La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia

C’è un punto del Mediterraneo dove l’Europa preferisce non guardare. È la Tunisia, che nei documenti ufficiali appare come partner affidabile mentre, nelle testimonianze raccolte da Amnesty International nel suo ultimo rapporto, assomiglia alla Libia più di quanto Roma e Bruxelles siano disposte ad ammettere. Una frontiera di sabbia e posti di blocco, dove i migranti neri vengono fermati, colpiti, caricati su camion e lasciati ai margini del deserto. In Italia la chiamiamo «cooperazione»; sul terreno ha un altro nome.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti sub-sahariani a Sfax (Ansa).

Abusi, violenze e mancanza di garanzie: la stretta di Saïed sui migranti subsahariani

Tutto comincia a febbraio 2023, quando Kaïs Saïed liquida gli africani subsahariani come «minaccia demografica». Da allora pattuglie e ronde informali rastrellano Sfax e i quartieri popolari di Tunisi. I racconti raccolti da Amnesty sono quasi sovrapponibili: fermi basati sul colore della pelle, telefoni confiscati, soldi spariti, violenze dentro auto civili usate come camere di contenimento improvvisate. Persino chi ha un documento dell’UNHCR racconta che non vale niente quando la polizia decide di trasformare un controllo in un trasferimento forzato. Il dossier di Amnesty mette in fila quello che nel dibattito italiano si evita di dire: in Tunisia l’asilo non esiste nella pratica quotidiana. Le domande restano sospese, i rifugiati non sono riconosciuti dalle autorità, la protezione internazionale diventa un foglio che non ferma gli agenti né gli abusi. Chi viene intercettato in mare o arrestato a terra entra in un corridoio senza garanzie: detenzione informale, interrogatori lampo, poi l’autobus che parte verso sud o verso ovest.

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Il report di Amnesty International.

L’Italia continua a considerare la Tunisia un “Paese sicuro”

È qui che la Tunisia smette definitivamente di essere “Paese sicuro”. Amnesty ricostruisce le espulsioni collettive di interi gruppi, compresi minori e donne incinte, spinti verso le frontiere con Algeria e Libia. La dinamica è sempre la stessa: fermi arbitrari, caricamento su mezzi militari, abbandono in zone desertiche senza acqua né riparo. Le coordinate coincidono con l’inchiesta internazionale “Desert Dumps”, che mostra via satellite gli stessi luoghi di abbandono descritti dai testimoni. Chi sopravvive prova a rientrare, viene nuovamente arrestato e rispedito nel deserto. È una spirale istituzionale, non un eccesso isolato. Il paradosso è che proprio mentre questo sistema si consolidava, l’Italia lo elevava a pilastro della propria deterrenza. Nel 2023 più di 3 mila persone sono state trasferite a Tunisi con procedure accelerate: una catena amministrativa costruita sulla premessa falsa della “sicurezza” tunisina. Il decreto del governo che include la Tunisia nell’elenco dei Paesi sicuri serve proprio a questo: abbreviare i tempi, restringere i diritti, facilitare le espulsioni. Intanto proseguono i rimpatri bisettimanali con i charter dalla Sicilia, una routine che sopravvive ai dossier internazionali.

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Giorgia Meloni con il presidente tunisino Kaïs Saied (Ansa).

Il triangolo Italia, Tunisia, deserto

Nel 2023 la Commissione europea sigla con Saïed il Memorandum da oltre 100 milioni di euro per la “gestione delle frontiere”. È fondato sul presupposto che le forze tunisine possano agire come guardiani esterni dell’Europa. Nel 2024 arriva la formalizzazione della SRR tunisina, la zona di ricerca e soccorso: Roma e Bruxelles presentano l’accordo come miglioramento tecnico, ma il risultato è affidare a chi pratica intercettazioni violente un tratto cruciale del Mediterraneo centrale. Meno navi europee, più operazioni tunisine, più persone riportate a Sfax o a Ben Guerdane senza che nessuno valuti la loro richiesta di protezione. Intanto, dall’altra parte del mare, succede ciò che non compare nei comunicati ufficiali. Organizzazioni tunisine e internazionali raccolgono testimonianze di persone rimandate dall’Italia che, poche settimane dopo lo sbarco, vengono intercettate di nuovo e deportate fino alle linee di confine. Alcuni finiscono nel nulla delle zone di frontiera, dove aumentano le sparizioni e i corpi senza nome trovati da pastori o militari. È il triangolo ricostruito da Amnesty: Italia → Tunisia → deserto. Una catena che svuota di contenuto il principio di non-refoulement e riporta la politica migratoria a un esercizio di distanza: allontanare il problema, non risolverlo.

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Migranti subsahariani a Tunisi (Ansa).

Il sistema delle deportazioni non è un’eccezione, ma un metodo

La Libia resta l’incubo da cui l’Europa si vuole distinguere, ma la Tunisia dimostra che il sistema non è più un’eccezione: è un metodo. Amnesty lo scrive con una formula che dovrebbe essere impossibile da ignorare: in Tunisia esiste «un rischio analogo e sistemico di trattamenti inumani o degradanti». Non un incidente, non una deviazione: siamo di fronte a un rischio strutturale. La domanda finale riguarda l’Italia, che di questo sistema è architrave. Continuare a classificare la Tunisia come “sicura” significa assumersi la responsabilità di ogni persona che da qui finisce in un deserto a cui non abbiamo voluto dare nome. Lì si misura la politica, non nei comunicati. Perché il Mediterraneo non mente: restituisce sempre ciò che gli Stati tentano di nascondere.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti sub-sahariani a Tunisi (Ansa).