Cinema, il mistero Guadagnino: grande talento ma incassi flop

Qualcuno, prima o poi, dovrà svelare al mondo il segreto di Luca Guadagnino. Un regista di grande talento ma che al box office incassa quasi sempre poco o nulla coi suoi film, nonostante faccia spendere cifre notevoli ai produttori. Eppure tutti lo vogliono, tutti lo cercano, le star accettano di lavorare con lui e la sua stella continua a splendere nel firmamento del cinema d’autore.

Cinema, il mistero Guadagnino: grande talento ma incassi flop
Il regista italiano Luca Guadagnino (foto Ansa).

Non si discute la qualità dei suoi film, ma solo il rapporto tra costi e ricavi

Non siamo qui a discutere sulla qualità dei suoi film, che a giudizio di chi scrive è notevole. Più terra a terra, si dibatte sull’argomento del rapporto tra costi e ricavi: parliamo di business, insomma. Ecco, il 54enne cineasta italiano deve certamente la sua fortuna al film del 2017: Chiamami col tuo nome. Una pellicola con costi produttivi di 3,5 milioni di dollari, incassi al botteghino per 70 milioni, e che ha messo l’attore Timothée Chalamet sulla mappa delle star mondiali.

Guadagnino si è sempre saputo arrangiare con budget risicati, dai 3,6 milioni di Io sono l’amore (12,7 milioni di dollari al box office), al riuscitissimo A Bigger Splash (6 milioni di budget e 7,5 milioni al botteghino), e si era dimostrato un buon affare per i produttori.

Dopo Chiamami col tuo nome l’ambizione e il marketing sono saliti di livello

Dopo il boom di Chiamami col tuo nome, però, le cose sono andate diversamente. L’ambizione dei film, il cast coinvolto, la promozione e il marketing sono saliti di livello. E in queste dimensioni del business, il gusto di Guadagnino non ha sempre incontrato i favori di un pubblico largo. Nel 2018 il remake di Suspiria (capolavoro di Dario Argento) è costato 20 milioni di dollari solo a livello produttivo, con incassi che si sono fermati però a otto milioni.

Nel 2020 ecco la serie televisiva We are who we are, per Hbo e Sky Studios, chiusa dopo la prima stagione per scarsi ascolti.

Nel 2022 è stata la volta del film Bones and all, con un budget di 20 milioni di dollari, ancora Chalamet nel cast, ma un box office che non ha superato i 15 milioni di dollari.

È andata un po’ meglio con Challengers, nel 2024

Un po’ meglio sono andate le cose con Challengers, nel 2024: il cast era stellare, con Zendaya, Josh O’Connor e Mike Faist, il budget notevole (55 milioni di dollari), la promozione è stata mondiale, con alti costi di marketing, e gli incassi comunque hanno raggiunto una soglia ragionevole, a quota 96 milioni di dollari.

Poi, però, Guadagnino si è scottato ancora, con una doppietta che metterebbe al tappeto chiunque. Prima Queer, del 2024, con la star Daniel Craig che, abbandonati i panni di 007, si è presentato con un improbabile ciuffo in testa: 50 milioni di dollari di budget, e appena 7 milioni incassati nel mondo. Un disastro.

A seguire, nel 2025, After the hunt, con Julia Roberts e Andrew Garfield: budget stellare da 80 milioni di dollari (di cui 20 milioni solo per la Roberts), box office misero a 9 milioni di dollari. Risultato sanguinoso.

Ora Guadagnino ha in mano un budget da 40 milioni di dollari per Artificial

Eppure, evidentemente, il cinema non può fare a meno di Guadagnino: Amazon Mgm Studios, infatti, ha messo nelle mani del regista italiano anche il budget da 40 milioni di dollari per Artificial, un film biografico in uscita nel 2026 che ricostruisce la controversa vicenda del ceo di OpenAI, Sam Altman, licenziato nel 2023 e poi riassunto pochi giorni dopo. C’è ancora Andrew Garfield nel cast, per sette settimane di riprese che si sono da poco concluse tra California, Torino, Ivrea, Valle d’Aosta e Bologna. Ce la farà almeno stavolta a evitare il flop?

Cinema, il mistero Guadagnino: grande talento ma incassi flop
Sam Altman, ceo di OpenAI (foto Imagoeconomica).

Sky toglie anche i canali Warner Bros: perché questi continui tagli?

Che aria tira a Sky? Prima ha tagliato tutti i canali televisivi della Fox-Disney. Poi, nel 2022, quelli di Mediaset Premium. Infine, nel 2025, quelli di Warner Bros. Discovery. E se fossimo nei manager di Paramount Italia (che già ha annunciato di volersi liberare nelle prossime settimane di 35 dipendenti su 115), a questo punto non dormiremmo sonni tranquilli per i canali di Mtv, Comedy central e Nickelodeon, distribuiti in esclusiva su Sky con contratto in scadenza nel 2026. Perché la strategia degli ultimi anni della media company controllata da Comcast è sempre più orientata ad espellere i canali televisivi lineari di editori terzi (a favore di canali a marchio Sky), diventando, al massimo, una sorta di piattaforma distributiva per le offerte over the top (ott, cioè che distribuiscono contenuti multimediali direttamente agli utenti tramite internet, bypassando le tradizionali reti di trasmissione come la tivù via cavo o satellitare) in streaming a pagamento degli altri competitor, da Disney+ a Paramount+, da Prime Video ad Apple Tv o Infinity, fino a Netflix e Dazn.

LEGGI ANCHE Giuseppe De Bellis promosso a Sky: una mossa tra risparmi e nuovi business

Sky toglie anche i canali Warner Bros: perché questi continui tagli?
Il logo di Warner Bros (foto Ansa).

Il taglio dei canali è cominciato nel 2018

Le sforbiciate di Sky sono iniziate nel 2018, con la chiusura di Fox Sports; poi, nel 2019, sono stati cancellati i canali Fox comedy, Fox animation, Discovery Travel&Living, NatGeo people, Animal planet; nel 2020 stop a Fox life, Disney junior, Disney channel e pure a Supertennis, canale che però verrà riammesso in piattaforma nel luglio 2021 al tasto 212; nel 2022 è scaduta l’intesa con Mediaset e sono stati chiusi i sette canali Premium cinema, action, crime, stories, cui si sono aggiunti pure Fox, Discovery science, National Geographic e NatGeo Wild.

