

Vale la pena tornare al vecchio piano Jindal datato ottobre 2024 e archiviato dal ministro Adolfo Urso. È intestato a Jindal Steel (International) con un indirizzo che ricorre su ognuna delle 25 pagine: «Two Tribeca, Trianon 72261, MAURITIUS». La più grande acciaieria d’Europa offerta da una società domiciliata in una giurisdizione che per l’Ue resta nella zona grigia della pianificazione fiscale aggressiva. Condizioni: investimento fino a 3,01 miliardi entro il 2030, di cui 1,67 miliardi di grant pubblici già richiesti, più 606 mln per gli EAF e 660 per il secondo DRI. Due miliardi su tre li mette lo Stato. E a pagina 12, in chiaro, c’è la richesta di un decreto che garantisca immunità penale, civile e amministrativa all’offerente e ai suoi dirigenti per le responsabilità pregresse. Un Salva-Ilva prima di entrare. EBITDA in rosso cinque anni di fila, pareggio al 2030 solo grazie alle sovvenzioni. Urso lo archiviò. La nuova versione chiede meno contributi ma ha la stessa filosofia: lo Stato tiene il problema, Jindal tiene la rendita.

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Adolfo Urso a Taranto (Imagoeconomica).

Il fatto politico: il dossier è in mano a Palazzo Chigi

Veniamo all’unico vero fatto politico di queste settimane, e va detto senza cuscinetti. Il 6 maggio Urso ha dichiarato in pubblico che «l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Tradotto: questa pratica non la chiudo io. Le ricostruzioni nella maggioranza e nel Mimit sono concordi: il dossier ex Ilva sarebbe passato nelle mani di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Avvocato di Bisceglie, classe 1965, formato tra Tesoro di Tremonti, Consob e ministero del Turismo, Caputi è un funzionario amministrativo, non un decisore industriale. Affidare a lui la regia di un dossier da oltre 20 mila lavoratori, otto miliardi di debito e tre regioni significa una cosa: la maggioranza ha deciso di non scegliere più.

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Gaetano Caputi (Imagoeconomica).

Il piano industriale fantasma

Il problema dell’Ilva non sono i compratori che mancano: è il piano industriale che lo Stato non ha mai voluto avere. Quando un piano c’era – il business plan Bain, 8 mln di tonnellate al 2030, 3,6 miliardi di investimenti, decarbonizzazione – è stato messo nel cassetto. Quando Invitalia poteva salire al 60 per cento di Acciaierie d’Italia versando 680 milioni, non li ha versati. Da allora il governo Meloni ha versato comunque: prestiti ponte (320+100 milioni nel 2024, altri 149 nel 2026), DL 3/2025 (circa 480 mln tra continuità e bonifiche), DL 92/2025 (200 milioni più la cassa integrazione), DL 180/2025, rimborsi dal conto bonifiche, garanzie SACE per altri 220 mln di rischio pubblico. Il tutto per un totale stimato in circa 2,3 miliardi di euro dal 2023 a oggi, più di tre volte i 680 milioni che sarebbero serviti per prendere il controllo. Oltre il triplo, per non comandare. E nel solo 2025 Acciaierie d’Italia ha perso 1,376 miliardi, oltre 100 milioni al mese che bruciano. Non si vende ciò che non si è prima governato. E ora, dopo il piano archiviato di Mauritius, dopo il puntellamento ministeriale al fondo di Miami, dopo il «piano B» qatarino che vacilla e l’Arvedi che non c’è mai stata, il fascicolo è uscito dalle mani del ministro che lo ha gestito per tre anni. È in un’altra stanza.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump

Lunedì 11 maggio, il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta che chiude un copione durato un mese: gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi militari segreti contro l’Iran. Tra i bersagli la raffineria di Lavan Island, centrata l’8 aprile. Il WSJ usa il plurale: «strikes». Non un colpo isolato, una campagna, e per di più condotta poche ore dopo il cessate il fuoco. Un po’ come il pugile che tira un cazzotto dopo il gong.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

L’attacco segreto degli Emirati contro l’Iran

La cronologia è importante. L’8 aprile, quando negli Emirati è mezzanotte, Donald Trump pubblica su Truth Social l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. È il gong. Poche ore dopo l’annuncio (alle 10 iraniane) i Mirage 2000-9 dell’Aeronautica emiratina colpiscono la raffineria di Lavan Island nel Golfo Persico. Un attacco «vile», commenta la National Iranian Oil Refining and Distribution Company. Un’ora dopo arriva la ritorsione di Teheran: 17 missili balistici e 35 droni piovono sugli Emirati, 28 droni sul Kuwait. Il WSJ rivela che gli americani erano a conoscenza dell’attacco emiratino. Dubai dal canto suo non conferma né smentisce.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Donald Trump (Ansa).

La risposta chirurgica di Teheran su Fujairah

Il 4 maggio, 26 giorni dopo Lavan, l’Iran torna all’attacco con 12 missili balistici, tre cruise e quattro droni. Uno penetra le difese aeree e colpisce il terminal petrolifero di Fujairah nella Petroleum Industries Zone (FOIZ). La scelta del bersaglio è chirurgica. Fujairah è il porto sul Golfo dell’Oman, a 130 chilometri a est di Dubai e oltre lo Stretto di Hormuz. È il terminal della Habshan-Fujairah pipeline — nota come ADCOP — 380 chilometri di tubi che portano il greggio dai giacimenti di Abu Dhabi al Golfo dell’Oman senza passare per Hormuz. Capacità: 1,5 milioni di barili al giorno. È l’unica via di esportazione alternativa allo Stretto che gli Emirati hanno costruito come polizza assicurativa contro i blocchi. Quando Hormuz è stato chiuso a marzo, l’export di Fujairah è cresciuto da 1,17 a 1,62 milioni di barili al giorno. L’Iran dunque sapeva esattamente dove colpire, e la proporzione fra i due bersagli è il dato che chiude la partita. Se Mohammed bin Zayed ha tirato il pugno dopo il gong colpendo un’unghia – Lavan, 55 mila barili al giorno di capacità di raffinazione e danno riparabile in uno, due mesi – l’Iran ha aspettato il momento giusto e ha centrato l’arteria principale cioè Fujairah, l’unica via di export alternativa a Hormuz degli Emirati.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il porto di Fujairah (Ansa).

