Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti

Sotto il (poco) sole della Toscana, si ritroveranno tra venerdì, sabato e domenica le correnti nuove ed eventuali del Partito Democratico, riunite per l’occasione a Montepulciano e a Prato. Filo-schleiniani con tanto di Elly Schlein in carne e ossa in provincia di Siena, impegnati a «costruire l’alternativa». Riformisti in terra pratese con Giorgio Gori e Matteo Biffoni, dediti a innovare per competere (e viceversa).

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Sostenitori dem (Imagoeconomica).

I filo-Schlein di Franceschini &Co a Montepulciano

La ditta guidata da Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza alzerà il bandone nel pomeriggio alle 15.30, non più nella Sala della Contrada di Voltaia, diventata troppo piccola dopo le molte adesioni pervenute, bensì all’aperto, sotto una tensostruttura riscaldata, nei giardini di Poggiofanti. «Apertura lavori e dibattito», recita il programma («no, il dibattito no!», si direbbe in un film di Nanni Moretti), segue intervento di Gianrico Carofiglio, “Parole per una resistenza civile”, alle ore 19.30. Sabato si continuerà con: “I compiti dei progressisti nel disordine globale”; “Lo Stato di diritto, verso il referendum costituzionale”; “Crescere, insieme. Contrastare il declino dell’Italia e le diseguaglianze”; “Le forme della partecipazione, il nuovo Partito Democratico”; “Oltre i confini. Una Patria chiamata Repubblica”, con Michela Ponzani, ospite fissa di La7. Domenica il gran finale con Schlein alle 12.30, accompagnata dalla segreteria nazionale ma anche dalla segreteria toscana del Pd, che proprio in questi giorni ha deciso di autoriformarsi.

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Dario Franceschini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La crisi a Firenze e il rinnovo della segreteria regionale

La vittoria di Eugenio Giani ha infatti portato con sé anche non poche ombre, a partire dal risultato del Pd a Firenze parecchio sotto le aspettative, per non parlare del fatto che nella mitologica provincia, nella Piana, non è stato eletto neanche un consigliere regionale di centrosinistra. Sicché, Emiliano Fossi, deputato, segretario regionale, per evitare il commissariamento di Marco Furfaro, deputato, responsabile delle iniziative politiche del Pd nazionale (commissariamento che qualcuno in realtà sostiene nei fatti già esserci stato) ha deciso di azzerare l’attuale segreteria: «Il 6 dicembre abbiamo convocato la direzione regionale e lì porterò le linee guida per la nuova segreteria che costruiremo entro Natale puntando su esperienze, amministratori e novità, fuori e oltre le correnti», ha detto all’edizione fiorentina di Repubblica. «Faremo una nuova segreteria. E partirà una fase 2. Un partito nuovo, aperto e all’altezza delle sfide, comprese le amministrative 2026 per cui siamo già a lavoro: con il centrosinistra ci riprenderemo i Comuni in mano alla destra». E auguri. 

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Emiliano Fossi (da Fb).

A Prato nuova tappa del tour riformista

A Prato, sabato, dalle 10 in poi, al teatro Garibaldi, si ritrovano invece i riformisti, già in tour italiano da un mese, pronti a ospitare, tra gli altri, Lucia Aleotti, Marco Bentivogli, Claudio Bettazzi, Andrea Bontempi, Marco Buti e Tommaso Nannicini. Conclusioni di Biffoni, mister 22.155 preferenze in Consiglio regionale, e Gori, europarlamentare, vicepresidente della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia.  

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Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Dopo tre anni di pax armata, riprendono forza le correnti

Insomma: dopo quasi tre anni di segreteria Schlein (era il 26 febbraio 2023) e di pace armata, il Pd ha ricominciato a dibattere, persino a litigare. Quasi come un tempo, quando l’iniziativa politica del leader di turno veniva criticamente accompagnata da scazzi, dichiarazioni quotidiane, interviste, manifestazioni e contromanifestazioni, post sui social. Al contempo, sono rinate le correnti, che non sono una parolaccia, né un’invenzione dei tempi nostri. La Dc era costruita sulle componenti dei leader. C’era Iniziativa Democratica di Amintore Fanfani, c’era Primavera di Giulio Andreotti, c’era Centrismo Popolare di Mario Scelba, e via così. D’altronde, le correnti servono. Lo ha scritto una volta sul quotidiano Europa Antonio Funiciello, già capo dello staff di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio: «Sono indispensabili. E non c’è niente di male se costruiscono protezione tra i correntisti, purché questi siano legati da un vissuto culturale comune». Le correnti «costituiscono naturalmente un sistema di convenienze reciproche fondato su convinzioni condivise. Le filiere, viceversa, costruiscono un sistema di convinzioni fondato su convenienze». Nel Pd chi fa parte di una corrente si schermisce e dice di non voler far parte di correnti e accusa gli avversari di far parte di una corrente. È tutta una catena di affetti che nessuno può spezzare. 

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Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il campo largo alle prese con il nodo della leadership

Resta da capire dove condurrà questo nuovo gigantografico e ritrovato dibattito interno al Pd. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo – a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese – rischia di essere esiziale. Così come esiziale, nel campo largo, resta il problema della leadership. In questi tre anni di segreteria Schlein sono successe molte cose. Compresa la recente vittoria di Zohran Mamdani a New York che ha riaperto, a sinistra, la stagione della ricerca della guida politica. «Fare come Zohran» sembra diventato il nuovo imperativo morale dei progressisti di casa nostra, convinti che basti replicare modelli che hanno trionfato all’estero per tornare al governo in Italia. 

