Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini

Roberto Vannacci è «un’anomalia» dentro la Lega, dice Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, convinto come altri – Luca Zaia, Gian Marco Centinaio – che il generale in pensione, europarlamentare nonché vicesegretario leghista debba essere accompagnato alla porta. Lo pensano in diversi, lo pensano in tanti, lo pensano persino in troppi; lo pensa, tra gli altri, Roberto Marcato, già potente assessore di Luca Zaia e oggi consigliere regionale in Veneto, che ricorda che c’è chi è stato cacciato dalla Lega per molto meno. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Attilio Fontana e Luca Zaia (Imagoeconomica).

Salvini ora non sa che pesci pigliare

La via dell’espulsione potrebbe anche essere pronta per il creatore di Futuro Nazionale, il partito non partito con il simbolo non simbolo della fiamma non fiamma; il problema è che non è chiaro che cosa voglia fare davvero Matteo Salvini, che ha contribuito a creare il mostro politico di Vannacci, dandogli un palcoscenico europeo per esibirsi, e ora non sa che pesci pigliare. Lui, come ricompensa, ha iniziato a spaccare la Lega. E adesso che ha appena depositato il logo di FN con la scritta “Vannacci” e un’ala tricolore in bella evidenza diventa complicato tenere a bada chi vorrebbe vedere Gip Vannacci «föra di ball». Vannacci assicura che è solo un simbolo, ma in questi mesi di “simboli” ce ne sono stati parecchi, tra la nascita dell’associazione Il mondo al contrario, il cui portavoce è Massimiliano Simoni, fin qui assistente parlamentare di Vannacci e da qualche mese consigliere regionale in Toscana, peraltro unico leghista presente, i team Vannacci – che pure, aveva ribadito Salvini a ottobre, «non possono diventare un soggetto politico alternativo alla Lega» – e dunque con il nuovo, centro studi Rinascimento Nazionale, che ha sede nel Castello Sforzini di Castellar Ponzano. 

Le possibili fuoriuscite e la conferenza saltata sulla remigrazione

La sensazione è dunque che Vannacci voglia provare a farsi cacciare, magari in compagnia di qualche parlamentare leghista. Come il deputato pisano Edoardo Ziello, che alla Camera ha votato no agli aiuti all’Ucraina pochi giorni fa e passa le giornate a rilanciare sortite e iniziative vannacciane. O il deputato Rossano Sasso, che è al lavoro per una proposta di legge sulla “remigrazione”, parola magica degli estremisti di destra alla Vannacci, che per l’appunto venerdì, alle 11.30, si erano dati appuntamento a Montecitorio per una conferenza dal titolo “Remigrazione e riconquista. Presentazione della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare”, ospiti del leghista Domenico Furgiuele. Presenti anche esponenti di CasaPound, Rete dei Patrioti e Veneto Fronte Skinheads.

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Domenico Furgiuele (Imagoeconomica).

L’appuntamento era stato organizzato nonostante le proteste delle opposizioni e l’intervento del presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. «Ritengo inopportuna la conferenza stampa di domani. Spero che il deputato ci ripensi. Ho fatto quanto era nelle mie possibilità in questi giorni», aveva detto giovedì. Furgiuele non ci ha ripensato ma alla fine la conferenza sulla remigrazione è stata annullata dopo la protesta dei parlamentari di opposizione.

Una grana in più per Giorgia Meloni

La nuova invenzione di Vannacci insomma solleva ancora una volta critiche e perplessità nel Carroccio ma anche nel governo. Giorgia Meloni infatti si trova a gestire non soltanto Salvini ma pure la Lega alle prese con il problema Vannacci. Di fatto, la Lega è due volte un problema, ancorché di natura diversa. Il caos di Salvini alla fine è funzionale alla propaganda della Lega ma non è mai diventato esiziale per il governo. Vannacci è invece un generale con scarsa predisposizione per eseguire gli ordini, un impolitico incapace di stare in un partito. Ha usato la Lega come un taxi e a sua volta la Lega voleva usare lui come un TomTom per orientarsi nell’elettorato insoddisfatto da questo destra-centro così tradizionale. Il risultato è che Vannacci si è fatto la sua associazione, il suo centro studi, il suo partito, la sua caserma. Salvini dovrà decidere se vuole aiutarlo, sì, ma a casa sua. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti

Il presidente del Senato Ignazio La Russa sul carcere auspica quello che il governo Meloni non vuole realizzare: un provvedimento che riduca il sovraffollamento carcerario. Non è questione di possibilità, ma di volontà politica.

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

In due occasioni, questa settimana, prima nel corso della presentazione del libro di Gianni Alemanno e Fabio Falbo, L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, promossa dall’Associazione Nessuno tocchi Caino, poi a Palazzo Madama parlando con i giornalisti, La Russa ha chiesto esplicitamente al governo una soluzione per far diminuire il numero dei detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani: «Un mini-mini-indultino» entro Natale per quei detenuti con un residuo pena ridotto, con l’unica esclusione dei reati contro le Forze dell’Ordine. Il presidente del Senato ammette di essere molto colpito dal caso dell’amico Alemanno, in carcere a Rebibbia, che a tutti descrive le condizioni di vita e di morte delle carceri italiane.

