C’è una partita che la Juventus gioca lontano dai campi, senza cori né maglie bianconere. Si disputa nei saloni con moquette e luci basse, tra verbali, piani industriali e comunicati al mercato. È un match silenzioso, ma decisivo: perché qui si decide se la Juve sarà un’azienda del futuro o un cimelio di famiglia. Sul tavolo c’è un aumento di capitale. In apparenza, un tema tecnico. In realtà, il bivio tra due concezioni opposte di calcio: quella prudente e chiusa di John Elkann e quella industriale e aperta di Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether e Bitfinex, società attive nel mondo delle criptovalute. L’uomo che rappresenta la nuova frontiera tra finanza e tecnologia.
Francesco Garino, l’uomo dell’azionista di minoranza Tether
Proprio l’assemblea degli azionisti della Juve venerdì 7 novembre ha approvato l’allargamento del consiglio d’amministrazione da cinque a nove componenti. E per la prima volta, almeno dalla quotazione in Borsa, nel cda avrà spazio un consigliere proposto dall’azionista di minoranza Tether, che detiene l’11,5 per cento del club. È stata però bocciata in assemblea la richiesta di Tether di avere nel cda due consiglieri: l’unico eletto è stato Francesco Garino, «tifoso da sempre della Juventus, nato, cresciuto e residente a Torino», si legge in una nota. «Porta con sé profonde radici locali e una vasta esperienza professionale che saranno al servizio dei tifosi e della comunità del club».

«Insieme, puntiamo a Make Juventus Great Again»
La società di criptovalute ha commentato così: «Il risultato odierno evidenzia le sfide in corso nell’attuale struttura di governance del club e la sua riluttanza a interagire in modo trasparente con i tifosi e gli azionisti di minoranza». Tether «ha costantemente sostenuto una governance più forte, con maggiore responsabilità e un impegno più trasparente con gli azionisti di minoranza. Non vediamo l’ora di lavorare in modo costruttivo con il consiglio d’amministrazione per contribuire a garantire che la Juventus prosperi sia dentro che fuori dal campo. Insieme, puntiamo a Make Juventus Great Again».

La richiesta bocciata di un aumento di capitale aperto a tutti gli azionisti
Il 6 ottobre 2025 Tether aveva depositato una richiesta ufficiale: che il previsto aumento di capitale fosse aperto a tutti gli azionisti, in proporzione alle proprie quote. In altre parole: trasparenza, diritti uguali e visione di lungo periodo. Il consiglio di amministrazione della Juventus — controllato da Exor, la holding di Elkann — ha risposto in modo opposto: raccomandazione di votare contro.
Mai confermati i «300 milioni di euro» circolati sulla stampa
Il piano attuale prevede un’operazione fino al 10 per cento del capitale, da realizzarsi con la formula dell’ABB (Accelerated Book Building): un collocamento rapido, riservato a investitori qualificati, senza diritto d’opzione per i piccoli azionisti. È un modo elegante per dire: decidiamo noi. E lo scontro, da lì, è diventato politico oltre che finanziario. Ardoino non ha mai parlato pubblicamente di cifre precise — non esiste un suo comunicato con i «300 milioni di euro» circolati sulla stampa —, ma in diverse interviste (Forbes Italia, Reuters, Calcio e Finanza) ha spiegato di essere pronto a un ruolo maggiore, se la governance lo consentisse. Il punto non è solo mettere soldi, ma cambiare paradigma: «La Juventus deve essere una società moderna, non nostalgica. Capitale e visione devono andare insieme», ha dichiarato.

Elkann vede la Juventus solo come un asset da preservare
Due strategie in campo, dunque. E la differenza è semplice. Elkann vuole un aumento riservato, controllato, contenuto, per stabilizzare i conti e mantenere il pieno controllo del club. Ardoino chiede un’apertura vera: diritto d’opzione per tutti i soci, più capitale, più orizzonte industriale. Dietro c’è una divergenza di filosofia aziendale: Elkann vede la Juventus come un asset da preservare, da gestire con prudenza, riducendo il rischio. Ardoino la intende come una piattaforma da sviluppare, un brand internazionale capace di crescere come qualunque grande società di intrattenimento o tecnologia. Il primo vuole “non perdere terreno”; il secondo vuole “costruire futuro”.

