Vigilanza Rai, processo a Ranucci: eppure Report è tra i pochi a non fare flop

Doveva essere una seduta della Vigilanza Rai per far sentire l’affetto del parlamento a Sigfrido Ranucci dopo la bomba che gli è scoppiata di fronte a casa, venerdì 17 ottobre. Sotto questi auspici era nata la richiesta dei partiti dell’opposizione, assieme alla presidente Barbara Floridia: un’iniziativa accettata questa volta anche dalla maggioranza, che da un anno sta tenendo bloccata la Vigilanza per l’impasse sul presidente. E invece quello che andrà in scena nella serata di mercoledì 5 novembre a palazzo San Macuto rischia di essere un processo al giornalista di Report, sentito nella mattinata di martedì dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, mentre più tardi è atteso su Rete 4 da Bianca Berlinguer, per la prima volta da ospite in una rete Mediaset.

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Il centrodestra prepara le domande dopo il caso Ghiglia

Dopo le ultime vicende sull’affaire Ghiglia – con il consigliere del Garante della privacy che ha diffidato il programma dal mandare in onda un servizio sul suo conto e con Ranucci che se n’è beatamente infischiato, raccontando che la visita di Agostino Ghiglia in via della Scrofa era concordata da tempo proprio per un colloquio con Arianna Meloni – diversi deputati e senatori del centrodestra stanno preparando domande per chiedere conto a Ranucci di questo modus operandi.

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FdI, Lega e Forza Italia vogliono spiegazioni

Insomma, il conduttore sarà chiamato da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia a dare spiegazioni sul perché decise di mandare in onda il famoso colloquio tra Gennaro Sangiuliano e sua moglie Federica Corsini e poi anche se sia stato lui a far pedinare lo stesso Ghiglia, scoprendo così il suo ingresso nella sede di FdI il giorno prima della decisione del Garante della privacy sulla messa in onda della telefonata, con la sanzione di 150 mila euro alla Rai.

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L’opposizione schierata compatta con Report, e Corsini…

Sarà battaglia tra maggioranza e opposizione, con Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 stelle schierati pancia a terra con Ranucci, e il meloniano Paolo Corsini, direttore dell’approfondimento Rai, costretto suo malgrado a difendere Report, programma che da lui dipende, dopo aver appoggiato la scelta di andare in onda domenica sera nonostante la diffida di Ghiglia. Che, ricordiamolo, è un fedelissimo meloniano, ex parlamentare di Alleanza nazionale con trascorsi da picchiatore ai tempi del Fronte della Gioventù.

Vigilanza Rai, processo a Ranucci: eppure Report è tra i pochi a non fare flop
Paolo Corsini (Imagoeconomica).

Se da una parte alcuni magari ci andranno cauti, dato che Ranucci è pur sempre un cronista che ha subìto un grave attentato, altri si stanno preparando a un fuoco di sbarramento nei suoi confronti. Vedremo come si difenderà lui, se magari rilancerà accusando i partiti di riempire di politici trombati o bolliti le authority che in teoria dovrebbero essere indipendenti. Ma basta scorrere i nomi di chi ne fa parte, dalla Privacy all’Agcom, dall’Antitrust alla Consob, per vedere che così non è. E spesso i vari consiglieri rispondono più agli ordini di scuderia dei loro partiti di provenienza che a criteri di oggettività.

Quello di Ranucci è uno dei pochissimi programmi che funziona

La vicenda di Report cade però in un quadro desolante per la Rai. Dove appunto quello di Ranucci è uno dei pochissimi programmi giornalistici di successo, insieme a Presa Diretta e Cose nostre. Per il resto è tutto un profluvio di bassi ascolti, da FarWest a Ore 14 Sera, da Re Start all’imperituro Porta a Porta, fino a In Mezz’ora di Monica Maggioni, che fa meno telespettatori della precedente edizione di Lucia Annunziata.

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Monica Maggioni (Imagoeconomica).

Per la Rai è una débâcle di ascolti continua

Ma la governance meloniana ha praticamente azzerato l’informazione in prima serata del servizio pubblico, a differenza di La7 e Mediaset. E pure sul resto è calma piatta, con una Rai costretta a mandare in onda repliche su repliche del commissario Montalbano per tenere botta nei confronti della concorrenza. Ormai però le débâcle non si contano più, da Stefano De Martino battuto sistematicamente da Gerry Scotti nell’access prime time a Mara Venier con la sua Domenica In sempre sconfitta da Maria De Filippi. O flop colossali come Freeze, BellaMa’ di sera e Boss in incognito.

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Stefano de Martino (Imagoeconomica).

In tutto il mese di settembre Rai1 è stata sempre superata da Canale 5, con 69 mila telespettatori in più per il Biscione nell’intera giornata e 153 mila nel prime time. Se si considerano tutti i canali anche tematici, la tivù pubblica è ancora prima per un soffio: 27,99 per cento contro 27,52 di Mediaset, ma solo perché Viale Mazzini ne conta di più. Col Tg5 che, alle 20, in più occasioni ha superato il Tg1.

Meloni non ha un’alternativa all’amministratore delegato Rossi

Sono pochissimi gli spazi in cui “mamma Rai” ancora eccelle. E uno di questi è proprio Report. Il problema è che non si vede la luce in fondo al tunnel. Fonti bene informate raccontano che, ogni volta che a Giorgia Meloni parlano della crisi della Rai, lei alzi gli occhi al cielo con aria sofferente e un leggero fastidio, eviti l’argomento come la peste, preferisca non occuparsene e soprassedere con nonchalance. Perché la premier non ha una valida alternativa all’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Se ce l’avesse, probabilmente, l’avrebbe già sostituito. Ma non c’è nessuno all’altezza.

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Giorgia Meloni e Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Il tentativo, fallito, con Chiocci

Ci ha provato, l’estate scorsa, a convincere Gian Marco Chiocci a traslocare dal Tg1 alla guida dell’azienda, incassando una risposta negativa: proprio no, non è il mio mestiere. Dopo di lui non sarebbe stato sondato più nessuno. Se però i risultati resteranno tali, dopo la legge di bilancio, con l’inizio del nuovo anno e in vista del referendum sulla giustizia, Giorgia forse dovrà affrontare anche il capitolo tivù. Altrimenti la Rai meloniana rischia di passare alla storia come la più grigia di sempre.

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Gian Marco Chiocci (foto Imagoeconomica).

C’è pure un’altra scuola di pensiero: ossia che a questa maggioranza vada bene così. Report a parte, infatti, c’è una televisione pubblica che non disturba il manovratore, anzi gli fa da grancassa, a cominciare dai telegiornali nazionali fino all’ultima edizione regionale. Per una maggioranza di governo che fin qui si è dimostrata piuttosto allergica a domande e inchieste, parafrasando Mao Zedong, si potrebbe dire che la situazione è eccellente.

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