Sky toglie anche i canali Warner Bros: perché questi continui tagli?
Andrea Duilio, amministratore delegato di Sky Italia (foto Imagoeconomica).

Dal primo luglio via Eurosport da Sky, dal 31 dicembre la nuova mannaia

Nell’estate 2025 c’è stata la rottura con Warner Bros Discovery: dal primo luglio via da Sky tutti i canali Eurosport, Discovery e anche i canali in chiaro del gruppo WBD. Dal 31 dicembre, infine, addio a Cartoon network e Boomerang, oltre a tutti i film Warner e alle nuove serie di Hbo, network controllato da WBD.

Sky toglie anche i canali Warner Bros: perché questi continui tagli?
Alessandro Araimo, amministratore delegato di Discovery Italia (foto Imagoeconomica).

Emorragia di contenuti senza diminuire il prezzo dell’abbonamento…

Insomma, una bella emorragia di contenuti per una Sky che ovviamente non diminuirà il prezzo dell’abbonamento. E le tensioni tra i due gruppi, peraltro, alla fine provocheranno danni per entrambi: Eurosport ha perso la principale piattaforma distributiva e gran parte degli ascolti (ora è relegata su Dazn, TimVision, Discovery+, ma di fatto non la vede più nessuno) e la piattaforma Hbo Max, che sarà lanciata in Italia il 15 gennaio 2026 (presentazione in gran spolvero il 3 dicembre a Londra), non potrà contare sulla partnership con Sky per penetrare più velocemente il mercato pay. Il gruppo WBD, inoltre, non incasserà più le decine di milioni di euro annui che Sky Italia gli versava per acquistarne i contenuti.

Prodotti di qualità come molti film e serie tipo Il Trono di Spade

Dal lato Sky, invece, si rompe l’esclusiva con Warner e Hbo, che assicurava contenuti di qualità come molti film e serie tipo House of the Dragon, Il Trono di Spade, I Soprano, Succession, The Last of Us, The White Lotus, The Pitt. A partire dal 2026 Sky potrà ancora contare sulle nuove stagioni di questi vecchi titoli (non di The Pitt), ma non più in esclusiva. E, invece, non avrà più accesso né ai film né alle nuove serie realizzate da Warner ed Hbo: niente più Harry Potter, Batman e Superman, niente A knight of the seven kingdoms, secondo spin off tratto da Game of Thrones, dopo House of the Dragon. E, va detto, al netto degli Sky Originals, le serie Hbo e i film Warner costituivano la spina dorsale dell’intrattenimento di Sky.

Per rivedere Sinner in uno Slam su Sky bisognerà attendere Wimbledon a luglio

Senza Eurosport, peraltro, Sky si priva pure di tutte le partite di tennis dell’Australian open a gennaio-febbraio, e del Roland Garros a maggio-giugno. Per rivedere Jannik Sinner in uno Slam su Sky, insomma, bisognerà attendere Wimbledon a luglio. Non il massimo, soprattutto per un’Italia ossessionata da Sinner in questi mesi. E per una Sky Sport che sul tennis ha costruito un palinsesto ricchissimo.

Sky toglie anche i canali Warner Bros: perché questi continui tagli?
Jannik Sinner con la coppa delle Atp Finals 2025 (Ansa).

Sforzo notevole per i diritti della Champions League di calcio 2027-2030

Al momento, peraltro, Sky Sport non ha ancora rinnovato l’accordo con Liberty Media per i diritti della MotoGP dal 2026, e ha invece appena fatto un notevole sforzo economico per confermare i diritti della Champions League di calcio per il periodo 2027-2031. Competizione che è diventata centrale per l’offerta sportiva di Sky che ormai ha solo tre partite di campionato di Serie A per turno fino al 2029…

Gli abbonati non vedranno nulla dei Giochi invernali

Tenuto conto che Eurosport è il titolare dei diritti tivù delle Olimpiadi di Milano-Cortina, gli abbonati di Sky, infine, non vedranno nulla dei Giochi invernali, e dovranno spostarsi sulla Rai, che ha siglato un contratto di distribuzione in chiaro per alcune discipline olimpiche. Tutti i contenuti WBD verranno ovviamente concentrati nel nuovo over the top Hbo Max, al via, come anticipato, a metà gennaio, e che arriva buon ultimo su un mercato molto inflazionato, pieno di offerte ott a pagamento, e dove non sarà facile farsi largo.

Sky toglie anche i canali Warner Bros: perché questi continui tagli?
I simboli dei Giochi di Milano-Cortina 2026 (Imagoeconomica).

A cosa sarà finalizzata questa attività di razionalizzazione?

Ma, in estrema sintesi: perché Sky taglia così tanto? Molto semplice: il socio Comcast ha chiesto all’amministratore delegato Andrea Duilio, arrivato quattro anni fa, di rimettere in carreggiata i conti. Nel 2022 Sky Italia ha chiuso il bilancio con perdite per 739 milioni di euro, e nel percorso intrapreso da Duilio il rosso nel 2024 si è ridotto a 258 milioni. Nel 2025 ci sarà ancora un segno meno ma con Ebitda (gli utili prima di interessi, tasse, svalutazioni e ammortamenti, indice che valuta la redditività operativa lorda dell’azienda) positivo, e per il 2026 potrebbe finalmente arrivare il sospirato pareggio. A cosa sarà finalizzata questa attività di razionalizzazione non è ancora certo: in Germania Comcast ha preferito vendere Sky Deutschland al gruppo RTL. Vediamo che fine faranno Sky Uk e Sky Italy.

Caso Garofani, i sospetti su De Dominicis e i rumors dentro la Fabi

Ora che la talpa ha una presunta identità, l’unica strada è prendere le distanze dai pettegolezzi e negare, negare, sempre negare. L’orecchio che avrebbe raccolto le confidenze del consigliere di Sergio Mattarella, Francesco Saverio Garofani, provocando un caso più mediatico che politico, ma che comunque ha creato non poche frizioni tra il governo Meloni e il Quirinale, secondo qualcuno sarebbe quello di Francesco De Dominicis, direttore della comunicazione della Fabi, la Federazione autonoma bancari italiani. Il suo nome è stato spifferato da Dagospia, lui ha dovuto difendersi sui giornali: «Non scherziamo, non sapevo nemmeno chi fosse Garofani». E come mai era presente alla cena sulla Terrazza Borromini dove quelle «chiacchiere private tra amici» sono deragliate finendo su La Verità? L’evento era organizzato da Luca Di Bartolomei, figlio del campione della Roma Anni 70-80 Agostino, morto tragicamente, e la cena è stata descritta come un appuntamento tra tifosi: il 49enne De Dominicis secondo la Repubblica è «romano e romanista», per il Corriere della sera invece sarebbe addirittura juventino: il giallo si infittisce. Fede calcistica incerta a parte, il capo della comunicazione della Fabi seguiva il segretario generale del sindacato, Lando Sileoni, che però era presente la sera dell’evento al tempio di Adriano dell’associazione Di Bartolomei, ma non alla mangiata in terrazza. Il passato lavorativo di De Dominicis a Libero con Maurizio Belpietro, attuale direttore de La Verità, ha fatto unire i puntini. Ma alla Fabi cosa pensano di tutto questo polverone di cui avrebbero fatto volentieri a meno?

