La storia dell’Unione europea per date

L’Unione europea nacque come progetto di pace e cooperazione economica dopo la Seconda guerra mondiale, con l’obiettivo di unire Stati un tempo in conflitto. Dal 9 maggio 1950, quando Robert Schuman propose la gestione comune di carbone e acciaio, fino alla nascita formale dell’Unione con il Trattato di Maastricht nel 1992, il percorso fu segnato da accordi storici, allargamenti progressivi, riforme istituzionali e la creazione della moneta unica. Negli anni successivi, l’Ue si ampliò verso Est, arrivando a 27 Stati membri, con istituzioni consolidate e una Carta dei diritti fondamentali. Questa cronistoria ripercorse i principali momenti che trasformarono l’Europa in un’unione politica, economica e monetaria senza precedenti.

I primi passi: Ceca, Cee ed Euratom

La storia dell’Unione europea per date
Bandiera europea (Imagoeconomica).

Il 9 maggio 1950, Robert Schuman propose di gestire in comune la produzione di carbone e acciaio tra Francia, Germania e altri paesi europei, ispirandosi alle tesi di Jean Monnet. L’anno successivo, il Trattato di Parigi istituì la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), con durata prevista di 50 anni. Il 25 marzo 1957 sei Stati fondatori firmarono a Roma i trattati della Cee e dell’Euratom, avviando il mercato comune e la cooperazione nucleare. Nel 1967 le tre Comunità furono fuse sul piano esecutivo, con una sola Commissione e un solo Consiglio.

Il Trattato di Maastricht: nasce ufficialmente l’Unione europea

Il primo allargamento avvenne nel 1973 con Danimarca, Irlanda e Regno Unito, portando i membri a nove, seguiti dalla Grecia nel 1981 e da Spagna e Portogallo nel 1986. L’Atto unico europeo del 1987 stabilì il completamento del mercato unico entro il 1992, mentre il progetto di Trattato di Altiero Spinelli del 1984 fornì una base per ulteriori riforme istituzionali. Il Trattato di Maastricht del 1992 istituì formalmente l’Unione europea, introducendo la cittadinanza comune e la cooperazione in politica estera, sicurezza, giustizia e affari interni. Dopo l’adesione di Austria, Finlandia e Svezia nel 1995, l’euro fu adottato da 11 Stati il 1 gennaio 1999, consolidando l’Unione economica e monetaria.

Allargamenti e consolidamento istituzionale

Tra il 2004 e il 2007, l’Ue accolse dieci nuovi Stati orientali e Romania e Bulgaria, portando i membri a 27. Tra il 2000 e il 2003, con i trattati di Nizza e Amsterdam, l’Ue riformò le istituzioni in vista dell’allargamento a Est. Nel 2000 il parlamento, la Commissione e il Consiglio proclamarono la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, un documento che raccolse e codificò i diritti civili, politici, economici e sociali dei cittadini europei, sancendo ufficialmente i valori condivisi dall’Unione.

Il 1° novembre 1993 nasceva l’Unione europea: cos’è il Trattato di Maastricht

Nel dicembre 1991, a Maastricht, 12 Paesi europei si ritrovarono per dare una forma politica a un sogno che covava da anni: un’Europa unita, capace di condividere non solo un mercato ma anche una moneta, una cittadinanza e un destino comune. Il Trattato, firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore nel novembre 1993, segnò la nascita dell’Unione europea.

Come si arrivò al Trattato di Maastritch

Il 1° novembre 1993 nasceva l’Unione europea: cos’è il Trattato di Maastricht
Parlamento europeo (Imagoeconomica).

L’idea di un’Unione politica nacque nel 1983 con la dichiarazione del Consiglio europeo di Stoccarda, ma trovò slancio solo dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca. La Francia di François Mitterrand e la Germania di Helmut Kohl compresero che la stabilità del continente dipendeva da un’integrazione più profonda. Nel 1990 e 1991, durante i vertici di Dublino e Roma, i governi europei discussero a lungo su come bilanciare poteri nazionali e istituzioni comuni. Le proposte si scontrarono su temi chiave: il grado di federalismo, la politica di difesa, l’influenza della Nato e il ruolo della Commissione europea. Il compromesso arrivò con il progetto del premier lussemburghese Jacques Santer, che introdusse la struttura a “tre pilastri”. A dicembre 1991, a Maastricht, il Consiglio europeo approvò il testo definitivo del trattato. L’Italia, allora rappresentata dal premier Giuliano Amato, fu tra i 12 Paesi firmatari del trattato nel febbraio 1992.