Il fallimento di Trump e l’intervento di MBS

Intanto il 5 maggio Trump lancia l’Operation Project Freedom per scortare le navi mercantili intrappolate nello Stretto. È la mossa pensata per dimostrare agli elettori americani, in vista delle midterm, che la guerra non è persa. Ma l’operazione si rivela un flop: solo due navi civili attraversano il corridoio. E qui entra in scena Mohammed bin Salman. Il principe ereditario saudita è stato preso alla sprovvista dall’annuncio di Trump e così risponde negando a Washington l’uso della Prince Sultan Airbase e dello spazio aereo. Il Kuwait fa lo stesso. Trump prova inutilmente a fargli cambiare idea, e il 6 maggio Project Freedom è sospeso. L’unica operazione militare americana pensata per riaprire Hormuz è morta dopo 24 ore di vita. Come commenta il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf «l’operazione Trust me bro è fallita».

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel momento si è capito che il sistema strategico del Golfo è cambiato. Gli Stati Uniti non possono condurre operazioni militari nel Golfo senza autorizzazione saudita. MBS ha dimostrato che la chiave del Golfo è Riad, e che senza Riad la potenza americana è bloccata. E mentre il mito della neutralità emiratina si sgretola, a Trump non resta che volare da Xi a Pechino perché ha bisogno della Cina per chiudere una guerra che gli alleati del Golfo non vogliono più subire.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero

In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».

La ritirata degli Emirati in tre atti

C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle. 

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale

Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi. 

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Il porto di Fujairah (Ansa).

Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund

Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).

Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento. 

Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+

Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilaterale Stati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.

Emirati via dall’Opec: cosa significa e a chi conviene davvero
Il logo dell’OPEC (Ansa).

A chi conviene l’uscita degli UAE?

A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. A Pechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.

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Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).

La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni

Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).


Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo

Nel 2006 la Juve e il caso Moggi. Oggi l’Inter e Beppe Marotta. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, ha senso fare un parallelismo con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?

L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva

Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Gianluca Rocchi (foto Ansa).

Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter

Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Daniele Doveri in una gara dell’Inter (foto Ansa).

Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»

La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on field review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.

Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta interpellato a Sky Sport sul nuovo scandalo Arbitropoli.

Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».

Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano

Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Chinè (Imagoeconomica).

Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.

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Beppe Marotta e Gianluca Rocchi assieme.

La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria

L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.

Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali

Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Marotta (foto Ansa).

La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.

  • Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
  • Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
  • Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.

Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il procuratore federale Stefano Palazzi nel 2012 (foto Ansa).

Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito

A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).

Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.

Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato

Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Marcello Viola con la cover dell’Inter.

Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.

Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che negli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali

Il Wall Street Journal lo ha confermato domenica 20 aprile: il governatore della Banca centrale degli Emirati Arabi, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto al segretario al Tesoro Scott Bessent e a funzionari della Federal Reserve l’apertura di una swap line valutaria — una linea di credito d’emergenza in dollari — durante gli Spring Meetings del FMI a Washington. La notizia conferma ciò che Lettera43 scriveva già a marzo: la narrazione di stabilità emiratina è una costruzione fragile, e i numeri la stanno demolendo. Gli emiratini hanno argomentato che è stata la decisione di Donald Trump ad attaccare l’Iran a coinvolgerli nel conflitto. E hanno aggiunto un dettaglio che suona come una minaccia: se gli UAE finiscono i dollari, potrebbero usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Per un Paese il cui dirham è agganciato al dollaro, minacciare il passaggio allo yuan è l’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio. Ma è il segnale che la situazione è più grave di quanto Abu Dhabi voglia ammettere. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
MBZ con Donald Trump (Ansa).

Perché la crescita del 3 per cento è un miraggio

A gennaio, prima della guerra, l’FMI proiettava una crescita del 5 per cento. L’ultimo World Economic Outlook del 14 aprile l’ha ridotta al 3,1 per cento, e quello è lo scenario ottimistico. Nello scenario avverso la crescita del MENA (Middle East and North Africa) scende all’1,1 per cento. Ma quel 3,1 per cento è un numero sulla carta. Per trasformarsi in Pil reale servono liquidità, infrastrutture funzionanti e fiducia degli investitori. Gli UAE non hanno nessuna delle tre. Un Paese che chiede swap line d’emergenza non cresce del 3 per cento. Un Paese le cui banche hanno rilasciato simultaneamente il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale — come ha fatto la Banca centrale il 18 marzo — non è un Paese i cui fondamentali sono «solidi». 

Il crollo della «Little Sparta» del Golfo

Secondo la comunicazione ufficiale di Abu Dhabi, pressoché tutti i danni subiti dal Paese sono stati causati da «detriti caduti a seguito di intercettazioni riuscite». Detriti prodigiosi, bisogna ammetterlo: hanno incendiato lo Shah gas field (20 per cento del gas domestico emiratino), devastato il petrolchimico Borouge, distrutto oil tank e raffineria a Fujairah, colpito il porto di Khor Fakkan, danneggiato l’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e costretto al fermo precauzionale la raffineria di Ruwais. Se i detriti delle intercettazioni fanno tutto questo, viene da chiedersi cosa farebbero i missili se arrivassero a destinazione. In realtà, il ministero della Difesa ha dichiarato di aver affrontato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise, 2.819 vettori d’attacco in cinque settimane. La matematica della propaganda emiratina funziona così: ogni colpo è intercettato, ogni danno è un detrito, e l’infrastruttura energetica si è autodistrutta per cause accidentali.

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Il porto di Fujairah (Ansa).

