Nel campo largo è scattata l’ora della ricreazione. La vittoria alle elezioni regionali in Campania e Puglia si è subito trasformata in una previsione di future riconquiste: a chi Palazzo Chigi? Non a loro! Eppure serve cautela quando si mischiano le solite pere e le solite mele, anche perché così si perdono di vista… le Meloni.

In Campania De Luca conduce ancora i giochi
Tanto per cominciare ha votato poca gente: in Campania il 44,06 per cento contro il 55,52 per cento di cinque anni fa; in Puglia il 41,83 per cento contro il 56,43 per cento della volta scorsa. Alle elezioni politiche l’affluenza sarà più alta. Giorgia Meloni ci sarà eccome, mentre, per fortuna del destra-centro, mancheranno gli Edmondo Cirielli e i Luigi Lobuono. Allo stesso modo, a livello nazionale il campo largo – che in Puglia vince con gli Antonio Decaro – non sa come scegliere il suo prossimo capopopolo. E si deve affidare, nelle singole Regioni, ai suoi vecchi capibastone. Prendiamo il caso della Campania, dove il M5s, pur esprimendo il candidato presidente, è arrivato appena al 9,12 per cento – la metà del Pd, 18,41 per cento – e dove la lista civica Roberto Fico Presidente ha preso il 5,41. La lista civica del vecchio Vincenzo De Luca, irrottamabile e irriformabile, A testa alta, è arrivata all’8,34 per cento eleggendo quattro consiglieri regionali. Avrebbero dovuto rottamarlo, sono dovuti invece venire tutti, e sottolineiamo tutti, a patti con lui.

Decaro diventa il punto di riferimento dei riformisti dem
In Puglia, il campo largo deve puntare sull’effetto Decaro, la cui squillante vittoria in un deserto di partecipazione rianima Elly Schlein ma anche i riformisti del Pd, che potrebbero aver trovato nell’europarlamentare in prestito a Bruxelles con diritto di riscatto (appena esercitato) il volto pubblico del nuovo corso non bonacciniano. Per carità, Decaro ha già detto che non gli interessa, che il leader lo farà qualcun altro, anzi c’è già ed è Schlein. Ma ormai come si fanno a prendere sul serio le dichiarazioni di chi si candida per un posto da europarlamentare e poi dopo un anno accetta di correre per un altro incarico lasciando quello che aveva conquistato poco prima?

La signorilità del Pd non è ripagata da Conte
Il Pd esce dunque da questa tornata elettorale con un presidente di Regione in meno. Prima aveva De Luca, ora ha Fico. Un atto di generosità del partito di Schlein che con la logica testardamente unitaria cede candidati agli alleati (un po’ come in Toscana dove ha ceduto consiglieri regionali e assessori). Il campo largo è dunque diventato, almeno apparentemente, una coalizione come quella di centrodestra, dove ci si spartiscono aree di competenza politico-geografica. Tenuta in piedi però dalla signorilità del Partito Democratico. Analoga signorilità non arriva però da Giuseppe Conte, che in ogni occasione rivendica una diversità antropologica. «Quando parla con me non parla con la sinistra», ama dire Conte rivolto a chi gli chiede conto della questione della sicurezza (insieme a fisco e immigrazione tema rovente di qualsiasi campagna elettorale).

Il prossimo scoglio del campo largo? La legge elettorale
Per non parlare della legge elettorale: Fratelli d’Italia, un minuto dopo la chiusura delle urne, ha detto di volerla cambiare, per il tramite del potente responsabile organizzazione Giovanni Donzelli. Igor Taruffi, omologo del Pd, ha risposto picche, spiegando a La7 che «Meloni e il centrodestra vogliono cambiare la legge elettorale perché sanno che con questa legge non vincono le elezioni. Rispetto al 2022 i risultati dei collegi uninominali sarebbero ribaltati; è chiaro che la presidente del Consiglio ha questo scopo, cancellare i collegi uninominali che perderebbe tutti, e fare un proporzionale; e lo fa non per interesse generale, ma per interesse personale». L’attuale legge elettorale, ha aggiunto Taruffi, «non sarà la migliore, ma dimostra che chi vince le elezioni è in grado di governare. La legge ha dimostrato di saper assicurare una maggioranza, non si capisce perché cambiarla se non per ragioni di bottega». Il M5s però ancora una volta la vede in maniera diversa. «Sulla leadership, il tema dirimente sarà la legge elettorale, che Meloni vorrà cambiare. Se si deve indicare sul simbolo il candidato premier, il tema va affrontato e capiremo il metodo», ha detto il capogruppo del M5s alla Camera, Riccardo Ricciardi, sempre a La7. «Come M5s siamo sempre stati contrari a questa legge elettorale. Quando uno ha consenso emerge, a prescindere. Ma noi siamo per cambiarla, siamo per il proporzionale». Per l’appunto.
