Giorgia Meloni torna a parlare del caso Pucci in un colloquio con il Corriere della sera. Dopo essersi già espressa sui social a poche ore dalla decisione del comico di non partecipare più a Sanremo come co-conduttore di una serata – scelta seguita «agli inaccettabili insulti e minacce» ricevuti da lui e dalla sua famiglia» -, la premier ha ribadito di essersi schierata al fianco dello showman perché «non sopporto il doppiopesismo, un principio insopportabile, la cifra della sinistra». Pucci è stato infatti criticato per le sue battute e uscite (spesso infelici) contro diversi esponenti della sinistra tra cui Elly Schlein. Meloni ha quindi citato alcune vignette di Natangelo comparse sul Fatto Quotidiano che la ritraggono una inginocchiata mentre lecca il didietro di Trump, l’altra piegata in avanti con la frase «Noi saremo vicini all’Ucraina a 360 gradi, ma ne bastano 90». E si è chiesta: «Queste sono cose che disegnano o dicono su di me: questo si può fare? Parlano di sessismo e io che dovrei dire? Mi facciano capire, quando attaccano me è satira, quando attaccano la Schlein è sessismo? Su di noi si può dire tutto e su di loro solo quello che condividono? Ci hanno sempre spiegato che la satira è sacra, ma ovviamente finché era contro di noi. Noi, a differenza loro, non abbiamo mai chiesto la censura di nessun comico».
Eppure proprio la premier, nel 2023, aveva querelato il comico Daniele Fabbri che, durante un monologo satirico del 2021, l’aveva definita «puzzona» e «caccolosa». Per le «gravi offese che le hanno causato profondi strascichi sulla psiche», la leader di Fratelli d’Italia si è costituita parte civile e ha chiesto un risarcimento danni di 20 mila euro. «La vera Giorgia Meloni è stata ferita nei suoi sentimenti da paroline che non offendono più nessuno manco in terza elementare. È uno scandalo che riguarda tutti, perché se “puzzona” diventa querelabile, non le si può più dire nulla, perché qualsiasi critica è più grave di “puzzona”. Un capo di governo che se la prende con un artista indipendente, per una scemenza del genere poi, fa una mossa vigliacca, perché è molto comodo schiacciare un pesce piccolo con la pressione di un processo, che costa parecchi soldi e mette parecchia ansia, sperando di crearsi facilmente un precedente per attaccare il diritto di satira garantito dalla Costituzione», aveva scritto Fabbri su Instagram annunciando la querela.
Il Super Bowl è andato ai Seattle Seahawks, che hanno superato 29-13 i New England Patriots. Ma i riflettori, oltre che sulla palla ovale, erano – come sempre – puntati anche sull’Halftime Show. Che quest’anno aveva come protagonista Bad Bunny, reduce dalle tre vittorie ai Grammy. Ebbene, Donald Trump lo ha definito senza mezze misure «il più brutto di sempre». Il motivo? Il rapper portoricano, vero nome Benito Antonio Martinez Ocasio, ha portato al Levi’s Stadium di Santa Clara in California un messaggio di unità e contro le politiche antimmigrazione della Casa Bianca.
Bad Bunny ha cantato Tití Me Preguntó, attraversando scenografie che evocavano la vita portoricana, poi Voy a Llevarte Pa PR e Safaera, brano interpretato su un palco secondario denominato “La Casita”. Successivamente si è esibito in Gasolina di Daddy Yankee e altri suoi successi, tra cui EoO. A chiudere la performance la title track del suo album vincitore ai Grammy, Debí Tirar Más Fotos. Assieme a Bad Bunny sono saliti a sorpresa sul palco anche Lady Gaga e Ricky Martin. Al termine dell’halftime show il rapper ha mostrato un pallone da football con la scritta “Together we are America” (“Insieme noi siamo America”), mentre alle sue spalle sul maxischermo si poteva leggere “The only thing more powerful than hate is love” (“L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”).
Trump, che lo scorso anno a New Orleans era stato il primo presidente Usa della storia a partecipare a un Super Bowl, aveva dato forfait definendo «orribile» la scelta di Bad Bunny. Durante la serata di ieri, ha rincarato la dose: «Uno spettacolo terribile, il più brutto di sempre. Nessuno capisce una parola e il ballo è disgustoso». Bad Bunny canta esclusivamente in spagnolo.
