Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo. 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana

Carlo Calenda è in una nuova fase. Dopo quella montezemoliana (Periodo Blu), c’è stata la fase montiana, con Scelta Civica (Periodo Rosa), poi c’è stata la fase terzopolista (sempre picassianamente, il Periodo Africano) dunque è arrivato il Cubismo che ha rivoluzionato la prospettiva, quantomeno la sua: Azione, seppur mossa dal calendacentrismo, era partita bene ma ha perso pezzi pregiati nel corso del tempo (Mara Carfagna, Enrico Costa, Mariastella Gelmini; e ora occhio a Matteo Richetti, che non gradisce le interlocuzioni, contianamente parlando, con il governo). 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Matteo Richetti con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Nonostante le percentuali, Calenda è sempre al centro dei giochi

La fase di ora assomiglia sempre di più a una impazzita scheggia radicale, nel senso del Partito Radicale. Fase pannelliana, insomma. Il partito, Azione, vale il 3 per cento o su di lì, ma Calenda è sempre al centro dei giochi. Catechizza giornali e giornalisti, cerca di dettare l’agenda pubblica, va a parlare con (quasi) tutti. Parla con Forza Italia, fanno il suo nome come possibile candidato sindaco di Roma per conto del centrodestra (o destra-centro), anche se lui smentisce. Ma ormai chi ci crede più alle smentite, pensate al povero Matteo Salvini (lui è fermo da tempo al Periodo Marrone, perché la situazione non è entusiasmante) che si è dovuto bere o ha fatto finta di doversi bere la favola di Roberto Vannacci quale salvatore della patria leghista (lui è Periodo Nero, senz’altro, con tutti quegli occhieggiamenti alla X Mas).

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Da sinistra, Carlo Calenda, Antonio Tajani e Letizia Moratti (Imagoeconomica).

Sicché, Calenda fa e disfa, con delle fissazioni certamente salutari, come quando ripete che lui con i cinque stelle non ci vuole avere niente a che fare, mentre Elly Schlein vola sulle ali dell’entusiasmo e campolargheggia, perdonando a Giuseppe Conte qualsiasi riposizionamento sulla politica estera e sulla sicurezza, memore forse dei bei tempi dei decreti Salvini. 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Elly Schlein con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Le rovine del Terzo Polo con Renzi fumano ancora

Certe volte, in tutto questo fare e disfare, Calenda si autodisfa, persino. La vicenda del Terzo Polo, fu Terzo Polo anzi, è ancora lì che fumiga. Ogni tanto riemerge. Anche se ad autodisfarsi sono stati senz’altro in due (c’è anche Matteo Renzi, va da sé). L’altro giorno lui e il suo vecchio socio se ne sono dati di nuovo di santa ragione via social dopo un’intervista dell’ex presidente del Consiglio a Repubblica: «Calenda non va a destra, perché non lo seguono nemmeno in famiglia. Persino Richetti ha minacciato di andarsene», ha detto Renzi. Calenda «aveva un gruppo di 10 al Senato, adesso è solo al Misto. Per il momento sta in mezzo, ma arriverà l’ora in cui gli verrà detto: hic Rhodus, hic salta. O stai di qua o di là. Altrimenti fa la fine del pinguino che sbaglia strada e va verso la montagna andando incontro a una fine ingloriosa».

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Al che Calenda ha replicato, serenamente: «Caro Matteo Renzi sei un campione di chiacchiere. I fatti sono semplici. Noi siamo rimasti e rimarremo dove gli elettori del terzo polo ci hanno messo, tu stai supplicando per essere caricato a bordo da Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni dopo esserti vantato di aver mandato a casa Conte e aver promesso mai con i 5S. Noi siamo andati in Ucraina ogni anno perché sappiamo che li si combatte per l’Europa, tu non hai mai trovato il tempo di andare, mentre ti scapicolli alla corte di Jared Kushner e dei tuoi datori di lavoro sauditi». E via così.

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Alle Politiche la priorità come sempre sarà mantenere il posto

Non è chiaro fin dove possa spingersi Calenda adesso, visto che è arrivato quasi alla fine delle varie fasi possibili. La campagna elettorale per le elezioni politiche è già iniziata e alla fine anche a lui toccherà, come un Renzi qualsiasi, cercare di capire come essere rieletto in Parlamento. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini

Roberto Vannacci è «un’anomalia» dentro la Lega, dice Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, convinto come altri – Luca Zaia, Gian Marco Centinaio – che il generale in pensione, europarlamentare nonché vicesegretario leghista debba essere accompagnato alla porta. Lo pensano in diversi, lo pensano in tanti, lo pensano persino in troppi; lo pensa, tra gli altri, Roberto Marcato, già potente assessore di Luca Zaia e oggi consigliere regionale in Veneto, che ricorda che c’è chi è stato cacciato dalla Lega per molto meno. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Attilio Fontana e Luca Zaia (Imagoeconomica).

Salvini ora non sa che pesci pigliare

La via dell’espulsione potrebbe anche essere pronta per il creatore di Futuro Nazionale, il partito non partito con il simbolo non simbolo della fiamma non fiamma; il problema è che non è chiaro che cosa voglia fare davvero Matteo Salvini, che ha contribuito a creare il mostro politico di Vannacci, dandogli un palcoscenico europeo per esibirsi, e ora non sa che pesci pigliare. Lui, come ricompensa, ha iniziato a spaccare la Lega. E adesso che ha appena depositato il logo di FN con la scritta “Vannacci” e un’ala tricolore in bella evidenza diventa complicato tenere a bada chi vorrebbe vedere Gip Vannacci «föra di ball». Vannacci assicura che è solo un simbolo, ma in questi mesi di “simboli” ce ne sono stati parecchi, tra la nascita dell’associazione Il mondo al contrario, il cui portavoce è Massimiliano Simoni, fin qui assistente parlamentare di Vannacci e da qualche mese consigliere regionale in Toscana, peraltro unico leghista presente, i team Vannacci – che pure, aveva ribadito Salvini a ottobre, «non possono diventare un soggetto politico alternativo alla Lega» – e dunque con il nuovo, centro studi Rinascimento Nazionale, che ha sede nel Castello Sforzini di Castellar Ponzano. 

