Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni

Cinquantacinque. Sessanta. Sessantacinque. Non sono i numeri del lotto, ma sono, rispettivamente, i nuovi reati, le aggravanti e gli aumenti di pena introdotti dal governo Meloni (il conteggio è di Antigone, che ha appena presentato il suo nuovo rapporto sulle condizioni di vita, e purtroppo di morte, in carcere). E dire che alla guida del ministero della Giustizia ci sarebbe un liberale; al prossimo giro metteteci direttamente Matteo Salvini.

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1 per cento

«Le carceri italiane sono oggi più affollate, più chiuse e il governo continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria, con i numeri che raccontano il fallimento di questo approccio», dice Antigone. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti (che però si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili): «Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1 per cento. Sono ormai 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150 per cento, mentre in otto carceri si supera addirittura il 200 per cento. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia». Nonostante il governo abbia annunciato da tempo un piano carceri, «i posti realmente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità dall’avvio del piano stesso. Nel frattempo, dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute». Numeri superiori a quelli che portarono alla condanna dell’Italia nella Sentenza Torreggiani, quando i ricorsi presentati furono circa 4 mila. 

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).

Il mancato reinserimento produce solo più insicurezza

L’aumento delle presenze, peraltro, non dipende da un aumento della criminalità: «I reati in Italia restano sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8 per cento. Calano anche gli ingressi in carcere e continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare, che oggi riguarda il 24,1 per cento delle persone detenute». A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo. «Ma soprattutto il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere», dice ancora l’associazione guidata da Patrizio Gonnella. «Oggi solo il 40,8 per cento delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9 per cento è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6 per cento da cinque a nove volte. Il 2,7 per cento addirittura più di 10 volte. È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce e, di conseguenza, produce solo più insicurezza».

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
Immagine realizzata con l’Ia (Imagoeconomica).

I fatti di Modena hanno ridato fiato alla propaganda

Il diritto penale è, o dovrebbe essere, una risorsa scarsa. Invece c’è chi vorrebbe abusarne. Come la Lega nei giorni scorsi, dopo i fatti di Modena. Il partito di Matteo Salvini, in piena campagna elettorale per le Politiche – un po’ come tutti a dire il vero – incalzato dalla costante presenza di Roberto Vannacci, che scippa voti e parlamentari alla Lega, se n’è uscito con la proposta di rivedere (di nuovo) la legge sulla cittadinanza, articolo 10 bis della legge 91 del 1992 già modificato dal ddl sicurezza del 2025. Dopo la tentata strage per cui è accusato Salim El Koudri, Salvini vorrebbe allargare le possibilità di revoca della cittadinanza, per ora prevista per, fra l’altro, condanne passate in giudicato per terrorismo. È probabile che la proposta di modifica, già bocciata dal resto del governo, si areni nel regno delle paccottiglie retorico-populistiche. Ma è altrettanto probabile che al prossimo episodio di cronaca utile, Salvini proporrà nuove strette. Non sappiamo ancora niente di El Koudri – qual è il movente? – ma sappiamo che fra il 2022 e il 2024 è stato in cura per un disturbo mentale. Forse è facile dargli del pazzo e chiuderla lì, ma l’ipotesi degli psichiatri (Alessandro Bertolino, professore ordinario di Psichiatria dell’Università di Bari e direttore del Dipartimento di Neuroscienze della stessa università) è che il comportamento di El Koudri sia compatibile non tanto con il disturbo schizoide di personalità di cui è affetto quanto con la sospensione dei farmaci. Insomma, potrebbe non essere la “cittadinanza” il punto di caduta del dibattito.

Carceri, il fallimento della linea securitaria del governo Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

In quel caso la Lega potrebbe essere utile con una nuova protesta: potrebbe protestare contro il governo di cui fa parte e chiedere di aumentare le spese per la salute mentale. Nel 2023 solo 3,5 miliardi su 133 di spesa pubblica per la sanità sono stati impiegati per la salute mentale, il 2,69 per cento. Un terzo in meno di quanto spendono altri Paesi, tra cui la Francia. Aumentare la spesa naturalmente non eliminerà i rischi, perché il rischio zero non esiste. Certamente non saranno i 400 anni di reclusione che si ottengono sommando i massimi edittali previsti per le numerose fattispecie di reato e gli inasprimenti introdotti dal governo in questi anni a risolvere i problemi. 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi

In Toscana è nato, o meglio ri-nato visto che già esisteva tempo fa, l’asse Giani-Renzi. Il leader di Italia viva vale meno del 3 per cento nei sondaggi, ma riesce sempre a trovare il modo di essere centrale nel Palazzo. Anche nelle vicende più modeste, come l’elezione del garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza della Toscana. Matteo Renzi è infatti riuscito a far nominare questa settimana, dal Consiglio regionale e grazie a un accordo di ferro con Eugenio Giani e il Pd, uno dei suoi uomini di fiducia: il senese Stefano Scaramelli, ex consigliere regionale rimasto senza un posto nel nuovo Consiglio.

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Stefano Scaramelli (Imagoeconomica).