Passa di mano la storica azienda Teknel, attiva nel settore difesa e focalizzata sulla realizzazione di schelter dual use ad alto contenuto tecnologico. L’azienda, riconosciuta a livello internazionale, propone sia prodotti propri che realizzazioni su specifiche di clienti nazionali ed internazionali. Fondata dalla famiglia Arcangeli e condotta sino ad oggi dai fratelli Filippo e Fabio, entra a far parte del Gruppo Pagliani del giovane capitano d’industria Anthony Martini. L’operazione è stata promossa da Andrea Di Bari (legalis business consulting) mentre i consulenti di parte sono stati Roberto Rinaldi e Gianfranco Martinelli, titolari degli omonimi studi, rispettivamente per la Teknel e la Pagliani Srl. La nuova proprietà, che sta per varare un importante piano industriale, potrà continuare a contare sul prezioso supporto dei fratelli Arcangeli.
AGI - Momenti di paura sulla superstrada Brindisi–Lecce, all’altezza dello svincolo di Tuturano, dove un commando armato ha assaltato un furgone portavalori. Il blitz è scattato con l’incendio di un mezzo pesante, utilizzato per bloccare entrambe le carreggiate e isolare la zona. Le fiamme hanno avvolto il camion, sprigionando una densa colonna di fumo nero visibile a chilometri di distanza. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco, forze dell’ordine e personale sanitario.
Nonostante il colpo fosse stato preparato nei minimi dettagli con precisione chirurgica, dotazione e assetto da guerra e capacità tipiche di chi è esperto in colpi del genere, il denaro è rimasto all'interno del blindato. L'arrivo immediato delle forze dell'ordine ha costretto i malviventi alla fuga prima di agguantare il denaro.
Spari e inseguimento
Secondo le prime informazioni, il commando armato era composto da almeno quattro persone, giunte stamane sulla Statale a bordo di un'auto di colore blu, un'Alfa Romeo con lampeggiante esterno. I banditi hanno finto di essere agenti di scorta per confondere le acque e trarre in inganno i vigilantes. Non indossavano divise ed avevano i volti coperti. Hanno fatto scendere le guardie giurate dal mezzo e poi hanno provato a farlo saltare in aria.
Dopo aver bloccato la carreggiata dando fuoco ad un grosso camion, i malviventi hanno poi preso di mira un furgone portavalori della ditta Battistolli in provincia di Brindisi. Nel corso del blitz sarebbero anche stati esplosi diversi colpi di arma da fuoco, con fucili kalashnikov. Sul posto sono giunti anche i carabinieri del comando provinciale di Lecce che hanno ingaggiato un inseguimento con i rapinatori all'altezza di Squinzano.
I malviventi sono fuggiti a bordo di altri mezzi. Il portavalori assaltato è semidistrutto, il traffico sulla statale è molto congestionato. Una densa colonna di fumo nero rende difficile anche la visibilità.
Piantedosi, prova capacità risposta dello Stato
"I miei più profondi sentimenti di gratitudine e apprezzamento ai Carabinieri che, con esemplare professionalità e spirito di sacrificio, hanno sventato l'assalto al portavalori nel Brindisino, non esitando a mettere a rischio la propria incolumità, intervenendo, con prontezza e sangue freddo, su una rapina attuata con metodi feroci e violenti". Lo scrive su X il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi.
"Avere scongiurato il tentativo di rapina e aver fermato due dei responsabili - continua il ministro - sono la migliore riprova di una capacita' di risposta dello Stato superiore ad ogni commento e giudizio strumentale sull'operato delle nostre forze dell'ordine. Il Governo continuerà ad investire in maniera crescente su di loro".
Due fermati e ricerche in corso
Successivamente due persone, presunti componenti della banda, sono state fermate dai carabinieri del comando provinciale di Lecce coordinati dal colonnello Andrea Siazzu. I due sono stati individuati in territorio del nord Salento, dove da subito si sono concentrate le ricerche dei militari. Il gruppo era a bordo di un'auto.