Le possibili fuoriuscite e la conferenza saltata sulla remigrazione

La sensazione è dunque che Vannacci voglia provare a farsi cacciare, magari in compagnia di qualche parlamentare leghista. Come il deputato pisano Edoardo Ziello, che alla Camera ha votato no agli aiuti all’Ucraina pochi giorni fa e passa le giornate a rilanciare sortite e iniziative vannacciane. O il deputato Rossano Sasso, che è al lavoro per una proposta di legge sulla “remigrazione”, parola magica degli estremisti di destra alla Vannacci, che per l’appunto venerdì, alle 11.30, si erano dati appuntamento a Montecitorio per una conferenza dal titolo “Remigrazione e riconquista. Presentazione della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare”, ospiti del leghista Domenico Furgiuele. Presenti anche esponenti di CasaPound, Rete dei Patrioti e Veneto Fronte Skinheads.

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Domenico Furgiuele (Imagoeconomica).

L’appuntamento era stato organizzato nonostante le proteste delle opposizioni e l’intervento del presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. «Ritengo inopportuna la conferenza stampa di domani. Spero che il deputato ci ripensi. Ho fatto quanto era nelle mie possibilità in questi giorni», aveva detto giovedì. Furgiuele non ci ha ripensato ma alla fine la conferenza sulla remigrazione è stata annullata dopo la protesta dei parlamentari di opposizione.

Una grana in più per Giorgia Meloni

La nuova invenzione di Vannacci insomma solleva ancora una volta critiche e perplessità nel Carroccio ma anche nel governo. Giorgia Meloni infatti si trova a gestire non soltanto Salvini ma pure la Lega alle prese con il problema Vannacci. Di fatto, la Lega è due volte un problema, ancorché di natura diversa. Il caos di Salvini alla fine è funzionale alla propaganda della Lega ma non è mai diventato esiziale per il governo. Vannacci è invece un generale con scarsa predisposizione per eseguire gli ordini, un impolitico incapace di stare in un partito. Ha usato la Lega come un taxi e a sua volta la Lega voleva usare lui come un TomTom per orientarsi nell’elettorato insoddisfatto da questo destra-centro così tradizionale. Il risultato è che Vannacci si è fatto la sua associazione, il suo centro studi, il suo partito, la sua caserma. Salvini dovrà decidere se vuole aiutarlo, sì, ma a casa sua. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti

Il presidente del Senato Ignazio La Russa sul carcere auspica quello che il governo Meloni non vuole realizzare: un provvedimento che riduca il sovraffollamento carcerario. Non è questione di possibilità, ma di volontà politica.

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

In due occasioni, questa settimana, prima nel corso della presentazione del libro di Gianni Alemanno e Fabio Falbo, L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, promossa dall’Associazione Nessuno tocchi Caino, poi a Palazzo Madama parlando con i giornalisti, La Russa ha chiesto esplicitamente al governo una soluzione per far diminuire il numero dei detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani: «Un mini-mini-indultino» entro Natale per quei detenuti con un residuo pena ridotto, con l’unica esclusione dei reati contro le Forze dell’Ordine. Il presidente del Senato ammette di essere molto colpito dal caso dell’amico Alemanno, in carcere a Rebibbia, che a tutti descrive le condizioni di vita e di morte delle carceri italiane.

Il tasso di affollamento nelle carceri ha raggiunto il 138,4 per cento

Nel frattempo i numeri più aggiornati segnalano un costante peggioramento. Li ha analizzati il Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasia. Secondo la rilevazione realizzata dall’ufficio di Anastasia, il tasso di affollamento nell’insieme degli istituti penitenziari del nostro Paese ha raggiunto il 138,4 per cento. «Tale circostanza si è venuta a determinare sia a causa dell’incremento complessivo dei detenuti presenti (sono 63.803, circa 300 in più rispetto a fine ottobre), sia per la contrazione di quasi 500 posti disponibili nell’ultimo mese». In particolare, dice ancora il Garante della Regione Lazio, «è motivo di particolare rammarico constatare che a fronte di ripetute e propagandate dichiarazioni di impegno da parte governativa, a fronte di una capienza ufficiale dichiarata – comunque insufficiente – di 51.250, i posti non disponibili a causa di un diffuso stato di degrado in gran parte degli istituti penitenziari hanno superato la soglia dei 5 mila». Accanto e parallelamente a questi andamenti «va registrato anche il trend crescente dei numeri delle persone sottoposte a misure penali restrittive della libertà nel nostro Paese che, a metà del mese di novembre, ha superato la soglia delle 100 mila unità attestandosi al 100.699. In termini assoluti negli 11 mesi di questo 2025, le persone sottoposte a misure restrittive della libertà sia in carcere che al di fuori di esso sono aumentate di oltre 9 mila unità. In termini percentuali il tasso registrato è stato del 5,6 per cento». Infine, a completare il quadro «vale la pena di ricordare che in 160 istituti sui 188 attivi nel nostro Paese il numero dei detenuti supera la soglia del 100 per cento sui posti effettivamente disponibili e che in 40 i tassi che si registrano sono addirittura superiori al 150 per cento».

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane è del 138,4 per cento (Ansa).