Gli aspiranti capi del centrosinistra

Sicché: chi lo fa il prossimo capo del campo largo? Il centrosinistra farà le primarie per individuarlo? Domande che ci domandiamo. Richierebbero peraltro di essere delle primarie piuttosto affollate. C’è Schlein, certo, che non deve guardarsi solo dai compagni di partito; c’è infatti anche un “nuovo” avversario che si sta attrezzando per le elezioni politiche del 2027. Ed è l’alleato Giuseppe Conte, che anzitutto ha un vantaggio competitivo invidiabile: il M5s ha solo un leader riconosciuto ed è lui. Ci sono poi i sindaci aspiranti leader nazionali, dalla sindaca di Genova, Silvia Salis, al sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Tutti in procinto di fare qualcosa. Convegni, riunioni, movimenti civici, petizioni, assemblee, iniziative. Tutto un convergere, un urgere, tutto un dibattere, un ricostruire, un lanciare alternative. Il Pd ha egemonizzato almeno la fase nannimorettiana del campo largo. 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd

La contraerea riformista nel Pd è appena iniziata. Segnatevi questi due nomi, arrivano dalla Toscana, terra che sta dando molta soddisfazione ai cronisti foresti (cioè i non toscani) che si occupano di politica. Sono due neoconsiglieri regionali, rimasti esclusi dalla Giunta di Eugenio Giani: Matteo Biffoni, 22.155 preferenze, e Brenda Barnini, 13.682 preferenze. Il primo, ex sindaco di Prato, ha organizzato un altro appuntamento del tour riformista italiano. Dopo Milano con Giorgio Gori e Pina Picierno, c’è infatti un’altra data: 29 novembre, al Garibaldi Milleventi di Prato, alle ore 10. “Innovare per competere. Le nuove sfide della manifattura”. «Conta esserci», dice Filippo Sensi che chiama a raccolta i RAB, Riformisti Alternativi a Bonaccini: Gori, Picierno, Simona Malpezzi, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Sandra Zampa, Walter Verini, Lorenzo Guerini, Graziano Delrio.

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Eugenio Giani con Matteo Biffoni (da FB).

Il tour riformista in risposta all’appuntamento di Montepulciano

Non è che un altro debutto. Il tour proseguirà. Ogni città un tema. Una risposta alle accuse di Stefano Bonaccini di fare i riformisti da Palazzo, se non da strapazzo. Una risposta alla riunione di Montepulciano, provincia di Siena, con la riedizione del Correntone, con Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza, nello stesso fine settimana (28-30 novembre): fedeli alla segretaria, sì, ma fino a prova contraria. Una risposta, quella di Biffoni, anche all’esclusione dalla Giunta e la nomina a presidente della Commissione Sanità. Un po’ poco per uno che in varie occasioni era stato persino indicato come possibile candidato presidente alle elezioni regionali. Un po’ poco anche per il record di preferenze preso in un territorio che negli ultimi anni è stato funestato da inchieste, alluvioni, calamità politico-giudiziarie, scandali, polemiche su affiliazioni massoniche. Biffoni in campagna elettorale l’aveva presa di punta, con la storia dell’orgoglio pratese ferito. Una campagna che ha funzionato, anche dal punto di vista mediatico. Ma non è bastata a entrare nella Giunta Schlein con un po’ di Giani dentro. «Se nella valutazione conta la residenza non so…», ha detto Biffoni in un’intervista alla Nazione: «Dico che ho fatto il consigliere comunale dal 2004, il parlamentare, il sindaco per 10 anni, il presidente della Provincia e dell’Anci Toscana. Ho preso 22.155 preferenze: questo è quello che metto a disposizione della mia città. Evidentemente si è ritenuto non sufficiente per entrare». Forse Biffoni ha scontato l’appartenenza all’area riformista? «Sconto più che altro il carattere, forse…», ha risposto lui. «Fino a prova contraria anche Giani fa parte di questo mondo, almeno per come l’ho capita io. Ma credo che siamo già oltre quella fase. Resta il fatto che, per quanto ne so, non era mai successo nella storia che chi arriva primo per preferenze non entra in Giunta». 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Brenda Barnini (da Fb).

Barnini e Biffoni per ora hanno incassato, ma tra cinque anni…

L’altro nome da segnare sul taccuino è quello di Brenda Barnini, ex sindaca di Empoli, già allieva dell’ex segretario regionale e deputato dalemiano Andrea Manciulli. Non ama alzare la voce, le sue dichiarazioni critiche sul Pd sono sempre poche e molto calibrate. Una l’ha fatta pochi giorni fa dopo l’esclusione dalla Giunta (parzialmente ricompensata con la nomina a presidente della Commissione che si occupa di sviluppo economico e lavoro): «In questi giorni ho ricevuto una quantità incalcolabile di messaggi, telefonate che mi hanno testimoniato stima, fiducia e allo stesso tempo delusione per la mancata nomina nella Giunta regionale. Ringrazio ciascuno di voi e so che le mie risposte educate non sempre avranno soddisfatto il vostro legittimo disappunto. Ciò che più mi preoccupa di questa ondata di affetto e sconcerto non ha però niente a che fare con la mia persona, ma con il rischio ahimè molto concreto che alcune scelte poco comprensibili per i cittadini e gli elettori facciano perdere di credibilità alla politica e in questo caso alle istituzioni». Per ora, insomma, Biffoni e Barnini hanno incassato lo stop di Giani, ma non rimangono in attesa degli eventi. D’altronde sono sufficientemente esperti da sapere che in politica la ruota gira e che fra cinque anni ci sarà da trovare un nuovo presidente di Regione, perché Giani sarà diventato come Michele Emiliano, Vincenzo De Luca e Luca Zaia: un venerato maestro del secondo mandato. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano

C’è un po’ di Giani in questa Giunta Schlein. La Regione Toscana è davvero il laboratorio della segreteria nazionale del Partito Democratico, quello dove poter fare gli esperimenti di Giunta migliori, altrove impossibili. Dove la ritrovi infatti una Regione in cui il presidente pur di ottenere la ricandidatura è disposto a venire a patti con se stesso fino a snaturarsi, una Regione dove il Pd può essere generosamente e testardamente unitario, consentendo al M5s di poter finalmente governare la Toscana, insieme a Avs e Casa Riformista, il sogno del campo largo finalmente compiuto, il socialismo democratico applicato prima ancora che Zohran Mamdani abbia preso servizio nella Grande Mela. In Toscana infatti la coalizione può essere accontentata facilmente; un assessore a Conte, uno a Bonelli-Fratoianni, uno a Renzi, il resto al Pd che già si è sacrificato molto perdendo sette consiglieri regionali rispetto a quelli eletti nel 2020. È il Pd a fare coalizione a sé, con tutte quelle anime e componenti che la tengono in piedi. Il Pd è la coalizione delle correnti di se stesso. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Sara Furnaro, Ely Schlein ed Eugenio Giani (Da Fb).

Mia Diop e la folgorazione per Elly Schlein

È in Toscana insomma che si può compiere l’operazione di ingegneria politico-istituzionale di mettere alla vicepresidenza della Regione una giovane studentessa di Scienze Politiche, Mia Diop, classe 2002, fin qui consigliera comunale a Livorno e poco più. Mozione Schlein, certamente: «Elly Schlein ha rappresentato tutte quelle persone che erano molto critiche verso il Pd su alcuni temi. A un certo punto hanno detto: “Oh,­ finalmente c’è qualcuno che ne parla”. Ha parlato, per esempio, della formazione dei giovani. Io non avevo mai sentito dire, da parte di un segretario, che c’è necessità di formare le nuove generazioni», disse Diop nel 2023 in un’intervista per Quale Pd (Laterza). «Anche attraverso una scuola di formazione di partito. Sono tutte cose che si pensano in privato, ma poi in pubblico non le dice nessuno. Un’altra cosa che ho apprezzato, e che secondo me ha fatto presa su tanti, è che fin da subito Schlein non ha mai voluto creare una gerarchia fra diritti civili e sociali. Sono anzi due elementi inscindibili fra di loro, che possono e devono coesistere. Infine, punta davvero sui giovani. Certo, il dialogo con i giovani c’è stato anche prima, ma finora era mancato un progetto condiviso. Schlein ha voluto un ricambio vero sia in Direzione sia in Assemblea, non ascoltando le correnti. Io stessa ho sempre fatto politica nella giovanile del partito senza mai far parte di correnti».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Mia Diop con Eugenio Giani (da Instagram).

Il fuoco amico dei riformisti dem

Poi però anche lei è entrata a far parte della corrente di maggioranza schleiniana. I riformisti del Pd le contestano, fra le altre cose, la mancanza d’esperienza necessaria a governare una Regione. «Essere nominata vicepresidente della Toscana a 23 anni significa anche questo: non è vero che i giovani devono aspettare il loro turno, come sostengono quelli che ci vorrebbero tener lontani da tutto. La verità è che il turno non arriva mai, se non siamo noi a prendercelo», replica lei. Molto vicina a Marco Furfaro e a Emiliano Fossi, Diop risponde all’esigenza prioritaria di Schlein di iniziare ad avere finalmente una classe dirigente a sua immagine e somiglianza che stia saldamente nel Palazzo, che abbia rappresentanza nelle amministrazioni, nei Consigli regionali, in Parlamento. A New York Mamdani, a Firenze – via Livorno – Diop.

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Marco Furfaro con Mia Diop (da Instagram).

L’attacco di Vannacci (che ha piazzato in Consiglio il suo assistente)

La destra ne ha subito approfittato per farsi riconoscere. «Nel suo caso, nessuna esperienza e nessun curriculum sono richiesti per ricoprire il delicato e prestigioso incarico conferitole. Sono sufficienti la sua tessera del partito (Pd) e la pelle nera», ha detto Roberto Vannacci, che è riuscito a piazzare in Consiglio regionale – grazie al listino bloccato – il suo assistente parlamentare, Massimiliano Simoni. Pronta la risposta di Fossi, deputato e segretario regionale dem: «Le parole di Roberto Vannacci contro Mia Diop sono un attacco vergognoso e razzista che nulla ha a che vedere con la politica. Offendere la vicepresidente della Regione per il colore della pelle e per l’età è indegno di chi ricopre incarichi pubblici e rivela il livello a cui la destra vuole trascinare il dibattito. Mia Diop è stata scelta per capacità, impegno e responsabilità». In Toscana, ha detto ancora Fossi, «non si giudicano le persone per la provenienza e non si accetta che una giovane donna impegnata nelle istituzioni venga usata come bersaglio propagandistico da chi cerca visibilità insultando gli altri. Il vero problema non è la competenza, ma chi trasforma il razzismo in argomento politico».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Roberto Vannacci (Ansa).

