Michael Bloomberg pronto a spendere 1 miliardo contro Trump

Il candidato democratico Michael Bloomberg deciso a innaffiare la campagna col suo denaro. Anche se dovesse uscire sconfitto dalle primarie. Finanzierebbe Sanders o Warren. Pur di sconfiggere il presidente.

Pronto a tutto pur di liberare gli Stati Uniti da Donald Trump. La corsa alla Casa Bianca è destinata a diventare una guerra tra miliardari, a prescindere da chi tra i democratici otterrà la nomination per le presidenziali. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg non ha infatti escluso di spendere un miliardo di dollari della sua fortuna anche se non dovesse essere lui a spuntarla nelle primarie dem. E ha assicurato che mobiliterà la sua ben finanziata campagna per aiutare anche i senatori Bernie Sanders o Elizabeth Warren a battere Donald Trump, nonostante le forti differenza politiche che li separano. Il nemico comune, quindi, finirebbe per appianare i dissidi interni e anche una sconfitta personale non fermerebbe la battaglia elettorale di Bloomberg. Lo ha scritto il New York Times citando lo stesso imprenditore.

UNA FORTUNA DI OLTRE 50 MILIARDI

«Dipende se il candidato ha bisogno di aiuto: se sta facendo molto bene necessiterà di meno aiuto, altrimenti ne avrà più bisogno», ha detto Bloomberg durante una tappa della sua campagna in Texas. Chi conquisterà la nomination, quindi, potrà contare non solo sul suo appoggio finanziario ma anche sulla sua ramificata rete organizzativa. L’ex sindaco di New York, che conta su una fortuna di oltre 50 miliardi di dollari, ha già speso più di 200 milioni in spot pubblicitari, con un ritmo che entro marzo sarà uguale alla somma investita da Barack Obama nel corso dell’intera campagna del 2012. Un enorme investimento pur di sfrattare dalla Casa Bianca un inquilino scomodo e inviso a buona parte della popolazione.

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Una bomba ha ucciso due soldati americani in Afghanistan

Altri due sono rimasti feriti. L'attentato nel distretto di Dand è stato rivendicato dai talebani.

Due soldati americani sono rimasti uccisi nell’esplosione di un ordigno artigianale in Afghanistan. Altri due militari statunitensi risultano feriti. La notizia arriva dal portavoce delle forze Nato attive nelle regione. L’attentato è stato rivendicato dai talebani ed è avvenuto nel distretto di Dand. Qui la bomba ha colpito il mezzo blindato su cui viaggiavano i soldati. Fonti della polizia locale hanno spiegato che gli americani erano impegnati in un servizio di pattuglia vicino all’aeroporto di Kandahar quando sono stati raggiunti dall’esplosione.

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In Iraq lanci di razzi nella zona delle ambasciate

Sono caduti nella Green zone della capitale Baghdad, l'area dove si trovano le ambasciate straniere tra cui quella americana.

Due razzi sono caduti sulla Green Zone di Baghdad, dove hanno sede diverse ambasciate tra cui quella americana. Lo rendono noto fonti della sicurezza. L’attacco è avvenuto quasi 24 ore dopo che Teheran ha lanciato missili nelle basi irachene che ospitano forze di coalizione americane, in risposta all’uccisione da parte degli Stati Uniti di Qasem Soleimani. Sono razzi Katyusha quelli caduti nella Zona Verde a Baghdad e, secondo quanto riferito dal Washington Post che cita le forze di sicurezza irachene, non ci sarebbero vittime. Secondo alcune fonti sarebbero tre i razzi che hanno colpito la capitale irachena.

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L’Iran ha bombardato due basi americane in Iraq

Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».

Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane – dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.

Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.

La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.

NEL MIRINO LE BASI DI AL-ASAD E DI ERBIL

Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingente militare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».

Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).

TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»

Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.

ROUHANI: «SOLEIMANI HA DIFESO L’EUROPA DALL’ISIS»

I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».

ZARIF: «È LEGITTIMA DIFESA»

Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».

MINACCE A DUBAI E ISRAELE

Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».

L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»

Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».

TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA

Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».

LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE

Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.

L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI

Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».

LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE

Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».