Caso Garofani, i sospetti su De Dominicis e i rumors dentro la Fabi
Caso Garofani, i sospetti su De Dominicis e i rumors dentro la Fabi
Caso Garofani, i sospetti su De Dominicis e i rumors dentro la Fabi

Il timore della Fabi di essere additata come politicamente schierata

Internamente al sindacato si fatica a pensare che sia stato De Dominicis il responsabile. In molti sono convinti che non avrebbe mai rischiato di fare qualcosa di sgradito al segretario generale, mettendo in pericolo il suo rapporto con lui. Insomma, sarebbe stato uno sconfinamento troppo esagerato rispetto ai compiti di un sindacato autonomo. Perché oltretutto qui sta la controindicazione di tutta questa storia: la possibilità che qualcuno ora possa pensare che la Fabi sia politicamente orientata. Un sospetto che potrebbe essere usato strumentalmente, magari dalle altre sigle sindacali, per sostenere che Sileoni & co. siano filo-governativi: cosa che invece internamente viene respinta con fermezza. La Federazione autonoma bancari italiani fa attività di lobbying come tutti, con pressioni sul governo dedicate alle questioni che le stanno a cuore. Ma sempre con la pretesa di non risultare schierata. Per la serie: “la moglie di Cesare non solo deve essere onesta, ma anche sembrare onesta”. Ecco perché l’affaire Garofani-De Dominicis ha creato un grattacapo interno. E tanti pensano che il direttore della comunicazione non avrebbe mai potuto commettere un’imprudenza del genere.

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no

Le prossime settimane saranno decisive per Matteo Salvini. Il leader leghista sta vivendo un periodo complicato, tanto che qualche alleato in Transatlantico azzarda: «Per il Capitano questa è l’ora più buia». Sì, perché la vittoria – scontata – in Veneto col suo pupillo Alberto Stefani rischia di essere una zolletta di zucchero in mezzo a tanti bocconi amari.

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no
Matteo Savini e Alberto Stefani (da Fb).

Il derby in Veneto con FdI

Intanto bisogna vedere come finirà il derby dei partiti in Veneto. Un sondaggio di Nando Pagnoncelli qualche giorno fa dava Stefani al 62,8 per cento con un fotofinish tra Lega e FdI: 23,6 per cento contro il 23,2 dei meloniani. «Non vogliamo vincere, ma stravincere», ha detto Salvini nel comizio del centrodestra martedì a Padova. Lunedì pomeriggio sarà dunque interessante vedere come finirà una partita decisiva per la Lega: superare il partito di Giorgia Meloni nella roccaforte veneta. Se FdI dovesse stravincere, ogni revanscismo leghista in Lombardia perderebbe forza. C’è da dire, tra l’altro, che qui il Carroccio può giocarsela grazie al divieto a Luca Zaia di fare una propria lista. Correndo come capolista in tutte le province, infatti, i voti personali del Doge confluiranno nel partito di Salvini. Sarà comunque interessante vedere quanti voti prenderà il governatore uscente. Se otterrà un plebiscito, potrà giocarsi il bottino di consensi su altri tavoli. Già, perché dal giorno dopo si aprirà la questione su cosa vorrà fare Zaia da grande, col rischio di diventare un’enorme mina vagante per il Capitano.

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no
Giorgia Meloni alla chiusura della campagna elettorale veneta (Ansa).

La grana Zaia: cosa farà in futuro?

L’uscita di Salvini di candidarlo alle suppletive alla Camera al posto di Stefani non è stata affatto gradita dal governatore uscente, che ha paura di perdere consensi nella sua regione. Ogni possibilità è aperta, ma il Doge non vorrebbe scendere a Roma per fare il deputato semplice, meglio restare in Consiglio regionale per poi magari candidarsi come sindaco di Venezia, ruolo che può garantirgli grande visibilità. Oppure attendere che si apra l’opportunità di guidare una grande partecipata, anche se fare il manager di un’azienda di Stato non è esattamente come governare una Regione. Insomma, comunque la si prenda, Zaia per Salvini sarà un problema, soprattutto perché lui è l’unico che può mettere in discussione la sua leadership.

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no
Luca Zaia (Ansa).

Gli scontri con Tajani e Crosetto sulla manovra

Ma non è finita qui. Per Salvini, infatti, un guaio tira l’altro. In questi giorni pre-elettorali lo si è visto battibeccare con Antonio Tajani sulle proposte leghiste nella manovra, per esempio sulla rottamazione delle cartelle esattoriali, e con Guido Crosetto sul tema del nuovo pacchetto di armi all’Ucraina. Per non parlare della doppia bocciatura della Corte dei Conti al ponte sullo Stretto che per il ministro delle Infrastrutture è diventata la battaglia della vita. «Una volta era il federalismo, ora è il ponte tra Calabria e Sicilia…», sussurrano i leghisti più scettici a Montecitorio.

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no
Guido Crosetto, Matteo Salvini e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La sfida del Patto per il Nord

Per di più nei giorni scorsi ha dovuto pure assistere alla nascita di un concorrente che, seppur piccolo, potrebbe essere assai fastidioso: il Patto per il Nord di Paolo Grimoldi, Giuseppe Leoni e Giancarlo Pagliarini. Salvini non ha gradito affatto che i novelli nordisti abbiano dato, seppur ad honorem e quasi a sua insaputa, la presidenza a Umberto Bossi, ma soprattutto si è innervosito per la presenza al congresso del meloniano Marco Osnato (fedelissimo di Ignazio La Russa) e del forzista Alessandro Sorte, coordinatore azzurro lombardo. La loro partecipazione è suonata quasi come una benedizione degli alleati alla neonata formazione padana. Nel frattempo è nata pure Il Bobo, associazione che nasce per ricordare le figura di Roberto Maroni con convegni, dibattiti, cene e iniziative. In Lombardia, dunque, qualcosa si muove. Sarà per questo che il coordinatore regionale Massimiliano Romeo si è affrettato a organizzare questo fine settimana, dal 21 al 23 novembre, la festa della Lega Lombarda, nel Bresciano, che vedrà impegnati, tra gli altri, Attilio Fontana e lo stesso Salvini. Nel programma pure un lumbard party, ovvero “un aperitivo politicamente scorretto”.

