La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia

C’è un punto del Mediterraneo dove l’Europa preferisce non guardare. È la Tunisia, che nei documenti ufficiali appare come partner affidabile mentre, nelle testimonianze raccolte da Amnesty International nel suo ultimo rapporto, assomiglia alla Libia più di quanto Roma e Bruxelles siano disposte ad ammettere. Una frontiera di sabbia e posti di blocco, dove i migranti neri vengono fermati, colpiti, caricati su camion e lasciati ai margini del deserto. In Italia la chiamiamo «cooperazione»; sul terreno ha un altro nome.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti sub-sahariani a Sfax (Ansa).

Abusi, violenze e mancanza di garanzie: la stretta di Saïed sui migranti subsahariani

Tutto comincia a febbraio 2023, quando Kaïs Saïed liquida gli africani subsahariani come «minaccia demografica». Da allora pattuglie e ronde informali rastrellano Sfax e i quartieri popolari di Tunisi. I racconti raccolti da Amnesty sono quasi sovrapponibili: fermi basati sul colore della pelle, telefoni confiscati, soldi spariti, violenze dentro auto civili usate come camere di contenimento improvvisate. Persino chi ha un documento dell’UNHCR racconta che non vale niente quando la polizia decide di trasformare un controllo in un trasferimento forzato. Il dossier di Amnesty mette in fila quello che nel dibattito italiano si evita di dire: in Tunisia l’asilo non esiste nella pratica quotidiana. Le domande restano sospese, i rifugiati non sono riconosciuti dalle autorità, la protezione internazionale diventa un foglio che non ferma gli agenti né gli abusi. Chi viene intercettato in mare o arrestato a terra entra in un corridoio senza garanzie: detenzione informale, interrogatori lampo, poi l’autobus che parte verso sud o verso ovest.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Il report di Amnesty International.

L’Italia continua a considerare la Tunisia un “Paese sicuro”

È qui che la Tunisia smette definitivamente di essere “Paese sicuro”. Amnesty ricostruisce le espulsioni collettive di interi gruppi, compresi minori e donne incinte, spinti verso le frontiere con Algeria e Libia. La dinamica è sempre la stessa: fermi arbitrari, caricamento su mezzi militari, abbandono in zone desertiche senza acqua né riparo. Le coordinate coincidono con l’inchiesta internazionale “Desert Dumps”, che mostra via satellite gli stessi luoghi di abbandono descritti dai testimoni. Chi sopravvive prova a rientrare, viene nuovamente arrestato e rispedito nel deserto. È una spirale istituzionale, non un eccesso isolato. Il paradosso è che proprio mentre questo sistema si consolidava, l’Italia lo elevava a pilastro della propria deterrenza. Nel 2023 più di 3 mila persone sono state trasferite a Tunisi con procedure accelerate: una catena amministrativa costruita sulla premessa falsa della “sicurezza” tunisina. Il decreto del governo che include la Tunisia nell’elenco dei Paesi sicuri serve proprio a questo: abbreviare i tempi, restringere i diritti, facilitare le espulsioni. Intanto proseguono i rimpatri bisettimanali con i charter dalla Sicilia, una routine che sopravvive ai dossier internazionali.

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Giorgia Meloni con il presidente tunisino Kaïs Saied (Ansa).

Il triangolo Italia, Tunisia, deserto

Nel 2023 la Commissione europea sigla con Saïed il Memorandum da oltre 100 milioni di euro per la “gestione delle frontiere”. È fondato sul presupposto che le forze tunisine possano agire come guardiani esterni dell’Europa. Nel 2024 arriva la formalizzazione della SRR tunisina, la zona di ricerca e soccorso: Roma e Bruxelles presentano l’accordo come miglioramento tecnico, ma il risultato è affidare a chi pratica intercettazioni violente un tratto cruciale del Mediterraneo centrale. Meno navi europee, più operazioni tunisine, più persone riportate a Sfax o a Ben Guerdane senza che nessuno valuti la loro richiesta di protezione. Intanto, dall’altra parte del mare, succede ciò che non compare nei comunicati ufficiali. Organizzazioni tunisine e internazionali raccolgono testimonianze di persone rimandate dall’Italia che, poche settimane dopo lo sbarco, vengono intercettate di nuovo e deportate fino alle linee di confine. Alcuni finiscono nel nulla delle zone di frontiera, dove aumentano le sparizioni e i corpi senza nome trovati da pastori o militari. È il triangolo ricostruito da Amnesty: Italia → Tunisia → deserto. Una catena che svuota di contenuto il principio di non-refoulement e riporta la politica migratoria a un esercizio di distanza: allontanare il problema, non risolverlo.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti subsahariani a Tunisi (Ansa).