Le tempistiche del governo

Di fronte all’appello di La Russa, il governo ha scelto di rispondere negativamente, smentendo il presidente del Senato: «Stiamo lavorando perché da qui a due anni si affronti la questione del sovraffollamento carcerario», ha assicurato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha aggiunto: «Il gap esistente adesso, tra circa 53 mila disponibilità rispetto a quasi le 64 mila presenze, contiamo di colmarlo in due anni con un lavoro intenso». Nel frattempo si continuerà a morire di carcere. Oltretutto, su tempistiche e dati dell’edilizia detentiva c’è non poco da dire. La settimana scorsa si è tenuta la quarta riunione della cabina di regia per l’edilizia penitenziaria. Secondo quanto riferito dal governo, il programma 2025–2027 «conferma la realizzazione di 10.692 nuovi posti detentivi, così ripartiti: 2.636 posti a cura del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (DAP), 73 del Minorile (DGMC), 3.314 del MIT e 4.669 del Commissario straordinario». Il cronoprogramma prevede l’apertura di 864 posti nel 2025, 5.754 nel 2026 e 4.074 nel 2027, per un totale di 10.692 nuovi posti resi disponibili nel triennio. Dall’approvazione del Piano di Edilizia Penitenziaria da parte del Consiglio dei ministri del 22 luglio scorso, ha detto ancora il governo, sono state pubblicate tutte le gare di competenza del Commissario straordinario per il recupero di oltre 4 mila posti detentivi. «Sull’intera legislatura 2022–2027, l’obiettivo complessivo è fissato in 11.194 posti detentivi, includendo sia quelli già realizzati dall’ottobre 2022 sia quelli che verranno completati entro il 2027. Gli interventi programmati – che comprendono manutenzioni ordinarie e straordinarie, nuove realizzazioni e ampliamenti – interesseranno la quasi totalità degli istituti penitenziari del DAP (190) e degli istituti del sistema minorile (17), per un costo complessivo nel triennio di oltre 900 milioni di euro». Le cifre però vanno lette oltre la propaganda, osserva Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: «Al 31 ottobre 2022 i posti regolamentari erano 51.174 (al lordo dei posti non disponibili che erano allora e sono oggi intorno ai 4.500) e i detenuti presenti erano 56.225. Al 31 ottobre 2025 (dopo tre anni) i posti regolamentari sono 51.249 (al lordo dei posti non disponibili che continuano a essere intorno ai 4.500) e i detenuti presenti sono 63.493. Quindi, nei tre anni considerati i posti sono aumentati di 75, mentre i detenuti sono aumentati di 7.268». 

Mini indulto sì, mini indulto no: il balletto politico sulla pelle dei detenuti
Alfredo Mantovano (Imagoeconomica).

Un balletto di dichiarazioni sulla pelle di migliaia di detenuti

Eccoci qua, caro Mantovano. Ma eccoci qua anche caro La Russa. Alla fine la spiega bene il deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti, con la sua solita franchezza: «Sono incazzato nero… Il combinato disposto della sua (di La Russa, ndr) proposta e la smentita immediata del governo è da irresponsabili. Si illudono migliaia di persone che vivono in condizioni inumane». Inumane e degradanti, o meglio, degradate anche dalle illusioni della destra chiacchiere e distintivo.  

Pd Toscana sul piede di guerra: Fossi già commissariato?

Il prossimo 6 dicembre la direzione del Pd toscano si riunirà per discutere dell’azzeramento, invero già deciso, della segreteria regionale. È stato il deputato e segretario Emiliano Fossi ad annunciare una «fase 2»: un «partito nuovo, aperto e all’altezza delle sfide, comprese le Amministrative 2026 per cui siamo già al lavoro: con il centrosinistra ci riprenderemo i Comuni in mano alla destra», ha detto all’edizione fiorentina di Repubblica. Dovrebbe essere la prima vera direzione in cui il Pd discuterà di qualcosa dopo quella del 23 settembre 2024 (le altre due convocazioni successive non fanno testo visto che sono servite soltanto a dare il via libera alla ricandidatura di Eugenio Giani e a votare le liste per il Consiglio regionale, senza però dibattito).

Pd Toscana sul piede di guerra: Fossi già commissariato?
Emiliano Fossi (Imagoeconomica).

Fossi nel mirino anche dei dissidenti schleiniani

Per Fossi tuttavia i problemi non si risolveranno con la nuova segreteria. Le insidie d’altronde non arrivano soltanto dal variegato fronte riformista, una parte del quale si è appena riunito a Prato nel fine settimana, convocato da Matteo Biffoni e Giorgio Gori. Ma anche dagli stessi schleiniani. Procediamo con ordine. La settimana scorsa si è svolta una riunione toscana di Energia Popolare, la corrente di Stefano Bonaccini, alla presenza di Alessandro Alfieri, senatore del Pd e coordinatore di EP. Alfieri si è presentato alla riunione proponendo la seguente teoria: Bonaccini ha ottenuto molto con la linea del dialogo con Schlein, per cui anche in Toscana dobbiamo far rientrare i malumori ed entrare in segreteria nel rimpasto che Fossi intende fare. La proposta di Alfieri è stata rispedita prontamente al mittente. EP Toscana non ha dunque intenzione, per ora, di entrare nella nuova segreteria. Troppi gli strappi che si sono consumati negli ultimi mesi e le vicende nate attorno alla composizione del Consiglio regionale e della Giunta – dal listino bloccato all’assenza di interi territori in Giunta (Siena e Prato, per dirne alcuni) – non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Non solo: fonti riferiscono anche dell’esistenza di una chat regionale dei dissidenti schleiniani anti-Fossi. E qui sta forse la parte più interessante.

Pd Toscana sul piede di guerra: Fossi già commissariato?
Alessandro Alfieri (Imagoeconomica).

Ormai è Furfaro che detta la linea in Toscana

Da tempo il segretario regionale non gode più del favore della segreteria nazionale e i numerosi interventi e interviste di Marco Furfaro, responsabile delle iniziative politiche di Schlein, tra i pochi a parlare davvero per conto della leader, sono lì a dimostrarlo. È Furfaro d’altronde a dettare la linea del Pd in Toscana per la nuova Giunta regionale: «Un Piano Casa che dia un tetto a tutti; trasporti gratuiti per gli under 30; un attacco frontale alle liste d’attesa, anche con aperture serali. E da Meloni mi aspetto che smetta di impugnare ogni nostra legge regionale: salario minimo, fine vita, delocalizzazioni», ha ribadito Furfaro alla Nazione. «Quanto alla nuova segreteria regionale, Fossi ha capito che la partita inizia adesso. La nuova segreteria dovrà essere pienamente operativa e costruita insieme ai territori. Vuole una squadra all’altezza della sfida: rendere la Toscana un problema politico per Meloni». Agli interventi di Furfaro risponde, indirettamente, Fossi, che in questi giorni ha aumentato il volume delle interviste e delle dichiarazioni politiche. Cerca così di opporsi al commissariamento del Pd toscano, che per più di un dirigente politico sul territorio in realtà sarebbe già avvenuto senza essere esplicitato.

Pd Toscana sul piede di guerra: Fossi già commissariato?
Marco Furfaro (Imagoeconomica).