L'”odiato” Renzi è temuto dal Pd schleiniano

Ed è qui che si dimostra come in Toscana, dove pure governa saldamente il Pd schleiniano, nessuno può prescindere dall’“odiato” Renzi, di cui fondamentalmente tutti hanno paura per via delle sue capacità da demolition man. Dunque se l’ex presidente del Consiglio desidera qualcosa, il partito di Elly Schlein può solo eseguire. Anche quando questo mette in difficoltà il campo largo, visto che sia Avs sia il M5s non hanno votato Scaramelli in Consiglio. Giani in prima persona è intervenuto in Aula per difendere la scelta di Scaramelli, accusato dalle opposizioni (e da qualcuno della maggioranza) di non avere i requisiti adatti per ricoprire un incarico così delicato. 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Eugenio Giani con Matteo Renzi.

Le mire di Giani su Firenze

Da qui ai prossimi anni, l’asse Giani-Renzi potrebbe produrre risultati pittoreschi. Uno dei sogni dell’attuale presidente della Regione, arrivato al secondo e dunque ultimo mandato, è quello di diventare sindaco di Firenze. Alle prossime elezioni manca parecchio visto che si voterà nel 2029, e prima soprattutto ci sono le Politiche del 2027 (elezioni fondamentali anche per la leadership del centrosinistra: Schlein sopravvivrà a sé stessa?), ma Giani sta già apparecchiando la sua successione e pensando a che cosa fare del suo futuro. Non deve rendere conto a nessuno, soprattutto non deve rendere conto al Pd che pure aveva coltivato l’idea di rottamarlo dopo un solo mandato, per piazzare il deputato Marco Furfaro o il segretario regionale Emiliano Fossi. L’asse con Renzi potrebbe permettere a Giani di raggiungere l’obiettivo: diventare sindaco.

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Eugenio Giani (Imagoeconomica).

Certo, ci sarebbe da risolvere un problema non secondario, che di nome fa Sara e di cognome Funaro. L’attuale prima cittadina è appena arrivata, è al primo mandato, anche se in città le lamentele sulla sua amministrazione iniziano a farsi sentire; c’è un problema di sicurezza, e non è più una questione da derubricare a percezione alimentata dalla destra, e c’è un problema con la viabilità, visti i numerosi lavori (per il completamento delle vie tramviarie) che stanno bloccando la città. A Firenze si accettano scommesse: riuscirà Funaro a fare un secondo mandato? 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Sara Funaro ed Eugenio Giani ricevono Sergio Mattarella a Firenze il 25 ottobre 2025 (Ansa).

Alle Amministrative si presenta un Pd a pezzi

Prima di Firenze però il Pd – che sceglierà, salvo anticipi, i suoi nuovi segretari, metropolitano e cittadino, in autunno – deve fronteggiare le prossime Amministrative. Tra pochi giorni andranno al voto 20 Comuni, tra cui tre capoluoghi di provincia: Arezzo, Pistoia, Prato. Le prime due città sono in mano al centrodestra, l’ultima al centrosinistra. Il Pd potrebbe vincere, ma il partito è a pezzi ovunque. A Prato, dopo le dimissioni della sindaca Ilaria Bugetti, si è dovuto ricandidare Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, già sindaco di Prato per 10 anni.

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Matteo Biffoni (foto Imagoeconomica).

A Pistoia ci sono state le primarie, caratterizzate dalla spaccatura del Pd: Furfaro, dirigente nazionale del Pd, ha sostenuto il candidato che poi le ha vinte, Giovanni Capecchi, contro la candidata scelta dalla segreteria locale, Stefania Nesi, sostenuta anche dal potente Bernard Dika, sottosegretario alla presidenza della Regione Toscana. A Pisa, invece, dove si voterà nel 2028, il Pd è commissariato due volte. Dopo il commissariamento del Pd provinciale a fine aprile è stato commissariato anche il Pd comunale. A dare le carte ancora una volta sono stati gli esterni (come il responsabile organizzazione del Pd nazionale Igor Taruffi), a testimonianza del fatto che il Pd regionale non è governato ed è sotto l’influsso del commissariamento ombra targato Marco Furfaro. Insomma, tutta campagna elettorale per migliorare l’efficacia dell’asse Giani-Renzi. 

Toh, in Toscana è tornato l’asse Giani-Renzi
Marco Furfaro (Imagoeconomica).

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini

Il lavoro di ricucitura di Marco Rubio, segretario di Stato americano da giovedì in Italia per un denso giro diplomatico fra Vaticano e Roma, potrebbe essere parecchio complicato, forse persino insufficiente, dopo le ultime sortite di Donald Trump. O meglio, precisiamo: il Papa vive secondo altre coordinate e altri canoni, poco gli importa se Trump continuerà a insultarlo e ad attaccarlo; il dialogo, almeno da parte del Vaticano, non si fermerà. Sarebbe ontologicamente impossibile il contrario. Il che non significa che il Papa smetterà di intervenire a favore della pace (si è parlato, durante l’udienza, anche di Cuba, proprio mentre gli Stati Uniti adottavano nuove sanzioni). 

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Marco Rubio in udienza da Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Meloni ha capito che di Trump non ci si può fidare del tutto

Diverso il discorso per quanto riguarda il governo italiano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra aver raggiunto la consapevolezza che di Trump non ci si può fidare del tutto. D’altronde il presidente degli Stati Uniti, nei fatti, cerca di indebolire sistematicamente il progetto europeo, nonostante a parole rivendichi l’interesse ad avere un’Unione Europea più forte.

