Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?

Per Giorgia Meloni è arrivato il momento delle decisioni più o meno irrevocabili: esserci. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il battito d’ali che scatena un tornado politico anche in Italia. La presidente del Consiglio ha accuratamente evitato di presentarsi in Parlamento e giovedì ha mandato in Aula i due ministri titolari di Esteri e Difesa a spiegare quello che abbiamo capito bene da prima che ce lo dicessero Crosetto&Tajani: Donald Trump fa quello che vuole senza condividere informazioni e obiettivi con nessuno (sempre che l’obiettivo effettivamente ci sia, il che non è detto).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto e Antonio Tajani in Parlamento (Imagoeconomica).

Non si fida soprattutto degli europei, anche se poi ha bisogno delle basi militari che sono sparse per il continente. Se muove guerra all’Iran, prima lo fa e poi lo twitta, lasciando ai Paesi alleati il compito di raccogliere i cocci e spiegare alle rispettive popolazioni che cosa sta succedendo. Il ragionamento ha una sua pragmatica forza e si fonda su un assunto granitico e strategico: nessuno si mette a discutere per davvero, in Europa, con gli Stati Uniti. È la dottrina di Stephen Miller, feroce vice capo dello staff di Trump. 

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Il capo dello staff di Trump, Stephen Miller (Ansa).

Meloni alla fine parlerà alle Camere prima del Consiglio europeo

Sulla cordialità atlantica Meloni ha scommesso parte della sua politica estera, andando ben oltre le evidenti necessità di un Paese come l’Italia che, insieme al resto d’Europa, mantiene un rapporto di interdipendenza con l’America, «impero irresistibile» per dirla con Victoria de Grazia. Giovedì in Parlamento le opposizioni hanno avuto gioco facile nel chiedere insistentemente a Meloni di intervenire alla Camera e al Senato e il risultato è che mercoledì prossimo, l’11 marzo, la leader di Fratelli d’Italia parlerà, anticipando le comunicazioni in programma il 18 marzo in vista del Consiglio europeo, allargandole anche alla situazione in Medio Oriente.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Giorgia Meloni (Ansa).

Pesa l’assenza della premier su Iran e campagna per il Sì

Si inizia a sentire la mancanza della presidente del Consiglio nei momenti topici; i comitati del Sì, persino quelli in cui c’è un po’ di sinistra, sperano in un’accelerazione meloniana sul referendum sulla giustizia. Speranza forse vana, perché Meloni, a parte qualche polemica chissà quanto produttiva con i magistrati sul post-Sea Watch, si guarda bene dal fare la figura di Matteo Renzi, che offrì la sua testa al grande pubblico che non vide l’ora di punirlo ormai 10 anni fa. Il referendum costituzionale del 2016 è la pietra di paragone fortissima per tutti i leader di governo che non vogliono fare una brutta fine. Questa settimana si è sentita la sua mancanza parlamentare anche sulla questione iraniana, proprio nella settimana in cui Guido Crosetto ha sentito il bisogno di mettersi nei guai con qualche sorprendente dichiarazione di troppo («Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai», è entrata nella top ten delle cose da NON dire).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto (Ansa).

Meloni paga l’amicizia con Trump e la polarizzazione sul referendum

Il problema è che da un lato – fronte esterno/estero – Meloni paga il suo rapporto con Trump e dall’altro – fronte interno – paga la polarizzazione dello scontro sul referendum gestita e organizzata da altri. A furia di avere paura di fare come Renzi, Meloni rischia di perdere come Renzi senza aver fatto Renzi. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica a poter spostare voti sul sì al referendum, ma fin qui ha prevalso la cautela (chiamiamola così). Una cautela che rischia di ritorcersi contro le intenzioni di chi ha promosso la separazione delle carriere: l’Iran rischia di oscurare la già non particolarmente nutrita possibile partecipazione elettorale.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca (Imagoeconomica).

La guerra potrebbe oscurare pure la vittoria del Sì, ma meglio non farci affidamento

Le guerre d’altronde non fanno bene agli affari, creano speculazione montante (come si vede già alle pompe di benzina) e distraggono un elettorato già abbastanza pigro da non volersi alzare dal divano, come ha spiegato Nando Pagnoncelli sul Corriere, nemmeno quando favorevole alla riforma. Quasi che desse per scontato il risultato, quando invece il fronte del No ha trovato la chiave giusta per interpretare questa campagna elettorale, come dimostrano le sortite populiste di Nicola Gratteri e Tomaso Montanari contro i sostenitori del Sì.

È anche per questo che potrebbe vincere chi vuole affossare la riforma. Certo, la guerra in Iran, che potrebbe non essere breve, così come oscura il referendum potrebbe oscurarne anche il risultato eventualmente negativo, ma se fossimo in Giorgia Meloni non ci faremmo troppo affidamento, diciamo. 

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Non di solo referendum costituzionale vive l’elettore. A maggio 2026 sono in programma anche le elezioni amministrative, eh già. Vanno al voto alcuni importanti capoluoghi di provincia, come Venezia, Reggio Calabria, Salerno, ma per il centrosinistra la partita più divertente sarà in Toscana, soprattutto con Arezzo, Pistoia e Prato, senza dimenticare però Sesto Fiorentino, che non fa capoluogo ed è autorevolmente conosciuta come Sestograd per via della sua storia politica di Comune socialista.

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo

In queste città regna sovrano il caos nel campo largo. Finito il dopo-sbornia per la (prevedibile) vittoria di Eugenio Giani alla Regione Toscana, ormai ampiamente superato dall’inerzia di governo, il Partito democratico toscano ha deciso di mettersi nei guai da solo. Anzitutto, extra voto amministrativo, c’è un sontuoso scazzo fra Giani e la sindaca di Firenze, Sara Funaro, che fin qui è stata abbastanza impalpabile, non fosse per quella sortita di qualche mese fa contro Francesca Albanese per bloccarne la cittadinanza onoraria.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Eugenio Giani e Sara Funaro (foto Imagoeconomica).