Il tasso di affollamento nelle carceri ha raggiunto il 138,4 per cento

Nel frattempo i numeri più aggiornati segnalano un costante peggioramento. Li ha analizzati il Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasia. Secondo la rilevazione realizzata dall’ufficio di Anastasia, il tasso di affollamento nell’insieme degli istituti penitenziari del nostro Paese ha raggiunto il 138,4 per cento. «Tale circostanza si è venuta a determinare sia a causa dell’incremento complessivo dei detenuti presenti (sono 63.803, circa 300 in più rispetto a fine ottobre), sia per la contrazione di quasi 500 posti disponibili nell’ultimo mese». In particolare, dice ancora il Garante della Regione Lazio, «è motivo di particolare rammarico constatare che a fronte di ripetute e propagandate dichiarazioni di impegno da parte governativa, a fronte di una capienza ufficiale dichiarata – comunque insufficiente – di 51.250, i posti non disponibili a causa di un diffuso stato di degrado in gran parte degli istituti penitenziari hanno superato la soglia dei 5 mila». Accanto e parallelamente a questi andamenti «va registrato anche il trend crescente dei numeri delle persone sottoposte a misure penali restrittive della libertà nel nostro Paese che, a metà del mese di novembre, ha superato la soglia delle 100 mila unità attestandosi al 100.699. In termini assoluti negli 11 mesi di questo 2025, le persone sottoposte a misure restrittive della libertà sia in carcere che al di fuori di esso sono aumentate di oltre 9 mila unità. In termini percentuali il tasso registrato è stato del 5,6 per cento». Infine, a completare il quadro «vale la pena di ricordare che in 160 istituti sui 188 attivi nel nostro Paese il numero dei detenuti supera la soglia del 100 per cento sui posti effettivamente disponibili e che in 40 i tassi che si registrano sono addirittura superiori al 150 per cento».

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane è del 138,4 per cento (Ansa).

Le tempistiche del governo

Di fronte all’appello di La Russa, il governo ha scelto di rispondere negativamente, smentendo il presidente del Senato: «Stiamo lavorando perché da qui a due anni si affronti la questione del sovraffollamento carcerario», ha assicurato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha aggiunto: «Il gap esistente adesso, tra circa 53 mila disponibilità rispetto a quasi le 64 mila presenze, contiamo di colmarlo in due anni con un lavoro intenso». Nel frattempo si continuerà a morire di carcere. Oltretutto, su tempistiche e dati dell’edilizia detentiva c’è non poco da dire. La settimana scorsa si è tenuta la quarta riunione della cabina di regia per l’edilizia penitenziaria. Secondo quanto riferito dal governo, il programma 2025–2027 «conferma la realizzazione di 10.692 nuovi posti detentivi, così ripartiti: 2.636 posti a cura del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (DAP), 73 del Minorile (DGMC), 3.314 del MIT e 4.669 del Commissario straordinario». Il cronoprogramma prevede l’apertura di 864 posti nel 2025, 5.754 nel 2026 e 4.074 nel 2027, per un totale di 10.692 nuovi posti resi disponibili nel triennio. Dall’approvazione del Piano di Edilizia Penitenziaria da parte del Consiglio dei ministri del 22 luglio scorso, ha detto ancora il governo, sono state pubblicate tutte le gare di competenza del Commissario straordinario per il recupero di oltre 4 mila posti detentivi. «Sull’intera legislatura 2022–2027, l’obiettivo complessivo è fissato in 11.194 posti detentivi, includendo sia quelli già realizzati dall’ottobre 2022 sia quelli che verranno completati entro il 2027. Gli interventi programmati – che comprendono manutenzioni ordinarie e straordinarie, nuove realizzazioni e ampliamenti – interesseranno la quasi totalità degli istituti penitenziari del DAP (190) e degli istituti del sistema minorile (17), per un costo complessivo nel triennio di oltre 900 milioni di euro». Le cifre però vanno lette oltre la propaganda, osserva Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: «Al 31 ottobre 2022 i posti regolamentari erano 51.174 (al lordo dei posti non disponibili che erano allora e sono oggi intorno ai 4.500) e i detenuti presenti erano 56.225. Al 31 ottobre 2025 (dopo tre anni) i posti regolamentari sono 51.249 (al lordo dei posti non disponibili che continuano a essere intorno ai 4.500) e i detenuti presenti sono 63.493. Quindi, nei tre anni considerati i posti sono aumentati di 75, mentre i detenuti sono aumentati di 7.268». 

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Alfredo Mantovano (Imagoeconomica).

Un balletto di dichiarazioni sulla pelle di migliaia di detenuti

Eccoci qua, caro Mantovano. Ma eccoci qua anche caro La Russa. Alla fine la spiega bene il deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti, con la sua solita franchezza: «Sono incazzato nero… Il combinato disposto della sua (di La Russa, ndr) proposta e la smentita immediata del governo è da irresponsabili. Si illudono migliaia di persone che vivono in condizioni inumane». Inumane e degradanti, o meglio, degradate anche dalle illusioni della destra chiacchiere e distintivo.  

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti

Sotto il (poco) sole della Toscana, si ritroveranno tra venerdì, sabato e domenica le correnti nuove ed eventuali del Partito Democratico, riunite per l’occasione a Montepulciano e a Prato. Filo-schleiniani con tanto di Elly Schlein in carne e ossa in provincia di Siena, impegnati a «costruire l’alternativa». Riformisti in terra pratese con Giorgio Gori e Matteo Biffoni, dediti a innovare per competere (e viceversa).

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Sostenitori dem (Imagoeconomica).

I filo-Schlein di Franceschini &Co a Montepulciano

La ditta guidata da Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza alzerà il bandone nel pomeriggio alle 15.30, non più nella Sala della Contrada di Voltaia, diventata troppo piccola dopo le molte adesioni pervenute, bensì all’aperto, sotto una tensostruttura riscaldata, nei giardini di Poggiofanti. «Apertura lavori e dibattito», recita il programma («no, il dibattito no!», si direbbe in un film di Nanni Moretti), segue intervento di Gianrico Carofiglio, “Parole per una resistenza civile”, alle ore 19.30. Sabato si continuerà con: “I compiti dei progressisti nel disordine globale”; “Lo Stato di diritto, verso il referendum costituzionale”; “Crescere, insieme. Contrastare il declino dell’Italia e le diseguaglianze”; “Le forme della partecipazione, il nuovo Partito Democratico”; “Oltre i confini. Una Patria chiamata Repubblica”, con Michela Ponzani, ospite fissa di La7. Domenica il gran finale con Schlein alle 12.30, accompagnata dalla segreteria nazionale ma anche dalla segreteria toscana del Pd, che proprio in questi giorni ha deciso di autoriformarsi.

