Anziani morti in ambulanza: il numero dei casi sospetti sale a otto

AGI - Potrebbe allargarsi l'inchiesta nel Forlivese sui decessi di pazienti trasportati in ambulanza, che finora ha visto coinvolti cinque anziani: secondo quanto emerge, i magistrati starebbero valutando nuovi accertamenti su altri tre casi sospettiLuca Spada, 27enne autista della Croce Rossa, accusato di omicidio continuato aggravato dalla premeditazione e dall'uso di sostanze venefiche continua però a dichiararsi innocente e, per bocca del suo legale, Gloria Parigi, si dice pronto a non temere alcunché se la Procura dovesse chiedere la riesumazione dei corpi.

Il procuratore Enrico Cieri e il pm Andrea Marchini stanno considerando infatti di disporre analisi sulle salme di quattro anziani deceduti tra febbraio e ottobre scorsi (il 24 febbraio, l'8 luglio, il 12 settembre e il 13 ottobre). Finora, un'autopsia è stata eseguita solo sulla donna di 85 anni morta il 25 novembre, i cui familiari, assistiti dagli avvocati Max Starni e Antonio Mambelli, hanno chiesto di fare piena luce sui fatti. "Mi definisco pienamente innocente. Quando, a novembre, ho ricevuto l'avviso di garanzia mi è cascato il mondo addosso. Fin dal primo momento ho portato la documentazione", ha detto oggi Spada a Ore14 su Raidue.

Le accuse all'autista e la sua difesa

L'indagine contesta all'autista di aver somministrato una sostanza letale, forse aria in vena, ai pazienti trasportati, deceduti durante il tragitto o successivamente in ospedale. "Dopo tanti anni, tanti interventi, stiamo parlando di cinque persone su 200 in un anno, i numeri sono questi. Spero che la Procura faccia luce", ha aggiunto l'indagato. Alla domanda se fosse preoccupato, Spada ha risposto: "No, male non fare, paura non avere".

Le indagini e le prove

La Procura di Forlì mantiene il massimo riserbo. Le indagini, condotte dai carabinieri del reparto operativo e del Nas, proseguono con l'analisi del materiale sequestrato. Tra le prove già disponibili ci sono le registrazioni delle telecamere installate sull'ambulanza, che avrebbero evidenziato comportamenti sospetti dell'autista, sospeso cautelativamente dalla Croce Rossa.

 "Ci si attende uno sviluppo significativo delle indagini, anche perché la Procura di Forlì dispone di strumenti e competenze adeguate. I magistrati che stanno seguendo il caso sono molto preparati e sono certo che analizzeranno ogni aspetto della vicenda, coinvolgendoci sia sul piano personale sia su quello professionale". Lo ha dichiarato l’avvocato Max Starni, legale di una delle famiglie delle persone decedute nel Forlivese durante un trasporto di routine verso una struttura ospedaliera.

 

 

Il boss Santapaola è morto per cause naturali

AGI - L'autopsia sul corpo di Benedetto 'Nitto' Santapaola disposta dal pm milanese Luigi Luzi, che ieri era di turno, viene svolta sia come prassi perchè il boss catanese 87enne è deceduto in regime di 41bis (carcere duro) sia per l'enorme calibro criminale del recluso. E' quanto apprende l'AGI in ambienti giudiziari dove viene spiegato che non ci sono elementi tali da far dubitare che si sia trattato di una morte per cause naturali.

A febbraio, Santapaola si era rotto il femore, un evento che aveva fatto precipitare le sue già precarie condizioni di salute. Era quindi stato ricoverato nell'ospedale San Paolo di Milano dove vengono curati i detenuti e dove si è andato progressivamente spegnendo a 87 anni. La data dell'esame non è ancora stata fissata.

Noto esponente della criminalità organizzata catanese e considerato uno dei principali capi di Cosa Nostra a partire dagli anni Settanta nella Sicilia orientale, Santapaola è stato a lungo il leader del clan che da lui prese il nome.

I procedimenti giudiziari e le stragi

Santapaola è stato coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari per reati di associazione mafiosa, omicidio e traffico di droga. Arrestato nel 1993 dopo anni di latitanza, è stato condannato a diversi ergastoli. La sua figura è spesso citata nelle indagini e nei processi legati alla stagione delle stragi mafiose che hanno segnato l'Italia tra gli anni Ottanta e Novanta. È ritenuto il mandante di stragi e omicidi, incluso l'attentato di Capaci del maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. L'arresto un anno più tardi, dopo una lunga latitanza.