Cosa prevedeva il Trattato: i tre pilastri

Il nuovo accordo ridefinì l’architettura dell’Europa. Il primo pilastro — la Comunità europea — assorbì le precedenti istituzioni economiche e pose le basi dell’unione monetaria, con la creazione della Banca centrale europea e dell’euro. Per accedervi, gli Stati avrebbero dovuto rispettare i parametri di convergenza: deficit sotto il tre per cento, debito entro il sessanta per cento del Pil, inflazione e tassi d’interesse allineati ai Paesi più virtuosi. Il secondo pilastro riguardava la politica estera e di sicurezza comune, pensata per rendere l’Europa un attore internazionale più coeso. Il terzo, invece, disciplinava la cooperazione in materia di giustizia e affari interni, introducendo strumenti comuni contro criminalità e traffici illeciti. Il trattato istituì anche la cittadinanza europea, ampliando i diritti di voto, circolazione e protezione consolare. E rafforzò i poteri del parlamento europeo con la procedura di codecisione. Maastricht divenne il punto di partenza dell’Unione europea moderna: un equilibrio fragile tra integrazione e spinte sovraniste.

L’Ue ha rinviato la decisione sugli asset russi

L’Unione europea ha rinviato ancora una volta la decisione sull’uso degli asset russi congelati per finanziare la difesa ucraina. L’obiettivo della Commissione sarebbe quello di utilizzare gli interessi generati dagli oltre 180 miliardi di euro di fondi della Banca centrale russa bloccati presso Euroclear, a Bruxelles, come base per un prestito da circa 140 miliardi destinato all’Ucraina. Ma durante il vertice di Bruxelles, i leader dei Ventisette non sono riusciti a superare le divisioni interne, lasciando il tema in sospeso almeno fino al Consiglio europeo di dicembre.

Perché la questione degli asset russi è delicata

Il piano si è arenato di fronte ai dubbi giuridici e finanziari di diversi Paesi. La questione degli asset russi congelati è infatti senza precedenti e giuridicamente complessa. Il problema è che trasformare rendimenti derivanti da beni altrui in risorse pubbliche tocca principi fondamentali del diritto di proprietà e potrebbe essere considerato una confisca indiretta. Il Belgio, tra i Paesi più critici, teme di dover rispondere da sola nel caso in cui Mosca avanzasse richieste di risarcimento, e chiede garanzie che l’eventuale rischio venga condiviso da tutti gli Stati membri. Anche altri governi, tra cui quello dell’Italia, hanno chiesto chiarimenti sul meccanismo legale che permetterebbe di usare gli asset senza configurare una confisca vera e propria, che potrebbe danneggiare la reputazione finanziaria dell’Unione e scoraggiare futuri investitori. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha parlato di «progressi di principio» sull’utilizzo dei fondi ma ha riconosciuto che restano «punti da chiarire». La presidente dell’esecutivo Ursula von der Leyen ha confermato che l’accordo politico sull’idea del prestito esiste, ma che ora occorre definire «come renderlo possibile».


L’Ue sospende l’introduzione di sanzioni contro Israele

L’Unione europea ha sospeso l’introduzione di sanzioni contro il governo israeliano, una decisione che ha suscitato critiche da parte di ex funzionari e consiglieri europei. Dopo il Consiglio Affari Esteri di lunedì, l’Alto rappresentante Kaja Kallas ha annunciato una «pausa» nel processo per revocare i vantaggi commerciali a Israele e colpire i responsabili delle violenze, spiegando che «il contesto è cambiato» con l’avvio del piano per la fine della guerra nella Striscia di Gaza. Le misure restano tuttavia «sul tavolo», ha precisato, vista la fragilità della tregua. Sven Kühn von Burgsdorff, già rappresentante Ue nei Territori palestinesi, ha detto al Guardian che Kallas ha perso «il punto della responsabilità legale», ricordando che le sanzioni servono anche come reazione alle violazioni del diritto internazionale commesse da Israele. Anche Nathalie Tocci, ex consigliera di due Alti rappresentanti, ha definito un errore sospendere la pressione su Israele: «È proprio questo il momento in cui serve mantenerla». Il rinvio riflette le profonde divisioni tra i Paesi Ue – da Spagna e Irlanda, solidali con la causa palestinese, a Ungheria e Italia, vicine al governo Netanyahu – mentre nella società civile si sono susseguite proteste senza precedenti in solidarietà con il popolo palestinese.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica

A marzo 2025 la polizia federale belga aveva perquisito 21 sedi e arrestato tre persone in un’inchiesta per corruzione legata alle attività di lobbying di Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, a Bruxelles (indagine che ha sfiorato anche un eurodeputato italiano). Pochi giorni dopo il parlamento europeo revocava i badge d’accesso ai rappresentanti dell’azienda, e la Commissione Ue sospendeva qualsiasi incontro con Huawei o con associazioni che la rappresentano. Sembrava la fine di un’epoca di influenza, e invece è stato solo un intermezzo.

