È cominciato come iniziano sempre le grandi fratture: con parole dette a denti stretti e mezze ammissioni davanti ai microfoni. Nelle ultime settimane, dalle capitali e dalle redazioni americane è montato un coro che suona sempre più forte: Donald Trump sta stringendo il cerchio attorno a Nicolás Maduro. La retorica è quella nota – «narco-terrorismo», «barche dei trafficanti», «azioni di terra possibili» -, ma il sottotesto è diverso: il regime change in Venezuela non è più un’ipotesi accademica, è uno scenario operativo preparato pezzo dopo pezzo, in mare, in cielo e nell’ombra.
Il pretesto della campagna anti-narco
Il Washington Post ha scritto apertamente che la Casa Bianca sta intensificando la pressione militare su Caracas, evocando la lunga storia di ingerenze degli Usa nella regione. Non è solo lessico: mezzi e uomini si muovono. La campagna anti-narco ha già visto attacchi contro «barche della droga» nel Pacifico orientale e nei Caraibi, con decine di morti in due mesi. È la guerra alla droga che scivola verso la guerra al terrore versione caraibica, con otto navi, migliaia di militari, F-35 e missioni coperte della Cia: gli stessi reportage che raccontano i colpi alle lanchas ammettono che nessuna prova pubblica definitiva è stata mostrata sui carichi.
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Dubbi legali su missioni extraterritoriali come queste
Durante le conferenze stampa e le interviste, Trump ha accennato a possibili azioni di terra; giuristi e alcuni parlamentari mettono in dubbio la base legale di missioni extraterritoriali senza chiari mandati. Nel frattempo, l’ecosistema degli editoriali statunitensi si polarizza. Responsible Statecraft ha scritto senza giri di parole: «Sta diventando sempre più evidente che l’Amministrazione punti a rimuovere Maduro». Anche se il dopo può essere peggiore del prima, come troppe volte in passato.
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Il disegno politico di installare un governo amico
Foreign Policy, con un approccio meno incendiario, ripercorre l’altalena sanzioni–licenze sulla compagnia petrolifera statunitense Chevron, ricordando quanto il dossier Venezuela sia oscillato tra massima pressione e aperture tattiche. Ma il filo rosso rimane: l’idea è che l’obiettivo non sia solo il narcotraffico, ma il disegno politico di installare un governo amico. E qui la geopolitica smette di essere un talk show. Il Venezuela siede su 303 miliardi di barili di riserve provate, il primo patrimonio petrolifero al mondo, più di Arabia Saudita e Stati Uniti messi insieme.

Chi stabilisce cos’è un “regime che non va bene”?
Le cifre non sono slogan: si trovano nelle schede dell’Energy Information Administration Usa e nei compendi dell’Opec, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Energia, minerali, posizione caraibica: è un tavolo da gioco su cui nessuna potenza rinuncia a sedersi. Fin qui, i fatti che bastano ad alzare il sopracciglio. Poi c’è la politica – quella vera – che decide. Chi stabilisce cos’è un “regime che non va bene”? Gli Stati Uniti, spesso, tollerano governi poco liberali quando sono partner utili (pensiamo ad alleati nel Golfo o ad altri nodi strategici); al contrario demonizzano avversari anche se in parte istituzionalizzati.

La bussola dei valori devia quando passa vicino a un giacimento
È la famosa doppia morale denunciata da analisti e think tank: si proclama la democrazia, ma si pratica l’interesse. Il punto non è giudicare in blocco l’America: il punto è ammettere che la bussola dei valori tende a deviare quando passa vicino a un giacimento, a una base, a una rotta logistica. E questo vale da un secolo, non da ieri. La domanda vera – che riguarda noi – è un’altra: fino a dove ci si può spingere? Dov’è il crinale tra prevenire un disastro umanitario e crearne uno nuovo? Tra sostenere un cambiamento interno e imporne uno dall’esterno? Tra combattere i cartelli e usare i cartelli come grimaldello legale per oltrepassare frontiere e ordinamenti?
Gli editoriali più cauti insistono su tre semafori rossi.
- Legalità: un’azione armata senza mandato (del Congresso o internazionale) è una china scivolosa destinata a travolgere la stessa causa che dice di servire.
- Piano d’uscita: rimuovere è facile, ricostruire è difficilissimo; la storia recente lo ripete fino alla noia.
- Effetto domino: ogni “eccezione” invoca la prossima. Se oggi vale per Caracas, domani a chi tocca?