Le conferme schleiniane della Giunta Giani

La novità Diop è accompagnata anche da diverse conferme della nuova Giunta Giani. Sono state confermate infatti Alessandra Nardini, schleiniana molto vicina ad Andrea Orlando, fin qui assessora all’Istruzione (qualche giorno fa si è fatta notare per aver bollato come maschiliste le critiche politiche di Romano Prodi, Arturo Parisi e Luigi Zanda a Schlein), e Monia Monni, pure lei schleiniana, che avrà la delega alla Sanità, una delle cariche più importanti visto il peso nel bilancio regionale, e che nella precedente Giunta aveva ricoperto l’incarico di assessore all’Ambiente. Una Giunta zohraniana.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani

Zohran Mamdani ha appena vinto le elezioni a New York e già è fonte di ispirazione per la sinistra italiana tutta, pure per quella interregionale. Tutti l’hanno visto arrivare, Mamdani, tant’è che i tweet erano già rodati, pronti, impacchettati, troppo perfetti nei loro cliché. Non c’è nemmeno bisogno di citare gli originali, ché tanto sono tutti uguali: “ah, la sinistra che quando fa la sinistra vince e convince…”. Mamdani, un passato da rapper che riemerge dai social (nel 2017, a 26 anni, pubblicava su Soundcloud Salaam, «a song about being Muslim in America today», una canzone sull’essere musulmani in America oggi), classe 1991, primo musulmano a fare il sindaco di New York, è assurto a eroe del giorno se non della settimana, se non del mese, dei progressisti italiani, già pronti a importare il Modello Numero 4: Giuditta (variante Socialista Democratico) anche dalle nostre parti.

LEGGI ANCHE: Come la vittoria di Mamdani a New York ha “triggerato” la destra italiana

Mamdani eroe a sua insaputa di chi deve vincere in Campania e Puglia

Ancora una volta insomma la sinistra italiana trionfa per interposto leader; un tempo era Barack Obama, punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti mondiali, quasi più di Giuseppe Conte, oggi tocca a Mamdani caricarsi sulle spalle una responsabilità che non si è preso. Eroe a sua insaputa di chi deve vincere ora in Campania e in Puglia (in Veneto? Non scherziamo) per non dichiarare bancarotta prima del referendum costituzionale sulla Giustizia e prima delle elezioni politiche del 2027.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Giuseppe Conte e il candidato alla presidenza della Regione Campania Roberto Fico (Imagoeconomica).

Un eroe con un limite di prospettiva non indifferente: non potrà mai diventare presidente degli Stati Uniti d’America, perché è nato in Uganda, e se sei nato all’estero non puoi diventare il capo del mondo libero, lo dice la legge. Ma chissenefrega, dicono i neo socialisti democratici di casa nostra già convertiti allo Zorhanesimo, ha vinto uno che propone autobus gratis e affitti calmierati (e bon, sarà interessante vedere come metterà in pratica quanto promesso in campagna elettorale e che fine faranno le ambiguità su Israele che sono emerse in questi mesi, tenuto conto che a New York c’è una folta e divisa comunità ebraica; dettagli). Insomma non possiamo avere Bernie Sanders alla Casa Bianca, ma vuoi mettere uno che ci riscatta tutti, e che finalmente ha vinto qualcosa usando questo TikTok? 

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Zohran Mamdani tra Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders (Imagoeconomica).

Il neo sindaco ora dovrà vedersela con Trump

Jonathan Lemire su The Atlantic ha scritto che «forse nessuno è stato più felice della sua elezione del presidente Donald Trump». Il padre dello sconfitto Andrew Cuomo, Mario, ex governatore di New York, ha affermato: «Si fa campagna elettorale in poesia; si governa in prosa». E Mamdani, ha chiosato The Atlantic, «dovrà presto rinunciare alla sua nobile retorica per il duro lavoro municipale di garantire la sicurezza pubblica, spalare la neve dopo le tempeste e affrontare la crescente disuguaglianza di reddito. I precedenti sindaci di New York, naturalmente, hanno dovuto assumersi questi compiti, ma Mamdani dovrà anche affrontare una sfida unica per lui: una guerra incombente con il presidente degli Stati Uniti, lui stesso newyorkese». Lo scontro non sarà mai elettoralmente diretto (uno nato in Uganda, appunto, l’altro al secondo mandato con molte speculazioni su un per ora impossibile terzo mandato) ma riguarderà i fondi federali: New York deve ricevere nel 2026 7,4 miliardi di dollari, pari al 6,4 per cento della spesa totale. «I fondi federali coprono anche una quota maggiore dei servizi essenziali che la città offre ai suoi residenti più vulnerabili, come l’istruzione, i servizi sociali e gli alloggi», c’è scritto in un’analisi dell’Ufficio del Revisore dei Conti dello Stato di New York. La quota più grande va al dipartimento dell’Istruzione della città, che riceve oltre 2 miliardi di dollari dal governo federale, il 6,2 per cento del budget totale del dipartimento; al secondo posto c’è il dipartimento dei servizi sociali, che ottiene 1,5 miliardi di dollari, pari al 13,3 per cento del proprio budget, dal governo federale.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Donald Trump (Ansa).

«Turn the volume up» che la sfida adesso è in Italia

Per il neo-sindaco Mamdani, che entrerà in carica il primo gennaio 2026 e lavorerà, adesso, insieme al suo transition team composto di sole donne, non sarà semplice avere a che fare con Trump, soprattutto dopo averlo sfidato apertamente nel suo discorso da vincitore: «So, Donald Trump, since I know you’re watching, I have four words for you: turn the volume up» («so che ci stai guardando, alza il volume»). Alza il volume, Donald, ché ora la sfida di Mamdani si sentirà forte pure in qualche remoto paesino della Campania, della Puglia (e del Veneto). 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?