Le grane sul rifacimento dello stadio di Firenze

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo, ora però l’idiosincrasia si è palesata. Una rarità per il narcotizzato Pd fiorentino e toscano, almeno dai mitologici tempi delle Primarie a sindaco vinte da Matteo Renzi, allora versione rottamatore. C’è la questione dello stadio Franchi, il cui rifacimento non affronta momenti facili: dopo la ben nota questione dei quattrini del Pnrr, si è verificato un problema tecnico, visto che la seconda trave in acciaio della struttura che sorreggerà i gradoni della nuova curva Fiesole non entra nelle strutture in calcestruzzo armato per via di un’imprecisione; e il problema non è nella trave.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Lo stadio Franchi di Firenze (foto Ansa).

La discussione attorno al famigerato “cubo nero”

Poi non è mancato il caso del “cubo nero” di cui si parla – se non straparla – da mesi in città: c’è un’inchiesta in corso per via di una ormai famigerata struttura, il cubo nero, per l’appunto, realizzata a seguito della ristrutturazione del Teatro Comunale di Firenze, al centro di duelli e polemiche e interventi pubblici. Si è scatenato persino un manipolo di agguerriti nobili del centro storico: il punto chiave è il suo impatto sul paesaggio urbano fiorentino. «È figlio di padre incerto, rigenerazione infelice», ha detto Giani facendo accigliare la sindaca Funaro.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Il “cubo nero” di Firenze (foto Ansa).

Urge scegliere il candidato sindaco a Prato

Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd che sente il fiato sul collo del commissario ombra Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd nazionale, deve mediare. Ma non solo lì. C’è da mediare un po’ dappertutto, in Toscana. Per esempio urge scegliere il candidato sindaco a Prato dopo le dimissioni dell’anno scorso della sindaca Ilaria Bugetti. Furfaro ha unilateralmente indicato Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, che ci sta pensando. Per lui si è sempre parlato di un ruolo presidenziale, nel senso di presidente della Regione Toscana, fin qui c’era però Giani e la situazione era inamovibile; al prossimo turno, chissà.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Intanto però è appena arrivato il commissario del Pd a Prato, il deputato Christian Di Sanzo. Ha preso il posto del dimissionario Marco Biagioni, ex segretario SOC (Schleiniano di origine controllata), travolto anche lui dalla caduta della sindaca Bugetti. Si vota a maggio eh, 24 e 25 per la precisione, non fra un anno, e ancora le idee non sono proprio chiarissime.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

A Pistoia Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Poi c’è Pistoia, dove sembrava fatta e invece no: il Pd regionale aveva dato indicazione di convergere sul civico Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’università per Stranieri di Perugia, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, ma il Pd pistoiese ha indicato come candidata sindaco Stefania Nesi, consigliera comunale, presidente della commissione consiliare urbanistica, docente di Diritto ed Economia politica. Ancora non è chiaro che cosa accadrà: Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Sesto Fiorentino: continuiamo così, facciamoci del male

Infine c’è il caos o caso Sesto. Sesto Fiorentino detta Sestograd. Lorenzo Falchi, esponente di punta di Sinistra Italiana, si è candidato in Regione ed è stato eletto, dunque è decaduto ed è entrata in carica come sindaca facente funzione la sua vice Claudia Pecchioli, Pd. C’è da scegliere anche in questo caso il candidato sindaco della coalizione: a chi tocca? La candidatura naturale sarebbe quella di Pecchioli, sostenuta dal 40 per cento degli iscritti del Pd, ma la segreteria locale, capeggiata da Sara Bosi, l’ha stoppata. Il tempo scarseggia e il Pd vive sempre in un film di Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia

Non può non scendere in campo per il referendum, Giorgia Meloni. È la sua riforma, è il suo governo, è la sua consultazione. Il No cresce anche perché la presidente del Consiglio – la cui popolarità è intatta nonostante gli assist di Carlo Nordio all’opposizione – non ha fin qui fatto campagna elettorale per il Sì. Anche se giovedì sera ha concesso un’intervista a SkyTg24 che pareva il trailer di un marzo impegnativo dal punto di vista pubblico. Da Sergio Mattarella sono arrivate «parole giuste e doverose», ha detto Meloni, perché «è molto importante che questa campagna referendaria rimanga sul merito». Il 22 e il 23 marzo «si vota sulla giustizia, non sul governo», ha ricordato, precisando che le elezioni politiche saranno fra un anno, sarà quello il momento per eventualmente mandarla a casa. «Vedo un tentativo di trascinare la campagna referendaria in una sorta di lotta nel fango, mi pare che sia più un tentativo di quelli che hanno difficoltà ad attaccare una riforma che in passato, in vario modo, hanno sostenuto e proposto». 

Lo spettro di Renzi e del referendum del 2016

Lo spettro di Matteo Renzi del 2016 aleggia un po’ per tutti, si sa, quando c’è da cambiare la Costituzione o anche quando c’è da rischiare l’osso del collo per un provvedimento giudicato epocale, fondamentale, esiziale. Renzi, c’è da dire, 10 anni fa si giocò la faccia e la poltrona; fu lui il primo a personalizzare il referendum costituzionale che gli costò le dimissioni.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Meloni, memore di quel che hanno fatto i suoi predecessori, si è tenuta bene alla larga da promettere che andrebbe a casa in caso di sconfitta. C’è chi glielo ha già preventivamente chiesto, come lo stesso Renzi. Non Elly Schlein, che giovedì sera a Dritto e rovescio su Rete4 ha spiegato perché secondo lei Meloni non si dovrebbe dimettere: «Ha i numeri per arrivare alle prossime elezioni e noi li batteremo alle prossime elezioni. Noi stiamo costruendo una coalizione non contro Meloni, ma su quello che vogliamo fare insieme». Sarà.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I riformisti per il Sì sperano in Giorgia

Fra i sostenitori del Sì, anche fra quelli di centrosinistra, c’è chi spera che ora la presidente del Consiglio – sulla quale pende tuttavia il severo giudizio del Capo dello Stato, dopo la sortita nordiana – si faccia sentire, spenda la propria popolarità per fermare la crescita del No, che sta dando molte speranze ai vari Gratteri, teorici e pratici della propaganda televisiva, convinti che i confronti pubblici vadano evitati ma non le intemerate catodiche. C’è poco da fare: i riformisti per il Sì hanno bisogno della leader di Fratelli d’Italia per bloccare l’avanzata. 