Da Prato è partito il contrattacco dei riformisti dem

Ed è in queste linee di frattura interne agli schleiniani che i riformisti vogliono dire la loro. «Secondo qualcuno oggi saremmo nell’epoca della polarizzazione, di Trump e Orbàn, dunque non ci sarebbe più spazio per il rimpianto o la nostalgia del riformismo andato», ha spiegato a Prato il senatore Filippo Sensi, critico nei confronti di Bonaccini e dei suoi. «Ebbene io non ho affatto nostalgia di quel tempo. Ho voglia, invece, di un tempo nuovo del riformismo italiano. Ed è il Partito Democratico, senza esclusive, s’intende, la casa del riformismo italiano, dei riformisti italiani. Radicali, moderati che siano». Il Partito Democratico «è riformista o non è. Ed è riformista non avere una e una sola definizione di riformismo. E soprattutto non pensare che sia l’unica valida», ha aggiunto Sensi.

Pd Toscana sul piede di guerra: Fossi già commissariato?
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

Se la strategia è non avere nemici a sinistra

«Questo partito ha fatto una scelta di adesione a dei quesiti referendari (quelli promossi dalla Cgil, ndr) ormai diversi mesi fa, con una posizione – la nostra – remissiva rispetto a quella scelta», gli ha fatto eco, sempre da Prato, Marco Pierini, vicesindaco di Montespertoli, responsabile delle Relazioni Internazionali di Sinistra per Israele, riferendosi alla remissività dell’opposizione interna al Pd. «È stato un referendum fallimentare dal punto di vista dell’esito e non c’è stata una riflessione interna. Tutto si è concentrato su non avere nemici a sinistra. Ora io mi chiedo se un partito che ambisce a guidare il Paese possa costruire la propria politica economica e del lavoro sul non avere nemici a sinistra. Se questo è il criterio, io non sono bravo a utilizzarlo. Di fronte al Movimento 5 Stelle che per l’ennesima volta volta le spalle alla resistenza ucraina e alla difesa dell’interesse europeo, noi ancora giochiamo a scacchi con Giuseppe Conte». In Toscana, ha aggiunto Pierini toccando uno dei punti centrali delle prossime settimane di dibattito regionale, «veniamo da mesi di discussione sull’acqua pubblica, come se ci fosse un pool di industriali ad occupare materialmente il lago di Bilancino con gli elicotteri, anziché guardare la luna, e cioè la filiera industriale dei servizi pubblici locali, e tuttora la discussione noi la lasciamo sui giornali agli amministratori delle aziende, anziché alla politica». Il sì all’acqua pubblica, sbandierato da Furfaro e gli altri, non sarà affatto a costo zero. La domanda, come al solito in questi casi è: tutto molto bello, ma chi paga?

Pd Toscana sul piede di guerra: Fossi già commissariato?
Elly Shlein, Eugenio Giani ed Emiliano Fossi (Ansa).

Segui il podcast di Pigiama Palazzi, la nuova puntata: Morire di carcere

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti

Sotto il (poco) sole della Toscana, si ritroveranno tra venerdì, sabato e domenica le correnti nuove ed eventuali del Partito Democratico, riunite per l’occasione a Montepulciano e a Prato. Filo-schleiniani con tanto di Elly Schlein in carne e ossa in provincia di Siena, impegnati a «costruire l’alternativa». Riformisti in terra pratese con Giorgio Gori e Matteo Biffoni, dediti a innovare per competere (e viceversa).

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Sostenitori dem (Imagoeconomica).

I filo-Schlein di Franceschini &Co a Montepulciano

La ditta guidata da Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza alzerà il bandone nel pomeriggio alle 15.30, non più nella Sala della Contrada di Voltaia, diventata troppo piccola dopo le molte adesioni pervenute, bensì all’aperto, sotto una tensostruttura riscaldata, nei giardini di Poggiofanti. «Apertura lavori e dibattito», recita il programma («no, il dibattito no!», si direbbe in un film di Nanni Moretti), segue intervento di Gianrico Carofiglio, “Parole per una resistenza civile”, alle ore 19.30. Sabato si continuerà con: “I compiti dei progressisti nel disordine globale”; “Lo Stato di diritto, verso il referendum costituzionale”; “Crescere, insieme. Contrastare il declino dell’Italia e le diseguaglianze”; “Le forme della partecipazione, il nuovo Partito Democratico”; “Oltre i confini. Una Patria chiamata Repubblica”, con Michela Ponzani, ospite fissa di La7. Domenica il gran finale con Schlein alle 12.30, accompagnata dalla segreteria nazionale ma anche dalla segreteria toscana del Pd, che proprio in questi giorni ha deciso di autoriformarsi.

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Dario Franceschini e Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La crisi a Firenze e il rinnovo della segreteria regionale

La vittoria di Eugenio Giani ha infatti portato con sé anche non poche ombre, a partire dal risultato del Pd a Firenze parecchio sotto le aspettative, per non parlare del fatto che nella mitologica provincia, nella Piana, non è stato eletto neanche un consigliere regionale di centrosinistra. Sicché, Emiliano Fossi, deputato, segretario regionale, per evitare il commissariamento di Marco Furfaro, deputato, responsabile delle iniziative politiche del Pd nazionale (commissariamento che qualcuno in realtà sostiene nei fatti già esserci stato) ha deciso di azzerare l’attuale segreteria: «Il 6 dicembre abbiamo convocato la direzione regionale e lì porterò le linee guida per la nuova segreteria che costruiremo entro Natale puntando su esperienze, amministratori e novità, fuori e oltre le correnti», ha detto all’edizione fiorentina di Repubblica. «Faremo una nuova segreteria. E partirà una fase 2. Un partito nuovo, aperto e all’altezza delle sfide, comprese le amministrative 2026 per cui siamo già a lavoro: con il centrosinistra ci riprenderemo i Comuni in mano alla destra». E auguri. 

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Emiliano Fossi (da Fb).

A Prato nuova tappa del tour riformista

A Prato, sabato, dalle 10 in poi, al teatro Garibaldi, si ritrovano invece i riformisti, già in tour italiano da un mese, pronti a ospitare, tra gli altri, Lucia Aleotti, Marco Bentivogli, Claudio Bettazzi, Andrea Bontempi, Marco Buti e Tommaso Nannicini. Conclusioni di Biffoni, mister 22.155 preferenze in Consiglio regionale, e Gori, europarlamentare, vicepresidente della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia.  