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa).

Il problema è che per Trump l’Ue è forte se gli dà ragione, se sostiene acriticamente le sue sortite. Anche a Palazzo Chigi, sponda Fratelli d’Italia, paiono averlo compreso molto bene. Così come sembrano aver compreso il giochino in corso da parte del mondo MAGA nei confronti dell’Italia. 

L’intervista di Salvini a BreitBart rilanciata da Trump

Qualche giorno fa è uscita su BreitBart News, quotidiano estremista di destra co-fondato da Steve Bannon – principe delle tenebre del trumpismo ed ex stratega della Casa Bianca durante il primo mandato – un’intervista a Matteo Salvini realizzata a febbraio. Un’intervista in cui il capo della Lega s’acconcia a primo tifoso di Trump e della sua amministrazione. Grandi elogi per come l’amministrazione americana affronta la questione dell’immigrazione, grandi elogi per la battaglia culturale di Trump, un’evoluzione, dice Salvini, rispetto al primo mandato. Merito anche di J.D. Vance, dice Salvini, esaltato da BreitBart e dallo stesso Trump che su Truth Social ha rilanciato la sua intervista. Per Bannon e soci, Meloni non è l’alleata più affidabile, è troppo europeista, troppo mainstream e il mondo MAGA cerca altri alleati. 

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
da Truth Social.

Dopo la caduta di Orbán, Donald cerca altri alleati europei

D’altronde la rotta trumpiana era stata individuata nell’ultima strategia sulla sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso. Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare «includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni o meno».  L’amministrazione Trump, convinta com’è di poter esportare il trumpismo all’estero, è particolarmente interessata a «coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee». Un vero peccato che Viktor Orbán, sostenuto da Trump e Vance in prima persona, non possa più essere la quinta colonna del trumpismo in Europa. Sicché servono altri alleati. Alleati disponibili a rivedere i canoni europei riadattandoli all’ideologia MAGA.

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Viktor Orbán e JD Vance (Imagoeconomica).

La sintonia tra il presidente Usa e il segretario della Lega

D’altronde secondo Trump l’Europa sta sbagliando tutto. La Casa Bianca lo ha detto anche nella “strategia antiterrorismo degli Stati Uniti” pubblicata due giorni fa: «I Paesi europei restano i nostri partner principali e di lunga data nella lotta al terrorismo. Il mondo è più sicuro quando l’Europa è forte, ma l’Europa è fortemente minacciata ed è sia un obiettivo del terrorismo sia un terreno fertile per le minacce terroristiche. I terroristi spesso cercano di attaccare le nazioni europee per minare le loro istituzioni democratiche e i loro legami con gli Stati Uniti. Eppure, un conglomerato di attori malvagi – al-Qaeda, l’ISIS, i cartelli e attori statali – ha sfruttato liberamente le frontiere deboli dell’Europa e le risorse antiterrorismo ridotte per trasformare l’Europa in un ambiente operativo permissivo dove tramare contro europei e americani». È inaccettabile che i «ricchi alleati della NATO» possano «fungere da centri finanziari, logistici e di reclutamento per i terroristi. L’Europa ha ancora la possibilità di cambiare il proprio destino individuale e collettivo in materia di antiterrorismo se riconosce la minaccia reale e agisce subito». L’amministrazione Trump ha individuato il responsabile di questa situazione? Ovviamente sì: «L’immigrazione di massa incontrollata è stata il motore che ha alimentato il terrorismo». Che poi è quello che dice Salvini nella sua intervista a BreitBart e nelle sue rinnovate battaglie sovraniste. Tutto si tiene, tutto torna. Meloni è avvisata.  

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Trump nei panni di Zio Sam e Matteo Salvini.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio

Silvio Berlusconi non c’è più, ma i suoi figli – ottimi imprenditori – sono lì che governano Forza Italia dall’alto. Soprattutto dall’alto dei debiti che il partito creato dal Cav ha nei confronti della famiglia Berlusconi. Un dettaglio non secondario, come spiegò bene una volta il filosofo Marcello Pera, già presidente del Senato, già esponente di spicco di Forza Italia, oggi senatore di Fratelli d’Italia: «Forza Italia è un partito del presidente. C’è il presidente e ci sono gli elettori. Piaccia o no, questo partito è nato e morirà così». Ed essendo il partito di Berlusconi nato con Berlusconi, «dipendente dalle intuizioni di Berlusconi oltre che in alcune circostanze dai soldi di Berlusconi, e dai voti di Berlusconi, bisogna rispettarlo per quello che è», aggiunse Pera.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Marcello Pera (Imagoeconomica).