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Carlo Nordio e, sullo schermo, Nicola Gratteri (Imagoeconomica).

Dopo Salvini, ora la premier deve frenare Nordio

Al referendum manca poco più di un mese; il No ha dimostrato di saper mobilitare l’elettorato in una campagna elettorale in cui ormai il merito della riforma s’è perduto. Un po’ per responsabilità di tutti, ma anche per via di quei magistrati che hanno trasformato la contesa in una lotta per la democrazia, che verrebbe stravolta – dicono – dalla torsione costituzionale imposta da Meloni. Certo, Nordio con quelle parole improvvide sul metodo «para-mafioso» delle correnti del Csm ha regalato aiuto all’opposizione che può tornare a gridare un po’ dappertutto che questa riforma nasce per punire magistrati e avversari.

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Fin qui la leader di Fratelli d’Italia si è dovuta preoccupare delle intemerate di un altro ministro, Matteo Salvini, la cui nemesi ciarliera, G.i.p Vannacci, lo sta mettendo nei guai. Ora però c’è da disattivare Nordio, anche lui loquace, fin troppo, ma poco efficace nella mobilitazione dell’elettorato. A meno che non sia quello degli avversari, beninteso, galvanizzato dalla possibilità di battere il duo Meloni-Nordio, Melordio, alle urne. 

Referendum sulla Giustizia, adesso Meloni deve metterci la faccia
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?

Mentre Roma, a parte qualche ardita vannacciata, è tutto sommato un posto noioso che si prepara nevroticamente alle elezioni politiche del 2027, il resto dell’Italia offre spunti notevoli, pittoreschi, scintillanti. Vedi Prato, la Gotham degli Anni 20, che in questi mesi ha regalato sontuosi complotti, dimissioni eccellenti, trame massoniche, eccetera eccetera.

Per non perdere la città serve Mr preferenze

L’ex capitale del tessile continua a essere una sorta di parco giochi della cronaca politica. Quest’anno va al voto anticipato, per via delle dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti, e il centrosinistra ha da individuare il suo campione per non perdere la città che in passato è già stata amministrata dal centrodestra. Ed è qui, proprio qui, che gli schleiniani hanno approntato una discreta trappola per Matteo Biffoni, riformista non bonacciniano, ex sindaco di Prato per due mandati, oggi sbarcato in Consiglio regionale con 22 mila preferenze, record personale ma anche toscano. 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Ilaria Bugetti (Imagoeconomica).

Furfaro candida Biffoni a sua insaputa

Il luogotenente di Elly Schlein in Toscana, il potente Marco Furfaro, deputato e membro autorevole della segreteria nazionale, nonché commissario ombra di Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd messo sotto tutela dal Nazareno, ha deciso che il candidato del campo largo lo debba fare proprio Biffoni, che è appena entrato in servizio come consigliere regionale. Già una volta è tornato da Roma, Biffoni, dove era deputato ai tempi di Matteo Renzi. Stavolta la strada da fare sarebbe più breve, anche se col terribile traffico toscano di questi tempi persino prendere l’autostrada e fare Firenze-Prato potrebbe essere più complicato del previsto. C’è però un dettaglio non secondario: nessuno sembra averne parlato con il diretto interessato. Che ora dice: «Ringrazio Marco Furfaro, che è un dirigente nazionale, come ringrazio il presidente Giani e il segretario Fossi che si preoccupano del mio futuro. Lo prendo come attestato di stima, di affetto, di vicinanza. Mi piacerebbe essere coinvolto in queste decisioni perché, lo dico onestamente, vorrei poter dire la mia».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Marco Furfaro e sullo sfondo Elly Schlein (Imagoeconomica).

La richiesta (inascoltata) di congresso locale

La sua, a essere sinceri, Biffoni detto Biffo l’ha detta diverse volte in questi mesi, proprio su Prato: ha difeso la sua città dagli attacchi, sfoderando un orgoglio pratese che in campagna elettorale gli è servito a conquistare numerosi consensi, ma anche chiesto più volte un congresso locale per sostituire il segretario Marco Biagioni, prototipo del SOC, schleiniano di origine controllata, politicamente travolto dalle dimissioni della sindaca (simul stabunt, simul cadent). Quel congresso finora non c’è stato e anzi pochi giorni fa il Pd ha trovato il verso di scantonare, rinviando la decisione irrevocabile diventata però facilmente revocabile. «Io è da un po’ che lo sto dicendo», mette in chiaro parlando alla Nazione Biffoni. «Ho chiesto il congresso subito dopo quello che è avvenuto in Comune a Prato con il commissariamento, continuo a pensare che se non sciogliamo i nodi che ci sono dentro il Partito Democratico rischiamo di scaricare queste tensioni sulle Amministrative ed è pericolosissimo, io ci sono già passato. È bene che fra di noi ci sia una discussione, nei partiti le discussioni sono sane, fatte vis-à-vis, senza infingimenti, fanno bene». L’importante, ha aggiunto ancora l’ex sindaco di Prato, «è che non ci siano giochini di potere, o di altro genere, e che tutti vengano riconosciuti come interlocutori necessari e fondamentali, senza voler far fuori nessuno, senza tagli di gole, senza niente di particolare».