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L’Iran ha bombardato due basi americane in Iraq

Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».

Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane – dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.

Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.

La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.

NEL MIRINO LE BASI DI AL-ASAD E DI ERBIL

Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingente militare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».

Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).

TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»

Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.

ROUHANI: «SOLEIMANI HA DIFESO L’EUROPA DALL’ISIS»

I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».

ZARIF: «È LEGITTIMA DIFESA»

Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».

MINACCE A DUBAI E ISRAELE

Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».

L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»

Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».

TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA

Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».

LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE

Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.

L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI

Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».

LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE

Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».

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Centinaia di manifestanti contro l’ambasciata americana di Baghdad

Hanno tentato di assaltare l'edificio dopo i raid che hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall'Iran.

Centinaia di persone hanno tentato di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad, per protestare contro i raid Usa nel Nord dell’Iraq che il 29 dicembre hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall’Iran. Un gruppo di manifestanti è riuscito a superare la prima recinzione e le truppe americane hanno lanciato lacrimogeni e granate stordenti. L’ambasciatore Matthew H. Tueller e parte del personale diplomatico sono stati allontanati.

IL CORTEO DOPO IL FUNERALE

Secondo il New York Times, i partecipanti al funerale dei 25 miliziani uccisi hanno deciso di marciare verso la Zona Verde di Baghdad, dove ha sede l’ambasciata. Una volta raggiunto il palazzo, la folla ha uralto: «Down, down Usa!» e «Morte all’America!».

DISTRUTTE LE TELECAMERE DI SICUREZZA

Le guardie di sicurezza si sono ritirate all’interno dell’edificio, mentre i manifestanti hanno lanciato bottiglie e distrutto le telecamere di sicurezza all’esterno. I manifestanti hanno anche appeso fuori dalle mura dell’ambasciata le bandiere gialle della milizia Kataeb Hezbollah.

MEDIO ORIENTE IN FIAMME

L’Iran aveva avvertito l’amministrazione Trump che ogni attacco ai combattenti sciiti in Iraq e Siria avrebbe provocato una reazione. E lo stesso governo iracheno si era detto pronto a rivedere le proprie relazioni con Washington dopo le incurisoni americane sul proprio territorio. Lo scontro in atto rischia di incendiare ulteriormente il Medio Oriente, già martoriato dalla guerra civile in Siria, dal conflitto in Yemen e dalla lotta a ciò che resta dell’Isis.

AMERICANI NEL MIRINO

Dal 28 ottobre almeno 11 attacchi di gruppi sciiti filo iraniani hanno preso di mira basi militari irachene dove sono dispiegati soldati o diplomatici statunitensi. L’ultimo venerdì 27 dicembre, quando alcuni missili hanno centrato una base che ospitava militari americani a Kirkuk, uccidendo un contractor statunitense e provocando feriti anche tra il personale locale. Da qui la risposta americana: una pioggia di fuoco contro le basi dei miliziani sciiti non solo in Iraq, ma anche in Siria. I raid aerei, condotti in entrambi i Paesi, si sono concentrati su cinque basi delle milizie Kataeb Hezbollah, strettamente legate ai corpi speciali dei Pasdaran iraniani. L’obiettivo era indebolire la loro capacità di offesa, distruggendo depositi di armi e centri di comando. Ma per Teheran si è trattato senza mezzi termini di «terrorismo».

LE CRITICHE DI MOSCA

Dura la condanna del presidente Hassan Rohani: «Il tempo delle sanzioni e delle pressioni contro di noi finirà. Lo scopo dei nemici è farci cedere e sedere al tavolo dei negoziati per accettare tutto ciò che vogliono». Rabbiosa anche la reazione di Baghdad: «Le forze americane hanno agito in funzione delle loro priorità e non di quelle degli iracheni. I raid violano la sovranità dell’Iraq e sono contrari alla regole d’ingaggio della coalizione» anti-Isis. Critiche anche da Mosca, che ha definito i bombardamenti «inaccettabili e controproducenti» in una nota del ministero degli Esteri.

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Centinaia di manifestanti contro l’ambasciata americana di Baghdad

Hanno tentato di assaltare l'edificio dopo i raid che hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall'Iran.