Huawei e la possibilità di pagare una quota da sponsor

SolarPower Europe (Spe), la più potente lobby del fotovoltaico europeo, aveva espulso Huawei il 28 aprile 2025, in un gesto definito «senza precedenti». Ma nei verbali interni dell’associazione — confermati da più fonti del settore — il colosso cinese sarebbe stato riammesso a settembre con lo status di “membro passivo”: nessun diritto di voto, nessuna partecipazione ai gruppi di lavoro o al comitato advocacy, ma con la possibilità di pagare una quota da sponsor e di comparire come sostenitore agli eventi del settore.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Huawei coinvolta in un’inchiesta per corruzione a Bruxelles (foto Ansa).

Nel lessico delle lobby europee, “passivo” non significa invisibile. Con 60 mila euro l’anno, un’azienda può comunque accedere a spazi di sponsorizzazione, documenti, minute e momenti di networking che contano più di qualsiasi tavolo ufficiale. Spe nega condizionamenti, ma la decisione è arrivata a ridosso della riunione del 29 settembre, quando il board ha deciso di non adottare un position paper esterno che chiedeva alla Commissione di replicare per il fotovoltaico la “toolbox 5G” — cioè un set di barriere contro fornitori considerati a rischio.

Una prudenza che sembra più diplomatica che tecnica

In parallelo, nel rapporto interno “Solutions for Pv Cyber Risks to Grid Stability” — pubblicato in aprile e curato dalla società norvegese Dnv — i riferimenti alla Cina e agli accessi remoti sono scomparsi dall’executive summary. La versione finale raccomanda «standard di settore e limitazioni agli accessi esterni», ma senza indicare chi debba essere limitato. Anche qui, la prudenza sembra più diplomatica che tecnica.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Il parlamento europeo (foto Ansa).

Nove dei 10 principali produttori globali del “cervello” del fotovoltaico sono cinesi

Il vero nodo è la dipendenza industriale. Secondo Wood Mackenzie, azienda di consulenza e analisi specializzata in dati, insight e ricerche sui settori dell’energia, nove dei 10 principali produttori globali di inverter — il “cervello” dei sistemi fotovoltaici — sono cinesi. Huawei è il primo. In Europa i produttori cinesi controllano circa il 65 per cento della capacità installata. Gli inverter gestiscono flussi di energia e dati, regolano la tensione e comunicano con la Rete: un accesso remoto malevolo, un firmware manipolato o un aggiornamento pilotato da server esterni possono spegnere intere porzioni del sistema elettrico.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Inverter e altri prodotti Huawei.

Da mesi viene chiesto un protocollo vincolante per la filiera energetica

Il rapporto Dnv avverte che la vulnerabilità degli inverter è già oggi il principale rischio per la stabilità delle Reti. Nel documento si parla di «catene di fornitura non trasparenti» e della necessità di «un controllo europeo della cybersecurity». È lo stesso allarme rilanciato da vari centri di ricerca, da Entso-E all’Agenzia europea per la cybersicurezza (Enisa), che chiedono da mesi un protocollo vincolante per la filiera energetica. Ma la Commissione continua a rinviare la “toolbox” per il solare, lasciando che il vuoto normativo si riempia di scelte opache.

L’Europa proclama autonomia strategica, ma nei fatti non è così

La Commissione afferma di voler «ridurre i rischi nella catena di fornitura» e di «non allentare la vigilanza» verso le aziende sotto indagine. Ma accetta di fatto che la principale lobby del settore tenga dentro — seppure “a bordo spento” — l’attore più controverso della filiera. L’effetto è politico: l’Europa proclama autonomia strategica e contemporaneamente dipende da un fornitore che controlla il cuore digitale della transizione.

Sicurezza affidata alla buona volontà delle aziende

Nel board di SolarPower Europe siedono gruppi con partnership attive in Cina e interessi incrociati nella produzione di celle, moduli e componentistica. È lo stesso cortocircuito che ha segnato la politica industriale europea negli ultimi anni: sovranità proclamata, filiere delocalizzate e un perimetro di sicurezza affidato alla buona volontà delle aziende.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Pannelli fotovoltaici (foto Ansa).

La domanda resta: il “passivo” basta davvero a schermare l’influenza quando rimangono aperti canali di sponsorizzazione, accesso ai documenti, relazioni commerciali e rapporti con i distributori? Oppure è solo una formula di comodo per riportare Huawei nel giro che contava prima dello scandalo?

L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter

Oggi il divieto formale di contatti non si accompagna a un dispositivo tecnico che protegga la Rete. L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter, e la “toolbox 5G” resta confinata al settore delle telecomunicazioni. Nel frattempo la dipendenza cresce, e il mercato europeo continua a essere alimentato da forniture e aggiornamenti gestiti da cloud esterni.

