Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio

Alla fine del 2023, un piano industriale per salvare l’ex Ilva c’era: il business plan Bain prevedeva la produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio nel 2030, 3,6 miliardi di investimenti e un uso “normale” della cassa integrazione. Nella prima puntata della nostra inchiesta, abbiamo visto anche che lo Stato, tramite Invitalia, lo aveva approvato ma si era rifiutato di finanziarlo davvero, limitandosi a un «metteremo i soldi se li avremo e se il privato li mette prima». Questa seconda parte entra nel sottosuolo del sistema: le cause, i commissari, il Patrimonio Destinato. Perché mentre il governo Meloni/Urso diceva di voler difendere Taranto, nei tribunali si consumava una storia molto diversa: una grande acciaieria che fa causa allo Stato perché lo Stato non paga neppure le bonifiche ambientali, e un governo che nomina commissari per gestire ciò che rimane.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio
Ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).

La causa di ADI contro l’Ilva e i commissari

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, mentre a Roma si discute di piani industriali e di nuovi investitori, a Milano si gira un altro film. Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding depositano un ricorso contro Ilva spa in amministrazione straordinaria (AS) e contro i suoi commissari straordinari (Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo). L’oggetto riguarda i “rimborsi decontaminazioni”. Quando ArcelorMittal e ADI hanno preso in affitto gli impianti ex Ilva, non stavano acquistando un’acciaieria “nuova di fabbrica”. Stavano gestendo un mostro industriale già inquinato e già commissariato. Proprio per questo, il legislatore ha creato un Patrimonio Destinato: un “salvadanaio” separato, alimentato dai soldi della famiglia Riva e da altre risorse, destinato a coprire le bonifiche e la messa in sicurezza ambientale. Quella partita non doveva gravare sul gestore. E invece le carte dicono altro. Nel ricorso ex art. 281-decies c.p.c. e nelle memorie 171-ter di febbraio 2024, ADI sostiene che ha eseguito a proprie spese interventi di decontaminazione, bonifica e messa in sicurezza sugli impianti; ha chiesto a Ilva in amministrazione straordinaria il rimborso di queste spese, in quanto a carico del Patrimonio Destinato ma, nonostante ciò, una quota enorme di questi rimborsi non è mai stata pagata. Alla data del 31 gennaio 2024, la “prima memoria” quantifica la posizione creditoria complessiva di ADI verso Ilva in AS in 91.017.882 euro per rimborsi di decontaminazioni e attività ambientali non corrisposti. È tutto nero su bianco: 91 milioni di euro che, secondo Acciaierie d’Italia, lo Stato – tramite i suoi commissari – avrebbe dovuto pagare per bonifiche già fatte e non ha pagato. Non è tutto. ADI scrive anche che non può sospendere l’esecuzione delle attività ambientali obbligatorie ed è quindi costretta a finanziare queste spese «con risorse proprie», sottraendo liquidità alla produzione e alla manutenzione. Questo significa che mentre Urso dice di «difendere l’ex Ilva», la società che dovrebbe essere salvata denuncia lo Stato e i suoi commissari perché non rimborsano neppure le bonifiche che la legge impone e che dovevano essere pagate con fondi già stanziati.

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Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy (Imagoeconomica).

Lo Stato si finge salvatore

Se si mettono in fila i pezzi, il quadro è surreale: lo Stato, per bocca di Invitalia, assicura in assemblea: «Metteremo massimo 1,32 miliardi, compatibilmente con l’effettiva disponibilità dei fondi». La stessa macchina pubblica, tramite i commissari, tiene bloccati per anni decine di milioni di euro che doveva rimborsare per attività ambientali. Nel frattempo, a Roma si parla di «piano di rilancio» da finanziare, «nuovi partner industriali», «sacrifici per salvare Taranto». Taranto intanto paga tre volte: l’inquinamento storico, l’inefficienza di chi non rimborsa le bonifiche, la crisi industriale di un’azienda a cui lo Stato succhia liquidità invece di restituirla. Questa è la sostanza dei documenti che nessuno cita nelle conferenze stampa.

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Giancarlo Quaranta con Adolfo Urso a una riunione per l’ex Ilva (Imagoeconomica).