Santapaola iniziò la propria carriera criminale negli anni Sessanta a Catania, in un contesto di forte espansione economica e speculazione edilizia. Dopo l'uccisione del boss Giuseppe Calderone nel 1978, si impose come capo della famiglia mafiosa catanese, allineandosi con il gruppo dei Corleonesi guidati da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Grazie a questa alleanza, consolidò il controllo sul territorio di Catania e provincia, rafforzando i legami con imprenditoria, politica e settori economici strategici.

Le attività criminali del clan Santapaola

Il clan Santapaola fu coinvolto in traffico internazionale di stupefacenti; estorsioni e controllo degli appalti pubblici; omicidi di mafia; infiltrazioni nell'economia legale. Tra i delitti più gravi attribuiti alla sua organizzazione ci sono l'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (1982), l'omicidio del giornalista Giuseppe Fava (1984), fondatore de I Siciliani.

L'arresto e le condanne

Latitante dal 1982, Santapaola fu arrestato nel 1993 a Catania. È stato condannato a numerosi ergastoli per associazione mafiosa e omicidi, nell'ambito di vari processi, tra cui quelli collegati alla stagione stragista di Cosa Nostra. Nonostante la detenzione in regime di 41-bis (carcere duro), per anni è stato considerato ancora un punto di riferimento per il clan.

L'eredità e il potere di Santapaola

Santapaola è ritenuto uno dei principali artefici della trasformazione della mafia catanese in una struttura fortemente imprenditoriale e integrata nel tessuto economico locale. Il suo potere si fondava sul controllo capillare del territorio, le relazioni con ambienti economici e politici e le alleanze strategiche con i vertici corleonesi. La sua figura rappresenta uno degli esempi più emblematici della penetrazione mafiosa nell'economia siciliana tra gli anni Settanta e Novanta.

Tram deraglia a Milano, due morti e 50 feriti. Meloni: vicinanza alle famiglie delle vittime [Video]

AGI - Vicino ai giardini 'Montanelli' di Porta Venezia, uno dei parchi più amati dai milanesi per rilassarsi, il tram numero 9 deraglia "con la velocità di un missile", racconterà un testimone, e finisce dritto contro la vetrina di un ristorante giapponese aperto da poco in una zona dalla vivacissima vita notturna. Muoiono Abdou Karim Touré, senegalese di 57 anni senza dimora, alto e brizzolato, uno dei senza dimora volto familiare nella zona, e Ferdinando Favia, commerciante 60enne di Vigevano. Il primo era a bordo del tram e i soccorritori hanno tentato a lungo di rianimarlo con un massaggio cardiaco, il secondo camminava quando il mezzo ha fatto irruzione nella tranquillità delle quattro di un pomeriggio semi primaverile, con le persone sedute ai tavolini dei bar o impegnate nello shopping di corso Buenos Aires che si sono sporte dai bastioni di Porta Venezia e radunate attorno all'area transennata per osservare e fotografare una scena tremenda. Il tram accartocciato, decine di ambulanze, i vigili del Fuoco. Il bilancio serale parla di una cinquantina di feriti distribuiti in vari ospedali, due dei quali gravi.

Qualche ora dopo l'autista dice al magistrato e alla polizia locale di avere perso il controllo per un malore, un'ipotesi avvalorata anche dal sindaco Giuseppe Sala, che entra come quella principale nel fascicolo aperto per omicidio e lesioni colpose ma dovrà essere accertata anche alla luce dell'analisi del telefono che è stato sequestrato al conducente. Nell'immediato toccherà a un perito studiare la dinamica. Due testimoni spiegano all'AGI di avere visto questa mattina presto dei tram fermi in fila sul binario dove quello deragliato ha 'preso il volo'. "Sembrava che qualcosa non andasse sulla linea", affermano ma al momento resta una suggestione perché lo scenario che si staglia è quello del malore che potrebbe spiegare anche perché l'autista ha saltato una fermata, cosa che però potrebbe essere successa perché nessun passeggero l'aveva prenotata.

Il video dell'incidente

Altri tranvieri intervistati confermano la tesi di un 'black out'. "La lanterna (il semaforo dei tram, ndr) all'incrocio tra Corso di Porta Vittoria e via Lazzaretto segnava a sinistra. Lo scambio era aperto a sinistra, il 9 andava dritto in viale Vittorio Veneto, da piazza Repubblica, verso Porta Venezia", racconta uno di loro. "Ha preso lo scambio a sinistra a 20-40 all'ora - continua - ed è deragliato. C'è un video dove si vede che letteralmente si inclina uscendo dai binari, taglia l'incrocio e si schianta contro il palazzo di fronte. Lo scambio era aperto a sinistra perché evidentemente il tram prima ha girato a sinistra. Tocca al tranviere manovrare lo scambio e la lanterna ti segnala com'è girato. Il fatto che abbia saltato la fermata 20 metri prima fa pensare a un malore". Il video, ripreso con la dashcam di un automobilista, corre di telefono in telefono e diventa virale. Si vede il mezzo uscire dai binari e ondeggiare paurosamente fino all'urto.