In Forza Italia la rottamazione è ontologicamente impossibile

Anche oggi dunque andrebbe rispettato per quello che è, anche ora che non c’è più Silvio Berlusconi: un partito nel quale non sono possibili rottamazioni. Da quelle parti non possono nascere i Matteo Renzi, perché non sono geneticamente compatibili, ontologicamente possibili. Sicché quando c’è da praticare il rinnovamento, si organizza qualche bella riunione e si fanno fuori Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato per metterci Stefania Craxi e Paolo Barelli da capogruppo alla Camera per metterci Enrico Costa (peraltro ottimo garantista). Ora, finché c’era il Cav, tutto era consentito. Anche passare sopra la dignità politica dei presidenti dei gruppi parlamentari. Adesso che però queste decisioni vengono prese dai capi morali di Forza Italia senza che questi abbiano mangiato «pane e cicoria», per dirla con Francesco Rutelli, beh, questo sembra essere più difficile da comprendere. Anche se vale sempre quello che ha detto quella volta Pera, beninteso.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Antonio Tajani, Maurizio Gasparri e Paolo Barelli (Imagoeconomica).

I make-up creano solo incattiviti sottoposti

Il problema di Forza Italia è che così non nascono le rivoluzioni, semmai si creano incattiviti sottoposti. Barelli nelle sortite pubbliche, interviste comprese, non sembra essere il massimo della spensieratezza. Anche essere rimasto di fatto presidente della Federnuoto, delegando le sue funzioni al vice Andrea Pieri, nonostante la promozione a sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, senz’altro lo allieterà. Berlusconi senior però sapeva ricompensare meglio quelli che faceva fuori. Non è con quelli che hanno fatto sempre parte di Forza Italia, ancorché magari non in posizioni di comando, che il partito di Berlusconi potrà raggiungere l’agognata doppia cifra.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Paolo Barelli (foto Imagoeconomica).

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

La politica è fatta sì di feroci rinnovamenti, ma devono essere appunto rinnovamenti. Altrimenti è solo arte cosmetica, trucchi per convincere se stessi che «fino a qui tutto bene». Il problema, ne L’odio di Mathieu Kassovitz come in politica, non è la caduta ma l’atterraggio. E a un anno o poco più dalle elezioni politiche, l’atterraggio di Forza Italia potrebbe non essere molto sereno. La coalizione rischia di essere spostata a destra; Giorgia Meloni potrebbe incattivirsi dopo la sconfitta referendaria e Matteo Salvini ha ancora da gestire, ancorché dall’esterno, quel mostro politico di Roberto Vannacci nato in vitro, un errore che potrebbe rivelarsi esiziale per la Lega: hanno dato le chiavi di casa a uno che ne ha approfittato per incendiarla. Capolavoro politico.

Il problema di Forza Italia non è la caduta, ma l’atterraggio
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa).

Meloni rischia di perdere l’invincibilità per colpa degli alleati

Vannacci è dunque lì che reclama attenzione e la presidente del Consiglio non sembra intenzionata a fargliela mancare. Il partito di Antonio Tajani, la cui data di scadenza è paragonabile a quella di uno yogurt, sarà stretto fra il manettarismo di ritorno della presidente del Consiglio e quello del capo leghista, ormai saldamente tornato in formato Cremlino. «Piuttosto che chiudere fabbriche, scuole e ospedali torniamo a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, Russia compresa, visto che non siamo in guerra contro la Russia», ha detto Salvini lo scorso fine settimana, durante la manifestazione destrorsa con Jordan Bardella e soci a Milano. Salvini come Jep Gambardella vuole avere il potere di far fallire le coalizioni. Resta da capire se Meloni avrà tutta questa energia per occuparsi anche di quello che fanno e faranno gli altri partiti della maggioranza, ora e nei prossimi mesi, oppure dovrà accettare di aver perso lo scettro dell’invincibilità anche per colpa degli alleati. Servirebbe, insieme a un Renzi di destra, anche un Nanni Moretti di destra che da un palco gridi: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai». 

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd

A Salerno e Prato va di moda l’usato sicuro. Nella città campana e in quella toscana si vota alle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026, in anticipo sulla scadenza naturale per via delle dimissioni dei rispettivi sindaci. Per motivi nettamente diversi. A Salerno l’ex primo cittadino Vincenzo Napoli ha lasciato l’incarico per permettere – suscitando grande scandalo nel centrosinistrail ritorno di Vincenzo De Luca nella sua città, che potrebbe amministrare per la quinta volta. A Prato l’ex sindaca Ilaria Bugetti ha fatto un passo indietro per via di un’inchiesta giudiziaria tuttora in corso e con molti strascichi. Pochi giorni fa il Partito democratico ha scelto: il candidato sindaco è Matteo Biffoni, che ha guidato il Comune già per due mandati, prima di candidarsi in Regione ed essere eletto con 22 mila preferenze.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd

Schlein costretta ad accettare le condizioni del vicerè De Luca

Verosimilmente sia De Luca sia Biffoni vinceranno le elezioni e la notizia è che lo faranno da “avversari” politico-culturali dello schleinismo. Certo, il clima è diverso nelle due città. De Luca a Salerno si candida senza simbolo del Pd, forte solo della sua personalità e del suo consenso. Anzi, il Pd schleiniano aveva l’intenzione di farlo fuori, lui insieme a tutti i cacicchi del Mezzogiorno, ai quali vengono attribuiti mali politici di ogni sorta. La cronaca ci dice che le cose non sono andate bene per il partito di Elly Schlein, costretto ad accettare le condizioni del vicerè De Luca, con cui il Pd non può non fare i conti.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Uno scambio di saluti con stretta di mano e sguardi fulminanti tra Elly Schlein e Vincenzo De Luca (foto Ansa).