Mancherebbero all'appello altri componenti del commando. Nel conflitto a fuoco durante l'inseguimento tra banditi e militari dell'Arma, un colpo esploso dai primi ha raggiunto un'auto dei carabinieri di una stazione del Brindisino raggiungendo l'abitacolo, ma non ci sono feriti. L'auto di un altro militare in borghese invece è stata mandata fuoristrada. La statale è stata chiusa, in entrambe le direzioni dal km 8,300 al km 12,800 a San Pietro Vernotico (Brindisi).
I banditi rapinano un'auto durante la fuga, contuso un carabiniere
Una donna, una automobilista di 46 anni diretta all'università del Salento per sostenere un esame, è stata fermata stamane da due dei componenti della banda e, Kalashnikov in pugno, è stata rapinata della propria auto a bordo della quale i due sono poi fuggiti. Durante le fasi della cattura di due dei componenti, uno dei militari dell'Arma dei crabinieri è rimasto lievemente ferito in seguito a una colluttazione ed è stato condotto in ospedale per accertamenti.
Dopo l’imbarazzante telecronaca della cerimonia di apertura, infarcita di gaffe di ogni genere, il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca non sarà la voce di quella di chiusura. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha convocato Petrecca a Roma, per un faccia a faccia: la decisione è però già stata presa dai vertici di Viale Mazzini. Anche se qualcuno in Rai gli aveva consigliato diversamente, Petrecca aveva deciso personalmente di sostituire il suo vice Auro Bulbarelli, atteso al microfono ma saltato per aver svelato che lo spettacolo avrebbe coinvolto pure Sergio Mattarella.
Lo scandalo che ha suscitato il video rilanciato dal Partito democratico, dove si vede un’adunata di estrema destra che fa il saluto romano con lo slogan “CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano Sì“, fa il paio con quello provocato dal Comitato “Sì Riforma” con l’immagine dei black bloc che pestano il poliziotto nei recenti disordini di Torino e la scritta “Loro votano No“. Bastano queste due immagini contrapposte per insinuare forti dubbi sull’opportunità di portare a referendum un quesito di difficile comprensione per il cittadino.
Come fare presa sull’opinione pubblica disinformata
La destra lo ha capito per prima. E da subito ha legato a questa riforma complicata il caso Garlasco, per semplificare il messaggio: «I magistrati sbagliano. E se sbagliano devono essere puniti, come chiunque altro». Tema scivoloso, per non dire pericoloso, ma di sicura presa nell’opinione pubblica disinformata. I vari Matteo Salvini, Susanna Ceccardi, Silvia Sardone e Giovanni Donzelli non fanno altro che promuovere il “Sì”, nei loro video su TikTok, concludendo con «Si vota anche per questo il 22 e 23 marzo», dopo aver mostrato immagini di immigrati spacciatori, la “famiglia nel bosco” alla quale i magistrati cattivoni avrebbero tolto i bambini, le “toghe rosse” che impediscono al governo di deportare i clandestini nel costoso lager albanese costruito inutilmente.
Noi non ringraziamo le toghe rosse e il 22 e il 23 marzo sarà un Sì convinto. Ora o mai più, riformiamola. pic.twitter.com/9AKkGIiCLW
Grottesco però anche improvvisarsi azzeccagarbugli sui social
All’inizio i partiti hanno provato a convincere gli elettori a entrare «nel merito della riforma». Invano. Ora sembrano essersi arresi. Non si sa, del resto, se sono più grotteschi questi appelli al voto, con esempi che non c’entrano nulla ma che tutti possono capire, oppure quei cittadini volenterosi che, sui social, si improvvisano azzeccagarbugli e si mettono a disquisire sul significato storico-costituzionale dell’unità della giurisdizione o del delicato bilanciamento tra indipendenza interna ed esterna dei magistrati.
I referendum dovrebbero essere solo su temi come divorzio, aborto, eutanasia
Il referendum funziona quando gli elettori si sentono investiti di decisioni che li riguardano direttamente: ebbe senso il referendum sul divorzio, quello sull’aborto, lo avrebbe uno sull’eutanasia. Ma è evidente che questo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – dove non è previsto quorum, e quindi prevarrà per forza o il fronte dei favorevoli o quello dei contrari, anche in caso di affluenza bassa – non interessa quasi a nessuno: si prova perciò a far appassionare l’opinione pubblica manipolandola con video e messaggi demagogici e fuori contesto.