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no
Paolo Grimoldi (da Fb).

Resta sempre il nodo Vannacci

Poi c’è sempre il problema Vannacci, ormai sempre più un corpo estraneo nel partito, nonostante indossi le vesti di vicesegretario. I suoi circoli sono ormai arrivati a 170 unità, sparsi in tutto lo stivale, cosa che lo stato maggiore leghista continua a rinfacciare a Salvini. «Per statuto un nostro iscritto non può far parte di altre organizzazioni pena l’espulsione, mentre Vannacci sta costruendo un partito nel partito senza un plissé da parte del segretario…», si sussurra tra i lumbard. Ma il ministro delle Infrastrutture, che all’ultimo federale ha cercato di mettere una toppa ricordando che i team dell’ex generale possono essere solo associazioni culturali e non soggetti politici, al momento non può permettersi di fare a meno di Vannacci, che ancora un po’ di voti li porta. La previsione, però, è che le strade della Lega e dell’ex generale prima o poi si separeranno. Con grande imbarazzo del segretario, che l’ha fortemente voluto, e l’esultanza di tutti gli altri.

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no
Roberto Vannacci e Matteo Salvini (foto Ansa).

Autonomia: la grande incompiuta

Tempi duri, dunque, per il Capitano, che in queste ore ha incassato, grazie alla benevolenza di Giorgia Meloni, una pre-intesa sull’autonomia per quattro regioni del Nord, così da sbandierarla davanti al suo popolo in vista del voto. Pre-intese che però non vogliono dire assolutamente nulla. Non è la miccia che farà partire l’autonomia regionale, bocciata dalla Consulta ormai un anno fa. Il boccone più indigesto, questo sì, per Luca Zaia, che avrebbe voluto concludere il suo mandato con l’autonomia in tasca.  

Il Veneto non basta: per Salvini è davvero un momento no
Roberto Calderoli e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Atp Finals 2025 luci e ombre: in cosa può migliorare Torino (difendendosi da Milano)

Le Atp Finals 2025 sono state un successo su tutti i fronti (impatto di 591 milioni di euro sul territorio, secondo Boston consulting group) e Torino si sta dimostrando una città coinvolta e capace di organizzare bene anche grandi manifestazioni sportive internazionali. Per non sedersi sugli allori, e sulle due vittorie consecutive di Jannik Sinner, tuttavia, gli uomini Atp (l’Associazione dei tennisti professionisti) e i vertici della Fitp (la Federazione italiana tennis e padel) sono già al lavoro per provare a migliorare alcuni dettagli.

Capienza massima di 13 mila posti, ma a Milano si arriva a 16 mila

Incassi da biglietteria: la Inalpi Arena di Torino ha raggiunto, in questa edizione, una capienza di 13 mila posti, aggiungendo 684 seggiolini con qualche piccolo lavoro di ristrutturazione. Non si può andare oltre. A Milano Santa Giulia c’è invece un palazzetto nuovo-nuovo da 16 mila posti. Tenuto conto che nel 2025 gli incassi da box office per le Atp Finals sono stati nell’ordine dei 32 milioni di euro per 230 mila spettatori complessivi (+8 per cento sul 2024), se i posti fossero 16 mila, ossia un +23 per cento, si potrebbe magicamente arrivare a un box office di quasi 40 milioni di euro per 283 mila spettatori. Non nel 2026, quando le Finals resteranno ancora a Torino, ma dal 2027 al 2030, traslocando a Milano.

Atp Finals 2025 luci e ombre: in cosa può migliorare Torino (difendendosi da Milano)
Jannik Sinner durante le ATP Finals 2025 (foto Ansa).

Pochi spettatori dall’estero: eppure la capacità di spesa è maggiore

Presenze di stranieri: nel giro di tre anni si è passati dal 39 per cento di biglietti delle Finals 2023 venduti all’estero, al 20 per cento del 2024, fino al 18 per cento del 2025. L’Italia, con i suoi campioni nazionali (Sinner e Lorenzo Musetti), ha voglia di tennis e non lascia spazio ai fan di altri Paesi. Ma tutti sanno che la capacità di spesa del pubblico straniero è molto superiore a quella dei tifosi italiani.

Atp Finals 2025 luci e ombre: in cosa può migliorare Torino (difendendosi da Milano)
L’immagine di Jannik Sinner proiettata sulla Mole Antonelliana (foto Ansa).

L’evento ha bisogno di un respiro glam e internazionale

C’è il rischio di trasformare le Atp Finals in un evento nazionale. Se un appunto si può fare a queste Atp Finals di Torino è che i vecchi Master, quelli scintillanti del Madison Square Garden a New York o alla O2 Arena a Londra, adesso sembrano diventati un evento fondamentalmente italiano, senza un respiro glam e internazionale che invece meriterebbe una manifestazione che nel tennis è seconda solo ai tornei del Grande Slam.

Atp Finals 2025 luci e ombre: in cosa può migliorare Torino (difendendosi da Milano)
Jannik Sinner in posa col trofeo delle Atp Finals (foto Ansa).

Vip stranieri sugli spalti? Non pervenuti. A Como invece…

Nessuna stella internazionale sugli spalti torinesi e intrattenimento musicale affidato solo a cantanti e band italiane. Insomma, ci si chiede: possibile che sulle tribune dello stadio di Como, per vedere le partite della squadra di calcio posseduta dalla famiglia Hartono, ci siano parate di vip, da Keira Knightley, Michael Fassbender e Adrien Brody, passando poi per Hugh Grant, Andrew Garfield, Chris Pine, Benedict Cumberbatch o Kate Beckinsale, e invece alle Atp Finals di Torino il vip watching si sia dovuto limitare al massimo a personaggi locali come Sarah Toscano, Gianni Morandi, Pierfrancesco Favino, Ligabue, Francesca Michielin, Emma Marrone, i Pinguini tattici nucleari, Alessandro Del Piero, Max Allegri, Luciano Spalletti, Il Volo, Max Pezzali, Federica Brignone, Alfa, Kimi Antonelli, Antonino Cannavacciuolo o alcuni calciatori del Torino e della Juventus? Qui si può fare davvero di più e meglio.

