Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo

Nei mesi scorsi, Lettera43 ha avuto accesso a una documentazione che raramente finisce nel dibattito pubblico: i verbali dei consigli di amministrazione e delle assemblee di Acciaierie d’Italia/Ilva tra la fine del 2022 e la fine del 2023 e il business plan 2024–2030 predisposto con Bain & Company. Li abbiamo incrociati con quanto avveniva all’esterno, fuori dalle stanze dei cda: dichiarazioni del governo, incontri riservati a Palazzo Chigi, inchieste, proteste dei lavoratori e delle imprese dell’indotto. Ne esce un quadro che documenta lo smontaggio pezzo per pezzo di un piano di rilancio industriale e la conseguente creazione di una sacca di disoccupazione strutturale a Taranto. Questa è la prima puntata di un’inchiesta in tre parti.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Lo stabilimento Ilva (Ansa).

Il piano Bain, le assemblee e la posizione di Invitalia

Quando Adolfo Urso, a fine 2022, dichiarava che sull’ex Ilva bisognava «valutare un controllo pubblico immediato», l’Italia era già dentro l’acciaieria di Taranto. Non come spettatore, ma come socio. Dal 2021, infatti, Invitalia detiene una quota rilevante di Acciaierie d’Italia Holding (ADIH), la società creata con ArcelorMittal per gestire in affitto lo stabilimento ex Ilva e gli altri siti del gruppo. La retorica del «riprenderci l’Ilva» nasconde quindi un primo dato di realtà: lo Stato era già dentro. Non doveva rientrare, doveva decidere cosa fare da socio di riferimento in un’impresa strategica.

Quando Urso chiedeva «controllo pubblico subito»

Il 28 novembre 2022, il ministro delle Imprese e del Made in Italy spiegava che l’acciaieria «non regge più» e che bisognava «valutare un controllo pubblico immediato», anticipando la crescita di Invitalia al 60 per cento senza aspettare il 2024. A fine dicembre rivendicava che l’accordo con ArcelorMittal era stato «riequilibrato» e che lo Stato non avrebbe più avuto le «mani legate» come in passato. In pubblico, il messaggio era chiaro: non saremo più “ostaggi” del privato, lo Stato riprende in mano l’Ilva, il controllo pubblico è la soluzione, non il problema. Allo stesso tempo però l’Ilva, in amministrazione straordinaria, restava proprietaria degli impianti; Acciaierie d’Italia gestiva il ramo d’azienda in affitto; Invitalia era già azionista di ADI e chiamata a decidere se (e come) salire in maggioranza. Già qui si apre il primo scarto tra slogan e fatti: non si trattava di «riprendersi l’Ilva», ma di capire che uso fare del ruolo dello Stato come socio.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Il ministro delle imprese e made in Italy Adolfo Urso nello stabilimento ex Ilva di Taranto (Ansa).