Una coppia di sposi vota al referendum per il divorzio nel 1974 (foto Ansa).
Si tende a banalizzare forzatamente questioni tecnico-giuridiche sfaccettate
C’è un tema importante, sotteso a questo referendum, di cui non si parla: in una democrazia costituzionale non conta solo che cosa si riforma, ma anche come lo si fa. Le regole fondamentali dell’ordinamento non sono opzioni politiche ridotte a un “sì” o a un “no”. Il referendum, specie quando viene usato – come in questo caso – in chiave politica, tende invece a banalizzare forzatamente questioni tecnico-giuridiche sfaccettate, sottraendole alla sede che la Costituzione indica come centrale per questo tipo di decisioni: il parlamento. Cioè il luogo in cui competenza tecnica e responsabilità politica devono (dovrebbero) incontrarsi, alla luce del dibattito pubblico.
Carlo Nordio, ministro della Giustizia (foto Ansa).
Il referendum ha un valore altissimo, ma diventa problematico quando è usato come scorciatoia o come strumento di pressione su temi che richiederebbero un lavoro normativo articolato e diplomatico. Non dovrebbe insomma sostituire il processo deliberativo ordinario, specie per questioni tecnico-giuridiche come quelle oggetto della riforma.
Il cittadino medio non ha competenze sulla storia del processo penale italiano
La questione se un giudice sia più imparziale quando è “separato” dal pubblico ministero o quando invece è formato nella stessa cultura di garanzie e indipendenza è un dilemma teorico, non uno slogan. Come si fa a chiedere a un cittadino che non ha competenze su modelli processuali, comparazione internazionale e storia del processo penale italiano di ridurlo a una croce su una scheda?
L’unica riforma rimasta sul tavolo di Meloni
La deriva propagandistica del Pd che chiede agli elettori di non votare come vota CasaPound e quella di Fratelli d’Italia che suggerisce di non votare come quelli che picchiano i poliziotti è quasi scontata. Congelate le due riforme del “trittico istituzionale” promesso dalla destra in campagna elettorale, e cioè “il premierato forte” (pericoloso farlo ora, con l’affetto di cui è circondato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) e “l’autonomia differenziata” per trasferire maggiori competenze alle Regioni (regalo troppo evidente alla Lega), a questo governo è sembrato che almeno la riforma della giustizia potesse andare in porto. Ed è l’unica che ha davvero messo sul tavolo.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
I sondaggi dicono che il “no” sta guadagnando posizioni
Anche perché alcuni rappresentanti della sinistra si sono dichiarati per il “sì”, dando un assist azzeccagarbugliesco, illudendo Meloni e soci che ce l’avrebbero fatta. Gli ultimi sondaggi però dicono che il “no” sta guadagnando posizioni. Questa riforma era stata approvata dalla destra alla Camera e in Senato, ma non stiamo parlando di una legge ordinaria: la separazione delle carriere comporta una modifica della Costituzione. Per cambiarla senza passare dai cittadini serviva una maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento. Meloni ha numeri blindati per governare comodamente, ma non può raggiungere quella soglia per modificare la legge.
Era meglio lavorare per costruire un consenso ampio in parlamento
Di fronte a questo limite, la destra aveva due possibilità: lavorare per costruire un consenso ampio, coinvolgendo anche l’opposizione per arrivare a una soluzione condivisa e modificare la legge nelle sedi appropriate; oppure ricorrere al referendum. Una richiesta arrivata da oltre 150 parlamentari di maggioranza e opposizione e poi supportata anche dalla raccolta di oltre 500 mila firme da parte di comitati referendari. Passare la palla agli elettori, attirandoli con campagne di comunicazione ridicole o colpevolizzandoli perché «non entrano nel merito» sembra democrazia. In realtà è uno scarico di responsabilità.
È scomparsa a 85 anni Patrizia de Blanck. Lo ha reso noto su Instagram la figlia Giada. «Mia madre è stata una figura iconica, che ha segnato un’epoca di eleganza, romanticismo e autenticità», ha ricordato nel lungo post. «Con lei si chiude un capitolo insostituibile della mia vita e di un’intera epoca. Il suo coraggio, la sua forza e la sua luce vivranno per sempre in me. Ringrazio chi l’ha amata. Riposa in pace, mamma, per sempre nel mio cuore».