Centinaia di persone hanno tentato di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad, per protestare contro i raid Usa nel Nord dell’Iraq che il 29 dicembre hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall’Iran. Un gruppo di manifestanti è riuscito a superare la prima recinzione e le truppe americane hanno lanciato lacrimogeni e granate stordenti. L’ambasciatore Matthew H. Tueller e parte del personale diplomatico sono stati allontanati.

IL CORTEO DOPO IL FUNERALE

Secondo il New York Times, i partecipanti al funerale dei 25 miliziani uccisi hanno deciso di marciare verso la Zona Verde di Baghdad, dove ha sede l’ambasciata. Una volta raggiunto il palazzo, la folla ha uralto: «Down, down Usa!» e «Morte all’America!».

DISTRUTTE LE TELECAMERE DI SICUREZZA

Le guardie di sicurezza si sono ritirate all’interno dell’edificio, mentre i manifestanti hanno lanciato bottiglie e distrutto le telecamere di sicurezza all’esterno. I manifestanti hanno anche appeso fuori dalle mura dell’ambasciata le bandiere gialle della milizia Kataeb Hezbollah.

MEDIO ORIENTE IN FIAMME

L’Iran aveva avvertito l’amministrazione Trump che ogni attacco ai combattenti sciiti in Iraq e Siria avrebbe provocato una reazione. E lo stesso governo iracheno si era detto pronto a rivedere le proprie relazioni con Washington dopo le incurisoni americane sul proprio territorio. Lo scontro in atto rischia di incendiare ulteriormente il Medio Oriente, già martoriato dalla guerra civile in Siria, dal conflitto in Yemen e dalla lotta a ciò che resta dell’Isis.

AMERICANI NEL MIRINO

Dal 28 ottobre almeno 11 attacchi di gruppi sciiti filo iraniani hanno preso di mira basi militari irachene dove sono dispiegati soldati o diplomatici statunitensi. L’ultimo venerdì 27 dicembre, quando alcuni missili hanno centrato una base che ospitava militari americani a Kirkuk, uccidendo un contractor statunitense e provocando feriti anche tra il personale locale. Da qui la risposta americana: una pioggia di fuoco contro le basi dei miliziani sciiti non solo in Iraq, ma anche in Siria. I raid aerei, condotti in entrambi i Paesi, si sono concentrati su cinque basi delle milizie Kataeb Hezbollah, strettamente legate ai corpi speciali dei Pasdaran iraniani. L’obiettivo era indebolire la loro capacità di offesa, distruggendo depositi di armi e centri di comando. Ma per Teheran si è trattato senza mezzi termini di «terrorismo».

LE CRITICHE DI MOSCA

Dura la condanna del presidente Hassan Rohani: «Il tempo delle sanzioni e delle pressioni contro di noi finirà. Lo scopo dei nemici è farci cedere e sedere al tavolo dei negoziati per accettare tutto ciò che vogliono». Rabbiosa anche la reazione di Baghdad: «Le forze americane hanno agito in funzione delle loro priorità e non di quelle degli iracheni. I raid violano la sovranità dell’Iraq e sono contrari alla regole d’ingaggio della coalizione» anti-Isis. Critiche anche da Mosca, che ha definito i bombardamenti «inaccettabili e controproducenti» in una nota del ministero degli Esteri.

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Un prete ha usato un aereo per benedire la comunità con 380 litri di acqua santa

La storia arriva dalla Lousiana, nel Sud-Est degli Stati Uniti. Ma non è la prima volta che succede.

La storia arriva dalla Lousiana, nel Sud-Est degli Stati Uniti. Un prete ha usato un piccolo aereo per spargere 380 litri di acqua santa sull’intera comunità di Cow Island, nei pressi della città di Lafayette.

UN FERTILIZZANTE “SPIRITUALE”

L’idea, secondo l’Independent, è stata del missionario L’Eryn Detraz, nativo della zona ma residente in Ohio. La proposta è stata accolta da padre Matthew Barzare, che ha benedetto l’acqua prima di farla caricare sul piccolo aereo, di solito utilizzato per spargere fertilizzanti o pesticidi sulle coltivazioni. «Così abbiamo potuto mandare la benedizione su una zona più vasta», ha raccontato il sacerdote, spiegando che al pilota è stato detto di sganciare l’acqua su chiese, scuole, negozi di alimentari e luoghi di ritrovo della comunità.