Le conseguenze e la chiusura del ristorante

Anche chi non ha riportato ferite scende sotto choc da quello che resta da uno dei simboli di Milano, seppur nella versione nuova rispetto al tram iconico. Una fotografia, oltre al video, rende l'idea. È quella postata dai titolari del locale giapponese sulla pagina Instagram dove si annuncia la chiusura fino a data da destinarsi. L'immagine in bianco e nero mostra il tram che entra nel ristorante spaccando la vetrina. "Siamo vicini alle persone coinvolte" scrivono i gestori del ristorante.

Meloni, profondo cordoglio. Solidarietà a città di Milano

 "Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esprime profondo cordoglio per il grave incidente avvenuto a Milano. A titolo personale e a nome dell'intero Governo, manifesta la propria vicinanza alle famiglie delle vittime, esprime solidarietà alla città di Milano e rivolge un sentito augurio di pronta e completa guarigione ai feriti". È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi. 

 

 

 

Al Monaldi altri due casi di trapianti falliti. L’inchiesta si allarga

AGI - Carenze, lacune, errori su errori: l'ospedale Monaldi di Napoli, dopo la morte del piccolo Domenico Caliendo, passato al setaccio alla ricerca delle cause che dovrebbero spiegare un caso assurdo di trapianto fallito. E c'è un esposto, che si aggiunge all'inchiesta già aperta.

Intanto per la morte del piccolo Domenico l'Azienda Ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l'ospedale Monaldi, "acquisiti gli atti dei procedimenti disciplinari, ha assunto i provvedimenti di sospensione dal servizio di due dirigenti medici coinvolti nella grave e dolorosa vicenda del piccolo Domenico". Lo si legge in una nota relativa al caso del bambino morto dopo un trapianto di un cuore danneggiato. "Prosegue per gli altri sanitari coinvolti l'iter disciplinare secondo la normativa vigente- recita ancora la nota - l'azienda intende precisare di essersi immediatamente attivata per fare chiarezza su quanto accaduto, in trasparenza e nel rigoroso rispetto della legge".

E la procura di Napoli sta facendo anche accertamenti su altri due casi di trapianto precedenti a quello eseguito il 23 dicembre scorso. Non si tratta ancora di indagini, ma di una attenta valutazione su quello che emerge sull'attività svolta dal centro trapianti del nosocomio.

Il nuovo esposto riguarda criticità riscontrate già in occasione di un trapianto dall'esito infausto che risale a due anni fa. La denuncia è stata presentata da Federconsumatori Campania APS.  “Abbiamo fallito. Dopo il caso di Pamela, ci eravamo ripromessi di mettere al sicuro i futuri piccoli pazienti e difendere il loro diritto alla salute. Le carte oggi ci confermano che avevamo ragione. Abbiamo fatto tutto il nostro dovere di associazione di tutela … ma non è bastato. Domenico ci dice che abbiamo fallito lo stesso”.

In queste parole commosse di Carlo Spirito, avvocato della Federconsumatori Campania APS, c’è il sunto di quanto ricostruito dall’associazione su quanto sarebbe accaduto in questi anni all’ospedale Monaldi di Napoli riguardo i percorsi di trapiantologia, una ricostruzione che è stata resa nelle scorse ore alla stampa durante una conferenza a Napoli.

L'esposto in Procura sulle carenze del Monaldi

Nell’occasione, la Federconsumatori Campania ha presentato ai media l’esposto presentato alla Procura della Repubblica di Napoli in cui si evidenziano le “gravi criticità circa la messa a norma e in sicurezza del centro trapianti” che avrebbero interessato l’intero percorso di trapiantologia pediatrica (e non solo) al centro della bufera dopo la tragica morte di Domenico Caliendo e il caso del ‘cuore bruciato’.

Mancanze di vigilanza e autorizzazioni

L’esposto documenta quelle che per l’associazione dei consumatori sarebbero gravi mancanze di vigilanza, controllo e rigore procedurale da parte delle istituzioni sanitarie competenti alle verifiche, a partire dalla Direzione generale della sanità campana, rimarcando come “sin dall’inizio non si sia tenuto conto delle evidenti non conformità operative, strutturali ed organizzative, certificando con il rinnovo dell'autorizzazione la prosecuzione dell’attività trapiantologica senza il previo compimento dei necessari adeguamenti strutturali e procedurali”. Esso segue a puntuale contestazione pendente anche innanzi alla Giustizia amministrativa.