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Dario Franceschini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La crisi a Firenze e il rinnovo della segreteria regionale

La vittoria di Eugenio Giani ha infatti portato con sé anche non poche ombre, a partire dal risultato del Pd a Firenze parecchio sotto le aspettative, per non parlare del fatto che nella mitologica provincia, nella Piana, non è stato eletto neanche un consigliere regionale di centrosinistra. Sicché, Emiliano Fossi, deputato, segretario regionale, per evitare il commissariamento di Marco Furfaro, deputato, responsabile delle iniziative politiche del Pd nazionale (commissariamento che qualcuno in realtà sostiene nei fatti già esserci stato) ha deciso di azzerare l’attuale segreteria: «Il 6 dicembre abbiamo convocato la direzione regionale e lì porterò le linee guida per la nuova segreteria che costruiremo entro Natale puntando su esperienze, amministratori e novità, fuori e oltre le correnti», ha detto all’edizione fiorentina di Repubblica. «Faremo una nuova segreteria. E partirà una fase 2. Un partito nuovo, aperto e all’altezza delle sfide, comprese le amministrative 2026 per cui siamo già a lavoro: con il centrosinistra ci riprenderemo i Comuni in mano alla destra». E auguri. 

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Emiliano Fossi (da Fb).

A Prato nuova tappa del tour riformista

A Prato, sabato, dalle 10 in poi, al teatro Garibaldi, si ritrovano invece i riformisti, già in tour italiano da un mese, pronti a ospitare, tra gli altri, Lucia Aleotti, Marco Bentivogli, Claudio Bettazzi, Andrea Bontempi, Marco Buti e Tommaso Nannicini. Conclusioni di Biffoni, mister 22.155 preferenze in Consiglio regionale, e Gori, europarlamentare, vicepresidente della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia.  

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Dopo tre anni di pax armata, riprendono forza le correnti

Insomma: dopo quasi tre anni di segreteria Schlein (era il 26 febbraio 2023) e di pace armata, il Pd ha ricominciato a dibattere, persino a litigare. Quasi come un tempo, quando l’iniziativa politica del leader di turno veniva criticamente accompagnata da scazzi, dichiarazioni quotidiane, interviste, manifestazioni e contromanifestazioni, post sui social. Al contempo, sono rinate le correnti, che non sono una parolaccia, né un’invenzione dei tempi nostri. La Dc era costruita sulle componenti dei leader. C’era Iniziativa Democratica di Amintore Fanfani, c’era Primavera di Giulio Andreotti, c’era Centrismo Popolare di Mario Scelba, e via così. D’altronde, le correnti servono. Lo ha scritto una volta sul quotidiano Europa Antonio Funiciello, già capo dello staff di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio: «Sono indispensabili. E non c’è niente di male se costruiscono protezione tra i correntisti, purché questi siano legati da un vissuto culturale comune». Le correnti «costituiscono naturalmente un sistema di convenienze reciproche fondato su convinzioni condivise. Le filiere, viceversa, costruiscono un sistema di convinzioni fondato su convenienze». Nel Pd chi fa parte di una corrente si schermisce e dice di non voler far parte di correnti e accusa gli avversari di far parte di una corrente. È tutta una catena di affetti che nessuno può spezzare. 

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il campo largo alle prese con il nodo della leadership

Resta da capire dove condurrà questo nuovo gigantografico e ritrovato dibattito interno al Pd. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo – a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese – rischia di essere esiziale. Così come esiziale, nel campo largo, resta il problema della leadership. In questi tre anni di segreteria Schlein sono successe molte cose. Compresa la recente vittoria di Zohran Mamdani a New York che ha riaperto, a sinistra, la stagione della ricerca della guida politica. «Fare come Zohran» sembra diventato il nuovo imperativo morale dei progressisti di casa nostra, convinti che basti replicare modelli che hanno trionfato all’estero per tornare al governo in Italia. 

Gli aspiranti capi del centrosinistra

Sicché: chi lo fa il prossimo capo del campo largo? Il centrosinistra farà le primarie per individuarlo? Domande che ci domandiamo. Richierebbero peraltro di essere delle primarie piuttosto affollate. C’è Schlein, certo, che non deve guardarsi solo dai compagni di partito; c’è infatti anche un “nuovo” avversario che si sta attrezzando per le elezioni politiche del 2027. Ed è l’alleato Giuseppe Conte, che anzitutto ha un vantaggio competitivo invidiabile: il M5s ha solo un leader riconosciuto ed è lui. Ci sono poi i sindaci aspiranti leader nazionali, dalla sindaca di Genova, Silvia Salis, al sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Tutti in procinto di fare qualcosa. Convegni, riunioni, movimenti civici, petizioni, assemblee, iniziative. Tutto un convergere, un urgere, tutto un dibattere, un ricostruire, un lanciare alternative. Il Pd ha egemonizzato almeno la fase nannimorettiana del campo largo. 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd

La contraerea riformista nel Pd è appena iniziata. Segnatevi questi due nomi, arrivano dalla Toscana, terra che sta dando molta soddisfazione ai cronisti foresti (cioè i non toscani) che si occupano di politica. Sono due neoconsiglieri regionali, rimasti esclusi dalla Giunta di Eugenio Giani: Matteo Biffoni, 22.155 preferenze, e Brenda Barnini, 13.682 preferenze. Il primo, ex sindaco di Prato, ha organizzato un altro appuntamento del tour riformista italiano. Dopo Milano con Giorgio Gori e Pina Picierno, c’è infatti un’altra data: 29 novembre, al Garibaldi Milleventi di Prato, alle ore 10. “Innovare per competere. Le nuove sfide della manifattura”. «Conta esserci», dice Filippo Sensi che chiama a raccolta i RAB, Riformisti Alternativi a Bonaccini: Gori, Picierno, Simona Malpezzi, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Sandra Zampa, Walter Verini, Lorenzo Guerini, Graziano Delrio.