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Matteo Biffoni (Imagoeconomica).

Dopo tre anni di pax armata, riprendono forza le correnti

Insomma: dopo quasi tre anni di segreteria Schlein (era il 26 febbraio 2023) e di pace armata, il Pd ha ricominciato a dibattere, persino a litigare. Quasi come un tempo, quando l’iniziativa politica del leader di turno veniva criticamente accompagnata da scazzi, dichiarazioni quotidiane, interviste, manifestazioni e contromanifestazioni, post sui social. Al contempo, sono rinate le correnti, che non sono una parolaccia, né un’invenzione dei tempi nostri. La Dc era costruita sulle componenti dei leader. C’era Iniziativa Democratica di Amintore Fanfani, c’era Primavera di Giulio Andreotti, c’era Centrismo Popolare di Mario Scelba, e via così. D’altronde, le correnti servono. Lo ha scritto una volta sul quotidiano Europa Antonio Funiciello, già capo dello staff di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio: «Sono indispensabili. E non c’è niente di male se costruiscono protezione tra i correntisti, purché questi siano legati da un vissuto culturale comune». Le correnti «costituiscono naturalmente un sistema di convenienze reciproche fondato su convinzioni condivise. Le filiere, viceversa, costruiscono un sistema di convinzioni fondato su convenienze». Nel Pd chi fa parte di una corrente si schermisce e dice di non voler far parte di correnti e accusa gli avversari di far parte di una corrente. È tutta una catena di affetti che nessuno può spezzare. 

Fine della pace armata e ricerca di un leader: il Pd riparte dalle correnti
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il campo largo alle prese con il nodo della leadership

Resta da capire dove condurrà questo nuovo gigantografico e ritrovato dibattito interno al Pd. La segretaria non è riuscita, almeno finora, a definire un’identità politica condivisa nel suo partito. Ha puntato molto sul linguaggio dei diritti, ha interpretato la sinistra come un movimento culturale più che come una forza di governo, e questo – a due anni dalle elezioni del 2027, salvo sorprese – rischia di essere esiziale. Così come esiziale, nel campo largo, resta il problema della leadership. In questi tre anni di segreteria Schlein sono successe molte cose. Compresa la recente vittoria di Zohran Mamdani a New York che ha riaperto, a sinistra, la stagione della ricerca della guida politica. «Fare come Zohran» sembra diventato il nuovo imperativo morale dei progressisti di casa nostra, convinti che basti replicare modelli che hanno trionfato all’estero per tornare al governo in Italia. 

Gli aspiranti capi del centrosinistra

Sicché: chi lo fa il prossimo capo del campo largo? Il centrosinistra farà le primarie per individuarlo? Domande che ci domandiamo. Richierebbero peraltro di essere delle primarie piuttosto affollate. C’è Schlein, certo, che non deve guardarsi solo dai compagni di partito; c’è infatti anche un “nuovo” avversario che si sta attrezzando per le elezioni politiche del 2027. Ed è l’alleato Giuseppe Conte, che anzitutto ha un vantaggio competitivo invidiabile: il M5s ha solo un leader riconosciuto ed è lui. Ci sono poi i sindaci aspiranti leader nazionali, dalla sindaca di Genova, Silvia Salis, al sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Tutti in procinto di fare qualcosa. Convegni, riunioni, movimenti civici, petizioni, assemblee, iniziative. Tutto un convergere, un urgere, tutto un dibattere, un ricostruire, un lanciare alternative. Il Pd ha egemonizzato almeno la fase nannimorettiana del campo largo. 

Regionali, perché il Pd non deve cedere ai facili entusiasmi

Nel campo largo è scattata l’ora della ricreazione. La vittoria alle elezioni regionali in Campania e Puglia si è subito trasformata in una previsione di future riconquiste: a chi Palazzo Chigi? Non a loro! Eppure serve cautela quando si mischiano le solite pere e le solite mele, anche perché così si perdono di vista… le Meloni. 

Regionali, perché il Pd non deve cedere ai facili entusiasmi
Elly Schlein (Ansa).

In Campania De Luca conduce ancora i giochi

Tanto per cominciare ha votato poca gente: in Campania il 44,06 per cento contro il 55,52 per cento di cinque anni fa; in Puglia il 41,83 per cento contro il 56,43 per cento della volta scorsa. Alle elezioni politiche l’affluenza sarà più alta. Giorgia Meloni ci sarà eccome, mentre, per fortuna del destra-centro, mancheranno gli Edmondo Cirielli e i Luigi Lobuono. Allo stesso modo, a livello nazionale il campo largo – che in Puglia vince con gli Antonio Decaro – non sa come scegliere il suo prossimo capopopolo. E si deve affidare, nelle singole Regioni, ai suoi vecchi capibastone. Prendiamo il caso della Campania, dove il M5s, pur esprimendo il candidato presidente, è arrivato appena al 9,12 per cento – la metà del Pd, 18,41 per cento – e dove la lista civica Roberto Fico Presidente ha preso il 5,41. La lista civica del vecchio Vincenzo De Luca, irrottamabile e irriformabile, A testa alta, è arrivata all’8,34 per cento eleggendo quattro consiglieri regionali. Avrebbero dovuto rottamarlo, sono dovuti invece venire tutti, e sottolineiamo tutti, a patti con lui. 

Regionali, perché il Pd non deve cedere ai facili entusiasmi
Vincenzo De Luca (Imagoeconomica).

Decaro diventa il punto di riferimento dei riformisti dem

In Puglia, il campo largo deve puntare sull’effetto Decaro, la cui squillante vittoria in un deserto di partecipazione rianima Elly Schlein ma anche i riformisti del Pd, che potrebbero aver trovato nell’europarlamentare in prestito a Bruxelles con diritto di riscatto (appena esercitato) il volto pubblico del nuovo corso non bonacciniano. Per carità, Decaro ha già detto che non gli interessa, che il leader lo farà qualcun altro, anzi c’è già ed è Schlein. Ma ormai come si fanno a prendere sul serio le dichiarazioni di chi si candida per un posto da europarlamentare e poi dopo un anno accetta di correre per un altro incarico lasciando quello che aveva conquistato poco prima? 