L'ispezione del Centro nazionale trapianti

Si parte da un fatto: un’ispezione, avvenuta a cavallo dei tragici fatti che hanno portato alla morte della piccola Pamela Dimitrova nel 2024, all’incirca la stessa età di Domenico. Spiega il presidente Giovanni Berritto: “Tale ispezione, del Centro Nazionale Trapianti, nasce da nostro impulso. C’è un verbale ispettivo a noi reso noto solo questo febbraio 2026, ma che ci risulta essere in possesso tanto della Direzione Generale Sanità Campana che dell’Azienda Ospedaliera dei Colli da tempo. Addirittura, ci sarebbe un cronoprogramma concordato con il CNT che prevedeva la realizzazione del reparto dedicato ai trapianti entro il marzo del 2025, deadline chiaramente disattesa”.

Radici lontane della vicenda

Una storia che, secondo gli avvocati che si occupano della vicenda (oltre a Spirito presenti alla conferenza era presente anche l’avvocato Davide Di Luccio, incaricato della presentazione dell’esposto), ha quindi radici lontane.

Le gravi criticità riscontrate

Ma di quali criticità parliamo? “Partiamo dall’assenza di un reale reparto di trapiantologia pediatrica, come richiesto dal verbale del CNT, mentre invece si è continuato ad operare pediatrici ‘ospitati’ in aree della chirurgia per gli adulti non nate per l'assistenza pediatrica. C’è da spiegare il perché dell’assenza di una terapia sub-intensiva per i pazienti in uscita da terapia intensiva dopo il trapianto. C’è ancora da chiarire come mai si è proceduto all’attività di trapiantologia pediatrica nello stesso momento in cui il reparto di cardiochirurgia pediatrica era in rifacimento”. E ancora, tra le criticità messe in risalto: “Come è possibile che non ci sia stata da parte della Regione una valutazione dei volumi di attività dei reparti, al punto tale da non avvedersi che dal 2019 al 2024 l'unità operativa a cui è stata affidata la trapiantologia pediatrica risultasse aver effettuato un solo intervento?”. E così a ritroso fino al 2002, data in cui risulterebbe la richiesta di autorizzazione alle attività ospedaliere al Comune di Napoli della struttura, mai approvata e periodicamente prorogata senza le verifiche previste e che “quindi non poteva essere individuata come ‘centro trapianto’ in assenza di accreditamento SSN regolare e rinnovato”.

La richiesta di chiarezza

“Quello che possiamo dire oggi, in attesa che sia fatta piena chiarezza, – sottolinea energicamente Berritto a margine della conferenza – è che non si può derubricare a fatalità la morte di Domenico dopo quello che abbiamo ricostruito con fatica in questi anni”.

Un sistema compromesso e il diritto alla salute

“Siamo testimoni di un’azione istituzionale e burocratica che agirebbe in sfregio ai normali iter, facendosi beffa delle più elementari norme a tutela dei cittadini, e offrendo la tremenda impressione di un sistema che si sente superiore alle regole e le declina a suo piacimento. Un sistema che appare compromesso nell’insieme, e che mostra quanto la responsabilità sia condivisa su più livelli, sebbene con diversi livelli di gravità. Chiedere giustizia in questo caso vuol dire riparare questa stortura e restituire a tutti, specialmente ai più piccoli e vulnerabili di noi, il sacrosanto diritto alla salute”, conclude amaramente il presidente.

Livorno, un uomo ucciso nello studio del commercialista. “Lite per una trattativa legata a…

AGI - Una lite per la compravendita di oro, poi degenerata in un omicidio. Si spiegherebbe così la morte del 55enne Francesco Lassi, agente di commercio ucciso con due coltellate al petto ieri pomeriggio a Livorno nello studio di un commercialista, in via Grande al civico 110. Per l'omicidio è stato arrestato, Luigi Amirante, 47 anni, ex collaboratore di giustizia con precedenti per traffico internazionale di droga. Amirante, che aveva agito con il volto travisato e si era dato alla fuga, era stato fermato poco dopo il delitto nell'area del porto dagli agenti del commissariato di polizia di via Fiume. Decisive anche le dicharazioni di alcuni testimoni.

Questa mattina è stato il procuratore di Livorno, Maurizio Agnello, a definire meglio, in una conferenza stampa, i contorni di questa vicenda: "L'omicida ha avuto una discussione con la vittima legata a una compravendita di oro che pare che l'indagato dovesse cedere alla vittima. Per motivi che ancora dobbiamo ancora accertare e chiarire, c'è stata una violentissima lite al termine della quale l'indagato ha accoltellato a morte la vittima".