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Con Biffoni in Comune si eliminerebbe un competitor per le Regionali 2030

I «giochini di potere», come li chiama Biffoni, sono però alla luce del sole; non c’è bisogno di retroscena, basta la scena. Con la sua eventuale candidatura a sindaco (parola che invero a Biffoni piace sentir pronunciare), la maggioranza del Pd si assicurerebbe la vittoria a Prato e in più pensa di poter liberare il Consiglio regionale da un possibile competitor in vista delle prossime elezioni Regionali. Eugenio Giani è già al secondo mandato, non potrà farne un terzo, il Pd ha l’occasione di mettere uno schleiniano alla guida della Regione Toscana, o quantomeno di poterlo candidare. Il calcolo però potrebbe non tenere conto di alcuni elementi. Anzitutto, anche da sindaco di Prato Biffoni potrebbe aspirare al salto successivo. In più, le prossime Regionali in Toscana ci saranno nel 2030 e prima, nel 2027, ci saranno le Politiche. Domanda che ci domandiamo: che cosa succederebbe nel Pd se Schlein & soci perdessero le elezioni? 

Prato, la trappola di Schlein a Biffoni vale la Toscana?
Matteo Biffoni con Eugenio Giani nel 2023 (Ansa).

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini

Roberto Vannacci è «un’anomalia» dentro la Lega, dice Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, convinto come altri – Luca Zaia, Gian Marco Centinaio – che il generale in pensione, europarlamentare nonché vicesegretario leghista debba essere accompagnato alla porta. Lo pensano in diversi, lo pensano in tanti, lo pensano persino in troppi; lo pensa, tra gli altri, Roberto Marcato, già potente assessore di Luca Zaia e oggi consigliere regionale in Veneto, che ricorda che c’è chi è stato cacciato dalla Lega per molto meno. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Attilio Fontana e Luca Zaia (Imagoeconomica).

Salvini ora non sa che pesci pigliare

La via dell’espulsione potrebbe anche essere pronta per il creatore di Futuro Nazionale, il partito non partito con il simbolo non simbolo della fiamma non fiamma; il problema è che non è chiaro che cosa voglia fare davvero Matteo Salvini, che ha contribuito a creare il mostro politico di Vannacci, dandogli un palcoscenico europeo per esibirsi, e ora non sa che pesci pigliare. Lui, come ricompensa, ha iniziato a spaccare la Lega. E adesso che ha appena depositato il logo di FN con la scritta “Vannacci” e un’ala tricolore in bella evidenza diventa complicato tenere a bada chi vorrebbe vedere Gip Vannacci «föra di ball». Vannacci assicura che è solo un simbolo, ma in questi mesi di “simboli” ce ne sono stati parecchi, tra la nascita dell’associazione Il mondo al contrario, il cui portavoce è Massimiliano Simoni, fin qui assistente parlamentare di Vannacci e da qualche mese consigliere regionale in Toscana, peraltro unico leghista presente, i team Vannacci – che pure, aveva ribadito Salvini a ottobre, «non possono diventare un soggetto politico alternativo alla Lega» – e dunque con il nuovo, centro studi Rinascimento Nazionale, che ha sede nel Castello Sforzini di Castellar Ponzano. 

Le possibili fuoriuscite e la conferenza saltata sulla remigrazione

La sensazione è dunque che Vannacci voglia provare a farsi cacciare, magari in compagnia di qualche parlamentare leghista. Come il deputato pisano Edoardo Ziello, che alla Camera ha votato no agli aiuti all’Ucraina pochi giorni fa e passa le giornate a rilanciare sortite e iniziative vannacciane. O il deputato Rossano Sasso, che è al lavoro per una proposta di legge sulla “remigrazione”, parola magica degli estremisti di destra alla Vannacci, che per l’appunto venerdì, alle 11.30, si erano dati appuntamento a Montecitorio per una conferenza dal titolo “Remigrazione e riconquista. Presentazione della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare”, ospiti del leghista Domenico Furgiuele. Presenti anche esponenti di CasaPound, Rete dei Patrioti e Veneto Fronte Skinheads.

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Domenico Furgiuele (Imagoeconomica).

L’appuntamento era stato organizzato nonostante le proteste delle opposizioni e l’intervento del presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. «Ritengo inopportuna la conferenza stampa di domani. Spero che il deputato ci ripensi. Ho fatto quanto era nelle mie possibilità in questi giorni», aveva detto giovedì. Furgiuele non ci ha ripensato ma alla fine la conferenza sulla remigrazione è stata annullata dopo la protesta dei parlamentari di opposizione.

Una grana in più per Giorgia Meloni

La nuova invenzione di Vannacci insomma solleva ancora una volta critiche e perplessità nel Carroccio ma anche nel governo. Giorgia Meloni infatti si trova a gestire non soltanto Salvini ma pure la Lega alle prese con il problema Vannacci. Di fatto, la Lega è due volte un problema, ancorché di natura diversa. Il caos di Salvini alla fine è funzionale alla propaganda della Lega ma non è mai diventato esiziale per il governo. Vannacci è invece un generale con scarsa predisposizione per eseguire gli ordini, un impolitico incapace di stare in un partito. Ha usato la Lega come un taxi e a sua volta la Lega voleva usare lui come un TomTom per orientarsi nell’elettorato insoddisfatto da questo destra-centro così tradizionale. Il risultato è che Vannacci si è fatto la sua associazione, il suo centro studi, il suo partito, la sua caserma. Salvini dovrà decidere se vuole aiutarlo, sì, ma a casa sua. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti

Il presidente del Senato Ignazio La Russa sul carcere auspica quello che il governo Meloni non vuole realizzare: un provvedimento che riduca il sovraffollamento carcerario. Non è questione di possibilità, ma di volontà politica.