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Eugenio Giani con Matteo Biffoni (da FB).

Il tour riformista in risposta all’appuntamento di Montepulciano

Non è che un altro debutto. Il tour proseguirà. Ogni città un tema. Una risposta alle accuse di Stefano Bonaccini di fare i riformisti da Palazzo, se non da strapazzo. Una risposta alla riunione di Montepulciano, provincia di Siena, con la riedizione del Correntone, con Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza, nello stesso fine settimana (28-30 novembre): fedeli alla segretaria, sì, ma fino a prova contraria. Una risposta, quella di Biffoni, anche all’esclusione dalla Giunta e la nomina a presidente della Commissione Sanità. Un po’ poco per uno che in varie occasioni era stato persino indicato come possibile candidato presidente alle elezioni regionali. Un po’ poco anche per il record di preferenze preso in un territorio che negli ultimi anni è stato funestato da inchieste, alluvioni, calamità politico-giudiziarie, scandali, polemiche su affiliazioni massoniche. Biffoni in campagna elettorale l’aveva presa di punta, con la storia dell’orgoglio pratese ferito. Una campagna che ha funzionato, anche dal punto di vista mediatico. Ma non è bastata a entrare nella Giunta Schlein con un po’ di Giani dentro. «Se nella valutazione conta la residenza non so…», ha detto Biffoni in un’intervista alla Nazione: «Dico che ho fatto il consigliere comunale dal 2004, il parlamentare, il sindaco per 10 anni, il presidente della Provincia e dell’Anci Toscana. Ho preso 22.155 preferenze: questo è quello che metto a disposizione della mia città. Evidentemente si è ritenuto non sufficiente per entrare». Forse Biffoni ha scontato l’appartenenza all’area riformista? «Sconto più che altro il carattere, forse…», ha risposto lui. «Fino a prova contraria anche Giani fa parte di questo mondo, almeno per come l’ho capita io. Ma credo che siamo già oltre quella fase. Resta il fatto che, per quanto ne so, non era mai successo nella storia che chi arriva primo per preferenze non entra in Giunta». 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Brenda Barnini (da Fb).

Barnini e Biffoni per ora hanno incassato, ma tra cinque anni…

L’altro nome da segnare sul taccuino è quello di Brenda Barnini, ex sindaca di Empoli, già allieva dell’ex segretario regionale e deputato dalemiano Andrea Manciulli. Non ama alzare la voce, le sue dichiarazioni critiche sul Pd sono sempre poche e molto calibrate. Una l’ha fatta pochi giorni fa dopo l’esclusione dalla Giunta (parzialmente ricompensata con la nomina a presidente della Commissione che si occupa di sviluppo economico e lavoro): «In questi giorni ho ricevuto una quantità incalcolabile di messaggi, telefonate che mi hanno testimoniato stima, fiducia e allo stesso tempo delusione per la mancata nomina nella Giunta regionale. Ringrazio ciascuno di voi e so che le mie risposte educate non sempre avranno soddisfatto il vostro legittimo disappunto. Ciò che più mi preoccupa di questa ondata di affetto e sconcerto non ha però niente a che fare con la mia persona, ma con il rischio ahimè molto concreto che alcune scelte poco comprensibili per i cittadini e gli elettori facciano perdere di credibilità alla politica e in questo caso alle istituzioni». Per ora, insomma, Biffoni e Barnini hanno incassato lo stop di Giani, ma non rimangono in attesa degli eventi. D’altronde sono sufficientemente esperti da sapere che in politica la ruota gira e che fra cinque anni ci sarà da trovare un nuovo presidente di Regione, perché Giani sarà diventato come Michele Emiliano, Vincenzo De Luca e Luca Zaia: un venerato maestro del secondo mandato. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano

C’è un po’ di Giani in questa Giunta Schlein. La Regione Toscana è davvero il laboratorio della segreteria nazionale del Partito Democratico, quello dove poter fare gli esperimenti di Giunta migliori, altrove impossibili. Dove la ritrovi infatti una Regione in cui il presidente pur di ottenere la ricandidatura è disposto a venire a patti con se stesso fino a snaturarsi, una Regione dove il Pd può essere generosamente e testardamente unitario, consentendo al M5s di poter finalmente governare la Toscana, insieme a Avs e Casa Riformista, il sogno del campo largo finalmente compiuto, il socialismo democratico applicato prima ancora che Zohran Mamdani abbia preso servizio nella Grande Mela. In Toscana infatti la coalizione può essere accontentata facilmente; un assessore a Conte, uno a Bonelli-Fratoianni, uno a Renzi, il resto al Pd che già si è sacrificato molto perdendo sette consiglieri regionali rispetto a quelli eletti nel 2020. È il Pd a fare coalizione a sé, con tutte quelle anime e componenti che la tengono in piedi. Il Pd è la coalizione delle correnti di se stesso. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Sara Furnaro, Ely Schlein ed Eugenio Giani (Da Fb).

Mia Diop e la folgorazione per Elly Schlein

È in Toscana insomma che si può compiere l’operazione di ingegneria politico-istituzionale di mettere alla vicepresidenza della Regione una giovane studentessa di Scienze Politiche, Mia Diop, classe 2002, fin qui consigliera comunale a Livorno e poco più. Mozione Schlein, certamente: «Elly Schlein ha rappresentato tutte quelle persone che erano molto critiche verso il Pd su alcuni temi. A un certo punto hanno detto: “Oh,­ finalmente c’è qualcuno che ne parla”. Ha parlato, per esempio, della formazione dei giovani. Io non avevo mai sentito dire, da parte di un segretario, che c’è necessità di formare le nuove generazioni», disse Diop nel 2023 in un’intervista per Quale Pd (Laterza). «Anche attraverso una scuola di formazione di partito. Sono tutte cose che si pensano in privato, ma poi in pubblico non le dice nessuno. Un’altra cosa che ho apprezzato, e che secondo me ha fatto presa su tanti, è che fin da subito Schlein non ha mai voluto creare una gerarchia fra diritti civili e sociali. Sono anzi due elementi inscindibili fra di loro, che possono e devono coesistere. Infine, punta davvero sui giovani. Certo, il dialogo con i giovani c’è stato anche prima, ma finora era mancato un progetto condiviso. Schlein ha voluto un ricambio vero sia in Direzione sia in Assemblea, non ascoltando le correnti. Io stessa ho sempre fatto politica nella giovanile del partito senza mai far parte di correnti».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Mia Diop con Eugenio Giani (da Instagram).