L’Iran non voleva conquistare gli Emirati. Voleva dare un esempio. E l’esempio è stato devastante. In cinque settimane Teheran ha dimostrato quanto valesse la punta di lancia dell’asse Usa-Israele nel Golfo, quella «Little Sparta» di cui Mohammed bin Zayed andava tanto fiero, ripetuta con reverenza nei think tank di Washington e nei corridoi del Pentagono. La risposta, ora, è sotto gli occhi di tutti: niente. Al primo contatto con la realtà, la punta di lancia si è afflosciata, appiattita, disintegrata. Una definizione sulla carta, buona per i convegni e le foto con i generali americani. Gli UAE avevano proxy paramilitari in Yemen, Somalia, Libia e Sudan. Avevano i sistemi antimissile più avanzati del mercato. Avevano un budget della difesa da potenza media europea. Non avevano la capacità di proteggere i propri impianti petroliferi da sciami di droni da poche migliaia di dollari l’uno. A fine marzo, UAE e Kuwait avevano consumato il 75 per cento delle scorte di intercettori Patriot, il Bahrain l’87 per cento. La lezione iraniana è stata limpida: il prezzo dell’allineamento con Washington e Tel Aviv si paga in infrastrutture bruciate, e chi si vende come punta di lancia finisce per essere il primo bersaglio. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Il principe ereditario Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

Il viaggio a Pechino del principe ereditario…

Il 12 aprile il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed è atterrato a Pechino. Il 14 è stato ricevuto da Xi Jinping. Ventiquattro accordi firmati. La visita avviene nel contesto in cui i funzionari emiratini dicono agli americani che senza dollari passeranno allo yuan. Il sistema cinese CIPS ha processato a marzo 135 miliardi di dollari giornalieri, +50 per cento. Il Project mBridgepiattaforma blockchain di cui gli UAE sono cofondatori — ha già processato 55 miliardi in scambi, con lo yuan al 95 per cento del volume. Ogni volta che il bluff viene esposto — e il WSJ lo ha appena fatto — la credibilità del bluffatore diminuisce. 

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
La delegazione cinese guidata da Xi Jinping e quella emiratina guidata da Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).

… E lo shopping londinese dello zio

Mentre Balama mendica dollari a Washington e il figlio di MBZ cerca alternative a Pechino, il fratello di MBZ — Sheikh Tahnoon bin Zayed, vicepresidente, capo dell’intelligence, chairman di IHC — fa shopping a Londra. L’11 aprile, DIAFA (affiliata IHC) ha acquisito una quota di maggioranza nell’impero di Richard Caring per 1,4 miliardi di sterline: The Ivy Collection, Annabel’s, Scott’s, Sexy Fish, Harry’s Bar, George, Mark’s Club. Il CEO di IHC ha dichiarato al Financial Times di voler spendere «36 miliardi di dollari ogni 18 mesi». A febbraio ha lanciato Judan Financial con 237 miliardi di dollari di asset in gestione. La contraddizione è irrisolvibile. O la crisi di liquidità è reale — e allora Tahnoon sta distraendo risorse mentre il Paese chiede l’elemosina — oppure è gonfiata per ottenere aiuti americani, e gli UAE stanno mentendo ai propri alleati. Tertium non datur

Emirati: il bluff della stabilità tra guerra, debito e fuga di capitali
Da sinistra il primo ministro britannico Keir Starmer, Mohamed bin Zayed con accanto il fratello Tahnoon bin Zayed (Ansa).

La trappola in cui si sono infilati gli Emirati

L’emirato ha raccolto 4,5 miliardi di dollari in debito d’emergenza, pagando un premio pur di avere i soldi subito. Il Bahrain ha aperto una swap line da 5 miliardi con gli UAE: due naufraghi che si prestano il salvagente. L’IEA (l’International Energy Agency) ha definito la situazione «lo shock petrolifero più grave della storia». La World Bank ha tagliato la crescita del GCC (Gulf Cooperation Council) dal 4,4 all’1,3 per cento. Un consulente di wealth management a Singapore ha riferito che più della metà dei suoi 13 clienti emiratini stava valutando di spostare tutto. Un avvocato di patrimoni privati ha riportato che tre dei suoi venti clienti — con asset medi di 50 milioni — pianificavano trasferimenti urgenti. Dubai ha ridotto il limite di oscillazione in Borsa dal 10 al 5 per cento. Le autorità hanno dovuto smentire notizie su blocchi ai prelievi degli investitori stranieri. Il fatto stesso di doverlo fare dice tutto. Mohammed bin Zayed ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura. Quella scommessa assumeva un Iran rapidamente sconfitto e gli UAE come nodo indispensabile del nuovo ordine. Nessuno di quegli scenari si è materializzato. Gli UAE assorbono le ripercussioni senza poter uscire dall’alleanza, per paura di perdere la copertura americana. Una trappola perfetta, costruita con le proprie mani. Chi apre un conto a Singapore non torna facilmente a Dubai. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita. La parola del beduino di Abu Dhabi ora porta un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano cari.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?

Secondo fonti riservate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe pianificando di recarsi personalmente a Islamabad entro giovedì 24 aprile per firmare un accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’intesa, che sarebbe già stata negoziata nelle sue linee fondamentali attraverso canali riservati, prevedrebbe due pilastri: uno stop decennale al programma nucleare iraniano e un meccanismo di divisione dei proventi del transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran. Se confermato, si tratterebbe del colpo di scena più clamoroso dall’inizio della guerra Iran-Usa, il 28 febbraio scorso. Le stesse fonti indicano che Trump intenderebbe intestarsi personalmente il merito dell’accordo prima che la notizia trapeli attraverso altri canali. Questa sarebbe la sequenza prevista: lunedì sera Steve Witkoff e Jared Kushner partecipano al secondo round negoziale; tra martedì sera e mercoledì – allo scadere dell’ultimatum del 22 aprile – ci dovrebbe essere l’annuncio della Casa Bianca; giovedì Trump volerà in Pakistan per la firma.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner (Ansa).