IL PRECEDENTE ORTODOSSO

Ma non è la prima volta che succede. In Russia, infatti, un gruppo di preti ortodossi l’11 settembre 2019 aveva sganciato 70 litri di acqua benedetta sulla cittadina di Tver, in occasione della giornata in cui la Chiesa ricorda la morte di Giovanni Battista. Lo scopo? «Liberare i residenti dai vizi dell’alcol e della fornicazione».

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Gli Usa pensano al ritiro dall’Africa occidentale

La decisione è attesa in gennaio. Poi è prevista la valutazione dei programmi per l'America Latina.

Grandi manovre di fine anno al Pentagono. Gli Stati Uniti d’America potrebbero ritirare le truppe dall‘Africa occidentale. Lo riporta il New York Times citando alcune fonti, secondo le quali le proposte allo studio sono la prima fase dell’esame sul dispiegamento delle forze americane nel mondo. Dopo l’Africa Occidentale, per la quale una decisione è attesa in gennaio, il Pentagono valuterà i piani per l’America Latina.

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Come l’impeachment mette il turbo alla campagna elettorale di Trump

O con lui o contro di lui: la contrapposizione aiuta i repubblicani nella corsa alle Presidenziali 2020. The Donald pronto alla grande battaglia mediatica. Mentre i dem restano senza leader carismatici. E quattro di loro si sfilano dall'incriminazione.

«L’assalto all’America». «Una vergogna e una disgrazia per il Paese». Anzi di più, un «colpo di Stato» della «sinistra radicale dei democratici nullafacenti». Nei 45 tweet scaricati a caratteri cubitali sul web al via libera all’impeachment della Camera, a Donald Trump è bastato scrivere «pregate per me» perché il repubblicano Barry Loudermilk, deputato per lo Stato della Georgia, lo paragonasse a Gesù: «Nel processo farsa di Ponzio Pilato gli furono concessi più diritti di quanti i democratici non ne abbiano lasciati al presidente americano», ha commentato. La potenza di fuoco del tycoon contro la «messinscena» e la «follia politica assoluta» contro di lui – terzo presidente degli Stati Uniti con l’onta del processo al Senato – è l’arma migliore dei repubblicani per le Presidenziali del 2020.

THE DONALD FISSO AL CENTRO DELL’ATTENZIONE

Si può dire che la corsa di Trump al secondo mandato sia scattata con i 230 sì dei deputati democratici «consumati dall’odio» all’incriminazione per abuso di potere del presidente della (197 i no). Dal 19 dicembre tutta la campagna elettorale del 2020 per la Casa Bianca sarà incentrata sulla «minaccia costante per la sicurezza nazionale», come ha definito Trump la presidente della Camera Nancy Pelosi. Per la controparte, il presidente è il più perseguitato dai nemici democratici. L’inquilino della Casa Bianca più eccentrico della storia degli Usa sarà in ogni caso al centro dell’attenzione, e tutto il resto in secondo piano. Anche come presidente, dal 2017 Trump ha brillato solo per pressapochismo e megalomania: se c’è una cosa che sa far bene, l’unica, è insomma mettersi in mostra.

FARLO MARTIRE È STATO UN REGALO

Anche nella campagna del 2016 il tycoon dell’Apprentice vinse grazie alla spregiudicatezza nella comunicazione: la competizione è il suo ambiente ideale. Farlo martire dell’impeachment è, anche per alcuni democratici, il regalo più grande che gli si potesse fare. Non a caso i repubblicani puntano ad aprire e chiudere il processo al Senato (a maggioranza repubblicana) prima possibile, tra gennaio e febbraio 2020, in modo da procedere come vincitori nella corsa contro il «partito dell’odio». Mentre Trump, che quando ne vale la pena rilancia sempre la posta, vorrebbe trascinare l’impeachment di alcuni mesi, citando in Senato come testimoni proprio Hunter Biden e il padre Joe. Cioè lo sfidante dem alle Presidenziali e la famiglia cuore delle accuse dell’impeachment