Regionali, perché il Pd non deve cedere ai facili entusiasmi
Antonio Decaro (Imagoeconomica).

La signorilità del Pd non è ripagata da Conte

Il Pd esce dunque da questa tornata elettorale con un presidente di Regione in meno. Prima aveva De Luca, ora ha Fico. Un atto di generosità del partito di Schlein che con la logica testardamente unitaria cede candidati agli alleati (un po’ come in Toscana dove ha ceduto consiglieri regionali e assessori). Il campo largo è dunque diventato, almeno apparentemente, una coalizione come quella di centrodestra, dove ci si spartiscono aree di competenza politico-geografica. Tenuta in piedi però dalla signorilità del Partito Democratico. Analoga signorilità non arriva però da Giuseppe Conte, che in ogni occasione rivendica una diversità antropologica. «Quando parla con me non parla con la sinistra», ama dire Conte rivolto a chi gli chiede conto della questione della sicurezza (insieme a fisco e immigrazione tema rovente di qualsiasi campagna elettorale).

Regionali, perché il Pd non deve cedere ai facili entusiasmi
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il prossimo scoglio del campo largo? La legge elettorale

Per non parlare della legge elettorale: Fratelli d’Italia, un minuto dopo la chiusura delle urne, ha detto di volerla cambiare, per il tramite del potente responsabile organizzazione Giovanni Donzelli. Igor Taruffi, omologo del Pd, ha risposto picche, spiegando a La7 che «Meloni e il centrodestra vogliono cambiare la legge elettorale perché sanno che con questa legge non vincono le elezioni. Rispetto al 2022 i risultati dei collegi uninominali sarebbero ribaltati; è chiaro che la presidente del Consiglio ha questo scopo, cancellare i collegi uninominali che perderebbe tutti, e fare un proporzionale; e lo fa non per interesse generale, ma per interesse personale». L’attuale legge elettorale, ha aggiunto Taruffi, «non sarà la migliore, ma dimostra che chi vince le elezioni è in grado di governare. La legge ha dimostrato di saper assicurare una maggioranza, non si capisce perché cambiarla se non per ragioni di bottega». Il M5s però ancora una volta la vede in maniera diversa. «Sulla leadership, il tema dirimente sarà la legge elettorale, che Meloni vorrà cambiare. Se si deve indicare sul simbolo il candidato premier, il tema va affrontato e capiremo il metodo», ha detto il capogruppo del M5s alla Camera, Riccardo Ricciardi, sempre a La7. «Come M5s siamo sempre stati contrari a questa legge elettorale. Quando uno ha consenso emerge, a prescindere. Ma noi siamo per cambiarla, siamo per il proporzionale». Per l’appunto. 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd

La contraerea riformista nel Pd è appena iniziata. Segnatevi questi due nomi, arrivano dalla Toscana, terra che sta dando molta soddisfazione ai cronisti foresti (cioè i non toscani) che si occupano di politica. Sono due neoconsiglieri regionali, rimasti esclusi dalla Giunta di Eugenio Giani: Matteo Biffoni, 22.155 preferenze, e Brenda Barnini, 13.682 preferenze. Il primo, ex sindaco di Prato, ha organizzato un altro appuntamento del tour riformista italiano. Dopo Milano con Giorgio Gori e Pina Picierno, c’è infatti un’altra data: 29 novembre, al Garibaldi Milleventi di Prato, alle ore 10. “Innovare per competere. Le nuove sfide della manifattura”. «Conta esserci», dice Filippo Sensi che chiama a raccolta i RAB, Riformisti Alternativi a Bonaccini: Gori, Picierno, Simona Malpezzi, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Sandra Zampa, Walter Verini, Lorenzo Guerini, Graziano Delrio.

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Eugenio Giani con Matteo Biffoni (da FB).

Il tour riformista in risposta all’appuntamento di Montepulciano

Non è che un altro debutto. Il tour proseguirà. Ogni città un tema. Una risposta alle accuse di Stefano Bonaccini di fare i riformisti da Palazzo, se non da strapazzo. Una risposta alla riunione di Montepulciano, provincia di Siena, con la riedizione del Correntone, con Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza, nello stesso fine settimana (28-30 novembre): fedeli alla segretaria, sì, ma fino a prova contraria. Una risposta, quella di Biffoni, anche all’esclusione dalla Giunta e la nomina a presidente della Commissione Sanità. Un po’ poco per uno che in varie occasioni era stato persino indicato come possibile candidato presidente alle elezioni regionali. Un po’ poco anche per il record di preferenze preso in un territorio che negli ultimi anni è stato funestato da inchieste, alluvioni, calamità politico-giudiziarie, scandali, polemiche su affiliazioni massoniche. Biffoni in campagna elettorale l’aveva presa di punta, con la storia dell’orgoglio pratese ferito. Una campagna che ha funzionato, anche dal punto di vista mediatico. Ma non è bastata a entrare nella Giunta Schlein con un po’ di Giani dentro. «Se nella valutazione conta la residenza non so…», ha detto Biffoni in un’intervista alla Nazione: «Dico che ho fatto il consigliere comunale dal 2004, il parlamentare, il sindaco per 10 anni, il presidente della Provincia e dell’Anci Toscana. Ho preso 22.155 preferenze: questo è quello che metto a disposizione della mia città. Evidentemente si è ritenuto non sufficiente per entrare». Forse Biffoni ha scontato l’appartenenza all’area riformista? «Sconto più che altro il carattere, forse…», ha risposto lui. «Fino a prova contraria anche Giani fa parte di questo mondo, almeno per come l’ho capita io. Ma credo che siamo già oltre quella fase. Resta il fatto che, per quanto ne so, non era mai successo nella storia che chi arriva primo per preferenze non entra in Giunta». 

Toscana: Biffoni e la contraerea riformista del Pd
Brenda Barnini (da Fb).