I dem hanno dovuto accollarsi anche il figlio di Vincenzo

De Luca ha prima tenuto il punto in Regione, dove solo alla fine – previo accordo con il Pd nazionale e con il Movimento 5 stelle – ha dato il via libera alla candidatura del suo successore, Roberto Fico. Le condizioni non sono state simpatiche per i dem, che hanno dovuto accollarsi Piero De Luca, figlio di Vincenzo, come segretario regionale del Pd campano. De Luca insomma torna in campo Nonostante il Pd, per citare il titolo di un suo libro.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Elly Schlein con Piero De Luca (foto Imagoeconomica).

Il candidato della destra senza il sostegno di Forza Italia

A sfidarlo sarà Gherardo Maria Marenghi, candidato di Fratelli d’Italia, Lega (con la lista Prima Salerno), Noi Moderati (a benedire l’operazione il viceministro agli Affari esteri e alla Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli). Non sarà però sostenuto da Forza Italia, e qui viene la parte più divertente della storia salernitana: il partito di Antonio Tajani infatti ha deciso di unirsi a una congrega liberale a sostegno di Armando Zambrano, libero professionista, già presidente del Consiglio nazionale degli Ingegneri.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Gherardo Maria Marenghi.

La strana ricomposizione dell’ex Terzo Polo, versione allargata

La sua candidatura è appoggiata, fra gli altri, da Forza Italia, Azione, Italia viva-Casa Riformista, Partito Liberaldemocratico, Udc e Noi di Centro. A Salerno insomma si va ricomponendo l’ex Terzo Polo, versione allargata: nemmeno i due gemelli del gol libdem Matteo Renzi e Carlo Calenda avrebbero potuto sognare di meglio.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Armando Zambrano (foto Imagoeconomica).

A Prato un mix di complotti, trappole, inchieste e dimissioni

Prato invece meriterebbe un romanzo politico a sé, tra complotti, trappole, inchieste e dimissioni. È successo di tutto in questi mesi, al punto che alcuni cronisti si sono messi al lavoro per qualche instant book pratese. La svolta su Biffoni è arrivata quando il Pd ha capito che a Pistoia (siamo nello stesso fazzoletto di terra) le Primarie di centrosinistra le avrebbe vinte Giovanni Capecchi, docente universitario, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, sostenuto nientemeno che da Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd

L’appoggio a un candidato non iscritto al Pd e la spaccatura

E qui sta la parte da popcorn della storia pratese: il commissario ombra del Pd toscano ha apertamente sostenuto un candidato, Capecchi, non iscritto al Pd, contro la candidatura ufficiale del Pd pistoiese, Stefania Nesi. Chissà, Capecchi avrebbe vinto anche senza il sostegno di Furfaro, ma intanto così si è spaccato il Pd pistoiese.

Due chiamati sindaci anche quando non lo erano più…

Il Pd nazionale e il Pd regionale, così attenti agli equilibri di genere politico, hanno così permesso che ci fosse un riformista candidato a Prato. Anche lì è il partito di Giorgia Meloni a candidare un suo uomo: Gianluca Banchelli, sostenuto dal centrodestra. Ma gli avversari di De Luca e Biffoni non hanno la possibilità di vincere contro quelli che, dappertutto, anche in Regione, continuavano a essere chiamati sindaci persino quando non lo erano più.

Salerno e Prato, la carica degli anti-schleiniani De Luca e Biffoni agita il Pd
Gianluca Banchelli.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere

La legislatura è politicamente finita ed è iniziata la campagna elettorale. Giorgia Meloni è unchained, bastava ascoltare giovedì in Parlamento il suo intervento sullo stato dell’Unione, pardon, dell’Italia. Lei non ha sbagliato niente, le opposizioni non collaborano con l’esecutivo e le sue grandi idee, la bocciatura della riforma Nordio è stata una grande occasione persa per il Paese, nessun altro si dimetterà, non ci saranno rimpasti, Donald Trump è un camerata che sbaglia, e via così. Meloni è tutta schierata in difesa, è tornata in modalità opposizione. Solo che è ancora al governo e si vota fra un anno. Sarà lunga. Sarà dura per lei resistere altri 12 mesi così, ma anche per tutto quello che le sta attorno. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’informativa alla Camera (Ansa).

A Meloni manca la “leggerezza” tipica di Berlusconi

In quasi un’ora di discorso non ha preso atto della situazione post-referendaria, semmai ha rilanciato. Lo faceva anche Silvio Berlusconi, che però non si è mai così imbruttito, nemmeno quando gridava: «Siete ancora oggi, e come sempre, dei poveri comunisti» ai contestatori in piazza o quando spolverava la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio prima di lui, ospite di Michele Santoro. Erano momenti di situazionismo, c’era l’allegria del potere divertito e divertente. Meloni invece non ha leggerezza, serve anche quella a un leader di governo che deve, inevitabilmente, anche saper perdere.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Marco Travaglio e Silvio Berlusconi ad Anno zero nel 2013 (Imagoeconomica).