Governance e simboli: il caso Comolli, l’uomo dei fallimenti
A incarnare la linea Exor è stato chiamato Damien Comolli, direttore generale e prossimo amministratore delegato. Curriculum denso: Arsenal, Tottenham, Liverpool, Fenerbahçe, Tolosa (con RedBird Capital). Curriculum, però, che racconta anche una costante: è stato cacciato o si è dimesso quasi ovunque, spesso dopo campagne acquisti disastrose.
- Tottenham, 2008: licenziato dopo un avvio di stagione pessimo.
- Liverpool, 2012: esonerato dopo aver speso male e tanto (Andy Carroll, Stewart Downing).
- Tolosa, 2020-2025: buoni risultati sportivi, ma impostazione puramente da player trading, più vicina a un fondo d’investimento che a un club calcistico.
Comolli rappresenta perfettamente la filosofia Elkann: massimizzare il valore degli asset, ridurre i costi, evitare rischi. Un calcio amministrato, non costruito. Un direttore sportivo che somiglia più a un Chief financial officer. L’azionista Gambarotti, durante l’assemblea dei soci, lo ha attaccato duramente: «Qui servono i cogl…i. Io non so più chi siamo. Chi deve comandare non conosce ancora l’italiano. I dirigenti non si acquistano dagli altri club, abbiamo persone in giro che hanno fatto la storia. Però forse danno fastidio».

Le strade opposte in campo e l’esempio del Manchester City
Ma cosa prevedono davvero le due strade opposte? L’idea di Elkann è come tenere l’auto in garage: la tieni lucida, non la rovini, ma non vai da nessuna parte. La scelta di Ardoino è prendere l’autostrada: rischiosa, ma è lì che si cresce, che si vedono nuovi orizzonti.

L’aumento riservato e limitato serve a “mettere in sicurezza”. Quello aperto e ampio punta a ripensare la Juventus come impresa, non solo come squadra: digitalizzazione, piattaforme internazionali, tecnologie di pagamento, gestione dei tifosi come community globale, merchandising come ecosistema digitale. Il paragone più chiaro è con il Manchester City: nel 2008 fatturava circa 100 milioni di sterline; oggi supera i 700 milioni, grazie a oltre un miliardo di investimenti in infrastrutture, academy, marketing, e un brand planetario. È la dimostrazione che capitale e visione possono creare un ciclo virtuoso: investimenti → risultati → ricavi → valore → nuovi investimenti.
Perché ai tifosi deve importare: così si resta una provinciale in Europa
Molti tifosi si chiedono: «Ma a noi cosa cambia?». Cambia tutto. Perché il calcio di oggi non è più solo sport, è industria dell’intrattenimento. Chi investe, cresce; chi risparmia, scompare. La Premier League fattura oggi oltre 6 miliardi di euro l’anno, la Serie A meno della metà. Non per il talento dei giocatori, ma per modelli di gestione diversi. Una Juventus che rimane chiusa nel recinto Exor rischia di restare una provinciale in Europa, condannata a vivacchiare tra bilanci “in ordine” e piazzamenti decorosi. Una Juve che apre ai capitali industriali e alle tecnologie può invece trasformarsi in un brand globale, libero dai vincoli della Lega e capace di generare valore vero: economico, sportivo, culturale. Il punto non è vendere la Juventus, ma aprire la Juventus. A investitori, tifosi, tecnologia, visione.

Bisogna dimostrare di avere una visione, non solo una calcolatrice
Se Elkann vuole continuare a tenere il volante, deve dimostrare di avere una visione, non solo una calcolatrice. Non basta “tenere botta”: serve un piano per crescere. Altrimenti, il rischio è quello di “bucare il pallone” pur di restare il proprietario del gioco. Ardoino, dal canto suo, deve trasformare la disponibilità di capitale in progetto: spiegare come la tecnologia e la blockchain possano davvero generare valore per un club, non solo storytelling. Solo così il dibattito potrà uscire dai salotti e parlare anche a chi la Juventus la vive e la ama ogni giorno.
Il calcio, oggi, non è più il passatempo dei nonni Agnelli
Questa non è una guerra di bilanci. È una battaglia di visione. La Juventus può continuare a difendersi — con eleganza, ma senza futuro — o tornare a costruire come un’impresa moderna, aperta, globale. Il calcio, oggi, non è più il passatempo dei nonni Agnelli: è un’industria nuova, in cui la differenza non la fanno più i nomi, ma la capacità di immaginare.