Lo sponsor principale è il brand Nitto: ma qualcuno sa cosa fa?

Title sponsor: l’azienda giapponese Nitto ha esteso fino al 2030 il suo impegno, che era in scadenza, come sponsor principale della manifestazione. Va tuttavia detto che quasi nessuno sa cosa faccia Nitto, che è produttore giapponese di materiali ad alte prestazioni, tipo pellicole polarizzanti, indispensabili per i display di smartphone e tivù, nastri adesivi industriali, componenti automobilistici, forniture mediche. Insomma, per le Finals rimarrà uno sponsor generoso, ma un po’ oscuro. Urgono campagne pubblicitarie e spot chiarificatori.

Atp Finals 2025 luci e ombre: in cosa può migliorare Torino (difendendosi da Milano)
Il britannico Joe Salisbury in azione: dietro di lui, in bella vista, il title sponsor delle Atp Finals di Torino, Nitto (foto Ansa).

Il tema dei malori tra casualità e temperatura nel palazzetto

Malori: ovviamente il destino sa essere beffardo, ma l’edizione 2025 delle Nitto Atp Finals è stata funestata da molti problemi di salute sulle tribune (che hanno interrotto più volte il gioco – è successo pure in finale – o le cerimonie in atto sul campo centrale), con addirittura due morti per infarto. Qualcuno ha puntato il dito sui troppi italiani (mediamente di età più matura rispetto al pubblico straniero) o al troppo caldo all’interno della Inalpi Arena. Ma più probabilmente la verità è che, per situazioni del genere, il fato è davvero imprevedibile.

Binaghi, una comunicazione da rivedere

Comunicazione del presidente della Fitp, Angelo Binaghi: la sua incauta uscita, a una settimana dall’inizio del torneo, sulla certa partecipazione di Novak Djokovic alle Finals, con tanto di smentita pubblica dallo stesso campione serbo e, successivamente, la non partecipazione di Nole a Torino, ha consigliato una settimana di sostanziale silenzio penitente a Binaghi, rotto solo domenica 16 novembre con la tradizionale conferenza stampa a chiusura.

Atp Finals 2025 luci e ombre: in cosa può migliorare Torino (difendendosi da Milano)
Da sinistra il governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio, il presidente della Fitp Angelo Binaghi e il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (foto Ansa).

E poiché il numero uno della Federazione è sempre molto attivo nel denunciare il fatto che il tennis sia quasi sempre visibile solo in pay tivù (su Sky o Eurosport) e invece dovrebbe essere popolare e disponibile in chiaro, ecco che qualcuno ha fatto notare a Binaghi che i biglietti delle Atp Finals, organizzate proprio dalla Fitp, hanno prezzi inavvicinabili: la finale tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz ha assicurato, da sola, 5 milioni di euro alla biglietteria, con un prezzo medio di 384 euro per ciascuno dei 13 mila tagliandi venduti. Insomma, come sussurra qualcuno, «la cosa che stona è che le Finals sono organizzate da chi vorrebbe il tennis tutto e sempre gratis in televisione. Agli altri chiede di attirare giovani a ogni costo, mostrando le partite in chiaro, invece per se stesso applica regole di mercato opposte».

Fenomeno Ufc, la lega di arti marziali miste che inizia a piacere anche in Italia

I combattimenti di arti marziali miste, le cosiddette discipline Mma (Mixed martial arts), possono essere visti da molti come un parente povero dei veri e importanti circuiti sportivi mondiali, dalla Formula 1 al tennis, dal calcio al football americano o il basket. Magari a qualcuno l’eco delle sfide di Mma sui ring è arrivata solo per le imprese di quel campione irlandese un po’ sui generis, Conor McGregor (colui che aveva picchiato Francesco Facchinetti in un privé, per intenderci).

Fenomeno Ufc, la lega di arti marziali miste che inizia a piacere anche in Italia
Conor McGregor (foto Ansa).

In Italia abbiamo campioni come Marvin Vettori

Invece stiamo parlando di molto di più: negli Usa, in Messico, nel Regno Unito, nei Paesi del Nord Europa, e un po’ anche in Italia grazie a campioni come Marvin Vettori, gli incontri organizzati dalla Ufc, Ultimate fighting championship, sono ormai un ingrediente base delle piattaforme pay di streaming sportivo.

Circuito Ufc pagato 2 milioni di dollari e rivenduto a 4 miliardi

Il circuito Ufc, acquisito nel 2001 da Dana White e dai due suoi amici finanziatori Lorenzo e Frank Fertitta pagandolo la miseria di 2 milioni di dollari, nel 2016 è stato venduto al gruppo Endeavor (che già controlla il circus del wrestling) per oltre 4 miliardi di dollari.

Fenomeno Ufc, la lega di arti marziali miste che inizia a piacere anche in Italia
Dana White, presidente dell’Ultimate fighting championship, è da sempre sostenitore di Donald Trump (foto Ansa).

Accordo con Paramount+ per i diritti tivù esclusivi negli Usa

Non sono passati neppure 10 anni e il network Ufc ha adesso 675 lottatori professionisti sotto contratto, per un valore complessivo del circuito che è quadruplicato, salito oltre i 15 miliardi di dollari. Giusto per capire il peso della Ufc, è sufficiente sapere che ad agosto 2025 la lega ha stretto un accordo di sette anni con Paramount+ per la cessione, dal 2026, dei diritti tivù esclusivi negli Stati Uniti per 7,7 miliardi di dollari totali. E a fine ottobre l’intesa è stata allargata a esclusive pure per il mercato latino-americano e l’Australia.

Un campionato che vale già più della Ligue 1 francese di calcio

Insomma, L’Ufc è diventata una delle leghe sportive più importanti: ancora non se la gioca col football Nfl o il basket Nba, ma, per esempio, vale più della Ligue 1 francese di calcio. Anche in Italia l’interesse è in crescita (l’Ufc è trasmesso in esclusiva da Eurosport, altri incontri di Mma sono su Dazn), supportato dalla presenza di atleti nazionali di rilievo come il già citato Vettori.

Fenomeno Ufc, la lega di arti marziali miste che inizia a piacere anche in Italia
Sfide di arti marziali miste sul ring (foto Ansa).