Le purghe (tardive) dopo la sconfitta del Sì

E invece no. È dal referendum che la presidente del Consiglio si accanisce contro il suo esecutivo. Prima con le defenestrazioni tardivamente manettare di chi avrebbe potuto o dovuto essere cacciato da tempo – Andrea Delmastro per l’incompetenza sulle carceri, Giusi Bartolozzi per il caso Almasri, Daniela Santanchè per traffico di borsette (si scherza, signor maresciallo, ma soprattutto si scherza, signora Santanchè). Poi l’ultimo atto è arrivato giovedì in tarda serata, con un comunicato stampa firmato dal Mef, che ha depositato le liste per il rinnovo degli organi sociali di Enel, Enav, Eni e Leonardo. E a leggere l’elenco colpisce, anche se non stupisce, visto che era attesa, la defenestrazione di Roberto Cingolani, fin qui amministratore delegato di Leonardo. Fra le colpe che gli vengono attribuite, quella di aver fatto adontare, diciamo così, il governo americano. Alla faccia dell’indipendenza rivendicata da Meloni nei confronti dell’amministrazione Trump nell’ora di intervento in Parlamento. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Intanto l’opposizione si incarta sulle primarie

Nonostante il momento di rabbia, che rischia di protrarsi per mesi, Meloni continua a mantenere un vantaggio invidiabile, che è garantito dall’opposizione. C’è poco da fare. La presidente del Consiglio s’incrudelisce, sbotta, taglia teste, e loro? Si incartano sulle primarie. Giuseppe Conte dopo un’ora dalla chiusura delle urne era già lì a disegnare traiettorie, le primarie, il programma, la leadership, dopo aver fischiettato allegramente per settimane, prima del referendum. Poi è andata a votare un sacco di gente, più del previsto, e contrariamente a quello che dicevano i sondaggisti, più gente è andata a votare e più il No è cresciuto, sicché Conte s’è convinto che c’è del materiale per il suo ritorno a Palazzo Chigi. Il Pd, dopo una fase iniziale di smarrimento, adesso è entrato in quella della negazione. Primarie chi? Quando? Come? Perché? Un fiorino! Insomma, con questo tipo di dirigenti, direbbe Nanni Moretti aggiornando il suo sfogotto memorabile, Meloni governerà cent’anni.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Il gran ritorno di Salvini sulle barricate

Sempre che con questa rabbia atavica la leader di Fratelli d’Italia non trovi il verso di autodistruggersi. E sempre che Matteo Salvini le dia tregua. Perché il capo della Lega ha lasciato passare qualche giorno e ha già riconquistato la sua verve nel corso di un incontro con la stampa estera: «Non c’è allo studio nessun piano sul razionamento di carburante, né sulla chiusura di scuole, uffici, fabbriche e negozi», ha detto a proposito del caro energia. E lo smart working? «Non è da prendere in considerazione». Sarà Meloni a dover però prendere Salvini in considerazione. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi

E ora? L’attivismo di Giuseppe Conte – libro in uscita, incontro con amico-inviato speciale di Donald Trump, Paolo Zampolli a seguire, indi ri-occupazione del palinsesto mediatico-televisivo – ha decisamente spiazzato il Partito Democratico. A cominciare da Elly Schlein, convinta – insieme ai suoi strateghi – che bastasse non occuparsene. Che bastasse lasciar scorrere. Primarie? Noi si parla di giovani in difficoltà. Leadership del centrosinistra? Noi si ri-parla di salario minimo.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Renzi rilancia e presenta le Primarie delle Idee

E invece no. Conte si è ripreso la scena e il Pd si trova, di nuovo, ad aggiustare il tiro. Quello che sembrava appropriato la settimana scorsa – ignorare, resistere, ignorare, resistere, ignorare – non può più essere praticato. Anche perché è pure in corso uno strano asse fra Conte e Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva non è solo il principale sostenitore dell’alleanza progressista contro Giorgia Meloni, descritta come finita, bollita, etichettata come codarda dal senatore fiorentino.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Matteo Renzi e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

No, Renzi è il teorico e pratico della nuova stagione delle primarie. Al punto da lanciare le “Primarie delle Idee”, roba in sé non nuovissima e invero sufficientemente retorica, ma per ora funzionale all’agenda politica: il prossimo 11 aprile, alle ore 11, allo Spazio Vittoria a Roma, Renzi farà partire «il cantiere delle idee». «Il centrosinistra può vincere, ma per farlo deve mettere al centro le proposte per il Paese, non le ambizioni di leader, commentatori, editorialisti», dice Renzi. «E poi anche le primarie vere e proprie. Se fatte bene le primarie sono una grande festa di popolo. Il rischio divisioni esiste, certo. Ma parliamoci chiaro: qual è l’alternativa? Far decidere a chi? Ognuno ha il suo nome per fare il leader. E perché il nome di un commentatore o di un ex parlamentare deve valere più del voto di due milioni di persone? Io le primarie le ho vinte e le ho perse ma non ho mai avuto paura del giudizio delle persone: finché sei in democrazia non puoi rifiutare di misurarti con il consenso».