Il fuoco amico dei riformisti dem

Poi però anche lei è entrata a far parte della corrente di maggioranza schleiniana. I riformisti del Pd le contestano, fra le altre cose, la mancanza d’esperienza necessaria a governare una Regione. «Essere nominata vicepresidente della Toscana a 23 anni significa anche questo: non è vero che i giovani devono aspettare il loro turno, come sostengono quelli che ci vorrebbero tener lontani da tutto. La verità è che il turno non arriva mai, se non siamo noi a prendercelo», replica lei. Molto vicina a Marco Furfaro e a Emiliano Fossi, Diop risponde all’esigenza prioritaria di Schlein di iniziare ad avere finalmente una classe dirigente a sua immagine e somiglianza che stia saldamente nel Palazzo, che abbia rappresentanza nelle amministrazioni, nei Consigli regionali, in Parlamento. A New York Mamdani, a Firenze – via Livorno – Diop.

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Marco Furfaro con Mia Diop (da Instagram).

L’attacco di Vannacci (che ha piazzato in Consiglio il suo assistente)

La destra ne ha subito approfittato per farsi riconoscere. «Nel suo caso, nessuna esperienza e nessun curriculum sono richiesti per ricoprire il delicato e prestigioso incarico conferitole. Sono sufficienti la sua tessera del partito (Pd) e la pelle nera», ha detto Roberto Vannacci, che è riuscito a piazzare in Consiglio regionale – grazie al listino bloccato – il suo assistente parlamentare, Massimiliano Simoni. Pronta la risposta di Fossi, deputato e segretario regionale dem: «Le parole di Roberto Vannacci contro Mia Diop sono un attacco vergognoso e razzista che nulla ha a che vedere con la politica. Offendere la vicepresidente della Regione per il colore della pelle e per l’età è indegno di chi ricopre incarichi pubblici e rivela il livello a cui la destra vuole trascinare il dibattito. Mia Diop è stata scelta per capacità, impegno e responsabilità». In Toscana, ha detto ancora Fossi, «non si giudicano le persone per la provenienza e non si accetta che una giovane donna impegnata nelle istituzioni venga usata come bersaglio propagandistico da chi cerca visibilità insultando gli altri. Il vero problema non è la competenza, ma chi trasforma il razzismo in argomento politico».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Roberto Vannacci (Ansa).

Le conferme schleiniane della Giunta Giani

La novità Diop è accompagnata anche da diverse conferme della nuova Giunta Giani. Sono state confermate infatti Alessandra Nardini, schleiniana molto vicina ad Andrea Orlando, fin qui assessora all’Istruzione (qualche giorno fa si è fatta notare per aver bollato come maschiliste le critiche politiche di Romano Prodi, Arturo Parisi e Luigi Zanda a Schlein), e Monia Monni, pure lei schleiniana, che avrà la delega alla Sanità, una delle cariche più importanti visto il peso nel bilancio regionale, e che nella precedente Giunta aveva ricoperto l’incarico di assessore all’Ambiente. Una Giunta zohraniana.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani

Zohran Mamdani ha appena vinto le elezioni a New York e già è fonte di ispirazione per la sinistra italiana tutta, pure per quella interregionale. Tutti l’hanno visto arrivare, Mamdani, tant’è che i tweet erano già rodati, pronti, impacchettati, troppo perfetti nei loro cliché. Non c’è nemmeno bisogno di citare gli originali, ché tanto sono tutti uguali: “ah, la sinistra che quando fa la sinistra vince e convince…”. Mamdani, un passato da rapper che riemerge dai social (nel 2017, a 26 anni, pubblicava su Soundcloud Salaam, «a song about being Muslim in America today», una canzone sull’essere musulmani in America oggi), classe 1991, primo musulmano a fare il sindaco di New York, è assurto a eroe del giorno se non della settimana, se non del mese, dei progressisti italiani, già pronti a importare il Modello Numero 4: Giuditta (variante Socialista Democratico) anche dalle nostre parti.

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Mamdani eroe a sua insaputa di chi deve vincere in Campania e Puglia

Ancora una volta insomma la sinistra italiana trionfa per interposto leader; un tempo era Barack Obama, punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti mondiali, quasi più di Giuseppe Conte, oggi tocca a Mamdani caricarsi sulle spalle una responsabilità che non si è preso. Eroe a sua insaputa di chi deve vincere ora in Campania e in Puglia (in Veneto? Non scherziamo) per non dichiarare bancarotta prima del referendum costituzionale sulla Giustizia e prima delle elezioni politiche del 2027.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Giuseppe Conte e il candidato alla presidenza della Regione Campania Roberto Fico (Imagoeconomica).

Un eroe con un limite di prospettiva non indifferente: non potrà mai diventare presidente degli Stati Uniti d’America, perché è nato in Uganda, e se sei nato all’estero non puoi diventare il capo del mondo libero, lo dice la legge. Ma chissenefrega, dicono i neo socialisti democratici di casa nostra già convertiti allo Zorhanesimo, ha vinto uno che propone autobus gratis e affitti calmierati (e bon, sarà interessante vedere come metterà in pratica quanto promesso in campagna elettorale e che fine faranno le ambiguità su Israele che sono emerse in questi mesi, tenuto conto che a New York c’è una folta e divisa comunità ebraica; dettagli). Insomma non possiamo avere Bernie Sanders alla Casa Bianca, ma vuoi mettere uno che ci riscatta tutti, e che finalmente ha vinto qualcosa usando questo TikTok? 