Il sistema delle deportazioni non è un’eccezione, ma un metodo

La Libia resta l’incubo da cui l’Europa si vuole distinguere, ma la Tunisia dimostra che il sistema non è più un’eccezione: è un metodo. Amnesty lo scrive con una formula che dovrebbe essere impossibile da ignorare: in Tunisia esiste «un rischio analogo e sistemico di trattamenti inumani o degradanti». Non un incidente, non una deviazione: siamo di fronte a un rischio strutturale. La domanda finale riguarda l’Italia, che di questo sistema è architrave. Continuare a classificare la Tunisia come “sicura” significa assumersi la responsabilità di ogni persona che da qui finisce in un deserto a cui non abbiamo voluto dare nome. Lì si misura la politica, non nei comunicati. Perché il Mediterraneo non mente: restituisce sempre ciò che gli Stati tentano di nascondere.

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Migranti sub-sahariani a Tunisi (Ansa).

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta

Il centro di raccolta riapre alle nove, ma alle nove e trenta la sbarra è ancora immobile. Dentro, file di televisori, lavatrici, piccoli apparecchi. Fuori, nessuno. È l’immagine più fedele di un Paese che parla di autonomia tecnologica e poi lascia marcire le sue materie prime in cantine, cassetti e traffici paralleli. L’Italia resta stabilmente sotto il 30 per cento di raccolta dei rifiuti elettronici rispetto all’immesso sul mercato, contro il 65 per cento richiesto dalla direttiva europea. I dati di Eurostat confermano che in media negli Stati membri si recuperano 11-12 chili pro capite l’anno, mentre da noi a malapena si superano i 6. È la prova che il sistema non intercetta ciò che dovrebbe: smartphone, notebook, caricabatterie e microelettronica che contengono le materie prime più strategiche del nostro tempo.

Un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare

È qui che il ritardo italiano assume una forma precisa. Secondo gli studiosi che da anni monitorano il settore, milioni di cittadini accumulano apparecchi elettronici inutilizzati per anni, trasformando le abitazioni in un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare. Un comportamento personale che diventa fragilità industriale: quelle schede elettroniche contengono terre rare, cobalto, litio, materiali che l’Europa importa quasi totalmente da Cina, Congo e Sudamerica. La Commissione europea li definisce indispensabili per la transizione digitale ed energetica, ma in Italia restano immobilizzati negli armadi. L’altra metà scompare nella spazzatura indifferenziata, rendendo impossibile ogni recupero.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Microchip (foto Unsplash).

Troppi ostacoli per chi prova a smaltire

Chi prova a smaltire correttamente incontra ostacoli evidenti. I centri comunali sono pochi, lontani, con orari ridotti. I servizi su chiamata richiedono giorni di attesa. Il ritiro nei negozi – l’uno contro uno o l’uno contro zero – funziona sulla carta, meno nella realtà: informazione scarsa, resistenze dei commercianti, diffidenza dei clienti. La conseguenza è una rete di raccolta che si svuota proprio dove dovrebbe caricarsi.

Rifiuti elettronici dirottati verso Africa e Asia

Il vuoto lasciato dal sistema ufficiale diventa terreno fertile per i canali informali. Non si tratta solo di piccoli rottamatori: una parte consistente dei Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) che risultano “per il riuso” viene dirottata verso Africa e Asia, dove gli apparecchi vengono smontati a mani nude, in discariche a cielo aperto, senza tutele ambientali. Il fenomeno del “falso riuso” è ben noto: la rigenerazione è il paravento che permette di esportare ciò che in realtà andrebbe trattato come rifiuto, aggirando i controlli e abbassando i costi a scapito della salute di altri Paesi.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
L’Italia non sfrutta adeguatamente la miniera di rifiuti elettronici che giace nei cassetti delle case (foto Unsplash).

L’Italia non recupera nulla di ciò che conta davvero

Le agenzie europee che monitorano il settore rilevano che il valore di mercato delle frazioni elettroniche recuperabili è troppo basso per rendere sostenibile un riciclo a norma, ma abbastanza alto da alimentare l’economia illegale. La filiera ufficiale, vincolata a burocrazia e costi crescenti, perde terreno a favore di operatori che aggirano regole e normative. È una distorsione che permette all’Italia di liberarsi dei suoi rifiuti, senza però recuperare nulla di ciò che conta davvero: oro, palladio, terre rare.