Il colpo di mano normativo sugli strumenti per gestire la crisi

C’è un altro passaggio però che merita attenzione. Nella famosa assemblea del 22 dicembre 2023, l’amministratrice delegata Lucia Morselli – stretta tra fornitori, impianti al limite e soci che non decidono – fa capire una cosa semplice: se i soci non ci mettono i soldi, la società dovrà cercare altre forme di tutela, comprese le procedure previste dalla normativa sulla crisi d’impresa: composizione negoziata, accordi di ristrutturazione, strumenti “ordinari” del Codice della crisi. Gli unici strumenti che avrebbero dato ad ADI un tavolo autonomo con i creditori e un quadro giudiziario preciso. Pochi mesi dopo, il governo interviene con il D.L. 4/2024 (il decreto sull’ex Ilva): tra le tante norme, ce n’è una che stabilisce, in sostanza, che dal momento in cui viene avviata la procedura di amministrazione straordinaria “rafforzata”, l’impresa non può più utilizzare le ordinarie procedure di regolazione della crisi. In parole povere: «Da oggi la crisi dell’ex Ilva non si gestisce più con gli strumenti generali previsti per tutte le imprese, ma solo tramite l’amministrazione straordinaria controllata dal governo». Quello che Morselli aveva fatto intravedere come possibile strada di difesa e di tutela – un percorso giudiziario “normale”, gestito da un tribunale indipendente – viene escluso per legge. È difficile non vedere, in questa sequenza, una precisa scelta politica: chiudere ai lavoratori, ai creditori e allo stesso management la possibilità di usare gli strumenti ordinari della crisi, per concentrare tutto nelle mani di commissari nominati dal governo.

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Lucia Morselli (Ansa).

La nomina dei commissari: Fiori, Tabarelli e Quaranta

Ed eccoci ai commissari. Se nella puntata 1 abbiamo ripercorso le mosse di Urso e Meloni sul piano politico, qui incontriamo i registi operativi. Con i decreti di inizio 2024, il governo affida la gestione di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria a un collegio composto da Giovanni Fiori, commercialista, docente di bilancio e revisione, Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia e Giancarlo Quaranta, storico manager del gruppo Ilva/Italsider con alle spalle due condanne definitive per incidenti sul lavoro che provocarono la morte di tre operai nei primi Anni 2000. Le pene sono state sospese, ma le responsabilità sono accertate. Giuridicamente, la normativa sull’amministrazione straordinaria non prevede un’automatica “incandidabilità” per chi è stato condannato, in mancanza di pene accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici. Ma resta una questione di opportunità: può lo Stato nominare commissario straordinario dell’ex Ilva – commissariata e processata per questioni di sicurezza e inquinamento – un manager che ha due condanne definitive per morti sul lavoro all’interno della stessa fabbrica? Quale messaggio arriva ai lavoratori, alle famiglie delle vittime, a chi parla tutti i giorni di “sicurezza” e “modello 231”? Da questo momento in poi, sono i commissari a condurre le danze: decidono quali impianti restano accesi e quali no; come usare o non usare le risorse residue; come comportarsi sui contenziosi, comprese le azioni milionarie sui Rimborsi Decontaminazioni; propongono ai tavoli di governo i numeri e gli scenari che poi Urso porta in conferenza stampa. Che rispondano al governo è ovvio. Che siano i responsabili operativi di come si consuma la crisi, altrettanto.

Ex Ilva, come lo Stato “salvatore” in realtà ha affossato il rilancio
Giancarlo Quaranta (Imagoeconomica).

Il prezzo pagato da Taranto e dai lavoratori

Mentre si scrivono note tecniche, decreti legge e memorie giudiziarie, a Taranto migliaia di lavoratori vivono da anni una sequenza di cassa integrazione, incertezza, impoverimento; l’indotto è al collasso; le famiglie vedono spegnersi prima i forni e poi la prospettiva di reddito; i rischi ambientali non scompaiono per decreto. Lo Stato dal canto suo non ha finanziato il piano di rilancio, non ha rimborsato pienamente le bonifiche, ha chiuso agli strumenti ordinari di tutela e ha scelto una governance responsabile del risultato che oggi abbiamo sotto gli occhi. Nella prossima e ultima puntata dell’inchiesta entreremo nell’ultima fase del disastro Ilva: 6.600 lavoratori “parcheggiati” senza un cronoprogramma di riavvio dei forni, e con un “piano di rilancio” che inizia spegnendo tutto. Mentre Urso parla di «patriottismo industriale», l’Italia rischia centinaia di milioni nel contenzioso avviato da ArcelorMittal contro lo Stato. In mezzo a forni spenti e bonifiche non pagate, compaiono soggetti interessati senza piani pubblici né impegni vincolanti. Non cercano acciaio: cercano carcasse. Saranno loro il “salvataggio”? O daranno solo il colpo finale?