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Zohran Mamdani tra Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders (Imagoeconomica).

Il neo sindaco ora dovrà vedersela con Trump

Jonathan Lemire su The Atlantic ha scritto che «forse nessuno è stato più felice della sua elezione del presidente Donald Trump». Il padre dello sconfitto Andrew Cuomo, Mario, ex governatore di New York, ha affermato: «Si fa campagna elettorale in poesia; si governa in prosa». E Mamdani, ha chiosato The Atlantic, «dovrà presto rinunciare alla sua nobile retorica per il duro lavoro municipale di garantire la sicurezza pubblica, spalare la neve dopo le tempeste e affrontare la crescente disuguaglianza di reddito. I precedenti sindaci di New York, naturalmente, hanno dovuto assumersi questi compiti, ma Mamdani dovrà anche affrontare una sfida unica per lui: una guerra incombente con il presidente degli Stati Uniti, lui stesso newyorkese». Lo scontro non sarà mai elettoralmente diretto (uno nato in Uganda, appunto, l’altro al secondo mandato con molte speculazioni su un per ora impossibile terzo mandato) ma riguarderà i fondi federali: New York deve ricevere nel 2026 7,4 miliardi di dollari, pari al 6,4 per cento della spesa totale. «I fondi federali coprono anche una quota maggiore dei servizi essenziali che la città offre ai suoi residenti più vulnerabili, come l’istruzione, i servizi sociali e gli alloggi», c’è scritto in un’analisi dell’Ufficio del Revisore dei Conti dello Stato di New York. La quota più grande va al dipartimento dell’Istruzione della città, che riceve oltre 2 miliardi di dollari dal governo federale, il 6,2 per cento del budget totale del dipartimento; al secondo posto c’è il dipartimento dei servizi sociali, che ottiene 1,5 miliardi di dollari, pari al 13,3 per cento del proprio budget, dal governo federale.

Mamdani, eroe a sua insaputa dei progressisti nostrani
Donald Trump (Ansa).

«Turn the volume up» che la sfida adesso è in Italia

Per il neo-sindaco Mamdani, che entrerà in carica il primo gennaio 2026 e lavorerà, adesso, insieme al suo transition team composto di sole donne, non sarà semplice avere a che fare con Trump, soprattutto dopo averlo sfidato apertamente nel suo discorso da vincitore: «So, Donald Trump, since I know you’re watching, I have four words for you: turn the volume up» («so che ci stai guardando, alza il volume»). Alza il volume, Donald, ché ora la sfida di Mamdani si sentirà forte pure in qualche remoto paesino della Campania, della Puglia (e del Veneto). 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?

Molto si discute nel Pd dopo anni di pacificazione interna, una sorta di narcosi del dibattito pubblico successiva alla vittoria di Elly Schlein nel 2023. Ma ogni limite ha la sua pazienza e anche nel Pd, partito abituato a discutere in pubblico fino al logoramento, la pazienza è finita. I riformisti si ritrovano un po’ dappertutto: una settimana fa a Milano, ora a Livorno. Ma la questione è più ampia del dibattito, invero non nuovo, fra chi ha vinto e chi ha perso le primarie tre anni fa. E sembra riguardare la capacità di governo del Pd. Finché si tratta di vincere le elezioni regionali in Toscana, le difficoltà non si presentano, nemmeno quelle riguardanti l’armonizzazione dei partiti del campo largo. Il problema è un altro: Elly Schlein è pronta o in grado di governare l’Italia? 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Pina Picierno (Imagoeconomica).

La segretaria non è riuscita a definire un’identità condivisa

Qui le risposte potrebbero divergere e a sentire Romano Prodi – scambiato dal wokismo nostrano per il solito maschio bianco eccetera eccetera – pare proprio di no. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo — a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese — rischia di essere esiziale. Il punto è che il Pd continua a oscillare tra due anime. Quella più movimentista e quella più tradizionale. Due mondi che convivono a fatica e che spesso si guardano con sospetto reciproco. Le parole di Prodi, ma anche quelle di Arturo Parisi e di Luigi Zanda, sollevano i dubbi di chi pensa che il Pd, con questa leadership, non sia davvero pronto a tornare al governo del Paese. È un dubbio legittimo, non un attacco sessista. Ed è un tema politico serio, che meriterebbe una risposta politica, non ideologica.

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Romano Prodi (Imagoeconomica).

Il pluralismo è nel dna del Pd

Schlein, invece, tende a leggere ogni dissenso come un’offesa personale o, peggio, come un atto di sabotaggio. È una strategia che può funzionare finché i sondaggi tengono, ma rischia di ritorcersi contro quando la tensione elettorale salirà, come sta già succedendo adesso. Perché il consenso interno, quando è costituito dal silenzio, non è mai un consenso stabile. E oggi, nel Partito Democratico, la domanda più urgente non è se Elly Schlein sia donna o giovane o libera. La domanda è se sia davvero pronta a guidare un partito che, per sua natura, non può vivere senza pluralismo. Persino nel vecchio Pd renziano il pluralismo era presente, nonostante le accuse di centralismo democratico rignanese o di uomo solo al comando. L’alleanza con il M5s è diventata, paradossalmente, l’ultimo dei problemi, soppiantato da questioni esiziali come quella della leadership. Il che, attenzione, vale anche per l’alternativa a Schlein, almeno fin qui, cioè Stefano Bonaccini.