Mancano incentivi economici e una politica industriale

Il Decreto legge 131/2024, il cosiddetto “Salva infrazioni”, prova a intervenire in questo scenario. Obbliga i produttori a destinare il 3 per cento del fatturato a campagne informative sul corretto conferimento, estende gli obblighi di ritiro ai venditori online e semplifica alcune procedure di tracciabilità. Sono passi in avanti, ma insufficienti. La procedura d’infrazione avviata da Bruxelles riguarda proprio la scarsa efficacia del sistema italiano di raccolta e recupero, e il decreto non affronta il nodo centrale: l’assenza di incentivi economici per restituire un dispositivo elettronico. Nessun deposito cauzionale, nessun premio per il conferimento, nessuna politica industriale dedicata alle materie prime critiche, nonostante il nuovo atto europeo sul tema indichi nel riciclo interno uno dei pilastri della sicurezza tecnologica.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Rifiuti elettronici non smaltiti correttamente (foto Unsplash).

Continuiamo a dipendere da fornitori esteri e da mercati instabili

Gli esperti suggeriscono obiettivi più mirati: target specifici per le singole frazioni critiche, certificati di riciclo che garantiscano un prezzo minimo ai recuperatori, tracciamento digitale dei flussi per bloccare l’export illegale. Senza questi strumenti, l’Italia continuerà a far dipendere la sua industria – dall’auto elettrica all’elettronica di consumo – da fornitori esteri e da mercati instabili.

Cassetto pieno di vecchi telefoni: una miniera urbana

Oggi il Paese rimane intrappolato in una contraddizione evidente. Raccoglie metà della media europea, non recupera quasi nulla dei materiali strategici, non costruisce una filiera capace di ridurre la dipendenza dall’estero. Nei centri di raccolta si vede il risultato: cassoni mezzi vuoti, apparecchi che arrivano a singhiozzo, operatori che parlano di procedure complesse e controlli sporadici. Fuori, nelle case, resta l’altra metà dell’immagine: milioni di dispositivi che nessuno restituisce. Finché quel cassetto pieno di vecchi telefoni non sarà trattato per ciò che è – una miniera urbana che altri Paesi sfruttano al posto nostro – l’Italia continuerà a perdere sia autonomia sia valore.

Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato

La modernità ci è arrivata addosso con la forma di una finestra blu: “Accedi con SPID”. L’innovazione amministrativa italiana si gioca ormai tutta lì: piattaforme, codici temporanei, app, autenticazioni a due fattori. Ci hanno detto che è progresso, che «così funziona meglio», che «il futuro è digitale». È vero: la digitalizzazione semplifica, velocizza, riduce code, uniforma procedure. Ma solo per chi riesce a starci dentro. Per tutti gli altri, per quelli che davanti allo schermo si perdono, il futuro ha preso la forma di una porta chiusa. Senza nemmeno il cartello “spingere”.

La metà degli italiani ha difficoltà ad accedere ai servizi pubblici via web

In Italia questo non è un dettaglio sociologico: è una frattura. Secondo l’Istat, nel 2024 solo il 45,9 per cento delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno adeguate. Significa che più della metà della popolazione vive in difficoltà quando deve accedere ai servizi pubblici via web. Tra gli over 65, il divario è ancora più netto: non si tratta solo di avere il telefono o avere Internet. Si tratta di sapere cosa farne nel momento in cui devi prenotare una visita, scaricare una certificazione, iscrivere un nipote a scuola, presentare un’istanza, chiedere un sussidio. La cittadinanza oggi passa da uno schermo. Chi non sa attraversarlo, resta fuori.

Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato
(foto di Vitaly Gariev via Unsplash).

Appuntamenti, certificati, esenzioni: senza web si è esclusi

Lo si vede ogni giorno nelle storie piccole, che non fanno notizia. L’anziana che prende l’autobus alle sei del mattino per andare in Comune, ma il Comune ormai riceve solo su appuntamento, e l’appuntamento si prende online. Il padre migrante che ha bisogno di un certificato scolastico, ma la scuola usa solo una piattaforma digitale con accesso SPID. Il pensionato che deve rinnovare l’esenzione sanitaria ma la pagina “non risponde, riprova più tardi”. Non si tratta di resistenza al cambiamento. È la constatazione che una parte del Paese non ha avuto il tempo, le condizioni o l’età per imparare un linguaggio nuovo.