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

In due occasioni, questa settimana, prima nel corso della presentazione del libro di Gianni Alemanno e Fabio Falbo, L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, promossa dall’Associazione Nessuno tocchi Caino, poi a Palazzo Madama parlando con i giornalisti, La Russa ha chiesto esplicitamente al governo una soluzione per far diminuire il numero dei detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani: «Un mini-mini-indultino» entro Natale per quei detenuti con un residuo pena ridotto, con l’unica esclusione dei reati contro le Forze dell’Ordine. Il presidente del Senato ammette di essere molto colpito dal caso dell’amico Alemanno, in carcere a Rebibbia, che a tutti descrive le condizioni di vita e di morte delle carceri italiane.

Il tasso di affollamento nelle carceri ha raggiunto il 138,4 per cento

Nel frattempo i numeri più aggiornati segnalano un costante peggioramento. Li ha analizzati il Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasia. Secondo la rilevazione realizzata dall’ufficio di Anastasia, il tasso di affollamento nell’insieme degli istituti penitenziari del nostro Paese ha raggiunto il 138,4 per cento. «Tale circostanza si è venuta a determinare sia a causa dell’incremento complessivo dei detenuti presenti (sono 63.803, circa 300 in più rispetto a fine ottobre), sia per la contrazione di quasi 500 posti disponibili nell’ultimo mese». In particolare, dice ancora il Garante della Regione Lazio, «è motivo di particolare rammarico constatare che a fronte di ripetute e propagandate dichiarazioni di impegno da parte governativa, a fronte di una capienza ufficiale dichiarata – comunque insufficiente – di 51.250, i posti non disponibili a causa di un diffuso stato di degrado in gran parte degli istituti penitenziari hanno superato la soglia dei 5 mila». Accanto e parallelamente a questi andamenti «va registrato anche il trend crescente dei numeri delle persone sottoposte a misure penali restrittive della libertà nel nostro Paese che, a metà del mese di novembre, ha superato la soglia delle 100 mila unità attestandosi al 100.699. In termini assoluti negli 11 mesi di questo 2025, le persone sottoposte a misure restrittive della libertà sia in carcere che al di fuori di esso sono aumentate di oltre 9 mila unità. In termini percentuali il tasso registrato è stato del 5,6 per cento». Infine, a completare il quadro «vale la pena di ricordare che in 160 istituti sui 188 attivi nel nostro Paese il numero dei detenuti supera la soglia del 100 per cento sui posti effettivamente disponibili e che in 40 i tassi che si registrano sono addirittura superiori al 150 per cento».

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane è del 138,4 per cento (Ansa).

Le tempistiche del governo

Di fronte all’appello di La Russa, il governo ha scelto di rispondere negativamente, smentendo il presidente del Senato: «Stiamo lavorando perché da qui a due anni si affronti la questione del sovraffollamento carcerario», ha assicurato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha aggiunto: «Il gap esistente adesso, tra circa 53 mila disponibilità rispetto a quasi le 64 mila presenze, contiamo di colmarlo in due anni con un lavoro intenso». Nel frattempo si continuerà a morire di carcere. Oltretutto, su tempistiche e dati dell’edilizia detentiva c’è non poco da dire. La settimana scorsa si è tenuta la quarta riunione della cabina di regia per l’edilizia penitenziaria. Secondo quanto riferito dal governo, il programma 2025–2027 «conferma la realizzazione di 10.692 nuovi posti detentivi, così ripartiti: 2.636 posti a cura del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (DAP), 73 del Minorile (DGMC), 3.314 del MIT e 4.669 del Commissario straordinario». Il cronoprogramma prevede l’apertura di 864 posti nel 2025, 5.754 nel 2026 e 4.074 nel 2027, per un totale di 10.692 nuovi posti resi disponibili nel triennio. Dall’approvazione del Piano di Edilizia Penitenziaria da parte del Consiglio dei ministri del 22 luglio scorso, ha detto ancora il governo, sono state pubblicate tutte le gare di competenza del Commissario straordinario per il recupero di oltre 4 mila posti detentivi. «Sull’intera legislatura 2022–2027, l’obiettivo complessivo è fissato in 11.194 posti detentivi, includendo sia quelli già realizzati dall’ottobre 2022 sia quelli che verranno completati entro il 2027. Gli interventi programmati – che comprendono manutenzioni ordinarie e straordinarie, nuove realizzazioni e ampliamenti – interesseranno la quasi totalità degli istituti penitenziari del DAP (190) e degli istituti del sistema minorile (17), per un costo complessivo nel triennio di oltre 900 milioni di euro». Le cifre però vanno lette oltre la propaganda, osserva Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: «Al 31 ottobre 2022 i posti regolamentari erano 51.174 (al lordo dei posti non disponibili che erano allora e sono oggi intorno ai 4.500) e i detenuti presenti erano 56.225. Al 31 ottobre 2025 (dopo tre anni) i posti regolamentari sono 51.249 (al lordo dei posti non disponibili che continuano a essere intorno ai 4.500) e i detenuti presenti sono 63.493. Quindi, nei tre anni considerati i posti sono aumentati di 75, mentre i detenuti sono aumentati di 7.268». 

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Alfredo Mantovano (Imagoeconomica).

Un balletto di dichiarazioni sulla pelle di migliaia di detenuti

Eccoci qua, caro Mantovano. Ma eccoci qua anche caro La Russa. Alla fine la spiega bene il deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti, con la sua solita franchezza: «Sono incazzato nero… Il combinato disposto della sua (di La Russa, ndr) proposta e la smentita immediata del governo è da irresponsabili. Si illudono migliaia di persone che vivono in condizioni inumane». Inumane e degradanti, o meglio, degradate anche dalle illusioni della destra chiacchiere e distintivo.  