Alla Camera i dem si sono dimostrati compatti in larghissima maggioranza, ma non granitici. Al contrario dei repubblicani

LO SCONTRO AIUTA I REPUBBLICANI

Imbastire una campagna mediatica e svergognare i democratici è il programma elettorale di Trump. Un terreno molto scivoloso per i democratici: la stessa ex first lady di Barack Obama, Michelle, è parecchio scettica sulla scelta di Pelosi – pressata dalla maggioranza dei democratici alla Camera – di avviare l’impeachment. Alla votazione, i deputati dem si sono dimostrati compatti in larghissima maggioranza, ma non granitici. Al contrario dei repubblicani che, seppur da sempre in diversi perplessi verso il loro ultimo presidente, hanno fatto tutti quadrato su Trump: un altro vantaggio del clima di contrapposizione creato. Tre deputati democratici si sono invece sfilati dal sì alla prima accusa di abuso di potere, due di loro anche dalla seconda per ostruzionismo al Congresso; un terzo dem dalla seconda accusa.

PER QUALCHE DEM È UN’ESAGERAZIONE

I dissidenti si contano sulle dita: non abbastanza per intaccare la maggioranza semplice che bastava per l’impeachment, ma niente affatto edificanti. Jeff Van Drew, dem per il New Jersey, è stato molto franco: «Così le chance di Trump alle Presidenziali del 2020 si alzano ancora». E dirlo da democratico proprio non aiuta. Un altro campanello d’allarme è il no di Collin Peterson, moderato, rappresentante del Minnesota nel 2016 andato a Trump, sconfitto in passato dai repubblicani: ebbene per Peterson «Trump non ha commesso alcun crimine». Quanti la pensano come lui nel Minnesota, e prima del voto il 3 novembre 2020 oscilleranno tra democratici e repubblicani? L’ex soldato d’élite Jared Golden, deputato per il Maine, ritiene per esempio esagerata l’accusa di ostruzionismo, e non quella di abuso di potere.

Impeachment Trump Usa Presidenziali 2020
Tulsi Gabbard, democratica filorussa, con Bernie Sanders alla campagna presidenziale del 2016. (Getty).

GABBARD, LA DEMOCRATICA PIÙ AMATA DAL CREMLINO

Un’astensione molto imbarazzante, per i democratici privi di un leader carismatico, è arrivata (su entrambi e capi di accusa) dalla giovane deputata e militare Tulsi Gabbard, eletta alle Hawaii. Figlia di un repubblicano, ex soldatessa in Iraq, per welfare e istruzione universali, prima super delegata donna a sostenere Bernie Sanders nel 2016, Gabbard è considerata una stalinista tra i dem: pro Bashar al Assad in Siria, filorussa in politica estera, ora isolata anche nella sinistra radicale per l’impeachment, il soldato Gabbard corre da solo. Ma soprattutto, come ha annunciato, correrà per una nomination alle Presidenziali del 2020. Di lei Hillary Clinton aveva detto che la Russia sta facendo tra i dem quello che fece con Trump tra i repubblicani, aprendo una lite prima con l’interessata poi con Sanders.

PELOSI LEADER SOLO PERCHÉ È L’ANTI-TRUMP

Tutte queste divisioni indeboliscono i democratici. Mentre il Gran old party (Gop) si stringe attorno al corpo estraneo di Trump. È significativo che tra i dem emerga come leader solo la 79enne speaker della Camera: non perché prima donna e prima italo-americana a presiedere l’assemblea legislativa degli Usa, non perché deputata democratica di più alto grado mai ammessa nei Comitati di intelligence, non perché tra le donne dem – insieme a Clinton e Michelle Obama – con più accesso alle informazioni sulla Difesa e sulla Sicurezza nazionale – e tanto meno perché sfidante alle Presidenziali. Pelosi non è candidata alla Casa Bianca né lo è mai stata, è leader perché ha mosso l’impeachment a Trump. Una retorica che, finora, negli States non ha spostato consensi dai repubblicani ai democratici.

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