A Islamabad la sicurezza è stata raddoppiata

A supportare questa indiscrezione intervengono elementi oggettivi e verificabili. Il più eloquente è il dispositivo di sicurezza, drasticamente superiore a quello approntato per la visita del vicepresidente JD Vance dell’11-12 aprile. Per il primo round — 21 ore di negoziato, 300 membri nella delegazione americana — il Pakistan aveva dispiegato circa 10 mila unità tra polizia e forze paramilitari. Per il secondo round la scala di grandezza è diversa: oltre 18 mila unità nella sola Islamabad, con 7 mila rinforzi dal Punjab, per un totale che, secondo l’agenzia statale cinese Xinhua, raggiunge le 20 mila unità nelle twin cities. A questi si aggiungono 400 commandos d’élite, un centinaio di cecchini sui tetti con coordinamento radio in tempo reale e 600 posti di blocco su tutti i punti di accesso. Le misure aggiuntive sono senza precedenti: sospensione totale del trasporto pubblico, privato e merci; chiusura di ristoranti, banche, palestre, ostelli; requisizione del Serena e del Marriott Hotel; università chiuse con lezioni online. L’aumento di uomini rispetto alla visita di Vance è dell’ordine del 100-150 per cento. Non si prepara un dispositivo simile per un inviato speciale: lo si prepara per un Capo di Stato.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
L’Hotel Serena a Islamabad (Ansa).

Tre C-17 Globemaster III atterrati a Rawalpindi

L’altro segnale materiale è il tipo di aerei militari americani atterrati alla Nur Khan Airbase di Rawalpindi. Per il primo round era arrivato un singolo C-130 Hercules con il team avanzato di sicurezza, inclusi agenti del Secret Service e della CIA. Sabato 19 aprile, i dati di flight tracking documentano tre C-17 Globemaster III dell’USAF — il primo alle 8.30, il secondo alle 11.03, il terzo alle 14.40 — con un quarto in rotta. Un C-17 trasporta fino a 77 tonnellate: tre significano oltre 230 tonnellate di capacità, contro le 20 del singolo Hercules della settimana precedente. Nella prassi delle visite presidenziali all’estero, i C-17 trasportano i veicoli blindati della scorta, le apparecchiature di comunicazione sicura e il materiale logistico necessario a replicare un perimetro di sicurezza equivalente a quello della Casa Bianca. A questi si aggiungono, secondo un funzionario pakistano intervistato da MSNBC, quattro ulteriori voli con i nominativi del team avanzato del vicepresidente.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
Le bandiere degli Stati Uniti e dell’Iran (Ansa).

Il rebus Vance e il protocollo di continuità

L’indizio più pesante però è il balletto sulla partecipazione di JD Vance. Domenica, in poche ore, la Casa Bianca ha prodotto quattro versioni incompatibili. Al mattino, l’ambasciatore statunitense all’Onu Michael Waltz e il segretario all’Energia Chris Wright confermano la partenza. Mezz’ora dopo, Trump telefona a Jonathan Karl di ABC: Vance non va, il Secret Service non riesce a organizzare la sicurezza con 24 ore di preavviso. Novanta minuti più tardi, la portavoce rettifica: Vance andrà con Witkoff e Kushner. La spiegazione delle «24 ore insufficienti» è fragile: la stessa operazione era stata realizzata una settimana prima. La confusione trova invece una lettura coerente in un protocollo fondamentale della sicurezza americana: nella prassi consolidata dalla Guerra Fredda, fondata sulla National Security Presidential Directive 51, presidente e vicepresidente non devono trovarsi contemporaneamente nello stesso luogo all’estero. Il principio è la continuity of government: la dispersione geografica della leadership garantisce che la catena di comando resti intatta in caso di evento catastrofico. Se Trump vola a Islamabad, Vance deve rientrare. La danza delle dichiarazioni potrebbe riflettere una decisione presidenziale ancora in fieri.

Trump pronto a volare a Islamabad per firmare l’accordo con l’Iran?
JD Vance (Ansa).

Sul piatto la divisione dei proventi di Hormuz e lo stop decennale al nucleare

Lo stop decennale al nucleare rappresenterebbe un compromesso tra la proposta americana di 20 anni — respinta da Teheran e sgradita dallo stesso Trump — e la posizione iraniana, che rivendica il diritto sovrano all’arricchimento. Il revenue sharing su Hormuz sarebbe l’innovazione più radicale: durante il primo round lo Stretto era rimasto un nodo irrisolto. Trump venerdì scorso aveva ribadito dall’Air Force One che «non ci saranno pedaggi». Un accordo di divisione dei proventi, però, potrebbe consentire a entrambi di dichiarare vittoria. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato domenica della volontà di Teheran di porre fine al conflitto «con dignità». La delegazione negoziale, tuttavia, è guidata dal presidente del Parlamento Bagher  Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Le agenzie iraniane hanno formalmente rigettato il secondo round, ma fonti di Teheran hanno contemporaneamente riferito alla CNN l’arrivo di una delegazione a Islamabad per martedì. Il cessate il fuoco scade mercoledì 22: senza accordo o proroga, le ostilità riprenderebbero. Il sequestro della nave Touska da parte della USS Spruance e la minaccia di ritorsione dell’IRGC aggiungono volatilità. Al momento della pubblicazione, nessuna fonte ufficiale ha confermato una visita presidenziale a Islamabad. Lo scenario resta condizionale e la fluidità della situazione — testimoniata dal caos comunicativo della stessa Casa Bianca — lascia aperta la possibilità che i piani cambino nelle prossime ore. Ma ciò che appare difficilmente contestabile è che il dispositivo in fase di dispiegamento nella Capitale pakistana non è proporzionato alla visita di un inviato. Qualcuno, a Washington, si sta preparando per qualcosa di molto più grande.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin

Lovaglio ha vinto. Il 15 aprile, l’assemblea dei soci di Mps ha sancito il ritorno dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio alla guida della banca senese, con il voto determinante di Delfin – la holding della famiglia Del Vecchio, prima azionista con il 17,5 per cento -, di Banco BPM con il 3,76 per cento e anche grazie al Mef che non si è presentato. Così la lista presentata da Plt Holding ha avuto la meglio contro quella del board uscente, appoggiata dal 13,5 per cento di Francesco Gaetano Caltagirone. Per la prima volta dalla morte di Leonardo Del Vecchio, avvenuta nel giugno 2022, i due pilastri del patto che aveva conquistato Mediobanca e puntava al controllo di Generali si sono fronteggiati in assemblea. Una rottura clamorosa, che segna la fine di un’alleanza durata anni e che ridisegna gli equilibri del nascente terzo polo bancario italiano.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la decisione di Delfin la pressione della famiglia Del Vecchio