Dallo studio del commercialista ieri era partita la richiesta di soccorsi, e un'ambulanza del 118 aveva raggiunto in poco tempo l'edificio nel centro storico di Livorno. Ma i tentativi di rianimare la vittima si sono rivelati presto inutili. 

Il cuore di Domenico trasportato in un box frigo, ispettori del ministero all’ospedale di Bolzano

AGI - Gli ispettori del ministero della Salute sono arrivati nel pomeriggio all'ospedale di Bolzano per le verifiche sulla dinamica che ha portato al decesso del piccolo Domenico, morto all'ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito. Gli ispettori acquisiranno la documentazione relativa alle procedure sull'espianto del cuore da trapiantare, avvenuto a Bolzano, e sulla sua conservazione e trasporto fino a Napoli.

Mentre si attende la risposta del gip alla richiesta di incidente probatorio avanzata da Francesco Petruzzi, legale di Patrizia Mercolino, madre del piccolo Domenico morto all'ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di un cuore danneggiato, fa discutere la foto diffusa da quotidiani del contenitore utilizzato per il trasporto dell'organo da Bolzano a Napoli.

Il contenitore e il refrigerante

Come era già emerso, si tratta di una borsa frigo di plastica rigida con il manico arancione e di colore blu. Su un fianco la scritta a pennarello 'S.OP.C.CHPED', probabilmente abbreviazioni per Sala operatoria Cardiochirurgia pediatrica. Ma il punto critico per gli inquirenti è la tipologia di refrigerante utilizzato, questione che rimbalza da Napoli a Bolzano, per l'uso di ghiaccio secco (anidride carbonica, in pratica, che abbassa la temperatura fino a -80) anziché ghiaccio da acqua, per tenere il cuore per un certo numero di ore in ipotermia in attesa del trapianto.

Le indagini e gli smartphone sequestrati

Sarà conferito domani mattina agli ingegneri Michele Colimoro e Salvatore Carusio l'incarico per procedere agli accertamenti tecnici sui telefoni celluari sequestrati ai sette indagati per la morte di Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto sabato mattina nell'ospedale Monaldi, dopo un trapianto di cuore danneggiato.

Il pm Giuseppe Tittaferrante, che indaga sul caso, intende cosi approfondire le conversazioni in chat, messaggi vocali, scritti e ogni altra traccia che consenta di ricostruire l'esatta dinamica di quanto accaduto il giorno del trapianto, il 23 dicembre scorso ed eventuali informazioni utili a ricostruire la vicenda. Intanto si attende la data, che dovrà essere fissata dal gip, dell'incidente probatorio richiesto dalla procura, contestualmente all'autopsia.

L'autopsia e i funerali

Solo dopo l'autopsia sulla salma del bambino, il corpo potrà essere restituito alla famiglia per celebrare i funerali, probabilmente alla fine della prossima settimana.

 

 

Crolla palazzina nel Veronese, a Negrar. Un morto e tre persone ferite

AGI - I vigili del fuoco sono impegnati in un intervento a Negrar, nel Veronese, per l'esplosione con conseguente crollo in un fabbricato di tre piani.

Sono quattro le persone residenti nella struttura, ma ancora non è certo se si trovassero tutte in casa al momento dell'esplosione. I vigili del fuoco hanno estratto in vita tre delle quattro persone (due uomini e una donna) sepolte dalle macerie.

Una quarta persona, un uomo, e' stato individuato e si scava per raggiungerlo. 

 

 

 

Domenico, c’è un settimo indagato. La madre: “Scopriremo tutto”

AGI - C'è un settimo indagato nell'inchiesta della procura di Napoli sul caso del trapianto di un cuore danneggiato a Domenico, bambino di due anni e mezzo deceduto sabato mattina nella Rianimazione dell'ospedale Monaldi. Secondo quanto apprende l'AGI, si tratta di un'altro sanitario dell'ispedale. I pm titolari del fascicolo hanno anche chiesto un incidente probatorio al momento dell'esame autoptico della perizia del medico legale collegiale. 

Sale dunque a sette il numero degli indagati inseriti nel registro della procura di Napoli, che oggi ha deciso di richiedere l'incidente probatorio al momento dell'esame autoptico e della perizia medico legale collegiale, per il caso del piccolo Domen. I reati ipotizzati in via provvisoria dal sostituto Giuseppe Tittaferrante riguardano il fatto che in concorso tra loro e con condotte colpose indipendenti, con negligenza, imprudenza e imperizia, e con colpa specifica, che sarebbe stata causata dalla violazione delle linee guida in materia di conservazione e trasporto degli organi destinati al trapianto e delle buone pratiche clinico assistenziali e chirurgiche, cagionavano il decesso del minore.