Se il criterio è l’interesse del più forte, il diritto internazionale diventa decorazione
Intanto l’Europa? E l’Italia (che tra l’altro è particolarmente coinvolta nello scenario venezuelano per la detenzione del nostro connazionale Alberto Trentini)? Qui la nostra ipocrisia rischia di venire a galla. Possiamo appoggiare supinamente un’operazione che non chiarisce diritto e obiettivi, salvo poi scandalizzarci quando Vladimir Putin usa la forza in Europa? O quando Xi Jinping giustifica misure straordinarie su dossier che considera “interni”? Se il criterio è l’interesse del più forte, il diritto internazionale diventa decorazione. Se il criterio riguarda regole condivise, allora valgono sempre anche quando tocca all’alleato più potente rispettarle.

Non è un sofisma da salotto. È una domanda d’autodifesa europea: e se domani l’Ue varasse politiche davvero sovrane – sul commercio con la Cina, sull’energia, sulla finanza – e a Washington venissero lette come ritorsioni? Cosa resterà della Nato se la sfiducia entra dalla porta di servizio? Chi garantirebbe la deterrenza nel Baltico mentre il fronte transatlantico litiga su Caracas? Non stiamo dicendo che accadrà. Ma il precedente lo costruisci oggi, spesso lontano da casa.
Un’operazione nei Caraibi può cambiare l’umore delle alleanze in Europa
C’è poi un’ultima immagine, abusata ma efficace: il battito d’ali. Nel 1972 Edward Lorenz si chiese se «il battito d’ali di una farfalla in Brasile» potesse innescare un tornado in Texas. Non era poesia, era teoria del caos: sensibilità estrema alle condizioni iniziali. Oggi potremmo riscriverla così: un ordine d’operazione nei Caraibi può cambiare l’umore delle alleanze in Europa. Non perché la farfalla sia colpevole del tornado, ma perché quando il sistema è instabile, anche un impulso piccolo rimescola la traiettoria.

Allora, che fare? Non abbiamo risposte scolpite. Forse, domani, più dati ci diranno se la guerra al “narco-terrorismo” era un ponte o un pretesto. Forse capiremo se il Venezuela avrà trovato un’uscita politica e non armata. Forse – ma ne dubitiamo – vedremo principi prevalere su interessi. Nel frattempo, qualche criterio minimo per restare “dalla parte giusta”, senza slogan: regole prima dei rapporti di forza, perché se dici Stato di diritto, vale anche per gli amici. Proporzionalità e trasparenza: se usi la forza, spiega perché, come, fino a quando. Piano politico credibile: se parli di democrazia, prepara istituzioni, non solo “nuovi uomini”. Autonomia europea adulta: alleati sì, supini no.

Il resto – le bandiere, i cori, gli hashtag – è rumore di fondo. Il punto è non farsi anestetizzare dal vocabolario: narco-terrorismo, colpi chirurgici, regime change sono parole che normalizzano l’eccezione. E le eccezioni, storia alla mano, non restano mai eccezioni a lungo. Se davvero vogliamo aiutare il ragionamento delle persone, cominciamo da qui: chiedere regole per tutti, anche per chi le scrive. Perché in un mondo sensibile a ogni minima variazione, un battito nei Caraibi può cambiare il tempo a Bruxelles. E la democrazia, quando cambia tempo all’improvviso, di solito ha l’ombrello rotto.

Fonti essenziali
- The Washington Post: “Trump is circling Maduro. This points to a dark history” . L’articolo sottolinea che la Casa Bianca sta aumentando la pressione militare sul regime di Maduro, e richiama un passato oscuro di interventi statunitensi.
- San Francisco Chronicle (tramite “The Conversation”): “Trump’s anti-Venezuela actions lack strategy, justifiable targets and legal authorization” di Jeffrey Fields, che spiega come le azioni dell’amministrazione Trump verso il Venezuela manchino di strategia definita, di obiettivi chiari e di base legale riconosciuta.
- Al Jazeera: “Ameri-coup: A brief history of US misdeeds”. Pur non focalizzato esclusivamente sul Venezuela, ricorda il lungo storico statunitense di interventi e colpi di Stato in giro per il mondo.
- The Guardian: “The Guardian view on the US and Venezuela: Trump’s ‘war on drugs’ ramps up military threats to Maduro”. L’editoriale avverte che gli “hawks” vogliono un regime change, e che ci sono seri dubbi sulla legalità e sulla trasparenza dell’uso della forza.
- Responsible Statecraft: L’analisi “Venezuela regime change means invasion, chaos, and heavy losses” osserva che è sempre più evidente che Trump stia puntando alla rimozione di Maduro e che le conseguenze possano essere peggiori di quelle che vengono presentate.