I numeri del piano: 8 mln di tonnellate di produzione e 3,6 mld di investimenti

Mentre la politica recitava questo copione, dentro Acciaierie d’Italia si lavorava a un vero business plan: il piano industriale 2024–2030, sviluppato con Bain & Company e allegato ai verbali. Eccone i numeri essenziali: crescita progressiva della produzione fino a circa 8 milioni di tonnellate di acciaio nel 2030, per riportare Taranto su livelli comparabili ai maggiori impianti europei. Circa 3,6 miliardi di euro di investimenti in sette anni, articolati in 1 miliardo per garantire la continuità produttiva (revamping AFO1 e AFO2, centrali CET2/CET3, impianti gas tecnici, manutenzioni capitalizzate); circa 1 miliardo per ampliare e qualificare la produzione (nuovi colatori continui CCO4/CCO5, forni siviera, laminatoi per prodotti di maggiore qualità); il resto destinato a decarbonizzazione ed efficienza (tecnologie green, sinergie energetiche, trattamenti ambientali). Il piano integrava circa 1,6 miliardi di grant pubblici per decarbonizzazione e transizione, finanziamenti bancari e una quota di autofinanziamento. Sul piano economico, i primi anni restavano critici; dal 2026 l’EBITDA post-CO₂ sarebbe tornato positivo; nel 2030 l’EBITDA era stimato all’11 per cento dei ricavi; il cash flow cumulato nel periodo 2024–2030 era positivo, in uno scenario prudente dei prezzi dell’acciaio. C’erano poi i prerequisiti strutturali: la costruzione, da parte di un terzo, di un impianto DRI da 2,5 Mt all’interno di Taranto, per circa 0,9 miliardi di investimento; l’acquisizione della piena proprietà degli asset ex Ilva entro metà 2024, l’effettiva assegnazione di 1,6 miliardi di grant; l’utilizzo della Cassa integrazione ordinaria (CIGO) come strumento “fisiologico” di transizione, con 3.000–3.700 FTE l’anno in cassa integrazione, non 6 mila persone parcheggiate a tempo indefinito. Tradotto: se i soci mettono i capitali nei tempi previsti, Taranto può restare un grande sito integrato, investire in ambiente, mantenere occupazione.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Novembre–dicembre 2023: il fabbisogno ammonta a 1,32 miliardi

Tutto questo arriva sul tavolo dell’assemblea dei soci tra il 23 novembre e il 22 dicembre 2023. È lì che il governo Meloni e Urso, tramite Invitalia, avrebbero dovuto smettere di ragionare “in astratto” e dire se il piano lo sostenevano davvero. La relazione agli azionisti quantificava il fabbisogno: 320 milioni entro il 31 dicembre 2023 per il capitale circolante; fino a 1 miliardo nel 2024 per l’acquisto dei rami d’azienda ex Ilva. Il presidente parlava di una necessità complessiva fino a 1,32 miliardi di euro: era il “cuscinetto” che serviva per dare credibilità al piano Bain e chiudere l’operazione sugli asset. Qui è entrata in scena Invitalia, con una posizione che, letta oggi, suona come la negazione pratica di tutta la retorica sul “controllo pubblico”. Nei verbali, il rappresentante di Invitalia dichiarava che il piano industriale 2024–2030 era stato approvato e che c’era la disponibilità di concedere un finanziamento soci in conto futuro aumento di capitale fino a 320 milioni entro il 15 dicembre 2023 e fino a 1.000 milioni entro il 31 marzo 2024. Tuttavia, la frase decisiva era un’altra, ripetuta due volte: il tutto sarebbe avvenuto «comunque compatibilmente con l’effettiva disponibilità dei necessari fondi da parte di Invitalia». Veniva inoltre precisato che il finanziamento doveva essere effettuato solo per cassa (e non tramite conversione di crediti) ed essere erogato solo se l’altro socio, AMIH/ArcelorMittal, versava contestualmente la propria quota. Quando il socio privato ha chiesto di chiarire se i finanziamenti fossero davvero condizionati alla disponibilità dei fondi, la risposta è stata affermativa.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Aditya Mittal (Ansa).

