Manovra, così la miopia del governo uccide le startup

C’è un’Italia che lavora, e un’Italia che legifera. La prima manda mail, scrive business plan, cerca capitali e si sente dire 10 volte «bello il progetto, ma non ho fondi». La seconda vive chiusa nei ministeri, convinta che l’economia sia una tabella Excel dove basta cambiare una cella per far crescere il PIL e che chi ha una partecipazione sotto il 10 per cento sia un furbo da bastonare. Così è nata la nuova norma sulla tassazione dei dividendi sotto il 10 per cento, inserita nella bozza della Legge di Bilancio 2026. Un provvedimento che, nella testa di chi l’ha scritto, dovrebbe «punire gli speculatori», ma che in realtà punisce solo chi ancora ci prova. Una norma killer per PMI, startup e tutto il mondo dell’innovazione.

Manovra, così la miopia del governo uccide le startup
Banchi del governo (Imagoeconomica).

Il paradosso perfetto: punire chi investe in un’idea

Nel mondo reale, quello dove i soldi si raccolgono sul serio, un’impresa nasce con tanti soci piccoli. Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna — ovunque — l’innovazione parte da pochi soldi e molte teste. Secondo la Commissione europea, oltre il 70 per cento delle startup in fase seed raccoglie meno di 250 mila euro, con una media di cinque soci e quote individuali tra il 3 e l’8 per cento. È da lì che sono nate realtà come Apple, Google, Tesla o Airbnb: piccoli soci, capitale minimo, rischio massimo. In Italia invece no: nel nostro Paese chi mette il 3, il 5, il 7 per cento viene trattato come un rentier di Montecarlo. Il legislatore pensa: «Ha meno del 10 per cento, quindi è un evasore, un furbo, un parassita». E gli spara addosso una tassazione piena. Risultato: l’investitore se ne va, e la startup muore prima di nascere. Proprio qui sta la parte più assurda: non solo tassi di più chi investe poco, ma gli impedisci proprio di investire. Se gli angel investor e i piccoli soci scappano, restano in pochi, costretti a mettere più soldi e a rischiare di più. Alla fine uccidi il meccanismo stesso della raccolta, quello che in tutto il mondo fa nascere le imprese. Nel nuovo schema, un investitore con meno del 10 per cento passa da un’aliquota effettiva dell’1,2 per cento sui dividendi (grazie all’esenzione del 95 per cento) a una tassazione piena del 24 per cento. Significa perdere il 22 per cento netto del rendimento. Un capitale di 100 mila euro che prima generava 10 mila euro netti ne renderà 7.600, con lo stesso rischio. E se l’imprenditore investe tramite la propria holding, finisce per essere tassato due volte: come socio e come impresa. È una norma sproporzionata, che non distingue chi specula da chi costruisce e punisce chi mette i propri risparmi in un’idea invece che in un conto corrente.

Manovra, così la miopia del governo uccide le startup
(foto di Mario Gogh via Unsplash).

Il gap con Francia e Germania

Il problema non è solo fiscale, è culturale. Chi scrive queste norme non ha mai raccolto un euro nella vita. Non sa cosa voglia dire fare fundraising, convincere 10 persone a scommettere su un’idea, spiegare che non hai bilancio ma hai una visione. Non capisce che le startup non vanno in banca, perché le banche ti chiedono bilanci, garanzie, rating, covenant. Una startup, per definizione, non ha niente di tutto questo: vive di equity. E se tassi l’equity, uccidi la possibilità stessa di nascere. Ma a Roma questo non lo sanno. Vivono tra carte, commi e conferenze stampa. Guardano i numeri, non le persone. E da quella distanza — tra un decreto e un buffet ministeriale — decidono di colpire proprio chi tiene in piedi il Paese. Nel frattempo, i numeri veri raccontano un’altra storia: nel 2024 il credito bancario alle piccole imprese è calato del 6,3 per cento, mentre gli investimenti early stage in startup italiane sono crollati del 38 per cento (fonti Cerved e AIFI). Proprio mentre Francia e Germania investivano, rispettivamente, 13 e 17 miliardi di euro l’anno in startup, l’Italia si è fermata a 1,4 miliardi, meno di un decimo. E ora, con questa norma, quel poco capitale privato che resta si prosciugherà del tutto. È lo stesso schema di sempre. Prima fanno norme come il ddl Capitali (ribattezzato anche “decreto Caltagirone“) che consente ai grandi gruppi di mantenere il controllo di tutto con poco capitale e voto maggiorato. Poi colpiscono chi, con poco capitale, prova a costruire qualcosa di nuovo. È una schizofrenia legislativa: proteggi chi ha già tutto e punisci chi prova a costruirsi qualcosa da zero. Magari chi rischia in un’officina di Voghera o in un laboratorio di Bari.

Manovra, così la miopia del governo uccide le startup
(foto di Per Lööv via Unsplash).

Così si tagliano le gambe alle PMI

Questa non è solo una norma sbagliata. È una norma miope. Ed è l’ennesima dimostrazione che chi governa l’economia italiana non la conosce. Non sa cosa sia un angel investor, non capisce la logica del capitale di rischio, e confonde “incentivo” con “regalo”. Il risultato? Un mercato dei capitali ingessato, startup che chiudono, giovani che mollano, imprese che non trovano soldi. Le PMI, che rappresentano il 92 per cento delle imprese italiane, creano il 67 per cento dell’occupazione privata e producono il 56 per cento del PIL manifatturiero, saranno le prime a pagare. L’Italia non ha bisogno di più tasse, ma di più fiducia. E di politici che, almeno una volta nella vita, escano dal ministero e provino davvero a raccogliere capitale per un’idea. Forse allora capirebbero che l’economia reale non nasce da un decreto, ma da chi ancora trova il coraggio di provarci.