Diversi quesiti dal pm per l'incidente probatorio

Con la richiesta di incidente probatorio e l'autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai tecnici, che dovranno essere nominati, per ricostruire la catena di eventi che ha portato alla morte di Domenico Caliendo, il bambino di due anni sottoposto a un trapianto di un cuore danneggiato, morto dopo 59 giorni dall'intervento durante i quali è stato tenuto in vita da un macchinario in attesa di un nuovo trapianto ritenuto possibile fino a un paio di giorni prima del decesso. 

La richiesta è stata inoltrata anche agli indagati, che da oggi sono sette, da quanto emerge dalla richiesta di incidente probatorio visionata dall'AGI. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di negligenze, imprudenze ed imperizia da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino.

I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall'equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell'organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell'equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l'adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell'equipe dell'ospedale Mondali di Napoli, che ha operato il trapianto. 

I magistrati chiedono di chiarire se l'intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente e i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell'equipe di espianto. Le risposte dovranno anche riguardare la prevedibilità e la prevenibilità della morte del bambino e quanto questo sia collegabile all'attività del personale del Monaldi, in particolare se erano possibili scelte alternative, da fare non solo nella fase del trapianto ma anche dopo il trapianto fallito. Scelte che avrebbero consentito una diversa evoluzione clinica.
Gli inquirenti puntano anche alla verifica del rispetto, nelle cure prestate, delle linee guida e delle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.

La madre: "La giustizia va avanti, scopriremo tutto"

"All'ospedale non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c'è fuori all'ospedale parli da se'", ha detto Patrizia Mercolino, la mamma del bambino. "La giustizia sta andando avanti - aggiunge - e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia, faranno il loro lavoro. La cosa che mi ha fatto più male è stata perdere mio figlio".

"Nessun bambino deve soffrire come il mio"

La costituzione di una fondazione nasce dall'idea evitare altri casi di mala sanità e spingere maggiormente per agevolare i trapianti, ha spiegato Mercolino prima di recarsi con il suo legale dal notaio per la costituzione della fondazione. "Vedremo meglio come utilizzare questa fondazione - spiega - non ci dimentichiamo che mio figlio aveva bisogno di un trapianto. Non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi". 

Il legale della famiglia: "l'espianto poteva essere posticipato"

"Il momento dell'espianto poteva essere posticipato, in quanto Domenico non era un bambino moribondo". Lo dice Francesco Petruzzi, l'avvocato della famiglia del bambino di due anni deceduto sabato scorso all'ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito. "Domenico era affetto da una patologia - ricorda il legale - ma attendeva un cuore da due anni e ne poteva aspettare anche altri due"

 

 

Rogoredo: Cinturrino fermato per omicidio volontario. Meloni: “Tradimento della Nazione”

AGI - Il poliziotto Carmelo Cinturrino è stato fermato con l'accusa di omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, il 28enne pusher marocchino ucciso nella sparatoria a Rogoredo, vicino Milano, da un colpo esploso dal poliziotto 41enne. L'uomo è stato colpito e ucciso da un colpo di pistola esploso lo scorso 26 gennaio dall'assistente capo del Commissariato di Mecenate nella zona del 'boschetto della droga' di Rogoredo durante un controllo antispaccio. 

La posizione di Cinturrino si è aggravata quando sono emerse diverse incongruenze nel suo racconto e in quello degli altri 4 agenti che erano con lui, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso. L'ipotesi emersa dalle indagini della Squadra Mobile e del pm Giovanni Tarzia è che sia stata organizzata una messinscena per far credere che Cinturrino avesse sparato perché intimorito da un'arma, poi rivelatasi a salve, impugnata dalla vittima. La Beretta 'giocattolo' sarebbe invece stata portata solo dopo l'omicidio dagli stessi agenti. L'omicidio potrebbe trovare un movente nei rapporti tra omicida e vittima relativi al controllo nella 'piazza' dello spaccio a Rogoredo.

Meloni, se agente coinvolto è tradimento della Nazione

"Leggo con sgomento gli ultimi sviluppi sull'uccisione di uno spacciatore nel noto 'boschetto della droga' di Rogoredo. Gli inquirenti ipotizzano che questo crimine sia legato a dinamiche connesse allo spaccio di sostanze stupefacenti, nelle quali sarebbe coinvolto anche l'agente di polizia che ha sparato. Se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini, ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell'Ordine". Così la premier Giorgia Meloni in una dichiarazione. "Provo profonda rabbia all'idea che l'operato di chi tradisce la divisa possa 'sporcare' il lavoro dei tantissimi uomini e donne che, ogni giorno, ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione, sacrificio e senso delle Istituzioni. Servitori dello Stato nei confronti dei quali, invece, dobbiamo tutti essere riconoscenti. Come dobbiamo essere riconoscenti in particolare alla Polizia di Stato che, su delega della Procura di Milano, sta svolgendo le indagini sui propri agenti coinvolti in questa tragica vicenda, al solo fine di far emergere la verità", sottolinea la premier.