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

La falla di Bonaccini

Lo sconfitto delle primarie ha privilegiato un atteggiamento consociativo nei confronti dell’attuale segreteria cercando di tenere insieme tutto. Giorgio Gori, in un’intervista per Quale Pd, pubblicato da Laterza nel 2023, aveva già individuato la falla bonacciniana della sua campagna elettorale: «L’idea che mi sono fatto – lo dico sapendo che non avrei saputo fare meglio – è che [Stefano Bonaccini] abbia pensato di poter vincere le primarie mettendo insieme tanti pezzi; che però, proprio perché erano tanti e diversi tra loro, non era facile condensare intorno a una posizione sufficientemente netta e riconoscibile. Se tieni dentro Brando Benifei e Vincenzo De Luca, il sottoscritto e Michele Emiliano, e in più vuoi evitare di scoprirti a sinistra, il rischio è che la proposta manchi di incisività. A tratti Stefano è parso un po’ timido, desideroso di smussare, preoccupato di non scontentare più che di convincere. Durante la competizione ho pensato che facesse bene; col senno di poi credo invece che posizioni più nette avrebbero più facilmente innescato la passione e la mobilitazione di cui ci sarebbe stato bisogno, e che invece sono mancate». In tre anni non è cambiato niente, e i problemi sono tutti lì. Iniziano con la “l” e finiscono con “eadership”. 

Elly Schlein sarebbe pronta a governare l’Italia?
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Non si era mai visto nell’ultimo partito leninista rimasto in Italia, la Lega di Matteo Salvini, un tale livello di insoddisfazione. Forse nemmeno quando l’attuale segretario prese il potere rottamando Umberto Bossi, travolto dall’età, dal malessere e dalle vicende politico-giudiziarie. Lo stile della casa è sempre stato un altro rispetto al Partito democratico, dove i panni si lavano in pubblico – un’ostensione quotidiana di cenci volanti, ovviamente prima che arrivasse Elly Schlein alla guida – grazie a dichiarazioni social e interviste e convegni.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Le colpe per la disastrosa campagna elettorale in Toscana

A far rompere l’ordine e la disciplina del Carroccio ci ha pensato Roberto Vannacci, generale in pensione con la passione per le incursioni. L’autore di bestseller della destra italiana, diventato vicesegretario federale, è stato anche responsabile della campagna elettorale in Toscana, invero disastrosa. Sarebbe naturalmente ingeneroso attribuire tutta la responsabilità al Gip (Generale in pensione) Vannacci per i mali della Lega, partito che ha cercato l’evoluzione da etno-regionalista a nazionale e nazionalista riuscendoci solo in parte.

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Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Il salvatore della patria che non poteva permetterselo per davvero

Ma sarebbe pure fin troppo generoso non vedere che Vannacci si è auto-trasformato in salvatore della patria senza poterselo permettere per davvero. Non sapremo mai se l’effetto Vannacci esista o sia un’illusione ottica. Fatto sta che nella Lega ormai lo possono davvero sopportare in pochissimi. Da Luca Zaia ad Attilio Fontana passando per Gian Marco Centinaio, è lunga la lista di leghisti di peso ad avercelo sul gozzo.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini

Ribattezzato “Generale Badoglio”, ma qualcuno suggerisce “Generale Cadorna”

Sembra averlo capito persino Salvini, che in questi mesi è stato sollecitato da diversi esponenti leghisti sull’argomento. Susanna Ceccardi, europarlamentare, già candidata alle elezioni regionali in Toscana nel 2020, ha più volte spiegato al suo segretario che Vannacci – che nella Lega è stato ribattezzato “Generale Badoglio”, anche se qualcuno suggerisce che sarebbe meglio chiamarlo “Generale Cadorna” – è soltanto un peso per il Carroccio. In diversi, spinti dalle pulsioni identitarie di Vannacci per la Decima Mas, hanno persino rispolverato il vecchio e leggendario antifascismo di Bossi, che ai tempi tuonava contro Jean-Marie Le Pen. Invece Salvini, parecchi anni dopo, stringeva accordi con la figlia Marine.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Susanna Ceccardi (Ansa).

Nell’ultima riunione del Consiglio federale, al quale Vannacci non s’è presentato (e non è neanche la prima volta), è stato deciso che i Team Vannacci non potranno fare concorrenza politica alla Lega e dovranno limitarsi ad attività meramente culturali (anche se lui vuole tirare dritto e ha detto che «l’azione e l’impegno dei team va avanti senza esitazione, come prima e più di prima»).

Farà la fine di Flavio Tosi, normalizzato e poi buttato fuori?

La verità è che nessuno ormai è in grado di bloccare lo strapotere vannacciano. Magari un giorno, chissà quando, Vannacci farà la fine di Flavio Tosi, che pure era un leghista vero e non importato, verrà normalizzato e buttato fuori. Non adesso però, con tutti questi appuntamenti elettorali regionali. Non adesso che Vannacci ha già portato a casa dei risultati per sé.

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Flavio Tosi ai tempi della Lega, nel 2013 (foto Ansa).

Il tentativo di vannaccizzare la Lega non sta funzionando

In Toscana è riuscito a far eleggere il suo assistente parlamentare, Massimiliano Simoni, ex finiano di cui la nostra rubrica Pigiama Palazzi si è già occupata. È, al momento, l’unico consigliere regionale che la Lega ha eletto in Toscana. Anche altrove il generale in pensione ha provato a vannaccizzare la Lega, inserendo nelle liste nomi di fiducia del suo “Mondo al contrario”. In Veneto, dove si vota il 23 e 24 novembre, non c’è spazio per incursioni, ha spiegato alla Cronaca di Verona il segretario provinciale Paolo Borchia, eurodeputato molto vicino a Salvini: «Toscana e Veneto sono partite molto distinte, diverse. Noi abbiamo liste con molti sindaci e amministratori, abbiamo una classe dirigente di alto livello, tanti consiglieri regionali uscenti che hanno fatto bene».

Vannacci lo spacca-Lega: i malumori interni che agitano Salvini
Roberto Vannacci, Matteo Salvini e Massimiliano Simoni (da Fb).