Il sì condizionato del governo

Nello stesso verbale, l’allora ad Lucia Morselli ricordava che dal novembre 2022 la società chiedeva circa 300 milioni e che la legge aveva stanziato 1 miliardo, di cui 680 milioni sono stati già versati e 320 milioni ancora disponibili. Sottolineava che senza questi 320 milioni ADI poteva solo sopravvivere, ma non rilanciarsi. L’assemblea si è chiusa registrando il dissenso tra i soci e senza alcuna delibera sul finanziamento da 1,32 miliardi. Il risultato era chiaro: il piano Bain è stato approvato, ma lo Stato, in assemblea, ha precisato che avrebbe messo i soldi se li avesse avuti e a patto che il privato li avesse messi prima. Altro che “prendersi l’Ilva”: qui l’azionista pubblico, al momento decisivo, si è presentato con un “sì” condizionato a tutto. Nello stesso dossier, ArcelorMittal ricordava di aver versato 1,8 miliardi in contanti nel capitale di ADIH all’avvio dell’operazione, di aver conferito nel 2023 ulteriori 70 milioni di crediti scaduti e di aver investito complessivamente oltre 2 miliardi, di cui circa 1,2 miliardi destinati a interventi ambientali per soddisfare le prescrizioni AIA. La società chiedeva che Invitalia allineasse il proprio impegno di cassa a quello del partner e che venisse garantita la piena acquisizione degli asset ex Ilva, oltre all’effettiva erogazione dei grant pubblici. Non si tratta di assolvere Mittal – le sue responsabilità industriali e strategiche restano tutte – ma di constatare un fatto: di fronte a un socio pubblico che in assemblea dichiara «pago se ho i soldi», il privato non si fida e non firma assegni a scatola chiusa.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Lucia Morselli (Imagoeconomica).

Gennaio 2024: dall’illusione dell’accordo alla rottura

Pochissime settimane dopo quella assemblea senza sbocco, la crisi è deflagrata a Palazzo Chigi. L’8 gennaio 2024 si è tenuto l’atteso incontro tra il governo italiano e Aditya Mittal, numero uno di ArcelorMittal, per cercare un’intesa sul futuro di Acciaierie d’Italia. Le cronache ufficiali raccontano di un vertice duro, concluso con una nota di Palazzo Chigi che prende atto della «indisponibilità di ArcelorMittal ad assumere impegni finanziari e di investimento, anche come socio di minoranza» e dà mandato a Invitalia di attivare le misure legali conseguenti. In quei giorni, Giorgia Meloni ha cercato visibilmente di stare un passo indietro dall’immagine di premier “con la faccia sul dossier”. Secondo una fonte presente a uno degli incontri ristretti con la delegazione Mittal, la presidente del Consiglio si sarebbe limitata a leggere una serie di domande preparate su un foglio, senza entrare nel merito delle questioni tecniche su impianti, CO₂, investimenti e governance. È un dettaglio che, ovviamente, non compare nei verbali, ma restituisce bene il clima: un dossier gigantesco, affrontato più come pratica da gestire politicamente che come nodo industriale di lungo periodo. Quel vertice ha segnato la svolta: il governo ha abbandonato la linea della “ricucitura” con il socio privato, ha preparato il decreto per l’amministrazione straordinaria e aperto la strada allo scontro che avrebbe portato, nel luglio 2025, all’arbitrato ICSID di ArcelorMittal contro l’Italia. Ma questo sarà il cuore della puntata 2.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Il ministro delle imprese e made in Italy Adolfo Urso nello stabilimento ex Ilva di Taranto (Ansa).

Un piano di rilancio esisteva, ma è stato ignorato

Alla fine del 2023, prima del commissariamento, prima dei 6 mila in cassa integrazione, prima dell’arbitrato internazionale, la fotografia era questa: un piano industriale di rilancio esisteva, con numeri, investimenti, volumi, uso “normale” degli ammortizzatori; lo Stato, già socio, aveva approvato formalmente quel piano, ma nel momento decisivo ha condizionato il proprio impegno finanziario a una formula surreale per un azionista di governo: «Compatibilmente con l’effettiva disponibilità dei fondi da parte di Invitalia». Il corpo industriale era ferito, ma ancora vivo. La scelta politica che sarebbe seguita – non usare quel piano, rompere con il socio, avviare il commissariamento, lasciare marcire la produzione e gonfiare la cassa integrazione – è ciò che racconteremo nella seconda puntata della nostra inchiesta: come si passa da un piano di rilancio ignorato a una procedura straordinaria che apre la strada alla chiusura di fatto.

Dentro la crisi Ilva: i documenti che smentiscono la narrazione del governo
Giorgia Meloni e Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Ex Ilva, stabilimento occupato e corteo a Genova