 "Chi indossa una divisa e rappresenta le Istituzioni ha il dovere di farlo con il massimo del rigore. E con chi sbaglia, a maggior ragione perché indossa quella divisa, occorre essere implacabili. La giustizia fara' il suo corso e confidiamo che sia determinata, anche perché - a differenza di quello che leggo - non esiste alcuno 'scudo penale'". 

Pisani: Cinturrino ex poliziotto, un delinquente

"L'immagine sana è quella dei colleghi investigatori della Questura di Milano e questo è molto importante perché noi abbiamo necessita' di essere punto di riferimento per la nostra collettività e il cittadino deve avere quotidianamente fiducia nel nostro operato. È quindi penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato il fermo di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente, e penso che questa sia l'immagine sana del nostro modo di operare". Lo ha detto il prefetto Vittorio Pisani, capo della Polizia e direttore generale della Pubblica Sicurezza, in un breve punto stampa nel suo ufficio al Viminale in merito ai clamorosi sviluppi dell'inchiesta della Procura di Milano sull'uccisione di Abderrahim Mansouri.

Attendiamo l'esito delle indagini, che sono state effettuate molto velocemente grazie a una sinergica fiducia della magistratura e collaborazione con la Squadra mobile di Milano" e a conclusione poi di queste indagini "saranno presi i dovuti provvedimenti disciplinari nei confronti degli altri soggetti che sono rimasti coinvolti e che hanno reso interrogatorio". Ha aggiunto detto il capo della Polizia Vittorio Pisani. Il prefetto ha aggiunto che l'attività ispettiva "non e' stata avviata nell'immediatezza per evitare sovrapposizioni investigative e recare danno alle indagini che erano state delegate dal pubblico ministero".

Schlein, Meloni ci ripensi su impunità preventiva

 "Il quadro che emerge dalle indagini della magistratura sulla grave e tragica vicenda di Rogoredo, ovviamente ci fa molto riflettere perché è una tragedia su cui si è innescata subito una speculazione politica da parte della presidente del consiglio Meloni e del vicepremier Matteo Salvini, che pur fi attaccare i giudici in vista del referendum costituzionale hanno una volta ancora strumentalizzato gravemente un fatto di cronaca. Io penso che questo vada stigmatizzato e che loro si debbano scusare". Lo dice la segretaria del Pd Elly Schlein a margine della presentazione della rivista Rinascita.

"Trovo grave che ci sia stata questa speculazione politica e mi aspetto che facciano delle scuse - ha aggiunto Schlein - E mi aspetto pure che ci ripensino su quella parte del nuovo decreto sicurezza che inserisce un'impunità preventiva che non chiedono nemmeno le forze dell'ordine, appunto, mentre chiedono più risorse e più personale".

Pm, gravi indizi a carico di Cinturrino

In una nota, la Procura di Milano comunica che la Polizia di Stato ha eseguito il fermo di indiziato di delitto nei confronti di Carmelo Cinturrino "gravemente indiziato del reato di omicidio volontario ai danni di Mansouri Abderrahim". Il provvedimento, viene spiegato, si basa "sugli approfondimenti investigativi condotti dalla Squadra Mobile e dal Gabinetto Regionale Polizia Scientifica della Polizia di Stato, con il coordinamento dalla Procura della Repubblica, e in particolare sulle risultanze di sommarie informazioni testimoniali, interrogatori, analisi delle telecamere e dispositivi telefonici e accertamenti di natura tecnico scientifica, che hanno permesso di ricostruire la dinamica dell'evento". Il procuratore Marcello Viola ha quindi convocato una conferenza stampa alle 11 in Questura "rilevata la gravita' e la particolare rilevanza pubblica dei fatti".

La parte civile, ora indagare sugli altri tre agenti

"Penso che il fermo di Cinturrino sia solo l'inizio. Bisogna fare molta attenzione. Non penso che sia stato l'unico ad agire ma insieme ad altre persone suoi colleghi. È necessario approfondire tutto". Lo afferma all'AGI l'avvocata Debora Piazza, legale di parte civile assieme al collega Marco Romagnoli dei familiari di Mansouri.

