C’è sempre un momento, nella storia della sinistra italiana, in cui qualcuno tira fuori la parola magica: patrimoniale. È una specie di mantra laico in nome della giustizia sociale ma finisce sempre per trasformarsi in un autogol. L’ultima a invocarlo è stata Elly Schlein. Forte della convinzione che basti tassare i ricchi per risolvere le disuguaglianze, la segretaria del Pd ha riesumato l’idea di una tassa sui grandi patrimoni, magari coordinata a livello europeo. Peccato che in Italia, dove la ricchezza è soprattutto la casa di famiglia o qualche risparmio faticosamente messo da parte, una “tassa sui ricchi” si trasformi quasi inevitabilmente in una tassa su chi risparmia e chi non può permettersi di evadere. Con una soglia di partenza fissata per esempio a 500 mila euro di patrimonio netto familiare (come venne ventilato qualche anno fa da Sinistra Italiana, mentre oggi il segretario della Cgil Maurizio Landini parla di una soglia di 2 milioni di euro), basterebbe una casa di proprietà da 300–350 mila euro e una seconda di modesto valore o qualche risparmio per superare il limite. In altre parole, non verrebbero tassati i miliardari ma gli insegnanti, i professionisti, i piccoli imprenditori, gli impiegati che si sono costruiti un minimo di sicurezza. Il gettito “reale” stimato con ottimismo in 10-15 miliardi di euro, dopo le inevitabili fughe di capitali e le elusioni, non supererebbe i 6–8 miliardi l’anno, ma i danni sarebbero enormi: deprezzamento immobiliare, sfiducia fiscale e un ulteriore impoverimento del ceto medio.

Un Paese che tassa i tracciabili e salva gli invisibili
Partiamo da un dato semplice: in Italia l’evasione ammonta ancora intorno al 9,5 per cento del PIL, quasi 100 miliardi di euro l’anno. Chi evade, non lo fa per spirito di ribellione, ma per convenienza. E se non paga le tasse normali, figuriamoci una patrimoniale. Chi la pagherebbe, allora? Sempre gli stessi: i tracciabili, i dipendenti, i pensionati, i piccoli imprenditori, i professionisti. Insomma, il ceto medio, quello che tiene in piedi lo Stato, paga per tutti e ogni volta che sente parlare di “giustizia fiscale” sa già che sarà lui a rimetterci.
Una patrimoniale già c’è (anzi, ce ne sono tre)
In Italia poi una patrimoniale esiste già. Anzi, più d’una. C’è l’IMU, fino all’1,06 per cento sulle seconde case; c’è il bollo dello 0,2 per cento su conti e investimenti; ci sono l’IVIE e IVAFE per chi ha immobili o attività all’estero. È un mosaico di piccole patrimoniali che colpiscono soprattutto chi non ha trust alle Cayman né consulenti fiscali in Lussemburgo. Aggiungerne un’altra significherebbe solo spingere un’ulteriore fetta di italiani a svendere, a disinvestire, o a chiudere il portafoglio per sempre. In un Paese dove il 70 per cento delle famiglie vive in una casa di proprietà, la patrimoniale diventa una tassa sulla pietra, sull’unico bene concreto che la gente possiede. Chi ha un bilocale ereditato o una seconda casa data in affitto spesso è già un “ricco” per il fisco, anche se fatica a pagare le bollette. E così, invece di colpire chi vola in jet privato, c’è il rischio di stangare chi guida una Panda Euro 5 e si è sudato un mutuo per 30 anni.

L’Italia ha la pressione fiscale più alta d’Europa
Nel frattempo la pressione fiscale in Italia è già ai massimi storici: secondo l’Istat, nel 2024 ha raggiunto il 42,5 per cento del PIL, uno dei valori più alti d’Europa. Sotto il governo Draghi era scesa leggermente (intorno al 41,4 per cento), poi con Meloni è tornata a crescere e resterà stabile sopra il 42 per cento fino al 2027. Una crescita che non si traduce in migliori servizi pubblici. Anzi. Come se non bastasse, recentemente Schlein è tornata a chiedere la ripartenza dell’ascensore sociale. Giustissimo, ma c’è un però. La leader dem è percepita come una privilegiata, una nata e cresciuta in zona ZTL per parlare come l’utente medio sui social. E ogni battaglia in questo senso rischia comunicativamente di rivelarsi un boomerang per la ‘solita’ sinistra elitaria che parla al popolo da un attico panoramico, non dal pianerottolo. Dall’altra parte Giorgia Meloni, nonostante faccia politica da 30 anni, ha trasformato l’essere underdog e “anti-sistema” nel suo punto di forza.

Gli sprechi che alla politica non conviene tagliare
Ma torniamo ai numeri nudi e crudi. Anche ipotizzando un gettito “massimo teorico” di 15 miliardi di euro l’anno, la patrimoniale inciderebbe per meno dello 0,6 per cento del PIL, cioè poco più di quanto costava ogni anno il Superbonus. Ma avrebbe una ricaduta psicologica e politica pesante sul ceto medio che già sopporta la maggior parte del gettito IRPEF e IMU. C’è un altro dato che rende la proposta di Schlein ancora più inconsistente: l’Italia non ha bisogno di una nuova patrimoniale, perché vive già immersa in una serie di patrimoniali occulte, che prosciugano decine di miliardi ogni anno senza creare alcun valore. Solo di bonus e micro-incentivi, spendiamo oltre 30 miliardi l’anno. Poi ci sono i sussidi e le agevolazioni alle imprese, quasi sempre distribuiti a pioggia, che ammontano a oltre 70 miliardi l’anno tra crediti d’imposta, contributi e fondi di sostegno. E infine si aggiungano gli sprechi della macchina pubblica, stimati dalla Corte dei Conti in circa 25 miliardi l’anno: gare andate deserte, software mai utilizzati, consulenze doppie, forniture pagate tre volte il valore reale. Denaro che evapora nel nulla, mentre la politica discute di come raschiare altri due miliardi a chi possiede un appartamento in più. Mettiamola così: se si cancellassero anche solo la metà di queste follie, lo Stato risparmierebbe più del gettito massimo teorico della patrimoniale pensata da Schlein, e lo farebbe senza toccare nemmeno un euro del ceto medio. Eppure nessuno lo fa, perché quelle spese alimentano consenso, mentre una patrimoniale, ironia della sorte, serve solo a perdere voti.

Il problema non è quanto si tassa, ma come
Schlein pare rivolgersi a un Paese che non esiste più, dove “i ricchi” erano pochi industriali e la “gente comune” viveva di salario sicuro. Oggi il ceto medio si è liquefatto in un mosaico di Partite Iva e dipendenti. Da un lato la leader dem invoca “uguaglianza”, dall’altro ignora che la disuguaglianza ormai è tra chi paga e chi non paga e non tra chi ha troppo e chi ha poco. Il problema non è “quanto” tassiamo, ma come. Invece di evocare la solita patrimoniale, l’opposizione potrebbe proporre la riduzione del cuneo fiscale, l’abolizione del fiscal drag, la razionalizzazione della spesa pubblica. Invece si preferisce issare la bandiera ideologica. No, onorevole Schlein, all’Italia non serve un’altra patrimoniale. E finché chi dovrebbe rappresentare il popolo continuerà a tartassarlo, il popolo continuerà inevitabilmente a votare chi promette di liberarlo, anche se non lo farà mai.