Molto si discute nel Pd dopo anni di pacificazione interna, una sorta di narcosi del dibattito pubblico successiva alla vittoria di Elly Schlein nel 2023. Ma ogni limite ha la sua pazienza e anche nel Pd, partito abituato a discutere in pubblico fino al logoramento, la pazienza è finita. I riformisti si ritrovano un po’ dappertutto: una settimana fa a Milano, ora a Livorno. Ma la questione è più ampia del dibattito, invero non nuovo, fra chi ha vinto e chi ha perso le primarie tre anni fa. E sembra riguardare la capacità di governo del Pd. Finché si tratta di vincere le elezioni regionali in Toscana, le difficoltà non si presentano, nemmeno quelle riguardanti l’armonizzazione dei partiti del campo largo. Il problema è un altro: Elly Schlein è pronta o in grado di governare l’Italia? 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Pina Picierno (Imagoeconomica).

La segretaria non è riuscita a definire un’identità condivisa

Qui le risposte potrebbero divergere e a sentire Romano Prodi – scambiato dal wokismo nostrano per il solito maschio bianco eccetera eccetera – pare proprio di no. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo — a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese — rischia di essere esiziale. Il punto è che il Pd continua a oscillare tra due anime. Quella più movimentista e quella più tradizionale. Due mondi che convivono a fatica e che spesso si guardano con sospetto reciproco. Le parole di Prodi, ma anche quelle di Arturo Parisi e di Luigi Zanda, sollevano i dubbi di chi pensa che il Pd, con questa leadership, non sia davvero pronto a tornare al governo del Paese. È un dubbio legittimo, non un attacco sessista. Ed è un tema politico serio, che meriterebbe una risposta politica, non ideologica.

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Romano Prodi (Imagoeconomica).

Il pluralismo è nel dna del Pd

Schlein, invece, tende a leggere ogni dissenso come un’offesa personale o, peggio, come un atto di sabotaggio. È una strategia che può funzionare finché i sondaggi tengono, ma rischia di ritorcersi contro quando la tensione elettorale salirà, come sta già succedendo adesso. Perché il consenso interno, quando è costituito dal silenzio, non è mai un consenso stabile. E oggi, nel Partito Democratico, la domanda più urgente non è se Elly Schlein sia donna o giovane o libera. La domanda è se sia davvero pronta a guidare un partito che, per sua natura, non può vivere senza pluralismo. Persino nel vecchio Pd renziano il pluralismo era presente, nonostante le accuse di centralismo democratico rignanese o di uomo solo al comando. L’alleanza con il M5s è diventata, paradossalmente, l’ultimo dei problemi, soppiantato da questioni esiziali come quella della leadership. Il che, attenzione, vale anche per l’alternativa a Schlein, almeno fin qui, cioè Stefano Bonaccini.

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

La falla di Bonaccini

Lo sconfitto delle primarie ha privilegiato un atteggiamento consociativo nei confronti dell’attuale segreteria cercando di tenere insieme tutto. Giorgio Gori, in un’intervista per Quale Pd, pubblicato da Laterza nel 2023, aveva già individuato la falla bonacciniana della sua campagna elettorale: «L’idea che mi sono fatto – lo dico sapendo che non avrei saputo fare meglio – è che [Stefano Bonaccini] abbia pensato di poter vincere le primarie mettendo insieme tanti pezzi; che però, proprio perché erano tanti e diversi tra loro, non era facile condensare intorno a una posizione sufficientemente netta e riconoscibile. Se tieni dentro Brando Benifei e Vincenzo De Luca, il sottoscritto e Michele Emiliano, e in più vuoi evitare di scoprirti a sinistra, il rischio è che la proposta manchi di incisività. A tratti Stefano è parso un po’ timido, desideroso di smussare, preoccupato di non scontentare più che di convincere. Durante la competizione ho pensato che facesse bene; col senno di poi credo invece che posizioni più nette avrebbero più facilmente innescato la passione e la mobilitazione di cui ci sarebbe stato bisogno, e che invece sono mancate». In tre anni non è cambiato niente, e i problemi sono tutti lì. Iniziano con la “l” e finiscono con “eadership”. 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Non si era mai visto nell’ultimo partito leninista rimasto in Italia, la Lega di Matteo Salvini, un tale livello di insoddisfazione. Forse nemmeno quando l’attuale segretario prese il potere rottamando Umberto Bossi, travolto dall’età, dal malessere e dalle vicende politico-giudiziarie. Lo stile della casa è sempre stato un altro rispetto al Partito democratico, dove i panni si lavano in pubblico – un’ostensione quotidiana di cenci volanti, ovviamente prima che arrivasse Elly Schlein alla guida – grazie a dichiarazioni social e interviste e convegni.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Le colpe per la disastrosa campagna elettorale in Toscana

A far rompere l’ordine e la disciplina del Carroccio ci ha pensato Roberto Vannacci, generale in pensione con la passione per le incursioni. L’autore di bestseller della destra italiana, diventato vicesegretario federale, è stato anche responsabile della campagna elettorale in Toscana, invero disastrosa. Sarebbe naturalmente ingeneroso attribuire tutta la responsabilità al Gip (Generale in pensione) Vannacci per i mali della Lega, partito che ha cercato l’evoluzione da etno-regionalista a nazionale e nazionalista riuscendoci solo in parte.