Barnini e Biffoni per ora hanno incassato, ma tra cinque anni…

L’altro nome da segnare sul taccuino è quello di Brenda Barnini, ex sindaca di Empoli, già allieva dell’ex segretario regionale e deputato dalemiano Andrea Manciulli. Non ama alzare la voce, le sue dichiarazioni critiche sul Pd sono sempre poche e molto calibrate. Una l’ha fatta pochi giorni fa dopo l’esclusione dalla Giunta (parzialmente ricompensata con la nomina a presidente della Commissione che si occupa di sviluppo economico e lavoro): «In questi giorni ho ricevuto una quantità incalcolabile di messaggi, telefonate che mi hanno testimoniato stima, fiducia e allo stesso tempo delusione per la mancata nomina nella Giunta regionale. Ringrazio ciascuno di voi e so che le mie risposte educate non sempre avranno soddisfatto il vostro legittimo disappunto. Ciò che più mi preoccupa di questa ondata di affetto e sconcerto non ha però niente a che fare con la mia persona, ma con il rischio ahimè molto concreto che alcune scelte poco comprensibili per i cittadini e gli elettori facciano perdere di credibilità alla politica e in questo caso alle istituzioni». Per ora, insomma, Biffoni e Barnini hanno incassato lo stop di Giani, ma non rimangono in attesa degli eventi. D’altronde sono sufficientemente esperti da sapere che in politica la ruota gira e che fra cinque anni ci sarà da trovare un nuovo presidente di Regione, perché Giani sarà diventato come Michele Emiliano, Vincenzo De Luca e Luca Zaia: un venerato maestro del secondo mandato. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano

C’è un po’ di Giani in questa Giunta Schlein. La Regione Toscana è davvero il laboratorio della segreteria nazionale del Partito Democratico, quello dove poter fare gli esperimenti di Giunta migliori, altrove impossibili. Dove la ritrovi infatti una Regione in cui il presidente pur di ottenere la ricandidatura è disposto a venire a patti con se stesso fino a snaturarsi, una Regione dove il Pd può essere generosamente e testardamente unitario, consentendo al M5s di poter finalmente governare la Toscana, insieme a Avs e Casa Riformista, il sogno del campo largo finalmente compiuto, il socialismo democratico applicato prima ancora che Zohran Mamdani abbia preso servizio nella Grande Mela. In Toscana infatti la coalizione può essere accontentata facilmente; un assessore a Conte, uno a Bonelli-Fratoianni, uno a Renzi, il resto al Pd che già si è sacrificato molto perdendo sette consiglieri regionali rispetto a quelli eletti nel 2020. È il Pd a fare coalizione a sé, con tutte quelle anime e componenti che la tengono in piedi. Il Pd è la coalizione delle correnti di se stesso. 

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Sara Furnaro, Ely Schlein ed Eugenio Giani (Da Fb).

Mia Diop e la folgorazione per Elly Schlein

È in Toscana insomma che si può compiere l’operazione di ingegneria politico-istituzionale di mettere alla vicepresidenza della Regione una giovane studentessa di Scienze Politiche, Mia Diop, classe 2002, fin qui consigliera comunale a Livorno e poco più. Mozione Schlein, certamente: «Elly Schlein ha rappresentato tutte quelle persone che erano molto critiche verso il Pd su alcuni temi. A un certo punto hanno detto: “Oh,­ finalmente c’è qualcuno che ne parla”. Ha parlato, per esempio, della formazione dei giovani. Io non avevo mai sentito dire, da parte di un segretario, che c’è necessità di formare le nuove generazioni», disse Diop nel 2023 in un’intervista per Quale Pd (Laterza). «Anche attraverso una scuola di formazione di partito. Sono tutte cose che si pensano in privato, ma poi in pubblico non le dice nessuno. Un’altra cosa che ho apprezzato, e che secondo me ha fatto presa su tanti, è che fin da subito Schlein non ha mai voluto creare una gerarchia fra diritti civili e sociali. Sono anzi due elementi inscindibili fra di loro, che possono e devono coesistere. Infine, punta davvero sui giovani. Certo, il dialogo con i giovani c’è stato anche prima, ma finora era mancato un progetto condiviso. Schlein ha voluto un ricambio vero sia in Direzione sia in Assemblea, non ascoltando le correnti. Io stessa ho sempre fatto politica nella giovanile del partito senza mai far parte di correnti».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Mia Diop con Eugenio Giani (da Instagram).

Il fuoco amico dei riformisti dem

Poi però anche lei è entrata a far parte della corrente di maggioranza schleiniana. I riformisti del Pd le contestano, fra le altre cose, la mancanza d’esperienza necessaria a governare una Regione. «Essere nominata vicepresidente della Toscana a 23 anni significa anche questo: non è vero che i giovani devono aspettare il loro turno, come sostengono quelli che ci vorrebbero tener lontani da tutto. La verità è che il turno non arriva mai, se non siamo noi a prendercelo», replica lei. Molto vicina a Marco Furfaro e a Emiliano Fossi, Diop risponde all’esigenza prioritaria di Schlein di iniziare ad avere finalmente una classe dirigente a sua immagine e somiglianza che stia saldamente nel Palazzo, che abbia rappresentanza nelle amministrazioni, nei Consigli regionali, in Parlamento. A New York Mamdani, a Firenze – via Livorno – Diop.

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Marco Furfaro con Mia Diop (da Instagram).

L’attacco di Vannacci (che ha piazzato in Consiglio il suo assistente)

La destra ne ha subito approfittato per farsi riconoscere. «Nel suo caso, nessuna esperienza e nessun curriculum sono richiesti per ricoprire il delicato e prestigioso incarico conferitole. Sono sufficienti la sua tessera del partito (Pd) e la pelle nera», ha detto Roberto Vannacci, che è riuscito a piazzare in Consiglio regionale – grazie al listino bloccato – il suo assistente parlamentare, Massimiliano Simoni. Pronta la risposta di Fossi, deputato e segretario regionale dem: «Le parole di Roberto Vannacci contro Mia Diop sono un attacco vergognoso e razzista che nulla ha a che vedere con la politica. Offendere la vicepresidente della Regione per il colore della pelle e per l’età è indegno di chi ricopre incarichi pubblici e rivela il livello a cui la destra vuole trascinare il dibattito. Mia Diop è stata scelta per capacità, impegno e responsabilità». In Toscana, ha detto ancora Fossi, «non si giudicano le persone per la provenienza e non si accetta che una giovane donna impegnata nelle istituzioni venga usata come bersaglio propagandistico da chi cerca visibilità insultando gli altri. Il vero problema non è la competenza, ma chi trasforma il razzismo in argomento politico».