Arriva nelle sale il premiato The Smashing Machine

Magari qualche appassionato in più potrà avvicinarsi al fenomeno dopo la visione del bel film The Smashing Machine, che arriva in sala il 19 novembre distribuito da I Wonder, e che all’ultima Mostra del cinema di Venezia ha vinto il Leone d’argento per la miglior regia (il regista è Benny Safdie). Certo, non è una saga alla Rocky, è un film d’autore e, nonostante sia costato oltre 40 milioni di dollari, per ora la pellicola non ha avuto grandi riscontri al box office mondiale, con circa 20 milioni di dollari incassati.

Da non perdere un irriconoscibile Dwayne Johnson (noto anche con lo pseudonimo di The Rock, ex wrestler e attore in blockbuster come Fast & Furious, Baywatch, Jumanji, Black Adam, eccetera) con parrucca e pesantemente truccato nei panni di Mark Kerr, campione Mma seguito nelle sue ascese e cadute tra il 1997 e il 2000.

Fenomeno Ufc, la lega di arti marziali miste che inizia a piacere anche in Italia
Da sinistra gli attori Dwayne Johnson, Emily Blunt e il regista Benny Safdie (foto Ansa).

La casa di produzione A24 in onore dell’autostrada Roma-Teramo

Prodotto da A24, casa di produzione americana di film di qualità e che si chiama così in onore dell’autostrada Roma-Teramo, dove il fondatore ebbe l’illuminazione e decise di aprirla, The Smashing Machine è un film davvero intenso, incentrato sulla vita di Mark Kerr e su tutte le sue lotte contro le dipendenze, chimiche e relazionali (la moglie è interpretata da Emily Blunt), con un Dwayne molto credibile. Per certi versi ricorda anche Lost in translation, in quella dimensione un po’ persa e onirica del lottatore americano Kerr impegnato in tanti combattimenti in Giappone.

Patto per il Nord a congresso: Grimoldi lancia la sfida a Salvini

Far tornare il Nord al centro del dibattito politico. Perché ormai la Lega per Salvini premier è altra cosa. Questo l’obiettivo del Patto per il Nord, nuovo partito in salsa padana che celebrerà il primo congresso federale sabato e domenica a Treviglio (in provincia di Bergamo). Nell’occasione verrà eletto segretario l’ex deputato leghista Paolo Grimoldi, espulso nel 2024 dal Carroccio proprio per le sue critiche nei confronti di Matteo Salvini. Della partita fanno parte anche vecchie conoscenze lumbard come l’ex ministro Giancarlo Pagliarini, Giuseppe Leoni e Roberto Bernardelli. Mentre presidente ad honorem è addirittura Umberto Bossi. Ma lui lo sa? «Certo, il Senatùr è al corrente di tutto quello che facciamo, ci osserva e ci ha dato la sua benedizione», conferma Grimoldi a Lettera43. C’è anche il simbolo: non più l’Alberto da Giussano, ma Pinamonte da Vimercate, nobile milanese che ebbe un ruolo rilevante nella Lega Lombarda e fu oratore al giuramento di Pontida (1167). Non ci sarà, invece, Roberto Castelli che ha fondato un altro movimento, il Partito Popolare del Nord (Autonomia e Libertà). «Lui è sempre benvenuto tra noi, ma per ora ha scelto di non aderire», spiega Grimoldi.

Patto per il Nord a congresso: Grimoldi lancia la sfida a Salvini
Il logo del Patto per il Nord.

«In Lombardia è giusto che il candidato sia di FdI»

Il Patto per il Nord è già presente in 56 province in tutte le regioni settentrionali fino all’Umbria e raccoglie attorno a sé una sessantina di sigle di movimenti e associazioni. «Siamo partiti dal fatto che la Lega non esiste più, perché la “Salvini premier” è un’altra cosa, un’accozzaglia con dentro di tutto senza un vero progetto politico. Le istanze del Nord non le rappresenta più nessuno e così aumenta l’astensione», continua l’ex leghista. «Nei nostri primi mesi di vita siamo stati accolti molto bene perché ci riconoscono come forza che torna a difendere il Nord, i suoi lavoratori, gli artigiani, le imprese e le partite Iva», racconta Grimoldi, che in passato è stato anche segretario della Lega Lombarda. «In Lombardia è giusto che sia FdI a esprimere il candidato del centrodestra, visto che ormai i numeri parlano chiaro…».

Patto per il Nord a congresso: Grimoldi lancia la sfida a Salvini
Paolo Grimoldi (Imagoeconomica).

La raccolta firme contro il Ponte sullo Stretto

Ma il nemico numero uno, insieme a Salvini, è il Ponte sullo Stretto, contro il quale il neo partito sta raccogliendo le firme. «Non costerà solo 14 miliardi, ma molto di più, tutti soldi dei contribuenti italiani che sarebbero potuti essere spesi per terminare tutte le opere in corso, come l’alta velocità tra Milano e Venezia, che ora rallenteranno perché le risorse si sposteranno sul ponte. Noi non siamo contro le grandi opere, ma prima del ponte c’è molto altro da fare», osserva Grimoldi. Che ne ha anche per Luca Zaia: «L’hanno trattato malissimo, lui prima ha dato qualche segno di insofferenza, poi si è messo tranquillo, anche se non si sa quale sarà il suo ruolo futuro. Invece avrebbe dovuto porre un problema politico: dove stiamo andando, qual è il nostro progetto e che fine ha fatto l’autonomia differenziata…?».

Patto per il Nord a congresso: Grimoldi lancia la sfida a Salvini
La raccolta firme contro il ponte sullo Stretto.

«Salvini non prende voti al Nord né al Sud: un fallimento totale»

Non è la prima volta che movimenti nordisti nascono per far concorrenza alla Lega e non è mai andata granché bene, perché ora dovrebbe essere diverso? «Perché la Lega Nord davvero non esiste più», dice sicuro l’ex deputato. «Salvini l’ha trasformata in qualcosa di completamente diverso e la sua discesa in termini di voti è ormai inarrestabile: non prende più voti al Nord e non ne conquista al Centro Sud. È un fallimento totale. E qui arriviamo noi…», risponde il futuro segretario. Insomma, tutti a Treviglio, sotto lo spadone di Pinamonte da Vimercate e sotto il simbolo “Libero stretto – No ponte”. Tra i gadget c’è pure la riedizione degli antichi manifesti leghisti con la gallina padana che fa le uova d’oro, rieditati con i temi attuali. Bossi, anche per le sue precarie condizioni di salute, non ci sarà. Ma i nordisti sono sicuri che li osservi da lontano e sorrida. Lo stesso non si può dire di Salvini, stretto tra la fallimentare vannaccizzazione della Lega e il continui calo di consensi. Alcuni leghisti sono stati invitati come ospiti, ma naturalmente nessuno ha confermato la presenza. Interverranno, invece, in carne e ossa o da remoto Carlo Calenda, Benedetto Della Vedova, Luigi Marattin, il meloniano Marco Osnato, Marco Rizzo, il forzista Alessandro Sorte, il dem Emilio Del Bono e Michele Boldrin.   