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Leader cercasi: ora spunta pure Nardella

Lo sta dicendo anzitutto a Schlein, che adesso – qui sta il punto – non può più tirarsi indietro. Dopo aver vinto tre anni fa le primarie per fare la leader del Pd, la segretaria non può rinunciare alle primarie del campo largo. In fondo è anche merito suo se c’è questa sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, che cerca disperatamente di trasformare i No referendari in voti sonanti per le elezioni politiche. L’unico che potrebbe farlo per davvero sembra davvero Conte contro il settarismo schleiniano. Ma per ora sono soltanto speculazioni politiche in una fase liquida, a tratti persino ambigua. Una fase che sembra dare spazio alle ambizioni di tutti. Da Silvia Salis, che non si perde un convegno politico (a seguirla c’è Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi), a qualcuno meno esposto ma alla ricerca di consenso più o meno facile.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Alla schiera di possibili candidati alle prossime primarie si potrebbe aggiungere persino l’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella, oggi europarlamentare irrequieto. Ha persino fondato una sua corrente, quella dei nardelliani, un po’ per proteggere la sua eredità politica a Firenze dalla sindaca Sara Funaro, non particolarmente in forma di recente, tra sicurezza, lavori e ristrutturazione dello stadio, un po’ perché Nardella vede uno spazio fra lo schleinismo e il «riformismo radicale», come lo chiama il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Anche Nardella si muove, insomma; ha persino una scuola di formazione in politiche europee, Akadémeia, “per il governo del territorio”. Glocal, insomma. L’ex sindaco di Firenze potrebbe non giocare l’eventuale partita delle primarie partita con l’ambizione di vincere, semmai per garantirsi un futuro più stabile.

Primarie, a Schlein mancava giusto lo strano asse Conte-Renzi
Dario Nardella (Imagoeconomica).

Schlein deve stare attenta ai contiani di casa

Schlein insomma non può davvero stare tranquilla neanche dopo una vittoria referendaria, per quanto determinata dalla partecipazione straordinaria dell’Anm, ormai partito a tutti gli effetti. Tra poco dovrà iniziare a guardarsi anche da quelli che l’hanno sostenuta e che sognano di riportare Conte a Palazzo Chigi. Tanto lui il presidente del Consiglio l’ha già fatto. 

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari

Poche ore all’apertura delle urne referendarie. «Sia il vostro parlare: “Sì, sì, No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37). Il campo largo ha scelto di opporsi alla riforma Nordio in maniera netta, con l’eccezione di Matteo Renzi che un po’ ha detto e un po’ non ha detto. In ogni caso anche la sua è sembrata una posizione strumentale, finalizzata perlopiù a non farsi cacciare dal campo largo nel quale è faticosamente rientrato. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Una vittoria del No non eliminerà i problemi del centrosinistra

Il centrosinistra scommette sulla vittoria del No e ha stimolato l’elettorato puntando sulla difesa strenua della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza della magistratura, sotto attacco dei soliti fascisti al governo. Bon. Magari l’emotività premierà il fronte del No e dunque vincerà chi si oppone alla separazione delle carriere dei magistrati, all’introduzione dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare. In quel caso il centrosinistra uscirà rinvigorito dal referendum, giusto in tempo per iniziare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. I problemi non mancano, tuttavia. Al campo largo serve un leader che oggi non c’è ed è in corso tutto un dibattito per capire come individuarlo. Renzi ora spinge per fare le primarie, dice che è arrivato il momento di scegliere. Da lunedì sarà il nuovo argomento di discussione preferito del centrosinistra, con sfumature diverse a seconda di come andrà il risultato referendario. In più, sempre alla voce problemi da non sottovalutare, c’è la possibilità che il centrosinistra, in caso di vittoria, sovrastimi il risultato, dando per conquistate le elezioni dell’anno prossimo. Qualora vincesse il No infatti avrebbe già pronto il copione: Giorgia Meloni è lontana dagli interessi reali degli italiani, che non vogliono più questa maggioranza. Vedete? Il risultato del referendum sta lì a dimostrarlo. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein e Giusepep Conte (Imagoeconomica).

Schlein spera in una blindatura, almeno fino alle Politiche

Il centrosinistra coglierebbe una vittoria del No come un avviso di sfratto per il governo. Il che prolungherebbe la vita politica dei leader del campo largo, a cominciare da Elly Schlein. Giuseppe Conte, figurarsi, governa apparentemente senza alternative, l’unica sfidante è Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, la cui opposizione al contismo è velleitaria.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Nel caso del Pd è già diverso; Schlein in questi tre anni di pace forzata ha accumulato sostenitori improbabili (Stefano Bonaccini), ma anche un certo numero di riformisti (Eugenio Giani li chiama sprezzantemente «radicali») pronti per l’eventuale inciampo. Un’eventuale vittoria referendaria allungherebbe il contratto politico dentro il Pd almeno fino alle elezioni dell’anno prossimo. Sarebbe dunque garanzia per Schlein che il suo posto è intoccabile, almeno finora. Forse qualche riformista più pragmatico spera proprio che vada così; che Schlein vinca il referendum per restare in sella almeno fino alle Politiche e poi, eventualmente, essere sconfitta da Meloni, leader indiscussa del destra-centro.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Se vincesse il Sì, potrebbe tornare la voglia di un Papa straniero