Ma il voto di mercoledì racconta una storia diversa da quella che appare in superficie. La decisione di Delfin di schierarsi con Lovaglio non è stata una scelta strategica di Francesco Milleri, presidente della holding e Ceo di EssilorLuxottica. Ma è stata imposta dalle dinamiche interne alla famiglia. Da tre anni e mezzo gli otto eredi di Del Vecchio – la moglie Nicoletta Zampillo e i sette figli compreso Rocco Basilico (nato dal primo matrimonio di Zampillo col banchiere Paolo Basilico), ciascuno con il 12,5 per cento di Delfin – non riescono a chiudere la disputa sulla successione. I dividendi sono bloccati al 10 per cento dell’utile netto secondo lo statuto che richiede l’unanimità per le decisioni strategiche. Milleri governa per inerzia, non per mandato. E la pressione degli eredi, che vogliono risposte su come viene gestito un patrimonio che ai valori attuali supera i 40 miliardi di euro, si è scaricata anche sul voto in assemblea. Alla fine i figli spalleggiati dalla madre hanno dettato la linea a Milleri che avrebbe invece votato per la lista del board.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Milleri (Ansa).

La rottura dell’asse con Caltagirone

Lovaglio è l’uomo che ha risanato Mps e ha condotto la scalata vincente su Mediobanca. In realtà ha sempre avuto buoni rapporti con Milleri. La sua estromissione dalla lista del cda, decisa a inizio marzo, non era piaciuta né al numero uno di Delfin né – secondo fonti finanziarie – alla Bce. Ma la scelta di votare contro Caltagirone ha un costo enorme: spacca l’asse che teneva insieme il sistema, dall’acquisizione di Mediobanca al posizionamento su Generali.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Le mire di LMDV tra inchieste e piani di acquisizione

Il dissidio interno a Delfin è profondo e ha radici che vanno ben oltre Mps. Leonardo Maria Del Vecchio, il quarto figlio del fondatore e chief strategy officer di EssilorLuxottica, è indagato dalla procura di Milano con il coordinamento della Dda nell’ambito dell’inchiesta Equalize per presunto spionaggio ai danni di quattro fratelli. È inoltre in causa con la madre e Basilico. A marzo ha rilasciato un’intervista a Les Echos, il principale quotidiano finanziario francese, annunciando di voler comprare le quote di due fratelli per arrivare al 37,5 per cento di Delfin, un’operazione a leva su una holding che potrebbe trovarsi di fronte a imprevisti di natura fiscale. A dicembre 2025, Rocco Basilico ha lasciato il ruolo di Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. Era stato lui ad avviare i contatti con Mark Zuckerberg che hanno portato alla partnership con Meta sugli smart glasses. Lo stesso Milleri è a sua volta indagato dalla procura di Milano per il presunto concerto nell’acquisizione di Mediobanca, insieme a Caltagirone e allo stesso Lovaglio che oggi, per una di quelle ironie che solo il capitalismo italiano sa produrre, torna alla guida della banca grazie proprio al voto di Milleri.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La possibile grana francese sull’ultima residenza del fondatore

Ma all’orizzonte della famiglia Del Vecchio si potrebbe profilare una partita al confronto della quale le faide di oggi rischiano di essere derubricate a un dettaglio. Nel 2023 il fisco francese ha avviato verifiche sulla residenza effettiva di Leonardo Del Vecchio al momento della morte, con particolare riferimento a Villa La Leonina, la proprietà di Beaulieu-sur-Mer che, nel suo testamento, il fondatore definisce «la residenza più amata» e che l’inventario dell’eredità valuta 47 milioni di euro. Se la residenza francese fosse accertata, l’applicazione dell’articolo 750 ter del Code général des impôts sull’intero patrimonio mondiale degli eredi avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’assetto azionario di EssilorLuxottica, società del CAC 40 di cui Delfin controlla il 32 per cento. Contattati in merito, da Delfin si sono limitati a un «no comment».

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump

Ventuno ore di negoziati, una sala sfarzosa a Islamabad, un vicepresidente americano che sale sul podio e annuncia il fallimento. JD Vance lascia il Pakistan con un’«offerta finale e migliore» che gli iraniani non avrebbero mai potuto accettare. Non perché siano irragionevoli, ma perché non era un’offerta: era un diktat. Una «classic walk-out move» dal manuale di Trump, come l’ha definita Kamran Bokhari del Middle East Policy Council. Un copione già scritto.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
La conferenza stampa di JD Vance dopo i colloqui di Islamabad (Ansa).

Perché quello tra Usa e Iran non è stato un negoziato

Chiunque abbia dimestichezza con la diplomazia sa come funziona un negoziato reale. Settimane prima del tavolo, gli sherpa delle delegazioni si scambiano documenti, posizioni, linee rosse. Viene costruita una mappa dei punti negoziabili e di quelli inderogabili. A Islamabad non è successo nulla di tutto questo. Washington ha presentato una lista di richieste massimaliste – rinuncia totale al nucleare, smantellamento degli impianti, apertura incondizionata di Hormuz, abbandono dei proxy, restituzione niente – sapendo che Teheran non le avrebbe mai accettate. La delegazione iraniana contava 70 esperti; quella americana si reggeva su Vance e pochi collaboratori. Non è un tavolo, è un’asimmetria progettuale. Trump lo ha detto con la consueta brutalità: «Voglio tutto. Non il 90 per cento, non il 95. Voglio tutto». Non è una posizione negoziale. È la voce del più inaffidabile interlocutore che la comunità internazionale ricordi, un uomo che usa le trattative come copertura logistica mentre i suoi C-17 scaricano marines e armamenti nel Golfo.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).

Il sospetto di un’invasione di terra imminente

Perché il punto è esattamente questo. La trattativa non è mai stata una trattativa. È diplomazia coercitiva allo stato puro: costruisci un’apparenza di negoziato per guadagnare tempo, riposizioni le forze sul terreno, poi chiudi il teatrino e colpisci. L’analista Claudio Verzola, su Difesa Online, lo ha scritto il 30 marzo scorso con una precisione che oggi suona profetica: incrociando la deadline politica, le fasi lunari, le maree sizigiali e le condizioni meteo, la finestra ottimale per un raid anfibio su Kharg Island – il nodo da cui transita il 90 per cento dell’export petrolifero iraniano – cade nella notte tra il 16 e il 17 aprile. Luna nuova, oscurità totale, alta marea che favorisce i mezzi da sbarco. La USS Tripoli è in teatro con 3.500 marines, la 82ª Aviotrasportata è dispiegata, un secondo gruppo anfibio è in avvicinamento.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Un’immagine satellitare di Kharg island in Iran (Ansa).