Patto per il Nord a congresso: Grimoldi lancia la sfida a Salvini
Un manifesto di Patto per il Nord che riprende i vecchi cartelloni della Lega Nord.

I divieti del Decreto dignità, il boom delle scommesse online e i club di calcio penalizzati

Nel luglio del 2018 il cosiddetto Decreto dignità, sotto il governo Conte I (quello “gialloverde” LegaM5s), aveva vietato qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, su giochi o scommesse con vincite di denaro nonché sul gioco d’azzardo, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa. Questo, tuttavia, non ha impedito al gioco d’azzardo online, ossia a casinò online, scommesse, poker, lotterie, bingo e chi più ne ha più ne metta, di diventare in Italia uno dei settori più promettenti del digitale.

I divieti del Decreto dignità, il boom delle scommesse online e i club di calcio penalizzati
Luigi Di Maio con Giuseppe Conte ai tempi dell’approvazione del Decreto dignità, nel 2018 (foto Ansa).

Affari triplicati dal 2020 al 2029: arriveremo a 8,3 miliardi

Un giro d’affari che, come mostra l’ultima ricerca di PricewaterhouseCoopers (PwC) consultata da Lettera43, era di 3,1 miliardi nel 2020 e che ritroveremo quasi triplicato a 8,3 miliardi nel 2029. Business del gambling online che, per intenderci, secondo PwC fa riferimento ai ricavi derivanti dalla spesa totale dei consumatori per il gioco d’azzardo online legale, al netto dell’importo delle vincite pagate, e possono quindi essere considerati come l’incasso totale degli operatori del gioco d’azzardo.

LEGGI ANCHE: L’escamotage delle pubblicità di scommesse e le contraddizioni di chi fa la predica

Il gambling online legale crescerà a un ritmo del 10,4 per cento all’anno

In particolare, tornando all’analisi di PwC, il gambling online legale crescerà a un ritmo del 10,4 per cento all’anno nel periodo 2024-2029, con un volume d’affari che è già a quota 5,1 miliardi nel 2024 e che salirà a 5,7 miliardi a fine 2025. Giusto per marcare le differenze tra comparti, il tasso annuo medio di crescita per PwC nel quinquennio 2024-2029 in Italia sarà dell’1,6 per cento per la radio, dell’1,9 per cento per la tivù e il comparto video, del 4,4 per cento per i videogame. Solo gli eSport (gli sport elettronici, cioè competizioni di videogiochi di livello agonistico e professionistico) viaggiano a un ritmo simile alle scommesse online, con un +10,7 per cento annuo.

I divieti del Decreto dignità, il boom delle scommesse online e i club di calcio penalizzati
Il giro d’affari delle scommesse sportive cresce (foto Unsplash).

I club di calcio non incassano più 150-200 milioni di euro all’anno di sponsorizzazioni

Insomma, non sembra che i divieti introdotti dal Decreto dignità siano riusciti a fermare la marea dell’azzardo online. E, per il momento, gli unici ad andarci di mezzo sono stati i club di calcio, che dal 2018 non possono più incassare circa 150-200 milioni di euro all’anno di sponsorizzazioni che arrivavano da quel settore.

Le modifiche alla norma dovevano essere discusse in Aula in autunno

Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare della revisione del Decreto dignità, ci sono state risoluzioni votate a marzo del 2025 in commissione Cultura del Senato sulle modifiche alla norma, si è detto che tutto sarebbe stato discusso in Aula in autunno. Ma finora nulla è accaduto, tutto è rimasto come prima: la pubblicità a giochi e scommesse è vietata, però le società di scommesse possono comunicare il “gioco responsabile”, con tutta una serie di restrizioni su immagini e loghi. E il mondo del calcio italiano, che già ha i suoi problemi a fare quadrare i conti, si ritrova così sedotto e abbandonato ancora una volta.

I divieti del Decreto dignità, il boom delle scommesse online e i club di calcio penalizzati
Un casinò “fisico”: ma ad andare forte sono quelli online (foto Unsplash).

I casinò online saranno il principale motore di sviluppo

Ma nel mondo del gioco e delle scommesse online quali sono i settori a maggiore potenziale in Italia? PwC evidenzia che i casinò online saranno il principale motore di sviluppo, con un tasso di crescita medio annuo dell’11,7 per cento da qui al 2029, e ricavi che passeranno dai 3,4 miliardi di euro nel 2024 a 5,2 miliardi di euro nel 2029.

La Coppa del Mondo Fifa 2026 può fare da volano

I ricavi delle scommesse online, che rappresentano il secondo grande segmento, cresceranno invece a un tasso medio annuo del 9,2 per cento, con una spinta grossa soprattutto negli anni in cui si terranno importanti eventi sportivi, tra cui la Coppa del Mondo Fifa 2026. Il calcio, d’altronde, è, di gran lunga, lo sport più popolare e amato in Italia, sebbene anche basket, pallavolo e sport motoristici ricoprano un’importanza fondamentale nella cultura sportiva del Paese. Tutto ciò rende le scommesse sportive online estremamente in voga, con ricavi che passeranno da 1,8 miliardi di euro del 2024 a 2,8 miliardi nel 2029.

I divieti del Decreto dignità, il boom delle scommesse online e i club di calcio penalizzati
Gioco d’azzardo (foto Unsplash).

Finita l’era d’oro del poker online

Non particolarmente brillante, infine, il settore del poker online: dopo un periodo nerissimo, in cui è passato dai 226 milioni di euro del 2020 ai 148 milioni del 2024, dovrebbe crescere a un modesto tasso annuo del 2,2 per cento nel quinquennio 2024-2029, arrivando a 166 milioni nel 2029.