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Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
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Il salvatore della patria che non poteva permetterselo per davvero

Ma sarebbe pure fin troppo generoso non vedere che Vannacci si è auto-trasformato in salvatore della patria senza poterselo permettere per davvero. Non sapremo mai se l’effetto Vannacci esista o sia un’illusione ottica. Fatto sta che nella Lega ormai lo possono davvero sopportare in pochissimi. Da Luca Zaia ad Attilio Fontana passando per Gian Marco Centinaio, è lunga la lista di leghisti di peso ad avercelo sul gozzo.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Ribattezzato “Generale Badoglio”, ma qualcuno suggerisce “Generale Cadorna”

Sembra averlo capito persino Salvini, che in questi mesi è stato sollecitato da diversi esponenti leghisti sull’argomento. Susanna Ceccardi, europarlamentare, già candidata alle elezioni regionali in Toscana nel 2020, ha più volte spiegato al suo segretario che Vannacci – che nella Lega è stato ribattezzato “Generale Badoglio”, anche se qualcuno suggerisce che sarebbe meglio chiamarlo “Generale Cadorna” – è soltanto un peso per il Carroccio. In diversi, spinti dalle pulsioni identitarie di Vannacci per la Decima Mas, hanno persino rispolverato il vecchio e leggendario antifascismo di Bossi, che ai tempi tuonava contro Jean-Marie Le Pen. Invece Salvini, parecchi anni dopo, stringeva accordi con la figlia Marine.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Susanna Ceccardi (Ansa).

Nell’ultima riunione del Consiglio federale, al quale Vannacci non s’è presentato (e non è neanche la prima volta), è stato deciso che i Team Vannacci non potranno fare concorrenza politica alla Lega e dovranno limitarsi ad attività meramente culturali (anche se lui vuole tirare dritto e ha detto che «l’azione e l’impegno dei team va avanti senza esitazione, come prima e più di prima»).

Farà la fine di Flavio Tosi, normalizzato e poi buttato fuori?

La verità è che nessuno ormai è in grado di bloccare lo strapotere vannacciano. Magari un giorno, chissà quando, Vannacci farà la fine di Flavio Tosi, che pure era un leghista vero e non importato, verrà normalizzato e buttato fuori. Non adesso però, con tutti questi appuntamenti elettorali regionali. Non adesso che Vannacci ha già portato a casa dei risultati per sé.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Flavio Tosi ai tempi della Lega, nel 2013 (foto Ansa).

Il tentativo di vannaccizzare la Lega non sta funzionando

In Toscana è riuscito a far eleggere il suo assistente parlamentare, Massimiliano Simoni, ex finiano di cui la nostra rubrica Pigiama Palazzi si è già occupata. È, al momento, l’unico consigliere regionale che la Lega ha eletto in Toscana. Anche altrove il generale in pensione ha provato a vannaccizzare la Lega, inserendo nelle liste nomi di fiducia del suo “Mondo al contrario”. In Veneto, dove si vota il 23 e 24 novembre, non c’è spazio per incursioni, ha spiegato alla Cronaca di Verona il segretario provinciale Paolo Borchia, eurodeputato molto vicino a Salvini: «Toscana e Veneto sono partite molto distinte, diverse. Noi abbiamo liste con molti sindaci e amministratori, abbiamo una classe dirigente di alto livello, tanti consiglieri regionali uscenti che hanno fatto bene».

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Roberto Vannacci, Matteo Salvini e Massimiliano Simoni (da Fb).

L’elettorato non vuole fare a meno degli stilemi comunicativi populisti

Vannacci però rivendica di aver preso 72 mila voti in Veneto alle Europee del 2024, a dimostrazione del fatto che a non volerlo non è il popolo, semmai i vecchi tromboni attaccati alle poltrone. Decisamente più preferenze di quelle di Borchia, arrivato secondo con 20.500. Finché è presente, nella Lega, e finché è vicesegretario federale, Vannacci potrà agilmente dimostrare che, almeno dal punto di vista personale, non è secondo nemmeno a se stesso. D’altronde la logica della rottamazione e del tutti a casa ha sempre un certo fascino sull’elettorato, che non sembra più poter fare a meno degli stilemi comunicativi populisti.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing

La Toscana, dove ha appena rivinto Eugenelly Giani, non è la certificazione della riuscita del progetto politico altrimenti noto come campo largo. Non ancora, quantomeno. Anche perché il CL adesso dovrà confrontarsi con l’onere della prova di governo, che è altra cosa. Non è per il momento chiaro che cosa tenga insieme Pd e M5s, Avs e Casa Riformista, al di là di un antimelonismo di maniera.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Elly Schlein con Eugenio Giani (Ansa).

Ora gli alleati reclamano spazi in Giunta

Al centrosinistra d’altronde manca, a livello nazionale, tutto ciò che ha il destra centro: una leadership riconosciuta, collante della coalizione ed elemento di stabilizzazione delle pulsioni identitarie dei singoli partiti. Che poi è il ruolo di Giani in Regione, dove si trova una maggioranza con il Pd indebolito nei numeri (passa da 22 consiglieri del 2020 a 15) e accerchiato dagli alleati (3 di Avs, 2 del M5S, 4 della lista Eugenio Giani Presidente Casa Riformista), che adesso reclamano spazi in Giunta. Dei 15 eletti del Pd, 7 sono riformisti (Filippo Boni, Brenda Barnini, Leonardo Marras, Mario Puppa, Antonio Mazzeo, Bernard Dika, Matteo Biffoni), 7 sono schleiniani (Serena Spinelli, Alessandro Franchi, Gianni Lorenzetti, Alessandra Nardini, Simone Bezzini) uno è vicino a Dario Nardella (Andrea Vannucci).

