Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica

A marzo 2025 la polizia federale belga aveva perquisito 21 sedi e arrestato tre persone in un’inchiesta per corruzione legata alle attività di lobbying di Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, a Bruxelles (indagine che ha sfiorato anche un eurodeputato italiano). Pochi giorni dopo il parlamento europeo revocava i badge d’accesso ai rappresentanti dell’azienda, e la Commissione Ue sospendeva qualsiasi incontro con Huawei o con associazioni che la rappresentano. Sembrava la fine di un’epoca di influenza, e invece è stato solo un intermezzo.

Huawei e la possibilità di pagare una quota da sponsor

SolarPower Europe (Spe), la più potente lobby del fotovoltaico europeo, aveva espulso Huawei il 28 aprile 2025, in un gesto definito «senza precedenti». Ma nei verbali interni dell’associazione — confermati da più fonti del settore — il colosso cinese sarebbe stato riammesso a settembre con lo status di “membro passivo”: nessun diritto di voto, nessuna partecipazione ai gruppi di lavoro o al comitato advocacy, ma con la possibilità di pagare una quota da sponsor e di comparire come sostenitore agli eventi del settore.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Huawei coinvolta in un’inchiesta per corruzione a Bruxelles (foto Ansa).

Nel lessico delle lobby europee, “passivo” non significa invisibile. Con 60 mila euro l’anno, un’azienda può comunque accedere a spazi di sponsorizzazione, documenti, minute e momenti di networking che contano più di qualsiasi tavolo ufficiale. Spe nega condizionamenti, ma la decisione è arrivata a ridosso della riunione del 29 settembre, quando il board ha deciso di non adottare un position paper esterno che chiedeva alla Commissione di replicare per il fotovoltaico la “toolbox 5G” — cioè un set di barriere contro fornitori considerati a rischio.

Una prudenza che sembra più diplomatica che tecnica

In parallelo, nel rapporto interno “Solutions for Pv Cyber Risks to Grid Stability” — pubblicato in aprile e curato dalla società norvegese Dnv — i riferimenti alla Cina e agli accessi remoti sono scomparsi dall’executive summary. La versione finale raccomanda «standard di settore e limitazioni agli accessi esterni», ma senza indicare chi debba essere limitato. Anche qui, la prudenza sembra più diplomatica che tecnica.

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Il parlamento europeo (foto Ansa).

Nove dei 10 principali produttori globali del “cervello” del fotovoltaico sono cinesi

Il vero nodo è la dipendenza industriale. Secondo Wood Mackenzie, azienda di consulenza e analisi specializzata in dati, insight e ricerche sui settori dell’energia, nove dei 10 principali produttori globali di inverter — il “cervello” dei sistemi fotovoltaici — sono cinesi. Huawei è il primo. In Europa i produttori cinesi controllano circa il 65 per cento della capacità installata. Gli inverter gestiscono flussi di energia e dati, regolano la tensione e comunicano con la Rete: un accesso remoto malevolo, un firmware manipolato o un aggiornamento pilotato da server esterni possono spegnere intere porzioni del sistema elettrico.

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Inverter e altri prodotti Huawei.

Da mesi viene chiesto un protocollo vincolante per la filiera energetica

Il rapporto Dnv avverte che la vulnerabilità degli inverter è già oggi il principale rischio per la stabilità delle Reti. Nel documento si parla di «catene di fornitura non trasparenti» e della necessità di «un controllo europeo della cybersecurity». È lo stesso allarme rilanciato da vari centri di ricerca, da Entso-E all’Agenzia europea per la cybersicurezza (Enisa), che chiedono da mesi un protocollo vincolante per la filiera energetica. Ma la Commissione continua a rinviare la “toolbox” per il solare, lasciando che il vuoto normativo si riempia di scelte opache.

L’Europa proclama autonomia strategica, ma nei fatti non è così

La Commissione afferma di voler «ridurre i rischi nella catena di fornitura» e di «non allentare la vigilanza» verso le aziende sotto indagine. Ma accetta di fatto che la principale lobby del settore tenga dentro — seppure “a bordo spento” — l’attore più controverso della filiera. L’effetto è politico: l’Europa proclama autonomia strategica e contemporaneamente dipende da un fornitore che controlla il cuore digitale della transizione.

Sicurezza affidata alla buona volontà delle aziende

Nel board di SolarPower Europe siedono gruppi con partnership attive in Cina e interessi incrociati nella produzione di celle, moduli e componentistica. È lo stesso cortocircuito che ha segnato la politica industriale europea negli ultimi anni: sovranità proclamata, filiere delocalizzate e un perimetro di sicurezza affidato alla buona volontà delle aziende.

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Pannelli fotovoltaici (foto Ansa).

La domanda resta: il “passivo” basta davvero a schermare l’influenza quando rimangono aperti canali di sponsorizzazione, accesso ai documenti, relazioni commerciali e rapporti con i distributori? Oppure è solo una formula di comodo per riportare Huawei nel giro che contava prima dello scandalo?

L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter

Oggi il divieto formale di contatti non si accompagna a un dispositivo tecnico che protegga la Rete. L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter, e la “toolbox 5G” resta confinata al settore delle telecomunicazioni. Nel frattempo la dipendenza cresce, e il mercato europeo continua a essere alimentato da forniture e aggiornamenti gestiti da cloud esterni.

La transizione verde europea passa dalle decisioni delle lobby

La storia del rientro di Huawei in SolarPower Europe, anche se ridotta a un ruolo marginale, mette a nudo questa contraddizione: Bruxelles vieta le porte d’ingresso ma lascia aperte quelle laterali, proprio nel settore che più dovrebbe incarnare l’indipendenza energetica. La transizione verde europea passa da inverter cinesi e da decisioni prese nei board delle lobby. È lì, non nei comunicati ufficiali, che si misura la sovranità reale dell’Unione.