Mia Diop e il Pd che si auto-coalizza: anatomia del laboratorio toscano
Roberto Vannacci (Ansa).

Le conferme schleiniane della Giunta Giani

La novità Diop è accompagnata anche da diverse conferme della nuova Giunta Giani. Sono state confermate infatti Alessandra Nardini, schleiniana molto vicina ad Andrea Orlando, fin qui assessora all’Istruzione (qualche giorno fa si è fatta notare per aver bollato come maschiliste le critiche politiche di Romano Prodi, Arturo Parisi e Luigi Zanda a Schlein), e Monia Monni, pure lei schleiniana, che avrà la delega alla Sanità, una delle cariche più importanti visto il peso nel bilancio regionale, e che nella precedente Giunta aveva ricoperto l’incarico di assessore all’Ambiente. Una Giunta zohraniana.

M5s, il ritorno del Conte I tra patrimoniale e sicurezza

Di Giuseppe Conte ce ne sono notoriamente due. Il primo ha governato con la Lega, avallava i decreti di Matteo Salvini ministro dell’Interno, il secondo ha governato con il Pd e fischietta quando sente parlare di sicurezza. Entrambi i Conte hanno fatto il presidente del Consiglio e questo è il dato strategico più rilevante per il capo del M5s, che adesso s’acconcia di nuovo a Pater Familias, per ora soltanto del campo largo (CL), poi si vedrà. In attesa di capire come si comporterà quando la Cgil sciopererà di nuovo, il 12 dicembre, contro la manovra: che farà il leader del M5s? Aderirà? Manifesterà? Oppure si concederà una piroetta?

M5s, il ritorno del Conte I tra patrimoniale e sicurezza
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Conte è entrato in modalità primarie

Conte d’altronde è in modalità primarie. E per vincere le primarie in una coalizione già sufficientemente spostata a sinistra per via di Elly Schlein sulle orme dello zohranesimo, con qualche aspirante para-leader lib-dem (la sindaca di Genova Silvia Salis), sembra aver deciso di vestire di nuovo i panni del Conte I, smarcandosi dal neosocialismo schleiniano. Per esempio sulla patrimoniale: «Non so se a sinistra c’è una discussione sulla patrimoniale, ma per quanto ci riguarda – noi siamo una forza progressista indipendente – una patrimoniale non è all’ordine del giorno», ha detto Conte. E tanti saluti a chi nel campo largo invece vuole portarla, come Angelo Bonelli di Avs, al tavolo di discussione degli alleati: «Per noi è all’ordine del giorno perché è una misura di equità sociale».

M5s, il ritorno del Conte I tra patrimoniale e sicurezza
Nicola Fratoianni, Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Le deboli resistenze interne al M5s sulla patrimoniale

Ma la fronda sulla patrimoniale è anche dentro il M5s, che pure non è il Pd e quindi Conte può spadroneggiare come meglio crede. È d’accordo sulla tassa Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, che di recente s’è dimessa da vicepresidente del M5s per poter rispolverare lo spirito grillino delle origini: «Lo sapete che in Italia il 5 per cento più ricco delle famiglie detiene quasi la metà della ricchezza nazionale? È una follia: un Paese non può crescere così. Mentre milioni di italiani lavorano, spesso in impieghi faticosi e sottopagati, sapendo che il loro stipendio non basterà per vivere dignitosamente… Mentre in molte case italiane, far quadrare il bilancio è una lotta quotidiana tra stipendi bassi, bollette che schizzano e libri di scuola da pagare…. Mentre la maggioranza dei pensionati fatica a mettere insieme il pranzo con la cena… Mentre ogni imprenditore tra burocrazia, tasse e dazi si trova a fare i salti mortali per non fallire… Mentre i poveri sono sempre  più poveri e il ceto medio sta scomparendo…». E via elencando. Ecco perché, dice Appendino lanciando la sfida a Beppe Conte, «una tassa di solidarietà per i super-Paperoni non è ideologia: è giustizia sociale». A favore anche Roberto Fico, candidato presidente in Campania: «Nella nostra Costituzione vige il principio solidaristico. Chi ha di più deve contribuire per far crescere tutto il Paese. Anche all’interno delle regioni deve valere lo stesso principio». A favore della patrimoniale era già, nel 2024, Pasquale Tridico, già candidato sconfitto in Calabria: «Oggi l’1 per cento della popolazione detiene il 46 per cento della ricchezza globale. C’è una proposta, avanzata dall’economista Zucman, che prevede una tassazione sui super-ricchi del 2 per cento: si tratterebbe di un contributo per chi ha accumulato fortune miliardarie», diceva il padrino del reddito di cittadinanza.

M5s, il ritorno del Conte I tra patrimoniale e sicurezza
Pasquale Tridico con Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Torna pure l’emergenza sicurezza

La fortuna di Conte è che lui non è soltanto il capo, è il padrone del M5s – appena rieletto in una competizione farsa – e quindi tutto sommato può infischiarsene degli spifferi para-grillini. Ma la postura contiana non si ferma al fisco. C’è anche, appunto, la questione della sicurezza: «C’è un’emergenza sicurezza nelle nostre strade, nelle nostre città, nelle nostre periferie. Lo vogliamo riconoscere?», ha tuonato Conte. «Ci siamo accorti che furti, rapine e scippi spadroneggiano, soprattutto nelle città con i turisti. Ristabiliamo la procedibilità di ufficio. E poi, prendiamo quel miliardo buttato nei centri in Albania e stabiliamo un patto per la sicurezza con i Comuni. C’è una scopertura nelle forze dell’ordine, 25 mila agenti e carabinieri: vogliamo quei miliardi buttati nelle armi dedicarli alla sicurezza?». Dove possa condurre l’avanzata contiana è difficile prevederlo. L’uomo è come Zelig, pronto per tutte le stagioni, con una pochette come bussola presidenziale. La legge (a)morale dentro di sé e il cielo (penta)stellato dietro di sé.

M5s, il ritorno del Conte I tra patrimoniale e sicurezza
Uno striscione esposto in Aula dai deputati leghisti nel 2020 con le gigantografie di Giuseppe Conte e Matteo Salvini (Ansa).