Molto si discute nel Pd dopo anni di pacificazione interna, una sorta di narcosi del dibattito pubblico successiva alla vittoria di Elly Schlein nel 2023. Ma ogni limite ha la sua pazienza e anche nel Pd, partito abituato a discutere in pubblico fino al logoramento, la pazienza è finita. I riformisti si ritrovano un po’ dappertutto: una settimana fa a Milano, ora a Livorno. Ma la questione è più ampia del dibattito, invero non nuovo, fra chi ha vinto e chi ha perso le primarie tre anni fa. E sembra riguardare la capacità di governo del Pd. Finché si tratta di vincere le elezioni regionali in Toscana, le difficoltà non si presentano, nemmeno quelle riguardanti l’armonizzazione dei partiti del campo largo. Il problema è un altro: Elly Schlein è pronta o in grado di governare l’Italia?

La segretaria non è riuscita a definire un’identità condivisa
Qui le risposte potrebbero divergere e a sentire Romano Prodi – scambiato dal wokismo nostrano per il solito maschio bianco eccetera eccetera – pare proprio di no. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo — a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese — rischia di essere esiziale. Il punto è che il Pd continua a oscillare tra due anime. Quella più movimentista e quella più tradizionale. Due mondi che convivono a fatica e che spesso si guardano con sospetto reciproco. Le parole di Prodi, ma anche quelle di Arturo Parisi e di Luigi Zanda, sollevano i dubbi di chi pensa che il Pd, con questa leadership, non sia davvero pronto a tornare al governo del Paese. È un dubbio legittimo, non un attacco sessista. Ed è un tema politico serio, che meriterebbe una risposta politica, non ideologica.

Il pluralismo è nel dna del Pd
Schlein, invece, tende a leggere ogni dissenso come un’offesa personale o, peggio, come un atto di sabotaggio. È una strategia che può funzionare finché i sondaggi tengono, ma rischia di ritorcersi contro quando la tensione elettorale salirà, come sta già succedendo adesso. Perché il consenso interno, quando è costituito dal silenzio, non è mai un consenso stabile. E oggi, nel Partito Democratico, la domanda più urgente non è se Elly Schlein sia donna o giovane o libera. La domanda è se sia davvero pronta a guidare un partito che, per sua natura, non può vivere senza pluralismo. Persino nel vecchio Pd renziano il pluralismo era presente, nonostante le accuse di centralismo democratico rignanese o di uomo solo al comando. L’alleanza con il M5s è diventata, paradossalmente, l’ultimo dei problemi, soppiantato da questioni esiziali come quella della leadership. Il che, attenzione, vale anche per l’alternativa a Schlein, almeno fin qui, cioè Stefano Bonaccini.

La falla di Bonaccini
Lo sconfitto delle primarie ha privilegiato un atteggiamento consociativo nei confronti dell’attuale segreteria cercando di tenere insieme tutto. Giorgio Gori, in un’intervista per Quale Pd, pubblicato da Laterza nel 2023, aveva già individuato la falla bonacciniana della sua campagna elettorale: «L’idea che mi sono fatto – lo dico sapendo che non avrei saputo fare meglio – è che [Stefano Bonaccini] abbia pensato di poter vincere le primarie mettendo insieme tanti pezzi; che però, proprio perché erano tanti e diversi tra loro, non era facile condensare intorno a una posizione sufficientemente netta e riconoscibile. Se tieni dentro Brando Benifei e Vincenzo De Luca, il sottoscritto e Michele Emiliano, e in più vuoi evitare di scoprirti a sinistra, il rischio è che la proposta manchi di incisività. A tratti Stefano è parso un po’ timido, desideroso di smussare, preoccupato di non scontentare più che di convincere. Durante la competizione ho pensato che facesse bene; col senno di poi credo invece che posizioni più nette avrebbero più facilmente innescato la passione e la mobilitazione di cui ci sarebbe stato bisogno, e che invece sono mancate». In tre anni non è cambiato niente, e i problemi sono tutti lì. Iniziano con la “l” e finiscono con “eadership”.