In Belgio il digitale non può essere l’unico canale

Il digitale è una lingua. E ogni lingua, per essere inclusiva, deve essere insegnata. Non presupposta. Il Belgio, qualche mese fa, ha detto una cosa che sembra banale e invece è rivoluzionaria. La Corte costituzionale di Bruxelles ha stabilito che la pubblica amministrazione non può imporre l’accesso digitale come unico canale. La sentenza del 25 settembre, nata da un ricorso di 24 organizzazioni civiche, afferma che perché la cittadinanza sia universale, deve esistere sempre anche una via non digitale: uno sportello, un telefono che risponde, modulistica su carta. Non per bloccare il digitale. Ma per non perdere le persone. A Bruxelles quel principio nasce da un dato: il 36 per cento dei residenti è in vulnerabilità digitale. Non si tratta solo di tecnologia. Si tratta di diritti. La digitalizzazione, se non accompagnata, produce esclusione. E l’esclusione non si vede più in fila davanti a un ufficio: si disperde silenziosa, invisibile, nel clic che non arriva.

Garantire il non-digitale è un diritto, non un ritorno al passato
(foto di Jon Tyson via Unsplash).

Volete fare qualcosa di sinistra? Garantite un’alternativa

In Italia nessuna Corte lo ha ancora detto con quella chiarezza. Eppure l’evidenza è lì: l’innovazione della PA sta correndo senza corrimano. Le iscrizioni scolastiche avvengono solo online. Le prenotazioni sanitarie si spostano sulle piattaforme regionali. I servizi di welfare territoriale chiedono credenziali elettroniche. L’idea è che «prima o poi impareranno tutti». Ma questo è l’inganno più crudele: non tutti possono imparare. Non alla stessa età, non nelle stesse condizioni, non con lo stesso supporto. Ci sono intere generazioni per cui l’alfabetizzazione digitale non è più un traguardo realistico. E allora sì, qui la questione diventa politica. Volete fare qualcosa di sinistra — non nei discorsi, non negli slogan — ma nella vita reale delle persone fragili? Garantite per legge il diritto a un canale umano. Stabilite che per ogni servizio digitale deve esistere sempre un’alternativa fisica o telefonica funzionante. Non come gentile concessione, non come “servizio ridotto”, ma come diritto pieno.

Il progresso non può diventare un nuovo censo

Questo non è essere contro il progresso. È impedire che il progresso diventi un nuovo censo. È riconoscere che modernità significa includere, non selezionare. È dire che l’innovazione vale solo se nessuno resta indietro. La sinistra, se vuole tornare dove si è sempre collocata — dalla parte di chi rischia di essere escluso — ha qui un terreno concreto, misurabile, verificabile. Non un progetto astratto, non una bandiera simbolica. Un diritto. Semplice. Radicale. Umano. Garantire il non-digitale non è tornare al passato. È impedire che qualcuno venga cancellato dal presente.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa

Negli ultimi 10 giorni di ottobre, Lampedusa ha visto sbarcare almeno quattro cadaveri assieme a oltre 200 persone. Le fonti locali lo chiamano «il via vai di morti», e non è un’esagerazione. I dispacci delle agenzie, incrociati con i dati dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, e dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, confermano una serie di sbarchi con vittime tra il 18 e il 29 ottobre. I morti sono uomini partiti dalla Libia, nazionalità tipiche della rotta Corno d’Africa, Bangladesh, Medio Oriente. Ma la frequenza è inedita. Cinque eventi con salme a bordo in meno di due mesi non si vedevano da anni, e questa concentrazione smentisce l’idea di episodi “isolati” che il governo Meloni ripete nei briefing riservati ai cronisti di Palazzo.

Non un bavaglio formale, ma una strategia di “invisibilizzazione selettiva”

Il silenzio denunciato dai giornalisti presenti sull’isola non è un’invenzione. La prefettura di Agrigento non diffonde più note sui singoli decessi, la Guardia costiera pubblica comunicati asciutti e tecnici, e la Capitaneria di porto di Lampedusa tiene transennata l’area del molo Favaloro. I giornalisti non possono documentare gli arrivi. È la “invisibilizzazione selettiva”: non un bavaglio formale, ma una strategia che cancella il dolore dai riflettori e affida il racconto solo alle veline ufficiali. In pratica, se non c’è immagine non c’è nemmeno la notizia. Il risultato è che la morte viene declassata a “evento di gestione”, al pari di un trasferimento o di uno sbarco ordinario.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Operazione di soccorso al largo di Lampedusa.