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti

Sotto il (poco) sole della Toscana, si ritroveranno tra venerdì, sabato e domenica le correnti nuove ed eventuali del Partito Democratico, riunite per l’occasione a Montepulciano e a Prato. Filo-schleiniani con tanto di Elly Schlein in carne e ossa in provincia di Siena, impegnati a «costruire l’alternativa». Riformisti in terra pratese con Giorgio Gori e Matteo Biffoni, dediti a innovare per competere (e viceversa).

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Sostenitori dem (Imagoeconomica).

I filo-Schlein di Franceschini &Co a Montepulciano

La ditta guidata da Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza alzerà il bandone nel pomeriggio alle 15.30, non più nella Sala della Contrada di Voltaia, diventata troppo piccola dopo le molte adesioni pervenute, bensì all’aperto, sotto una tensostruttura riscaldata, nei giardini di Poggiofanti. «Apertura lavori e dibattito», recita il programma («no, il dibattito no!», si direbbe in un film di Nanni Moretti), segue intervento di Gianrico Carofiglio, “Parole per una resistenza civile”, alle ore 19.30. Sabato si continuerà con: “I compiti dei progressisti nel disordine globale”; “Lo Stato di diritto, verso il referendum costituzionale”; “Crescere, insieme. Contrastare il declino dell’Italia e le diseguaglianze”; “Le forme della partecipazione, il nuovo Partito Democratico”; “Oltre i confini. Una Patria chiamata Repubblica”, con Michela Ponzani, ospite fissa di La7. Domenica il gran finale con Schlein alle 12.30, accompagnata dalla segreteria nazionale ma anche dalla segreteria toscana del Pd, che proprio in questi giorni ha deciso di autoriformarsi.

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Dario Franceschini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La crisi a Firenze e il rinnovo della segreteria regionale

La vittoria di Eugenio Giani ha infatti portato con sé anche non poche ombre, a partire dal risultato del Pd a Firenze parecchio sotto le aspettative, per non parlare del fatto che nella mitologica provincia, nella Piana, non è stato eletto neanche un consigliere regionale di centrosinistra. Sicché, Emiliano Fossi, deputato, segretario regionale, per evitare il commissariamento di Marco Furfaro, deputato, responsabile delle iniziative politiche del Pd nazionale (commissariamento che qualcuno in realtà sostiene nei fatti già esserci stato) ha deciso di azzerare l’attuale segreteria: «Il 6 dicembre abbiamo convocato la direzione regionale e lì porterò le linee guida per la nuova segreteria che costruiremo entro Natale puntando su esperienze, amministratori e novità, fuori e oltre le correnti», ha detto all’edizione fiorentina di Repubblica. «Faremo una nuova segreteria. E partirà una fase 2. Un partito nuovo, aperto e all’altezza delle sfide, comprese le amministrative 2026 per cui siamo già a lavoro: con il centrosinistra ci riprenderemo i Comuni in mano alla destra». E auguri. 

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Emiliano Fossi (da Fb).

A Prato nuova tappa del tour riformista

A Prato, sabato, dalle 10 in poi, al teatro Garibaldi, si ritrovano invece i riformisti, già in tour italiano da un mese, pronti a ospitare, tra gli altri, Lucia Aleotti, Marco Bentivogli, Claudio Bettazzi, Andrea Bontempi, Marco Buti e Tommaso Nannicini. Conclusioni di Biffoni, mister 22.155 preferenze in Consiglio regionale, e Gori, europarlamentare, vicepresidente della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia.  

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Dopo tre anni di pax armata, riprendono forza le correnti

Insomma: dopo quasi tre anni di segreteria Schlein (era il 26 febbraio 2023) e di pace armata, il Pd ha ricominciato a dibattere, persino a litigare. Quasi come un tempo, quando l’iniziativa politica del leader di turno veniva criticamente accompagnata da scazzi, dichiarazioni quotidiane, interviste, manifestazioni e contromanifestazioni, post sui social. Al contempo, sono rinate le correnti, che non sono una parolaccia, né un’invenzione dei tempi nostri. La Dc era costruita sulle componenti dei leader. C’era Iniziativa Democratica di Amintore Fanfani, c’era Primavera di Giulio Andreotti, c’era Centrismo Popolare di Mario Scelba, e via così. D’altronde, le correnti servono. Lo ha scritto una volta sul quotidiano Europa Antonio Funiciello, già capo dello staff di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio: «Sono indispensabili. E non c’è niente di male se costruiscono protezione tra i correntisti, purché questi siano legati da un vissuto culturale comune». Le correnti «costituiscono naturalmente un sistema di convenienze reciproche fondato su convinzioni condivise. Le filiere, viceversa, costruiscono un sistema di convinzioni fondato su convenienze». Nel Pd chi fa parte di una corrente si schermisce e dice di non voler far parte di correnti e accusa gli avversari di far parte di una corrente. È tutta una catena di affetti che nessuno può spezzare. 

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il campo largo alle prese con il nodo della leadership

Resta da capire dove condurrà questo nuovo gigantografico e ritrovato dibattito interno al Pd. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo – a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese – rischia di essere esiziale. Così come esiziale, nel campo largo, resta il problema della leadership. In questi tre anni di segreteria Schlein sono successe molte cose. Compresa la recente vittoria di Zohran Mamdani a New York che ha riaperto, a sinistra, la stagione della ricerca della guida politica. «Fare come Zohran» sembra diventato il nuovo imperativo morale dei progressisti di casa nostra, convinti che basti replicare modelli che hanno trionfato all’estero per tornare al governo in Italia. 