La transizione verde europea passa dalle decisioni delle lobby

La storia del rientro di Huawei in SolarPower Europe, anche se ridotta a un ruolo marginale, mette a nudo questa contraddizione: Bruxelles vieta le porte d’ingresso ma lascia aperte quelle laterali, proprio nel settore che più dovrebbe incarnare l’indipendenza energetica. La transizione verde europea passa da inverter cinesi e da decisioni prese nei board delle lobby. È lì, non nei comunicati ufficiali, che si misura la sovranità reale dell’Unione.

Respinte due mozioni di sfiducia contro Ursula von der Leyen

Il Parlamento europeo ha respinto due mozioni di sfiducia presentate, una dall’estrema destra dei Patrioti e l’altra dal gruppo The Left, contro la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nel primo caso a votare favorevolmente sono stati 179 eurodeputati, tra cui anche quelli della Lega e del M5s. Nel secondo i sì sono stati 133. Tra i partiti italiani Forza Italia, Pd e Avs hanno votato contro la sfiducia nel primo caso, mentre nel secondo Avs ha sostenuto la mozione. Fratelli d’Italia si è astenuto per la prima e ha votato contrario nel secondo caso. È stata approvata, invece, la risoluzione in favore della costruzione dell’Unione della Difesa, che guarda all’edificazione del «muro di droni».

La presidente: «Ho ricevuto forte sostegno»

Von der Leyen ha commentato: «Apprezzo profondamente il forte sostegno ricevuto oggi. La Commissione continuerà a lavorare a stretto contatto con il Parlamento europeo per affrontare le sfide dell’Europa. E insieme otterremo risultati per tutti i cittadini europei. Uniti per i nostri cittadini, i nostri valori e il nostro futuro». Rispetto al voto di luglio, la presidente della Commissione ha ricevuto maggiore sostegno, passando da 360 voti a favore a 383 e 378 nelle due tranche odierne.

Niente richiamo alla carne per i prodotti vegetali: la decisione Ue

Parole come burger, salsiccia, bistecca o escalope non potranno essere utilizzate per identificare dei prodotti vegetali. Lo ha deciso il Parlamento europeo. A Strasburgo è stato approvato l’emendamento per la revisione del regolamento Ocm, Organizzazione comune mercati. Con questo si vieterà l’utilizzo di questi termini, in aggiunta alle riserve già previste per denominazioni di carne specifiche come pollo, manzo, prosciutto o bacon. Come spiegato da Repubblica, non si potranno utilizzare sulle etichette definizioni come «burger vegetale», «salsiccia vegana» e altri simili.

Una questione di trasparenza e correttezza, secondo i sostenitori dell’emendamento. Anche alcune associazioni agricole e del settore, come Farm Europe e Eat Europe, avevano chiesto un cambio di rotta in questo senso. La versione finale del testo, però, dovrà essere discussa da Parlamento, Consiglio e Commissione. Bisognerà anche capire le tempistiche di approvazione e applicazione, oltre che le modalità. E infine la norma andrà a essere negoziata con i singoli Paesi membri dell’Unione Europea.

L’Eurocamera approva l’immunità a Ilaria Salis

Martedì mattina il parlamento europeo ha respinto la richiesta dell’Ungheria di revocare l’immunità a Ilaria Salis, l’eurodeputata di Avs accusata di aver aggredito dei neonazisti a una manifestazione di estrema destra a Budapest nel 2023, accuse che lei ha sempre negato. Secondo le dichiarazioni ufficiali dei partiti nei giorni scorsi, l’immunità di Salis avrebbe dovuto essere revocata, ma il voto segreto ha ribaltato il risultato per un solo voto: 306 i favorevoli e 305 i contrari, mentre 17 sono stati gli astenuti. È probabile che abbiano contribuito alcuni eurodeputati indipendenti e membri di centrodestra del Partito Popolare Europeo.

Ilaria Salis: «Una vittoria per lo stato di diritto e l’antifascismo»

«Questo voto è una vittoria per la democrazia, lo stato di diritto e l’antifascismo. Questa decisione dimostra che la resistenza funziona. Dimostra che quando rappresentanti eletti, attivisti e cittadini difendono insieme i valori democratici, le forze autoritarie possono essere affrontate e sconfitte», ha dichiarato Salis in una nota. «La lotta è tutt’altro che finita. Le minacce permangono e continuare a lottare è essenziale. Tutti gli attivisti antifascisti presi di mira per aver sfidato l’autoritarismo e le forze fasciste devono essere difesi».

Salvini: «Qualcuno che si dice di centrodestra ha votato per salvarla»

Il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha attaccato il risultato sui social: «Accusata di lesioni aggravate potenzialmente letali e altre condotte criminose in concorso con altri, all’interno di un’organizzazione criminale. Ma col trucchetto del voto segreto, richiesto dai gruppi di sinistra, anche qualcuno che si dice di ‘centrodestra’ ha votato per salvare la signora Salis dal processo. Vergogna!».