Meno partenze, più morti: il “paradosso della letalità”

Secondo i dati del Missing Migrants Project dell’Oim, nel 2025 sono già oltre mille i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo, di cui il 70 per cento lungo la rotta centrale. Dal 2022 a oggi la probabilità di morire in mare è più che raddoppiata, passando dall’1,3 al 3 per cento circa per ogni traversata tentata. Meno partenze, più morti: il “paradosso della letalità”. Nel 2023 gli sbarchi erano stati 157.651; nel 2024 sono scesi a 66.617, nel 2025 poco più di 33 mila fino a luglio. Ma la riduzione degli arrivi coincide con l’aumento dei rischi. È l’effetto delle politiche di deterrenza: cooperazione con le guardie costiere libiche e tunisine, ostacoli alle Organizzazioni non governative, porti lontani per le navi umanitarie. La legge 50/2023, il cosiddetto Decreto Cutro, ha reso più difficile il soccorso e quasi abolito la protezione speciale, chiudendo ogni canale legale.

Persone chiuse nel sottocoperta che respirano fumi e perdono la vita

Gli operatori raccontano quasi sempre lo stesso schema: barche a due piani, motore acceso per ore, persone chiuse nel sottocoperta che respirano fumi e muoiono prima di arrivare in vista dell’isola. È una “morte da attesa”, non da naufragio. Ed è una morte direttamente collegata ai ritardi o alla distanza dei soccorsi. Ogni volta che le Ong sono costrette a sbarcare a Ravenna o a Genova, una nave in meno resta dove serve. Ogni volta che la Libia intercetta e riporta indietro, i trafficanti caricano di più. È un effetto domino, non un incidente.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Un frame di un momento del salvataggio di migranti al largo di Lampedusa.

Una censura non dichiarata ma praticata

Dal 2022 la Guardia costiera ha rimosso dal sito i dati di dettaglio delle operazioni Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso). Il ministero dell’Interno pubblica solo un “cruscotto statistico” che somma cifre, ma non nomi né circostanze. I porti di sbarco non vengono più comunicati: «Informazioni utili ai trafficanti», ha detto il Viminale. In realtà è un cambio di paradigma: si toglie al giornalista la possibilità di associare numero di arrivi e numero di morti, cioè la chiave per misurare la letalità delle politiche. Nel frattempo, la classifica di Reporters sans frontières segna la discesa dell’Italia dal 41esimo al 49esimo posto per libertà di stampa, con un peggioramento netto degli indicatori politici ed economici. La Federazione nazionale della stampa parla di «clima ostile al giornalismo d’inchiesta». A Lampedusa, dove il molo è chiuso ai reporter, la censura non è dichiarata ma praticata.

È la versione burocratica della disumanizzazione

Le salme vengono trasferite in fretta da Lampedusa a Porto Empedocle, poi distribuite nei cimiteri agrigentini. Nessuna cerimonia pubblica, nessun rappresentante politico. Le procedure sono amministrative, non commemorative. Il lavoro di identificazione ricade su Ong e Croce Rossa, spesso senza mezzi. Molti corpi finiscono in tombe anonime, archiviati come “non identificati”. È la versione burocratica della disumanizzazione: lo Stato gestisce, ma non riconosce. E più passa il tempo, più le famiglie che chiedono notizie vengono rimandate da una prefettura all’altra, perché nemmeno l’archiviazione è centralizzata. Si perde il corpo e si perde anche la storia.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Bare di migranti morti a Porto Empedocle prima di essere trasferiti per la tumulazione (foto Ansa).

Le immagini della tragedia del 2013 — le bare allineate nell’hangar dell’aeroporto, i ministri in visita, il lutto nazionale — appartengono a un altro tempo. Oggi i morti arrivano all’alba, in silenzio. La loro presenza è filtrata dai comunicati, non dagli occhi. La stessa isola che allora era laboratorio di accoglienza oggi è diventata laboratorio di rimozione.