Lunedì il CENTCOM ha reso operativo il blocco navale dei porti iraniani e ha chiuso lo Stretto di Hormuz. La luna non mente, le maree non negoziano, e i movimenti di truppe parlano più di qualsiasi conferenza stampa. Quello che Trump non capisce – o finge di non capire, troppo impegnato a trattare le relazioni internazionali come un racket immobiliare – è un principio elementare che il politologo Ted Robert Gurr ha codificato mezzo secolo fa: le popolazioni possono sopportare la privazione più estrema, la miseria, la guerra, ma ciò che le fa rivoltare è la percezione dell’ingiustizia. Non è la sofferenza assoluta a generare resistenza, è lo scarto tra ciò che un popolo crede di meritare e ciò che gli viene imposto. Bombardi per 40 giorni, poi chiedi la resa incondizionata: non stai negoziando, stai cementando il consenso attorno al regime avversario.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Donald Trump (Ansa).

L’arsenale ancora intatto di Teheran

E difatti la maggior parte del mondo islamico – con la parziale eccezione delle monarchie del Golfo, che hanno le loro ragioni per stare zitte – è compatto dietro l’Iran. Anche perché con cosa pretende di negoziare, Washington? L’Iran, nonostante cinque settimane di bombardamenti, dispone ancora di un arsenale che l’intelligence americana stessa, secondo il Wall Street Journal, definisce composto da migliaia di missili balistici nascosti in basi sotterranee a 500 metri di profondità, impenetrabili persino al GBU-57, la bomba anti-bunker più potente dell’arsenale Usa. Il rapporto JINSA del 6 marzo stima che Teheran sia entrata in guerra con circa 2.000 missili a medio raggio e tra 6.000 e 8.000 a corto raggio, cui vanno sommati razzi d’artiglieria, missili cruise e anti-nave, droni per un arsenale complessivo che supera ampiamente le diecimila unità. Israele calcola ancora oltre 1.000 MRBM operativi. E la Cina, secondo indiscrezioni, si preparerebbe a inviare sistemi di difesa aerea. Non è il profilo di un avversario prossimo alla resa.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).

L’Europa resta alla finestra nonostante i venti di recessione

E l’Europa? L’Europa sta a guardare mentre la sua economia va in pezzi. Il Brent è schizzato il 13 aprile a 102 dollari con un balzo dell’8 per cento, il WTI ha superato i 104, il gas europeo è salito del 17 per cento. Goldman Sachs avverte che se Hormuz resta chiuso un altro mese, il Brent medierà sopra i 100 dollari per tutto il 2026. La Bce ha già congelato i tagli dei tassi e rivisto al rialzo le stime d’inflazione. La Germania va verso la recessione tecnica, l’Italia la segue. Shell ha avvertito che l’Europa potrebbe restare a corto di carburante già in aprile. Intanto Giorgia Meloni telefona ad Al Sisi per esprimere «sostegno ai negoziati». Pigola. L’Italia avrebbe bisogno di una voce che pesi sui tavoli che contano, non di comunicati stampa da Palazzo Chigi che sembrano esercizi di calligrafia diplomatica.

Lo scontro con Papa Leone XIV

L’unico che ruggisce davvero è il Papa, che di nome fa Leone e di fatto lo dimostra. Ha definito «inaccettabile» la minaccia di Trump di cancellare una civiltà intera. Ha denunciato il «delirio di onnipotenza» durante la veglia per la pace in San Pietro. Ha detto ai fedeli americani di alzare il telefono e chiamare i loro congressisti per chiedere la fine della guerra. E così Trump lo ha attaccato, definendolo «debole e pessimo in politica estera», preferendogli il fratello Louis perché «totalmente MAGA». ». La risposta più bruciante non è arrivata dal Vaticano, ma da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che insultare Papa Leone «non è solo anticristiano, ma è un attacco sfacciato a un responsabile impegno per la pace, la giustizia e l’umanità», citando le Beatitudini del Vangelo.

Siamo al paradosso finale: la Repubblica islamica difende il Papa dalle aggressioni del presidente degli Stati Uniti. Ecco il livello: il presidente degli Stati Uniti insulta il Papa perché osa chiedere la pace.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Papa Leone XIV (Ansa).

Gli scenari possibili

E chi gli dà retta? La matrice degli scenari è nera in ogni declinazione. Raid su Kharg a mercati chiusi: Brent verso 130-140 dollari, recessione europea entro il terzo trimestre. Blocco prolungato: inflazione al 5 per cento in Europa, recessione in Germania e Italia. Accordo parziale: Brent a 85-90, ma rischio geopolitico strutturale. Escalation verticale: Brent oltre 150, crisi alimentare nel Golfo, contagio ai mercati emergenti asiatici. Come scrive Verzola, questa non è la fine della crisi: è un «momento transitorio e cinetico». Tradotto: la pausa prima dell’impatto.

Crisi Iran-Usa: il negoziato che non c’è e il vero piano di Trump
Il post di Donald Trump in versione Gesù pubblicato su Truth e poi cancellato.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

C’era una volta il calcio italiano delle notti magiche. Oggi c’è Zenica, Bosnia-Erzegovina, un campo da Serie D, 9.500 spettatori e un’intera nazione che guarda l’abisso per la terza volta consecutiva. Tre Mondiali saltati. Tre. Non uno, che poteva essere sfortuna. Non due, che poteva essere crisi. Tre, che è un certificato di morte (sportiva). E chi ha firmato il certificato? Facciamo i nomi, che in Italia si fa sempre troppa fatica a farli.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

Partiamo dal commissario tecnico, Rino Gattuso. L’uomo che il mainstream giornalistico tratta come un passante generoso che si è immolato per darci una mano. Peccato che quel passante avesse un curriculum che farebbe rabbrividire un direttore delle risorse umane di qualsiasi azienda del Pianeta: esonerato al Milan, incapace di portare il Napoli in Champions con la stessa rosa con cui Luciano Spalletti sfiorò lo scudetto, e poi il pellegrinaggio tra Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato, raccogliendo macerie ovunque. Ma Ringhio piace, ha la faccia giusta, le signore lo adorerebbero come babysitter. Il problema è che non doveva fare il babysitter: doveva portare l’Italia al Mondiale.