L’elettorato non vuole fare a meno degli stilemi comunicativi populisti

Vannacci però rivendica di aver preso 72 mila voti in Veneto alle Europee del 2024, a dimostrazione del fatto che a non volerlo non è il popolo, semmai i vecchi tromboni attaccati alle poltrone. Decisamente più preferenze di quelle di Borchia, arrivato secondo con 20.500. Finché è presente, nella Lega, e finché è vicesegretario federale, Vannacci potrà agilmente dimostrare che, almeno dal punto di vista personale, non è secondo nemmeno a se stesso. D’altronde la logica della rottamazione e del tutti a casa ha sempre un certo fascino sull’elettorato, che non sembra più poter fare a meno degli stilemi comunicativi populisti.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing

La Toscana, dove ha appena rivinto Eugenelly Giani, non è la certificazione della riuscita del progetto politico altrimenti noto come campo largo. Non ancora, quantomeno. Anche perché il CL adesso dovrà confrontarsi con l’onere della prova di governo, che è altra cosa. Non è per il momento chiaro che cosa tenga insieme Pd e M5s, Avs e Casa Riformista, al di là di un antimelonismo di maniera.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Elly Schlein con Eugenio Giani (Ansa).

Ora gli alleati reclamano spazi in Giunta

Al centrosinistra d’altronde manca, a livello nazionale, tutto ciò che ha il destra centro: una leadership riconosciuta, collante della coalizione ed elemento di stabilizzazione delle pulsioni identitarie dei singoli partiti. Che poi è il ruolo di Giani in Regione, dove si trova una maggioranza con il Pd indebolito nei numeri (passa da 22 consiglieri del 2020 a 15) e accerchiato dagli alleati (3 di Avs, 2 del M5S, 4 della lista Eugenio Giani Presidente Casa Riformista), che adesso reclamano spazi in Giunta. Dei 15 eletti del Pd, 7 sono riformisti (Filippo Boni, Brenda Barnini, Leonardo Marras, Mario Puppa, Antonio Mazzeo, Bernard Dika, Matteo Biffoni), 7 sono schleiniani (Serena Spinelli, Alessandro Franchi, Gianni Lorenzetti, Alessandra Nardini, Simone Bezzini) uno è vicino a Dario Nardella (Andrea Vannucci).

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
La presidenza della Giunta regionale toscana (Imagoeconomica).

La lotta per le poltrone (non per i gianiani di ferro)

Venerdì pomeriggio il neo vecchio presidente festeggerà la vittoria al Teatro Puccini di Firenze. Intorno a lui ci saranno un bel po’ di aspiranti assessori, visto che Giani ama promettere un ruolo a tutti: «Ti vedrei bene come…». Il problema è che le terga sono troppe per le seggiole a disposizione, sicché gli scontenti non mancheranno. Non, tuttavia, tra i gianiani di ferro, che stanno conquistando spazi notevoli. Bernard Dika, 27 anni, finora portavoce del presidente, si è candidato nel collegio di Pistoia e ha preso 14.282 voti, il secondo più votato (prima di lui c’è Matteo Biffoni, ex sindaco di Prato, con 22.155 preferenze). Cristina Manetti, giornalista, fin qui capo gabinetto di Giani, presidente del Museo Casa di Dante e ideatrice della “Toscana delle donne” potrebbe sbarcare in Giunta (forse con una delega alla Cultura). Agli altri, invece, toccherà la lotta nel fango.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Bernard Dika (Imagoeconomica).

Il Cencelli geografico e politico del governatore

Non è detto infatti che Giani privilegi il criterio in base al quale chi ha preso più voti entra in Giunta. Se fosse così, Biffoni avrebbe diritto a un posto di peso. Di nomi, comunque, ne girano parecchi in questi giorni. Alcuni più probabili di altri. D’altronde è tutta una questione geografica – il campanilismo toscano non ammette errori – e politica, nel senso di equilibrio tra le correnti e tra i partiti. Come non accontentare d’altronde Avs, che porta in dote al campo largo il 7,01 e ha da spendere almeno il nome di Lorenzo Falchi, sindaco di Sesto Fiorentino, capo di Sinistra Italiana in Toscana, inventore del boicottaggio – poi copiato da altri – dei prodotti israeliani nelle farmacie comunali. Come non accontentare il M5s, che “forte” del suo 4,34 per cento governerà la Toscana con i voti del Pd. La coordinatrice Irene Galletti avrà bisogno di un posto in Giunta. Così come Stefania Saccardi, volto gentile del renzismo, per conto di Casa Riformista.

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Stefania Saccardi (Imagoeconomica).

Funaro alle prese con la crisi del Pd fiorentino

Ma particolare attenzione dovrà essere dedicata da Giani anche a quel che sta accadendo nel Pd. Soprattutto nel Pd fiorentino, che è riuscito a far eleggere un solo consigliere regionale, vantando il peggior risultato di tutti i collegi toscani: 27,76 per cento. Al punto tale che anche la sindaca di Firenze, Sara Funaro, ha ammesso che qualcosa non va: «Su Firenze rispetto alle Comunali abbiamo perso il 3 per cento come Pd, questo ci porta a una riflessione, a un’analisi più approfondita, consapevoli che ci sono dei temi in città da affrontare. Avvieremo questa riflessione nei prossimi giorni e poi prenderemo le decisioni e le scelte politiche che ne conseguono». In città, ha detto ancora la sindaca, «sappiamo benissimo che ci sono problematiche, a partire dai cantieri, la sicurezza e tante altre questioni ma sono abituata a guardare, analizzare, approfondire e prendere le decisioni conseguenti». Forse volerà qualche cenciata nel Pd fiorentino nelle prossime settimane. 

Toscana, Giani e il risiko della Giunta tra Pd in calo e alleati in pressing
Sara Funaro (Imagoeconomica).