La vittima era in fuga, sparo "ingiustificato"

Carmelo Cinturrino è accusato di omicidio volontario perché "ha cagionato la morte di Mansouri mediante l'esplosione di un colpo di pistola, coscientemente e volontariamente diretto alla sagoma della vittima, in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione", si legge nel fermo firmato dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia. Come riferito dai testimoni, Mansouri è stato colpito "mentre cercava una via di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da circa trenta metri, il lancio di una pietra, e avesse minacciato i poliziotti da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli". 

Sempre nel fermo, si legge che emerge "un quadro allarmante dei metodi di intervento di Cinturrino, detto 'Luca' nella piazza della droga, durante le operazioni di contrasto allo spaccio delle sostanze stupefacenti nei boschi di Rogoredo" e che Cinturrino e Mansouri avevano "una pregressa conoscenza la cui natura non appare allo stato chiarita"."Se da un lato si tratta di circostanze che debbono essere necessariamente e rigorosamente approfondite, nondimeno, dall'altro lato - considerano i pm - provenendo da fonti diverse e certamente non suscettibili di reciproca contaminazione, delineano un quadro significativamente allarmante sulle potenzialità criminali dell'indagato". 

 

 

Trapianto fallito, sei telefoni sequestrati all’ospedale “Monaldi”

AGI - C'è da ricostruire una catena di errori intorno a un trapianto dall'esito tragico e capire attraverso messaggi, telefonate, vocali e forse immagini, cosa sia accaduto intorno al 23 dicembre, quando il piccolo Domenico, 2 anni appena, di Nola ha ricevuto un cuore nuovo, che si è rivelato poi la sua condanna. E sarà possibile analizzando l'attività registrata dai telefoni cellulari di sei persone che hanno avuto un ruolo in tutta la vicenda costata la vita al piccolo Domenico.

I carabinieri hanno notificato questa mattina un avviso di garanzia per lesioni colpose gravissime e proceduto al sequestro degli smartphone degli indagati. La notifica, per una macabra coincidenza, avveniva mentre il bimbo attaccato a una macchina e in coma profondo spirava nell'ospedale "Monaldi" di Napoli.

Da lesioni gravissime a omicidio colposo

Gli indagati sanno già che riceveranno una nuova comunicazione dalla procura della Repubblica di Napoli che conterrà l'ipotesi di omicidio colposo. Lo scenario, soltanto da un punto di vista formale, è cambiato.

Domenico è morto, ma quando i magistrati hanno emesso gli avvisi di garanzia era ancora vivo. Ora bisognerà predisporre l'autopsia, che rivelerà altri dettagli sulle condizioni del bimbo, arrivato in ospedale a dicembre per una serie di accertamenti e trattenuto per un trapianto di cuore, ma non stravolgerà le notizie già assodate: a Domenico è stato impiantato un cuore 'bruciato' perché trasportato con procedure inadeguate. Le condizioni sono peggiorate progressivamente al punto da rendere impossibile un nuovo trapianto e fino a giungere alle conseguenze fatali.

Gli inquirenti vogliono capire cosa si siano detti i medici e gli operatori che hanno partecipato direttamente o indirettamente alle operazioni di espianto, trasporto e impianto del cuore donato da un bimbo di 4 anni di Bolzano il 23 dicembre scorso. Il cuoricino è arrivato a Napoli in un contenitore inadeguato, refrigerato con ghiaccio secco che raggiunge temperature troppo basse per non compromettere la funzionalità dell'organo.

I legali del chirurgo: "E' stato fatto ciò che era possibile"

"Attendiamo fiduciosi la ricostruzione degli eventi che gli inquirenti e gli accertamenti tecnici sapranno certamente offrire, ma siamo convinti sin d'ora, in ogni caso, che il nostro assistito abbia fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso, e tutto quanto era umanamente possibile, per salvare la vita del piccolo Domenico, peraltro lottando contro il tempo e contro i minuti". Così, in una nota gli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes, difensori di Guido Oppido, il cardiochirurgo dell'ospedale Monaldi, che il 23 dicembre scorso ha eseguito il trapianto di cuore danneggiato a Domenico. "Di fronte al dramma di questo bimbo e al dolore della famiglia - aggiungono gli avvocati - c'è solo un sentimento immediato di cordoglio, commozione, e profondo rispetto per la madre e per i familiari tutti".

Il cordoglio per Domenico

Dopo la fiaccolata a Nola, ora la solidarietà nei confronti della famiglia del piccolo Domenico viene manifestata da un continuo pellegrinaggio al Monaldi, dove la salma del bimbo è sotto sequestro, in attesa degli esami medico legali. Un pilastro dell'ingresso si è trasformato in una sorta di altare, dove chiunque passa, lascia un fiore un pupazzo, un messaggio e una preghiera.