Il divieto ha portato all’aumento del gioco d’azzardo illegale

Più in generale, tornando al Decreto dignità, l’analisi di PwC sottolinea come, alla fine, «il divieto di pubblicità abbia portato all’aumento del gioco d’azzardo illegale. Senza una pubblicità ben visibile, può essere infatti difficile per i giocatori italiani identificare correttamente quali marchi sono legali e autorizzati in Italia e quali no». E nel nostro Paese persiste ancora un problema significativo con il mercato nero del gioco d’azzardo online, valutato attorno a un miliardo di euro all’anno dall’European gaming & betting association (Egba).

Montecitorio si fa dolce: alla buvette debutta il gelato artigianale

È il 10 novembre, il sole splende su Palazzo Montecitorio, 19 gradi all’ombra, e finalmente alla buvette si può gustare l’onorevole ice cream. Dopo vari stop and go, alla Camera è arrivato il gelato artigianale. Sponsorizzata dal questore di Fratelli d’Italia, Paolo Trancassini, la novità è stata approvata  – a maggioranza – dal collegio dei questori più di un mese fa, in una riunione tenutasi il 17 settembre, in cui solo l’esponente del Movimento 5 stelle aveva espresso la sua contrarietà. E dunque, nel fine settimana, in sole 48 ore, il bancone storico del bar in stile liberty, allestito all’interno della Camera, è stato attrezzato per accogliere il reparto gelateria. Il fornitore pare sia The Gelatist.

La coppetta piccola al costo di 3 euro e 50

Le vaschette con i sei gusti, tutti gluten free e vegan, sono state posizionate alla sinistra dell’ingresso della buvette, dove fino alla scorsa settimana erano in bella mostra i cornetti e i dolci per la prima colazione, ora spostati più a destra. Deputati e funzionari di Montecitorio da lunedì potranno scegliere sei gusti: cioccolato fondente, pistacchio, nocciola, caramello salato, mango e limone. La coppetta piccola (che si può consumare solo all’interno del bar del Transatlantico, proprio davanti all’Aula) dovrebbe costare 3,50 euro, quella più grande, con tre gusti, un euro in più. Niente panna montata, almeno per il momento. I gelati saranno serviti in coppette di vetro, come quelle in uso già per la macedonia di frutta e lo yogurt con i cereali.

Game over per il fisco italiano: i miliardi sottratti dai videogiochi online

Se giocate a Brawl Stars, Roblox, Minecraft, Fortnite o Clash Royale, oppure se avete figli che vi tormentano coi loro tablet stando ore e ore su queste piattaforme, probabilmente sapete bene di cosa stiamo parlando: di quel subdolo sistema creato dagli sviluppatori di videogame, in base al quale è possibile scaricare e avviare gratuitamente un gioco online. Ma poi, durante la partita, c’è la possibilità di ottenere potenziamenti e bonus solo attraverso denaro reale, con la formula degli “acquisti in-app” finalizzati a nuove skin, a sbloccare i pass, ad attivare nuove abilità. Sono tante micro-transazioni (i ragazzi le chiamano shoppatine) che danno vita al modello di gioco freemium (cioè inizialmente free, gratuito, ma poi con ulteriori parti a pagamento che lo fanno diventare premium) che in Italia vale molti miliardi di euro di ricavi sia per gli sviluppatori sia per gli store di giochi online di Google e di Apple, e che, in base a uno studio di Eurispes appena uscito (dedicato a “Il fisco nel mondo virtuale” e consultato da Lettera43), comporta un «danno per l’Erario italiano sicuramente nell’ordine di miliardi di euro».

Quei pagamenti di denaro direttamente dentro l’app

Ma in che modo? Il modello freemium, di cui uno dei principali fautori è stata l’azienda Riot games di Los Angeles, ora controllata dal colosso cinese Tencent, consente quindi allo sviluppatore di offrire in maniera gratuita il suo software, la sua app di giochi, mettendola a disposizione all’interno di Google Play store o di Apple store. Ma alcune componenti del gioco, o alcuni livelli, possono essere sbloccati solo dopo aver pagato una somma direttamente dentro l’app. Lo sviluppatore (e l’azienda che fa da tramite, cioè Google, Apple, eccetera) inizia quindi a guadagnare molto grazie alla schiera di giocatori per i quali il gioco diventa una sorta di dipendenza, e che sono pronti a spendere denaro reale durante il gioco stesso.

Ci sono giocatori capaci di spendere 400 euro in un giorno

Il modello freemium garantisce molti più ricavi rispetto alla vendita pura di tutto il gioco o rispetto alle app gratuite che hanno i classici messaggi pubblicitari inseriti nel gioco. Come spiega l’indagine di Eurispes, infatti, ci sono esempi di titoli che, proposti con abbonamenti mensili da una decina di euro, avevano una risposta tiepida e fatturati ridotti. Ma, una volta che il gioco è stato convertito a freemium, gli stessi giocatori che prima non accettavano di pagare 10 euro al mese per un abbonamento, sono stati capaci di spenderne 400 in un giorno.

Sviluppatori che guadagnano centinaia di migliaia di euro

E a chi vanno tutti questi proventi? E chi e come paga le imposte, se le paga? Nel momento in cui un utente, che sia esso un privato o un’azienda, acquista un’applicazione sull’Apple Store o sull’Android Market, o spende soldi sull’app stessa, ecco che dall’importo speso dall’acquirente le società di Apple e Google trattengono il 30 per cento e versano allo sviluppatore il restante 70. Non è raro trovare esempi di sviluppatori che con un semplice giochino riescano a guadagnare centinaia di migliaia di euro, dato l’esplodere del fenomeno.

Allora, conclude l’analisi di Eurispes, tra:

  • mancata tassazione degli store di giochi online di Google ed Apple che hanno sede all’estero (senza considerare quelle altre società di cui mai neppure si parla, cinesi comprese, e che fanno guadagni di miliardi di euro, anche in Italia);
  • mancata tassazione dei proventi guadagnati dagli sviluppatori italiani di giochi online e app, che molto probabilmente non dichiarano niente e si fanno accreditare i proventi su conti esteri;
  • mancata tassazione Iva (se gli sviluppatori neppure aprono partita Iva, o comunque se l’operazione viene fatturata a società extraeuropea);
  • mancata tassazione degli youtuber per i proventi che guadagnano sulla promozione dei giochi e altre attività,

si può tranquillamente stimare che il danno per l’Erario italiano sia nell’ordine di miliardi di euro all’anno. Un’enormità di mancati introiti per lo Stato, di cui spesso ci si dimentica.