Bastoni, il simbolo dell’antisportività primo responsabile del fallimento

E invece cosa ha fatto? Ha convocato Alessandro Bastoni, l’uomo che poche settimane prima era diventato il simbolo dell’antisportività per via di quella simulazione con successiva esultanza che ha deciso il campionato. Un calciatore che psicologicamente non reggeva la pressione, e che puntualmente prima dell’intervallo è scivolato sull’avversario lanciato in porta con la grazia di un elefante sul ghiaccio, beccandosi il rosso e lasciando la Nazionale in 10 uomini. La faccia peggiore dell’Italia, l’ha definita qualcuno. Difficile dargli torto.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).

Ma il capolavoro tattico di Gattuso è stato un altro. E cioè tenere in panchina Marco Palestra, che era il più in forma di tutti per distacco, per poi buttarlo dentro solo nella ripresa. Il ct si è ostinato con Mateo Retegui, che non stava in piedi. E poi, il colpo di genio definitivo: ai rigori ha mandato sul dischetto Pio Esposito, un ventenne a cui tremava il labbro prima di calciare. Un ragazzino spedito ad affrontare il leone nel Colosseo, con il peso di 60 milioni di italiani sulle spalle. Tiro alto, ovviamente. Come quello di Bryan Cristante, che ha centrato la traversa. Ma come si fa? In quale universo parallelo un allenatore che non ha vinto nulla nella sua carriera, a parte una Coppa Italia, ha il diritto di gestire momenti simili?

Due Mondiali mancati e la figuraccia a Euro 2024

Eppure Gattuso è solo il sintomo. La malattia ha un nome preciso: Gabriele Gravina. Il presidente della Federcalcio che è riuscito nell’impresa storica di inanellare non uno, ma due Mondiali mancati sotto la sua gestione. Con in mezzo la figuraccia all’Europeo 2024, dove siamo stati eliminati dalla Svizzera agli ottavi di finale. E, dettaglio non trascurabile, un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio, che in Italia evidentemente fa curriculum.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

Gravina dopo le disfatte non si dimette. Non lo ha fatto post Macedonia (2022) né post Svizzera (2024) né post Bosnia (2026). Ora tutti invocano il suo passo indietro, addirittura sono state lanciare delle uova contro la sede della Figc di via Allegri a Roma. Eppure in conferenza stampa il presidente ha confermato Gattuso, Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Confermando anche se stesso. Ha parlato di Consiglio federale, di sedi deputate, di riflessioni approfondite. Tradotto dal burocratese: sto seduto sulla mia poltrona da quasi mezzo milione l’anno e non mi schiodo.

E, intorno a lui, le figurine dei trionfi del 2006 e del 2021. Buffon, Bonucci, appuntati sulla maglia azzurra come feticci di una gloria passata, senza competenza alcuna per i ruoli che ricoprono. Fabio Caressa a Sky ha detto che Buffon e Gattuso volevano dimettersi e Gravina li ha fermati. Certamente il sistema si auto-protegge. Si blinda. Si perpetua. Come nel 2022, quando all’indomani della Macedonia Gravina non esonerò Roberto Mancini per salvare se stesso, e Mancini poi scappò in Arabia Saudita, gettando le premesse per il disastro Spalletti e poi per questo ennesimo fallimento epocale.

Guardate il tennis: Binaghi ha fatto funzionare il movimento

Ma il vero schiaffo arriva da fuori il calcio. Guardate il tennis. Angelo Binaghi ha preso un movimento che non esisteva e lo ha trasformato in una potenza mondiale. Ha aperto scuole federali, investito sui bambini, costruito un sistema. Il risultato? Jannik Sinner, Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti e una generazione intera di campioni. Il tennis italiano domina il mondo perché qualcuno ha avuto la visione e la competenza per costruire qualcosa dal basso.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Angelo Binaghi, presidente della Federtennis (foto Imagoeconomica).

E il calcio? Qui non esiste nulla di tutto questo. Niente scuole federali che funzionano, niente progetto di sviluppo dei talenti. È tutto abbandonato alle squadre di club, che legittimamente guardano ai profitti e alle vittorie, non al movimento. Le Iene documentarono anni fa il sistema di raccomandazioni che inquinava i settori giovanili. La Francia, quella che sforna talenti a nastro, ha un modello di formazione che funziona perché è il sistema federale a gestirlo. Noi abbiamo Gravina che convoca il Consiglio federale per farsi ridare la fiducia da potentati a libro paga.

I politici chiedono le dimissioni: ma dove eravate fino a ieri?

E la politica? Oggi tutti a chiedere dimissioni. La Lega, il meloniano Federico Mollicone, la seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, il ministro dello Sport Andrea Abodi. Perfetto. Ma dove eravate fino a ieri? Chi ha supportato Gravina per tutti questi anni? Chi ha permesso che il calcio italiano marcisse in questo modo? Il governo che oggi chiede le dimissioni è lo stesso che ha sempre sostenuto il sistema. L’indignazione a posteriori è il più italiano dei vizi.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Tre generazioni di ventenni non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali. Non sanno cosa siano le notti magiche, non conoscono l’ebbrezza di un gol azzurro nella competizione più importante. E non la conosceranno almeno fino al 2030, se va bene. Perché con questa classe dirigente non c’è nessuna garanzia.