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
La presidenza della Giunta regionale toscana (Imagoeconomica).

La lotta per le poltrone (non per i gianiani di ferro)

Venerdì pomeriggio il neo vecchio presidente festeggerà la vittoria al Teatro Puccini di Firenze. Intorno a lui ci saranno un bel po’ di aspiranti assessori, visto che Giani ama promettere un ruolo a tutti: «Ti vedrei bene come…». Il problema è che le terga sono troppe per le seggiole a disposizione, sicché gli scontenti non mancheranno. Non, tuttavia, tra i gianiani di ferro, che stanno conquistando spazi notevoli. Bernard Dika, 27 anni, finora portavoce del presidente, si è candidato nel collegio di Pistoia e ha preso 14.282 voti, il secondo più votato (prima di lui c’è Matteo Biffoni, ex sindaco di Prato, con 22.155 preferenze). Cristina Manetti, giornalista, fin qui capo gabinetto di Giani, presidente del Museo Casa di Dante e ideatrice della “Toscana delle donne” potrebbe sbarcare in Giunta (forse con una delega alla Cultura). Agli altri, invece, toccherà la lotta nel fango.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Bernard Dika (Imagoeconomica).

Il Cencelli geografico e politico del governatore

Non è detto infatti che Giani privilegi il criterio in base al quale chi ha preso più voti entra in Giunta. Se fosse così, Biffoni avrebbe diritto a un posto di peso. Di nomi, comunque, ne girano parecchi in questi giorni. Alcuni più probabili di altri. D’altronde è tutta una questione geografica – il campanilismo toscano non ammette errori – e politica, nel senso di equilibrio tra le correnti e tra i partiti. Come non accontentare d’altronde Avs, che porta in dote al campo largo il 7,01 e ha da spendere almeno il nome di Lorenzo Falchi, sindaco di Sesto Fiorentino, capo di Sinistra Italiana in Toscana, inventore del boicottaggio – poi copiato da altri – dei prodotti israeliani nelle farmacie comunali. Come non accontentare il M5s, che “forte” del suo 4,34 per cento governerà la Toscana con i voti del Pd. La coordinatrice Irene Galletti avrà bisogno di un posto in Giunta. Così come Stefania Saccardi, volto gentile del renzismo, per conto di Casa Riformista.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Stefania Saccardi (Imagoeconomica).

Funaro alle prese con la crisi del Pd fiorentino

Ma particolare attenzione dovrà essere dedicata da Giani anche a quel che sta accadendo nel Pd. Soprattutto nel Pd fiorentino, che è riuscito a far eleggere un solo consigliere regionale, vantando il peggior risultato di tutti i collegi toscani: 27,76 per cento. Al punto tale che anche la sindaca di Firenze, Sara Funaro, ha ammesso che qualcosa non va: «Su Firenze rispetto alle Comunali abbiamo perso il 3 per cento come Pd, questo ci porta a una riflessione, a un’analisi più approfondita, consapevoli che ci sono dei temi in città da affrontare. Avvieremo questa riflessione nei prossimi giorni e poi prenderemo le decisioni e le scelte politiche che ne conseguono». In città, ha detto ancora la sindaca, «sappiamo benissimo che ci sono problematiche, a partire dai cantieri, la sicurezza e tante altre questioni ma sono abituata a guardare, analizzare, approfondire e prendere le decisioni conseguenti». Forse volerà qualche cenciata nel Pd fiorentino nelle prossime settimane. 

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Sara Funaro (Imagoeconomica).

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola

È giovedì 9 ottobre e a Firenze, al Teatro Cartiere Carrara, sono arrivati un po’ tutti, dal Pd, a salutare Eugenio Giani, candidato alle elezioni regionali di domenica 12 e lunedì 13 ottobre. Elly Schlein, Stefano Bonaccini, c’è persino Arturo Scotto, che dopo la Flotilla è salito di grado nella ciurma dei Democratici. Ora basta un passaggio o una citazione del discorso della segretaria per far scattare l’ovazione.

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Elly Schlein, durante la chiusura della campagna elettorale di Eugenio Giani (Ansa).

Tomasi agita i dem toscani: «Sa parlare alla gente»

Nella sala, non del tutto piena a dire il vero (le balaustre sono mezze vuote; sarà la noia per la campagna elettorale), spuntano bandiere del Pd, della pace e della Palestina. I notabili ci sono tutti, c’è la sindaca di Firenze, Sara Funaro, c’è l’europarlamentare Dario Nardella, c’è il deputato-segretario regionale Emiliano Fossi, che prova a mobilitare il pubblico facendo leva sull’orgoglio toscano-democratico. Nessuno si aspetta che il campo largo fallisca anche questa prova, dopo il flop nelle Marche e in Calabria, anche se c’è una strana tensione a sentire la gente che chiacchiera. Si dice che Alessandro Tomasi, candidato della coalizione Meloni, che venerdì pomeriggio chiuderà la campagna elettorale in piazza San Lorenzo proprio con la presidente del Consiglio e i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, si sia fatto notare nei dibattiti televisivi. «Non è un estremista», «studia i dossier», «non è la Ceccardi», «sa parlare alla gente». Queste definizioni non se le è inventate il cronista, vengono da amministratori e dirigenti dem rimasti forse un po’ sorpresi dal sindaco di Pistoia. Il suo problema, ammettono dal Pd, sono gli alleati che si porta appresso (il generale in pensione Roberto Vannacci) e il fatto che è stato per mesi il candidato in pectore senza esserlo ufficialmente se non per un mese e mezzo.