Nota al grande pubblico per aver partecipato come ospite a numerosi programmi tv nei primi Anni 2000, in realtà aveva debuttato nel piccolo schermo nel 1958 come valletta del Musichiere di Mario Riva. Dopo 40 anni fuori dai riflettori, nel 2002, venne “riscoperta” da Piero Chiambretti che la volle come ospite nella trasmissione Chiambretti c’è. L’anno successivo fu presenza fissa de L’Isola dei famosi, edizione a cui partecipava come concorrente la figlia Giada. Nel 2008, invece, fu lei a partire per l’Honduras e nel 2020 entrò nella casa del Grande Fratello VIP. Partecipò in seguito come opinionista ai programmi di Barbara D’Urso su Canale 5.
Le origini e la vita privata
Patrizia e il fratello Dario De Blanck erano figli di Lloyd Dario, ultima discendente della famiglia veneziana un tempo proprietaria del palazzo Ca’ Dario, e dell’ambasciatore di Cuba S.E. Guillermo De Blanck y Menocal, nipote di Mario García Menocal (terzo presidente di Cuba) e segretario di Stato durante la sua presidenza. Quando i rivoluzionari comunisti, guidati da Fidel Castro, andarono al potere, nazionalizzarono tutto il patrimonio della sua famiglia, incluse le ville e le piantagioni di canna da zucchero e tabacco. Tutta la sua famiglia fu esiliata da Cuba. Durante la sua permanenza al Grande Fratello Vip si insinuò che non fosse realmente contessa di sangue, con il giornalista Giangavino Sulas che affermò che nel 2005 la stessa De Blanck aveva rilasciato un’intervista in cui lei stessa dichiarò che in realtà non fosse figlia biologica del conte De Blanck, da cui fu adottato, ma della contessa Dario e del gerarca fascista Asvero Gravelli, figlio segreto di Benito Mussolini. Lei ha sempre smentito tali accuse.
AGI - È morta, a 85 anni, Patrizia de Blanck. A dare l'annuncio la figlia Giada in un post pubblicato su Instagram: "Con immenso dolore, annuncio la scomparsa di mia mamma, la contessa Patrizia De Blanck. Mia madre è stata una figura iconica, che ha segnato un'epoca di eleganza, romanticismo e autenticità - sottolinea Giada de Blanck - Con lei si chiude un capitolo insostituibile della mia vita e di un'intera epoca. Il suo coraggio, la sua forza e la sua luce vivranno per sempre in me. Ringrazio chi l'ha amata. Riposa in pace, mamma, per sempre nel mio cuore". "Con tanta difficoltà scrivo questo messaggio, non ho la forza neanche di parlare. Chi mi conosce sa che per me la mia mamma era tutto - sottolinea ancora Giada de Blanck - Avevamo un rapporto stupendo: era la mia migliore amica, il mio punto di riferimento, la mia vita. Ho dedicato la mia vita a lei con amore, cura, determinazione e dedizione, e tante volte siamo riuscite a vincere insieme e spesso sono riuscita a salvarla…". "Questa volta, nonostante abbia fatto l'impossibile e lottato con tutte le mie forze, non è bastato - aggiunge - Speravo come altre volte che avremmo, da guerriere quali siamo sempre state, vinto anche questa battaglia con la forza dell'amore. Ho affrontato un percorso durissimo e doloroso senza crollare, per me e per lei, cercando di infonderle forza e amore fino all'ultimo". "Per scelta ho vissuto tutto nel silenzio e nella riservatezza, in un momento estremamente delicato e terribile per tutte e due proteggendola da tutto, dalla sua devastante malattia e affrontando il dolore lontano da tutti - conclude Giada de Blanck - Sono profondamente segnata da questo percorso difficile e doloroso e dilaniata da una sofferenza che non si può spiegare: con lei se n'è andata una parte di me. Vivrò per due, questa è la promessa. Vivrò per lei, che vive dentro di me e nel mio cuore per sempre. Neanche la morte potrà dividerci".