Barche mai segnalate, corpi non recuperati

Il governo rivendica una riduzione del 60 per cento degli sbarchi, frutto degli accordi con Tunisia e Libia, e attribuisce a questa politica il “successo” di aver salvato vite. Ma i dati internazionali mostrano altro: la rotta centrale resta la più letale al mondo, con oltre 25 mila morti dal 2014 e un numero imprecisato di “naufragi invisibili”. Barche mai segnalate, corpi non recuperati. La narrazione ufficiale parla di ordine; la cronaca di Lampedusa parla di bare.

Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa
Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

Pochi testimoni: crisi dei diritti e dell’informazione

Dietro i numeri ci sono le stesse storie: il ragazzo eritreo morto asfissiato sotto coperta, i bengalesi partiti da Garabulli, i somali recuperati senza nome. A Lampedusa, gli operatori umanitari raccontano un ritmo costante di arrivi con salme a bordo. Ma senza telecamere, senza dati, senza domande. La riduzione dei flussi ha prodotto un effetto collaterale preciso: meno testimoni, più fantasmi. L’Italia comunica “sicurezza”, ma ogni settimana il mare restituisce la prova contraria. Nel silenzio costruito intorno a quei corpi, si misura non solo la crisi dei diritti, ma anche quella dell’informazione.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo

L’NBA si sveglia dentro un incubo che non è solo sportivo. È giudiziario, criminale, persino culturale. In un’operazione congiunta, l’FBI e la Procura federale di Brooklyn hanno arrestato oltre 30 persone, tra cui Chauncey Billups, allenatore dei Portland Trail Blazers, e Terry Rozier, giocatore dei Miami Heat. Il direttore dell’FBI, Kash Patel, ha parlato di «una frode di proporzioni sconcertanti», mentre la lega ha congelato i tesseramenti e ha aperto un’indagine interna. Il paragone con il caso dell’arbitro Tim Donaghy – condannato nel 2008 per aver scommesso su partite che lui stesso arbitrava fornendo informazioni ai bookmaker – è inevitabile, ma qui la scala è diversa: coinvolti un coach in attività, un atleta sotto contratto e una rete criminale che gli inquirenti collegano direttamente alle famiglie Gambino, Genovese e Bonanno, con il possibile interesse dei Lucchese.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
Chauncey Billups (Ansa).

Gli schemi della rete criminale tra basket e poker

Secondo i procuratori, il primo filone riguarda scommesse su prop bet NBA, quelle puntate che non toccano l’esito della gara ma le prestazioni individuali: punti segnati, minuti giocati, assist. Gli investigatori sostengono che i membri dell’organizzazione ottenessero informazioni privilegiate su infortuni o minutaggi prima dell’annuncio ufficiale, alterando il mercato delle giocate. In un caso chiave, l’uscita anticipata di un giocatore su cui era stato costruito un flusso massiccio di puntate sarebbe seguita a comunicazioni interne arrivate in anticipo a intermediari legati alla rete mafiosa. Il secondo schema si sposta lontano dai parquet: partite di poker esclusivo in ville e casinò privati, manipolate attraverso carte truccate e supporti tecnologici. Una doppia fonte di reddito che unisce insider knowledge e controllo del gioco, con un unico denominatore: la garanzia mafiosa sul pagamento delle puntate, il riciclaggio dei profitti e l’intimidazione verso chi provava a sottrarsi.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
(foto di Michal Parzuchowski via Unsplash).

La Cosa Nostra d’Oltreoceano si è aggiornata

Il contesto è quello degli Stati Uniti dopo la sentenza Murphy v. NCAA del 2018, che ha spalancato le porte alla liberalizzazione del betting sportivo. Un mercato legale che oggi supera i 100 miliardi di dollari annui, con il basket tra gli sport con più scommesse e le prop bet come terreno ideale per manipolazioni chirurgiche: un crampo, una panchina anticipata, e milioni di dollari cambiano direzione. La presenza delle famiglie mafiose italo-americane – Gambino, Genovese, Bonanno – riporta l’immaginario al gangsterismo d’epoca, ma gli atti raccontano un’organizzazione moderna, capace di infiltrarsi tra gli algoritmi dei bookmaker e le chat cifrate tra insider e allibratori. È un promemoria: la Cosa Nostra d’Oltreoceano è sopravvissuta perché si è aggiornata. E ha capito che lo sport professionistico, nell’era del betting globale, è una miniera da cui estrarre valore non alterando i risultati finali, ma monetizzando ciò che accade prima.