Gli aspiranti capi del centrosinistra

Sicché: chi lo fa il prossimo capo del campo largo? Il centrosinistra farà le primarie per individuarlo? Domande che ci domandiamo. Richierebbero peraltro di essere delle primarie piuttosto affollate. C’è Schlein, certo, che non deve guardarsi solo dai compagni di partito; c’è infatti anche un “nuovo” avversario che si sta attrezzando per le elezioni politiche del 2027. Ed è l’alleato Giuseppe Conte, che anzitutto ha un vantaggio competitivo invidiabile: il M5s ha solo un leader riconosciuto ed è lui. Ci sono poi i sindaci aspiranti leader nazionali, dalla sindaca di Genova, Silvia Salis, al sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Tutti in procinto di fare qualcosa. Convegni, riunioni, movimenti civici, petizioni, assemblee, iniziative. Tutto un convergere, un urgere, tutto un dibattere, un ricostruire, un lanciare alternative. Il Pd ha egemonizzato almeno la fase nannimorettiana del campo largo. 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd

La contraerea riformista nel Pd è appena iniziata. Segnatevi questi due nomi, arrivano dalla Toscana, terra che sta dando molta soddisfazione ai cronisti foresti (cioè i non toscani) che si occupano di politica. Sono due neoconsiglieri regionali, rimasti esclusi dalla Giunta di Eugenio Giani: Matteo Biffoni, 22.155 preferenze, e Brenda Barnini, 13.682 preferenze. Il primo, ex sindaco di Prato, ha organizzato un altro appuntamento del tour riformista italiano. Dopo Milano con Giorgio Gori e Pina Picierno, c’è infatti un’altra data: 29 novembre, al Garibaldi Milleventi di Prato, alle ore 10. “Innovare per competere. Le nuove sfide della manifattura”. «Conta esserci», dice Filippo Sensi che chiama a raccolta i RAB, Riformisti Alternativi a Bonaccini: Gori, Picierno, Simona Malpezzi, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Sandra Zampa, Walter Verini, Lorenzo Guerini, Graziano Delrio.

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Eugenio Giani con Matteo Biffoni (da FB).

Il tour riformista in risposta all’appuntamento di Montepulciano

Non è che un altro debutto. Il tour proseguirà. Ogni città un tema. Una risposta alle accuse di Stefano Bonaccini di fare i riformisti da Palazzo, se non da strapazzo. Una risposta alla riunione di Montepulciano, provincia di Siena, con la riedizione del Correntone, con Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza, nello stesso fine settimana (28-30 novembre): fedeli alla segretaria, sì, ma fino a prova contraria. Una risposta, quella di Biffoni, anche all’esclusione dalla Giunta e la nomina a presidente della Commissione Sanità. Un po’ poco per uno che in varie occasioni era stato persino indicato come possibile candidato presidente alle elezioni regionali. Un po’ poco anche per il record di preferenze preso in un territorio che negli ultimi anni è stato funestato da inchieste, alluvioni, calamità politico-giudiziarie, scandali, polemiche su affiliazioni massoniche. Biffoni in campagna elettorale l’aveva presa di punta, con la storia dell’orgoglio pratese ferito. Una campagna che ha funzionato, anche dal punto di vista mediatico. Ma non è bastata a entrare nella Giunta Schlein con un po’ di Giani dentro. «Se nella valutazione conta la residenza non so…», ha detto Biffoni in un’intervista alla Nazione: «Dico che ho fatto il consigliere comunale dal 2004, il parlamentare, il sindaco per 10 anni, il presidente della Provincia e dell’Anci Toscana. Ho preso 22.155 preferenze: questo è quello che metto a disposizione della mia città. Evidentemente si è ritenuto non sufficiente per entrare». Forse Biffoni ha scontato l’appartenenza all’area riformista? «Sconto più che altro il carattere, forse…», ha risposto lui. «Fino a prova contraria anche Giani fa parte di questo mondo, almeno per come l’ho capita io. Ma credo che siamo già oltre quella fase. Resta il fatto che, per quanto ne so, non era mai successo nella storia che chi arriva primo per preferenze non entra in Giunta». 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Brenda Barnini (da Fb).

Barnini e Biffoni per ora hanno incassato, ma tra cinque anni…

L’altro nome da segnare sul taccuino è quello di Brenda Barnini, ex sindaca di Empoli, già allieva dell’ex segretario regionale e deputato dalemiano Andrea Manciulli. Non ama alzare la voce, le sue dichiarazioni critiche sul Pd sono sempre poche e molto calibrate. Una l’ha fatta pochi giorni fa dopo l’esclusione dalla Giunta (parzialmente ricompensata con la nomina a presidente della Commissione che si occupa di sviluppo economico e lavoro): «In questi giorni ho ricevuto una quantità incalcolabile di messaggi, telefonate che mi hanno testimoniato stima, fiducia e allo stesso tempo delusione per la mancata nomina nella Giunta regionale. Ringrazio ciascuno di voi e so che le mie risposte educate non sempre avranno soddisfatto il vostro legittimo disappunto. Ciò che più mi preoccupa di questa ondata di affetto e sconcerto non ha però niente a che fare con la mia persona, ma con il rischio ahimè molto concreto che alcune scelte poco comprensibili per i cittadini e gli elettori facciano perdere di credibilità alla politica e in questo caso alle istituzioni». Per ora, insomma, Biffoni e Barnini hanno incassato lo stop di Giani, ma non rimangono in attesa degli eventi. D’altronde sono sufficientemente esperti da sapere che in politica la ruota gira e che fra cinque anni ci sarà da trovare un nuovo presidente di Regione, perché Giani sarà diventato come Michele Emiliano, Vincenzo De Luca e Luca Zaia: un venerato maestro del secondo mandato. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano