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Alessandro Tomasi con Arianna Meloni, Pierluigi Biondi e Giovanni Donzelli a Firenze (Ansa).

Pesa l’incompatibilità tra i partiti del campo largo

Il Pd, a sentire l’intervento di Giani e quello di Fossi, sembra essere preoccupato dall’astensionismo. Non essendoci l’ansia di cinque anni fa – quando il Pd sembrava davvero poter perdere contro contro la gioiosa macchina da guerra della Lega – c’è il rischio che qualcuno possa prenderla sotto gamba e magari restare a casa. Il partito non ha dovuto rispolverare l’allarme fascismo, perché Tomasi – che ha fatto tutta la carriera amministrativo-politica dentro An – non si è prestato al giochino. La campagna in effetti non è stata palpabile, anche se qua e là si intravedono dei problemi per la futura maggioranza di centrosinistra: il principale è la (in)compatibilità fra i partiti del campo largo. In Toscana la sinistra infatti non litiga sulla Flotilla ma su un argomento più utile, almeno per gli elettori che voteranno alle prossime Regionali: le infrastrutture e lo sviluppo dell’aeroporto di Firenze, al centro del dibattito pubblico da anni.

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
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Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola

Resta il nodo dell’aeroporto di Firenze

Mentre Giani saluta i suoi al teatro, nel centrosinistra largo già ci si divide. Su Peretola, per la precisione. «Sull’espansione di Peretola pendono ancora 13 prescrizioni: se dovessero confermare le nostre perplessità, Giani sarà tenuto a rispettare gli impegni presi. Tra i 23 punti sottoscritti con il Movimento 5 stelle figura infatti quello che lo vincola a rimettere in discussione l’opera», dice la coordinatrice regionale del M5s e capolista nella circoscrizione di Pisa, Irene Galletti. Sinistra Italiana, che fa parte del campo largo, è su analoghe posizioni. Lo ha ribadito anche il sindaco di Sesto Fiorentino, Lorenzo Falchi, che è di Sinistra Italiana e potrebbe diventare vicepresidente della Regione dopo le elezioni. Italia Viva però non concorda: «Il prossimo Consiglio regionale non avrà più la possibilità di tornare indietro sull’ampliamento dell’aeroporto di Peretola: l’iter è avanzato fino alla fase di attuazione, fortunatamente. Adesso serve avviare i lavori e serve farlo nel più breve tempo possibile», replica il candidato in Consiglio regionale di Casa riformista Francesco Casini. «Il presidente Giani è stato chiaro e categorico sull’importanza di quest’opera, e noi saremo al suo fianco. Continueremo a sostenere con convinzione questa posizione, perché l’ampliamento di Peretola è un’opera fondamentale per Firenze, per la Toscana, per i cittadini, per le imprese e lo sviluppo della regione».

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Lorenzo Falchi (Imagoeconomica).

Il M5s mette in guardia il Pd

Ma non è soltanto con Italia Viva che sono nati i primi problemi. Il M5s ce l’ha anche con il Pd: «È uno sgarbo politico senza precedenti quello messo in scena dai candidati Pd Cristina Giachi e Andrea Vannucci, che in piena campagna elettorale promettono ai cittadini il nuovo aeroporto di Peretola, violando apertamente uno dei punti cardine dell’accordo per il campo largo», si legge in un comunicato del M5s di qualche giorno fa. Insomma, le promesse di Giachi e Vannucci dimostrano «che per il Pd l’intesa sul campo largo è carta straccia. È inaccettabile», insistono Roberto De Blasi ed Eleonora Colucci, candidati consiglieri regionali per il Movimento 5 stelle nel collegio Firenze 1. I due candidati ricordano che il punto 4 dell’accordo, firmato dal presidente Eugenio Giani, è chiarissimo. Dunque se il Pd pensa di prendersi gioco del Movimento, dicono i cinque stelle, «ha sbagliato strada. Non arretreremo di un millimetro: noi siamo qui per vigilare e per difendere gli impegni presi con i cittadini. Se qualcuno nel Pd non vuole il campo largo, lo dica chiaramente e se ne prenda la responsabilità. Pensano forse di vincere le Regionali da soli senza il voto decisivo (ma quale voto decisivo?, ndr) del M5s? Il campo largo non è un mercato delle promesse: o si rispettano gli accordi o si rompe».

Toscana al voto: il Pd unito per Giani, ma il campo largo scricchiola
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Occhi sul risultato della lista Giani

Ma di tutto questo non si parla, nella serata per Giani. Non ne parlano i vertici nazionali, non parlano i vertici regionali. I cinque stelle vengono presentati come un incidente di percorso, tale è la loro marginalità in Toscana; saranno in Giunta solo perché la segretaria ha detto che questa coalizione va riproposta ovunque, anche a livello nazionale, un giorno; saranno in Giunta con i voti e la generosità del Pd. Tanto sull’aeroporto non si potrà tornare indietro sulle scelte già fatte, dicono dal Pd, e il M5s alla fine dovrà farsene una ragione. Vediamo però intanto quanta gente andrà a votare e se la lista civica di Giani – dove sono candidati i renziani della Casa Riformista – toglierà effettivamente voti al Pd, preoccupato com’è di non essere abbastanza performante. Per Giani, in ogni caso, l’occasione è unica: se vince non si deve più preoccupare troppo del consenso. Potrà concentrarsi sul governo. Dopo il secondo mandato, forse ci sarà la pensione oppure potrà pensare di realizzare il vecchio sogno: diventare sindaco di Firenze