Come si farebbe in qualsiasi azienda seria, i responsabili devono andare a casa

Gattuso fuori. Buffon fuori. Bonucci fuori. Gravina fuori. Tutti fuori. Non dimissioni concordate, non Consigli federali addomesticati, non conferme in conferenza stampa. Via. Come si farebbe in qualsiasi azienda seria del mondo dopo un fallimento di queste proporzioni.
Oppure, come dice Il Fatto Quotidiano, meritiamo di scomparire dal calcio mondiale. Anzi, siamo già scomparsi. E il responsabile ha un nome e un cognome.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto

In un governo che sta perdendo pezzi, con Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi dimissionati e Daniela Santanchè costretta a fare le valigie, c’è chi ritiene che sia il momento giusto per giocare una nuova mano. Guido Crosetto, ministro della Difesa, reduce dalla riforma della sanità militare che ha mandato su tutte le furie l’Arma dei Carabinieri, sarebbe pronto a calare un’altra carta. E che carta.

L’ipotesi di Barbara Caputo alla presidenza del CASD

Secondo Radio Fante, la rete informale che nelle caserme italiane funziona meglio di qualsiasi bollettino ufficiale, il ministro avrebbe in animo di piazzare la professoressa Barbara Caputo alla presidenza del CASD, il Centro Alti Studi per la Difesa. Per chi non mastica queste sigle, il CASD è l’istituzione che dal 1949 forma la classe dirigente militare del Paese. Una storia lunga 77 anni, con 33 presidenti di cui non uno — dicasi uno — è mai stato un civile. Generali di corpo d’armata, ammiragli di squadra, generali di squadra aerea: sempre e solo uomini con le stellette.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Chi è la prof esperta di IA e collaboratrice di Crosetto

La professoressa Caputo, che Crosetto ha presentato al mondo come «la più grande esperta italiana di intelligenza artificiale», ha un curriculum di tutto rispetto: La Sapienza, KTH di Stoccolma, EPFL di Losanna e il Politecnico di Torino, dove dirige l’AI-Hub. Dal 2023 siede nel gabinetto del ministro come consigliere per l’intelligenza artificiale, con un compenso annuo lordo di 90 mila euro. Incarico di collaborazione conferito con decreto del 31 marzo 2025, decorrenza dal 23 aprile dello stesso anno fino al termine del mandato governativo. Novantamila euro per orientare il ministro nelle scelte sull’IA applicata alla Difesa: la collaboratrice più pagata del gabinetto dopo la capo segreteria.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Il rischio di cortocircuito al Centro Alti Studi della Difesa

Il problema però non è il curriculum di Caputo, né il suo compenso. Il problema è che al CASD arrivano generali e ammiragli da mezzo mondo per programmi di alta formazione militare. Ufficiali che si aspettano di trovare alla presidenza un pari grado, qualcuno con cui condividere un linguaggio, un’esperienza. Trovarsi di fronte a una professoressa universitaria, per quanto autorevole nel suo campo, rischia di creare un cortocircuito protocollare e relazionale che nessuno al CASD ha mai dovuto gestire.

I rapporti tesi tra Crosetto e intelligence

E qui si arriva al cuore della faccenda. Perché questa mossa non sarebbe un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una guerra di posizione che Crosetto combatterebbe da oltre due anni contro le strutture dell’intelligence italiana. Che le relazioni non siano esattamente distese lo dimostrano alcune uscite ministeriali. Nel gennaio 2024, Crosetto dichiarò al procuratore di Perugia di avere rapporti «non particolarmente buoni» con l’Aise. Nell’ottobre dello stesso anno lanciò accuse gravissime su possibili attività di dossieraggio nei suoi confronti. Nel giugno 2025 depositò un esposto alla Procura di Roma. Poi nel febbraio 2026, il caso Dubai: il ministro della Difesa si trovava negli Emirati anche se l’intelligence valutava come «altamente probabile» un attacco all’Iran almeno da gennaio, come dichiarato dal direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, a margine della presentazione della Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Una cronologia che ha portato L’Espresso a parlare di «guerra fredda nel governo» e Il Foglio a documentare come Alfredo Mantovano abbia fatto asse con Matteo Piantedosi per blindare l’Aise e stoppare ogni tentativo di Crosetto di mettere le mani sul perimetro cyber.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Giovanni Caravelli (Imagoeconomica).

Il caso Palantir Gotham

E qui entra in campo la professoressa Caputo, che nel suo ruolo di consigliere promuove la necessità di un’IA sovrana e autonoma per le Forze armate italiane e collabora attivamente con Teledife, la Direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero. Teledife nel 2024 ha stipulato un contratto da un milione di euro per licenze Palantir Gotham con «procedura negoziata» e «secretata», come scoperto da Domani. Nessuna informazione pubblica, neanche sulla durata del contratto per questioni di “sicurezza”. Palantir Gotham è il software di sorveglianza e analisi dati di Peter Thiel, lo stesso che a metà marzo è venuto a Roma a tenere seminari sull’Anticristo a Palazzo Taverna, beccandosi il rifiuto dell’Angelicum e un contrappunto papale in tempo reale. Una piattaforma utilizzata anche dall’Ice negli Usa e dagli israeliani a Gaza, che il tribunale costituzionale tedesco ha dichiarato incostituzionale per violazione del diritto all’autodeterminazione informativa, e che l’esercito svizzero ha rifiutato per il timore che i propri dati finissero nelle mani sbagliate attraverso il sistema Onyx. A questo si aggiunga che a marzo 2025 la Nato ha formalizzato l’acquisizione del Palantir Maven Smart System: i sistemi italiani dovranno dialogare con quelli dell’Alleanza, rendendo la dipendenza non più una scelta ma un vincolo.

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Peter Thiel (foto Imagoeconomica).

Sovranità tecnologica o dipendenza dal fornitore americano?

La contraddizione è lì, e non è piccola: predicare sovranità tecnologica e contemporaneamente acquistare un sistema che crea dipendenza strutturale dal fornitore americano, che richiede ingegneri Palantir in loco per funzionare, e dal quale, come dicono gli analisti, uscire costa più che restare. È lecito domandarsi se dietro la retorica dell’autonomia non si stia costruendo, nei fatti, un sistema chiuso e dipendente, gestito al riparo dal controllo dei Servizi e di Palazzo Chigi. Intanto Meloni, che ha fatto piazza pulita di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, sembra aver inaugurato una stagione in cui la permanenza al governo non è più scontata per nessuno. Radio Fante, da parte sua, continua a trasmettere. E il segnale, stavolta, è piuttosto nitido.