Le inchieste italiane e il confronto con gli USA

Il confronto con l’Italia non è solo inevitabile: è necessario. Perché nel Paese che ospita le mafie più strutturate d’Europa, la Serie A – almeno in apparenza – non ha prodotto un caso paragonabile a quello americano. Le mafie italiane controllano il gioco, lo dirigono, lo sfruttano, ma agiscono soprattutto nell’indotto: sale scommesse, piattaforme online illegali, circuiti di riciclaggio, bagarinaggio, curve. Operazioni come “Galassia” hanno documentato il dominio della ’Ndrangheta sul betting online internazionale con hub a Malta. Le inchieste “Dirty Soccer” e “I treni del gol” hanno mostrato come le combine prosperino nelle serie minori, dove una partita può essere comprata con poche migliaia di euro. Il procedimento “Alto Piemonte” ha rivelato rapporti tra ’Ndrangheta e gruppi ultras della Juventus per il controllo dei biglietti e della narrazione da curva. Perché allora le mafie italiane restano fuori dal vertice calcistico, mentre negli USA il sistema è arrivato fino a un coach NBA? Perché l’élite sportiva italiana è un ambiente blindato, costoso da inquinare e troppo esposto a controlli incrociati, finanziari, mediatici, istituzionali. Semplice, perché per un clan italiano manipolare una partita di Serie A è poco conveniente rispetto al guadagno stabile garantito da piattaforme di gioco e appalti collegati. La vera frontiera non è il risultato del match: è la gestione del flusso economico dello sport. E lì le mafie italiane sono già presenti.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
(foto di Amit Lahav via Unsplash).

Se le informazioni vengono trasformate in valuta sonante

Il caso NBA racconta un rischio globale: il betting sportivo, legalizzato e digitalizzato, ha aperto un nuovo corridoio tra insider del sistema e criminalità organizzata. Che si tratti di un allenatore o di un trequartista di Lega Pro, l’obiettivo è lo stesso: trasformare l’informazione anticipata in valuta sonante. Negli Stati Uniti, il crollo della fiducia minaccia una lega che ha costruito la propria identità sulla trasparenza. In Italia, la domanda resta sospesa: quanto manca perché un caso di insider betting di vertice esploda anche da noi? E soprattutto: lo riconosceremo quando accadrà, o lo archivieremo come un’altra anomalia da dimenticare? Perché quando una panchina diventa un desk di trading mafioso, lo sport non è più un gioco. È un mercato di cui la criminalità conosce già le regole.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica

A marzo 2025 la polizia federale belga aveva perquisito 21 sedi e arrestato tre persone in un’inchiesta per corruzione legata alle attività di lobbying di Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, a Bruxelles (indagine che ha sfiorato anche un eurodeputato italiano). Pochi giorni dopo il parlamento europeo revocava i badge d’accesso ai rappresentanti dell’azienda, e la Commissione Ue sospendeva qualsiasi incontro con Huawei o con associazioni che la rappresentano. Sembrava la fine di un’epoca di influenza, e invece è stato solo un intermezzo.

Huawei e la possibilità di pagare una quota da sponsor

SolarPower Europe (Spe), la più potente lobby del fotovoltaico europeo, aveva espulso Huawei il 28 aprile 2025, in un gesto definito «senza precedenti». Ma nei verbali interni dell’associazione — confermati da più fonti del settore — il colosso cinese sarebbe stato riammesso a settembre con lo status di “membro passivo”: nessun diritto di voto, nessuna partecipazione ai gruppi di lavoro o al comitato advocacy, ma con la possibilità di pagare una quota da sponsor e di comparire come sostenitore agli eventi del settore.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Huawei coinvolta in un’inchiesta per corruzione a Bruxelles (foto Ansa).

Nel lessico delle lobby europee, “passivo” non significa invisibile. Con 60 mila euro l’anno, un’azienda può comunque accedere a spazi di sponsorizzazione, documenti, minute e momenti di networking che contano più di qualsiasi tavolo ufficiale. Spe nega condizionamenti, ma la decisione è arrivata a ridosso della riunione del 29 settembre, quando il board ha deciso di non adottare un position paper esterno che chiedeva alla Commissione di replicare per il fotovoltaico la “toolbox 5G” — cioè un set di barriere contro fornitori considerati a rischio.