E se il campo largo dovesse perdere? Nessuno si dimetterebbe, ovvio. Anche perché a parte Renzi, Schlein non chiede le dimissioni di Meloni in caso di sconfitta. Il centrosinistra in ogni caso non sembra pronto per questa eventualità, quasi che dia per scontata la vittoria. Il problema della leadership resterebbe lo stesso; è imprescindibile infatti la ricerca di un nuovo capo. A quel punto però il centrosinistra avrebbe bisogno di un nuovo tono oltre che di un nuovo leader. E magari a qualcuno verrebbe la voglia di proporre un altro Papa straniero, un possibile leader esterno ai partiti e alla politica tradizionale. D’altronde, se l’unione di tanti cervelli politicamente impegnati non fa la forza, meglio andare altrove, meglio scegliere chi risponde pienamente allo spirito dei tempi. Siamo sicuri che da qualche parte, nella sua officina trasformata in ufficio, Dario Franceschini stia pensando a qualcosa. Perché non di sola Silvia Salis può vivere l’alternativa agli attuali dirigenti del centrosinistra. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum

Matteo Salvini ha un tweet fissato sul suo account. È del 7 marzo e serve a ricordare che il 18 aprile a Milano in piazza Duomo ci sarà il «grande evento dei @PatriotsEU». «Per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini. SENZA PAURA. In Europa, padroni a casa nostra!». 

Le distrazioni social di Salvini: dal referendum all’Iran

Curiosamente, non è un tweet sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, anche se per il fine settimana sono annunciati 1.200 gazebo leghisti in tutta Italia per il Sì. Curiosamente, non è un tweet sull’Iran. Né per sostenere la popolazione iraniana né per dire che Donald Trump, stavolta, poteva risparmiarsela. Non un tweet sulle bollette o sulle accise, visto che ad aumentarle sul diesel è stato il governo di cui il segretario della Lega è vicepresidente del Consiglio nonché ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Sarà che in casi del genere dovrebbe ammettere che il presidente degli Stati Uniti non è un sincero pacifista come la Lega pensa di essere quando c’è di mezzo la madre Russia, che certe felpe e certi cappellini sono da riporre accuratamente nell’armadio. Sarà che la Difesa e gli Esteri sono problemi di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e la Lega può continuare a occuparsi di far arrivare i treni in ritardo.

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Per il Sì quasi esclusivamente dichiarazioni di rimbalzo

Salvini si è politicamente volatilizzato in queste settimane, proprio lui che è così abile nell’occupare il centro della scena con i social. Quando vuole, come sappiamo, Salvini può diventare assai pressante. Come quando era ministro dell’Interno e c’era un’emergenza migranti al giorno su tutti i telegiornali. Ora invece le dichiarazioni sono di rimbalzo, di risposta a cose dette da altri, sono quasi garbate. Quasi. L’Ansa riporta una dichiarazione di giovedì a Dritto e rovescio: «Ci sono procuratori capo che dicono che per il Sì voteranno i mafiosi. Io dico sciacquatevi la bocca. Migliaia di italiani ogni giorno si confrontano con la lentezza della giustizia, votare Sì significa togliere le incrostazioni delle correnti e della politica dai tribunali». Altro lancio, 2 marzo: «Avrei piacere che i sostenitori del No – che vedo molto nervosi, molto arroganti, molto violenti –  parlassero del merito delle cose». Altro lancio, 28 febbraio, video collegamento alla direzione regionale della Lega Puglia: è «fondamentale» l’appuntamento con il referendum del 22 e 23 marzo, da «vincere con il Sì, perché anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano devono essere sanzionati. Perché se metti in galera la persona  sbagliata, e anche in Puglia è successo a tante famiglie normali, non puoi rimanere impunito o essere promosso».

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì con Silvia Sardone e Samuele Piscina (Imagoeconomica).

Il vecchio Capitano tornerà, ma solo dopo il 23 marzo

E vabbè, Salvini, tutto qua? C’è Meloni che duella con i giudici, tu pensi alla famiglia nel bosco. Non che Meloni non ci pensi, beninteso, ma quantomeno sembra avere una curiosità variegata; un giorno si occupa di Sal Da Vinci, un altro giorno di Crosetto in vacanza a Dubai. La Lega stessa, a dire il vero, è fuori dal dibattito pubblico dopo averlo occupato per settimane con la fiammata di Roberto Vannacci, sovranista identitario col botto eletto all’Europarlamento con i voti leghisti e poi passato al bosco con libro e moschetto, insieme a un paio di pasdaran o giù di lì, per dichiarare fallita l’Europa, fallita la destra troppo moscia (lui è per il celodurismo parà) e fallita la sua esperienza nel partito di Salvini. Luca Zaia e soci non lo rimpiangono, ma pure loro sanno che i problemi della Lega non finiscono con l’addio di Vannacci. Ma forse persino tutto questo dire, non dire, di Salvini, descrive l’attesa della liberazione; dopo il referendum, la Lega potrà tornare a essere sé stessa, soprattutto il leader leghista avrà meno condizionamenti politici, quantomeno nessuno gli potrà più dire di darsi una regolata per non far perdere il referendum al fronte del Sì. Il vecchio Salvini tornerà, insomma, ma solo dopo il 23 marzo, quando si potrà ricominciare a chiedere il posto di Matteo Piantedosi

Perché il letargo politico di Salvini finirà dopo il referendum
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).