C’è un po’ di Giani in questa Giunta Schlein. La Regione Toscana è davvero il laboratorio della segreteria nazionale del Partito Democratico, quello dove poter fare gli esperimenti di Giunta migliori, altrove impossibili. Dove la ritrovi infatti una Regione in cui il presidente pur di ottenere la ricandidatura è disposto a venire a patti con se stesso fino a snaturarsi, una Regione dove il Pd può essere generosamente e testardamente unitario, consentendo al M5s di poter finalmente governare la Toscana, insieme a Avs e Casa Riformista, il sogno del campo largo finalmente compiuto, il socialismo democratico applicato prima ancora che Zohran Mamdani abbia preso servizio nella Grande Mela. In Toscana infatti la coalizione può essere accontentata facilmente; un assessore a Conte, uno a Bonelli-Fratoianni, uno a Renzi, il resto al Pd che già si è sacrificato molto perdendo sette consiglieri regionali rispetto a quelli eletti nel 2020. È il Pd a fare coalizione a sé, con tutte quelle anime e componenti che la tengono in piedi. Il Pd è la coalizione delle correnti di se stesso. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Sara Furnaro, Ely Schlein ed Eugenio Giani (Da Fb).

Mia Diop e la folgorazione per Elly Schlein

È in Toscana insomma che si può compiere l’operazione di ingegneria politico-istituzionale di mettere alla vicepresidenza della Regione una giovane studentessa di Scienze Politiche, Mia Diop, classe 2002, fin qui consigliera comunale a Livorno e poco più. Mozione Schlein, certamente: «Elly Schlein ha rappresentato tutte quelle persone che erano molto critiche verso il Pd su alcuni temi. A un certo punto hanno detto: “Oh,­ finalmente c’è qualcuno che ne parla”. Ha parlato, per esempio, della formazione dei giovani. Io non avevo mai sentito dire, da parte di un segretario, che c’è necessità di formare le nuove generazioni», disse Diop nel 2023 in un’intervista per Quale Pd (Laterza). «Anche attraverso una scuola di formazione di partito. Sono tutte cose che si pensano in privato, ma poi in pubblico non le dice nessuno. Un’altra cosa che ho apprezzato, e che secondo me ha fatto presa su tanti, è che fin da subito Schlein non ha mai voluto creare una gerarchia fra diritti civili e sociali. Sono anzi due elementi inscindibili fra di loro, che possono e devono coesistere. Infine, punta davvero sui giovani. Certo, il dialogo con i giovani c’è stato anche prima, ma finora era mancato un progetto condiviso. Schlein ha voluto un ricambio vero sia in Direzione sia in Assemblea, non ascoltando le correnti. Io stessa ho sempre fatto politica nella giovanile del partito senza mai far parte di correnti».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Mia Diop con Eugenio Giani (da Instagram).

Il fuoco amico dei riformisti dem

Poi però anche lei è entrata a far parte della corrente di maggioranza schleiniana. I riformisti del Pd le contestano, fra le altre cose, la mancanza d’esperienza necessaria a governare una Regione. «Essere nominata vicepresidente della Toscana a 23 anni significa anche questo: non è vero che i giovani devono aspettare il loro turno, come sostengono quelli che ci vorrebbero tener lontani da tutto. La verità è che il turno non arriva mai, se non siamo noi a prendercelo», replica lei. Molto vicina a Marco Furfaro e a Emiliano Fossi, Diop risponde all’esigenza prioritaria di Schlein di iniziare ad avere finalmente una classe dirigente a sua immagine e somiglianza che stia saldamente nel Palazzo, che abbia rappresentanza nelle amministrazioni, nei Consigli regionali, in Parlamento. A New York Mamdani, a Firenze – via Livorno – Diop.

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Marco Furfaro con Mia Diop (da Instagram).

L’attacco di Vannacci (che ha piazzato in Consiglio il suo assistente)

La destra ne ha subito approfittato per farsi riconoscere. «Nel suo caso, nessuna esperienza e nessun curriculum sono richiesti per ricoprire il delicato e prestigioso incarico conferitole. Sono sufficienti la sua tessera del partito (Pd) e la pelle nera», ha detto Roberto Vannacci, che è riuscito a piazzare in Consiglio regionale – grazie al listino bloccato – il suo assistente parlamentare, Massimiliano Simoni. Pronta la risposta di Fossi, deputato e segretario regionale dem: «Le parole di Roberto Vannacci contro Mia Diop sono un attacco vergognoso e razzista che nulla ha a che vedere con la politica. Offendere la vicepresidente della Regione per il colore della pelle e per l’età è indegno di chi ricopre incarichi pubblici e rivela il livello a cui la destra vuole trascinare il dibattito. Mia Diop è stata scelta per capacità, impegno e responsabilità». In Toscana, ha detto ancora Fossi, «non si giudicano le persone per la provenienza e non si accetta che una giovane donna impegnata nelle istituzioni venga usata come bersaglio propagandistico da chi cerca visibilità insultando gli altri. Il vero problema non è la competenza, ma chi trasforma il razzismo in argomento politico».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Roberto Vannacci (Ansa).

Le conferme schleiniane della Giunta Giani

La novità Diop è accompagnata anche da diverse conferme della nuova Giunta Giani. Sono state confermate infatti Alessandra Nardini, schleiniana molto vicina ad Andrea Orlando, fin qui assessora all’Istruzione (qualche giorno fa si è fatta notare per aver bollato come maschiliste le critiche politiche di Romano Prodi, Arturo Parisi e Luigi Zanda a Schlein), e Monia Monni, pure lei schleiniana, che avrà la delega alla Sanità, una delle cariche più importanti visto il peso nel bilancio regionale, e che nella precedente Giunta aveva ricoperto l’incarico di assessore all’Ambiente. Una Giunta zohraniana.