La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta

Il centro di raccolta riapre alle nove, ma alle nove e trenta la sbarra è ancora immobile. Dentro, file di televisori, lavatrici, piccoli apparecchi. Fuori, nessuno. È l’immagine più fedele di un Paese che parla di autonomia tecnologica e poi lascia marcire le sue materie prime in cantine, cassetti e traffici paralleli. L’Italia resta stabilmente sotto il 30 per cento di raccolta dei rifiuti elettronici rispetto all’immesso sul mercato, contro il 65 per cento richiesto dalla direttiva europea. I dati di Eurostat confermano che in media negli Stati membri si recuperano 11-12 chili pro capite l’anno, mentre da noi a malapena si superano i 6. È la prova che il sistema non intercetta ciò che dovrebbe: smartphone, notebook, caricabatterie e microelettronica che contengono le materie prime più strategiche del nostro tempo.

Un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare

È qui che il ritardo italiano assume una forma precisa. Secondo gli studiosi che da anni monitorano il settore, milioni di cittadini accumulano apparecchi elettronici inutilizzati per anni, trasformando le abitazioni in un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare. Un comportamento personale che diventa fragilità industriale: quelle schede elettroniche contengono terre rare, cobalto, litio, materiali che l’Europa importa quasi totalmente da Cina, Congo e Sudamerica. La Commissione europea li definisce indispensabili per la transizione digitale ed energetica, ma in Italia restano immobilizzati negli armadi. L’altra metà scompare nella spazzatura indifferenziata, rendendo impossibile ogni recupero.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Microchip (foto Unsplash).

Troppi ostacoli per chi prova a smaltire

Chi prova a smaltire correttamente incontra ostacoli evidenti. I centri comunali sono pochi, lontani, con orari ridotti. I servizi su chiamata richiedono giorni di attesa. Il ritiro nei negozi – l’uno contro uno o l’uno contro zero – funziona sulla carta, meno nella realtà: informazione scarsa, resistenze dei commercianti, diffidenza dei clienti. La conseguenza è una rete di raccolta che si svuota proprio dove dovrebbe caricarsi.

Rifiuti elettronici dirottati verso Africa e Asia

Il vuoto lasciato dal sistema ufficiale diventa terreno fertile per i canali informali. Non si tratta solo di piccoli rottamatori: una parte consistente dei Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) che risultano “per il riuso” viene dirottata verso Africa e Asia, dove gli apparecchi vengono smontati a mani nude, in discariche a cielo aperto, senza tutele ambientali. Il fenomeno del “falso riuso” è ben noto: la rigenerazione è il paravento che permette di esportare ciò che in realtà andrebbe trattato come rifiuto, aggirando i controlli e abbassando i costi a scapito della salute di altri Paesi.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
L’Italia non sfrutta adeguatamente la miniera di rifiuti elettronici che giace nei cassetti delle case (foto Unsplash).

L’Italia non recupera nulla di ciò che conta davvero

Le agenzie europee che monitorano il settore rilevano che il valore di mercato delle frazioni elettroniche recuperabili è troppo basso per rendere sostenibile un riciclo a norma, ma abbastanza alto da alimentare l’economia illegale. La filiera ufficiale, vincolata a burocrazia e costi crescenti, perde terreno a favore di operatori che aggirano regole e normative. È una distorsione che permette all’Italia di liberarsi dei suoi rifiuti, senza però recuperare nulla di ciò che conta davvero: oro, palladio, terre rare.

Mancano incentivi economici e una politica industriale

Il Decreto legge 131/2024, il cosiddetto “Salva infrazioni”, prova a intervenire in questo scenario. Obbliga i produttori a destinare il 3 per cento del fatturato a campagne informative sul corretto conferimento, estende gli obblighi di ritiro ai venditori online e semplifica alcune procedure di tracciabilità. Sono passi in avanti, ma insufficienti. La procedura d’infrazione avviata da Bruxelles riguarda proprio la scarsa efficacia del sistema italiano di raccolta e recupero, e il decreto non affronta il nodo centrale: l’assenza di incentivi economici per restituire un dispositivo elettronico. Nessun deposito cauzionale, nessun premio per il conferimento, nessuna politica industriale dedicata alle materie prime critiche, nonostante il nuovo atto europeo sul tema indichi nel riciclo interno uno dei pilastri della sicurezza tecnologica.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Rifiuti elettronici non smaltiti correttamente (foto Unsplash).

Continuiamo a dipendere da fornitori esteri e da mercati instabili

Gli esperti suggeriscono obiettivi più mirati: target specifici per le singole frazioni critiche, certificati di riciclo che garantiscano un prezzo minimo ai recuperatori, tracciamento digitale dei flussi per bloccare l’export illegale. Senza questi strumenti, l’Italia continuerà a far dipendere la sua industria – dall’auto elettrica all’elettronica di consumo – da fornitori esteri e da mercati instabili.

Cassetto pieno di vecchi telefoni: una miniera urbana

Oggi il Paese rimane intrappolato in una contraddizione evidente. Raccoglie metà della media europea, non recupera quasi nulla dei materiali strategici, non costruisce una filiera capace di ridurre la dipendenza dall’estero. Nei centri di raccolta si vede il risultato: cassoni mezzi vuoti, apparecchi che arrivano a singhiozzo, operatori che parlano di procedure complesse e controlli sporadici. Fuori, nelle case, resta l’altra metà dell’immagine: milioni di dispositivi che nessuno restituisce. Finché quel cassetto pieno di vecchi telefoni non sarà trattato per ciò che è – una miniera urbana che altri Paesi sfruttano al posto nostro – l’Italia continuerà a perdere sia autonomia sia valore.