Una prudenza che sembra più diplomatica che tecnica

In parallelo, nel rapporto interno “Solutions for Pv Cyber Risks to Grid Stability” — pubblicato in aprile e curato dalla società norvegese Dnv — i riferimenti alla Cina e agli accessi remoti sono scomparsi dall’executive summary. La versione finale raccomanda «standard di settore e limitazioni agli accessi esterni», ma senza indicare chi debba essere limitato. Anche qui, la prudenza sembra più diplomatica che tecnica.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Il parlamento europeo (foto Ansa).

Nove dei 10 principali produttori globali del “cervello” del fotovoltaico sono cinesi

Il vero nodo è la dipendenza industriale. Secondo Wood Mackenzie, azienda di consulenza e analisi specializzata in dati, insight e ricerche sui settori dell’energia, nove dei 10 principali produttori globali di inverter — il “cervello” dei sistemi fotovoltaici — sono cinesi. Huawei è il primo. In Europa i produttori cinesi controllano circa il 65 per cento della capacità installata. Gli inverter gestiscono flussi di energia e dati, regolano la tensione e comunicano con la Rete: un accesso remoto malevolo, un firmware manipolato o un aggiornamento pilotato da server esterni possono spegnere intere porzioni del sistema elettrico.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Inverter e altri prodotti Huawei.

Da mesi viene chiesto un protocollo vincolante per la filiera energetica

Il rapporto Dnv avverte che la vulnerabilità degli inverter è già oggi il principale rischio per la stabilità delle Reti. Nel documento si parla di «catene di fornitura non trasparenti» e della necessità di «un controllo europeo della cybersecurity». È lo stesso allarme rilanciato da vari centri di ricerca, da Entso-E all’Agenzia europea per la cybersicurezza (Enisa), che chiedono da mesi un protocollo vincolante per la filiera energetica. Ma la Commissione continua a rinviare la “toolbox” per il solare, lasciando che il vuoto normativo si riempia di scelte opache.

L’Europa proclama autonomia strategica, ma nei fatti non è così

La Commissione afferma di voler «ridurre i rischi nella catena di fornitura» e di «non allentare la vigilanza» verso le aziende sotto indagine. Ma accetta di fatto che la principale lobby del settore tenga dentro — seppure “a bordo spento” — l’attore più controverso della filiera. L’effetto è politico: l’Europa proclama autonomia strategica e contemporaneamente dipende da un fornitore che controlla il cuore digitale della transizione.

Sicurezza affidata alla buona volontà delle aziende

Nel board di SolarPower Europe siedono gruppi con partnership attive in Cina e interessi incrociati nella produzione di celle, moduli e componentistica. È lo stesso cortocircuito che ha segnato la politica industriale europea negli ultimi anni: sovranità proclamata, filiere delocalizzate e un perimetro di sicurezza affidato alla buona volontà delle aziende.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Pannelli fotovoltaici (foto Ansa).

La domanda resta: il “passivo” basta davvero a schermare l’influenza quando rimangono aperti canali di sponsorizzazione, accesso ai documenti, relazioni commerciali e rapporti con i distributori? Oppure è solo una formula di comodo per riportare Huawei nel giro che contava prima dello scandalo?

L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter

Oggi il divieto formale di contatti non si accompagna a un dispositivo tecnico che protegga la Rete. L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter, e la “toolbox 5G” resta confinata al settore delle telecomunicazioni. Nel frattempo la dipendenza cresce, e il mercato europeo continua a essere alimentato da forniture e aggiornamenti gestiti da cloud esterni.

La transizione verde europea passa dalle decisioni delle lobby

La storia del rientro di Huawei in SolarPower Europe, anche se ridotta a un ruolo marginale, mette a nudo questa contraddizione: Bruxelles vieta le porte d’ingresso ma lascia aperte quelle laterali, proprio nel settore che più dovrebbe incarnare l’indipendenza energetica. La transizione verde europea passa da inverter cinesi e da decisioni prese nei board delle lobby. È lì, non nei comunicati ufficiali, che si misura la sovranità reale dell’Unione.

Con Messina Denaro se ne va l’ultima speranza di sapere chi fossero i mandanti esterni delle stragi


Matteo Messina Denaro è morto, ma così vale come una testa di cervo da impagliare nel salotto di casa. Il boss di Cosa Nostra era "da prendere" per sapere, per farlo parlare, per ricostruire un pezzo di Storia dell’Italia, ma così non è stato. Finito il lato mafioso, ora non ci resta che sperare in un pentito di Stato, in una confessione dalla parte inversa.
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