Le prossime settimane saranno decisive per Matteo Salvini. Il leader leghista sta vivendo un periodo complicato, tanto che qualche alleato in Transatlantico azzarda: «Per il Capitano questa è l’ora più buia». Sì, perché la vittoria – scontata – in Veneto col suo pupillo Alberto Stefani rischia di essere una zolletta di zucchero in mezzo a tanti bocconi amari.

Il derby in Veneto con FdI
Intanto bisogna vedere come finirà il derby dei partiti in Veneto. Un sondaggio di Nando Pagnoncelli qualche giorno fa dava Stefani al 62,8 per cento con un fotofinish tra Lega e FdI: 23,6 per cento contro il 23,2 dei meloniani. «Non vogliamo vincere, ma stravincere», ha detto Salvini nel comizio del centrodestra martedì a Padova. Lunedì pomeriggio sarà dunque interessante vedere come finirà una partita decisiva per la Lega: superare il partito di Giorgia Meloni nella roccaforte veneta. Se FdI dovesse stravincere, ogni revanscismo leghista in Lombardia perderebbe forza. C’è da dire, tra l’altro, che qui il Carroccio può giocarsela grazie al divieto a Luca Zaia di fare una propria lista. Correndo come capolista in tutte le province, infatti, i voti personali del Doge confluiranno nel partito di Salvini. Sarà comunque interessante vedere quanti voti prenderà il governatore uscente. Se otterrà un plebiscito, potrà giocarsi il bottino di consensi su altri tavoli. Già, perché dal giorno dopo si aprirà la questione su cosa vorrà fare Zaia da grande, col rischio di diventare un’enorme mina vagante per il Capitano.

La grana Zaia: cosa farà in futuro?
L’uscita di Salvini di candidarlo alle suppletive alla Camera al posto di Stefani non è stata affatto gradita dal governatore uscente, che ha paura di perdere consensi nella sua regione. Ogni possibilità è aperta, ma il Doge non vorrebbe scendere a Roma per fare il deputato semplice, meglio restare in Consiglio regionale per poi magari candidarsi come sindaco di Venezia, ruolo che può garantirgli grande visibilità. Oppure attendere che si apra l’opportunità di guidare una grande partecipata, anche se fare il manager di un’azienda di Stato non è esattamente come governare una Regione. Insomma, comunque la si prenda, Zaia per Salvini sarà un problema, soprattutto perché lui è l’unico che può mettere in discussione la sua leadership.

Gli scontri con Tajani e Crosetto sulla manovra
Ma non è finita qui. Per Salvini, infatti, un guaio tira l’altro. In questi giorni pre-elettorali lo si è visto battibeccare con Antonio Tajani sulle proposte leghiste nella manovra, per esempio sulla rottamazione delle cartelle esattoriali, e con Guido Crosetto sul tema del nuovo pacchetto di armi all’Ucraina. Per non parlare della doppia bocciatura della Corte dei Conti al ponte sullo Stretto che per il ministro delle Infrastrutture è diventata la battaglia della vita. «Una volta era il federalismo, ora è il ponte tra Calabria e Sicilia…», sussurrano i leghisti più scettici a Montecitorio.

La sfida del Patto per il Nord
Per di più nei giorni scorsi ha dovuto pure assistere alla nascita di un concorrente che, seppur piccolo, potrebbe essere assai fastidioso: il Patto per il Nord di Paolo Grimoldi, Giuseppe Leoni e Giancarlo Pagliarini. Salvini non ha gradito affatto che i novelli nordisti abbiano dato, seppur ad honorem e quasi a sua insaputa, la presidenza a Umberto Bossi, ma soprattutto si è innervosito per la presenza al congresso del meloniano Marco Osnato (fedelissimo di Ignazio La Russa) e del forzista Alessandro Sorte, coordinatore azzurro lombardo. La loro partecipazione è suonata quasi come una benedizione degli alleati alla neonata formazione padana. Nel frattempo è nata pure Il Bobo, associazione che nasce per ricordare le figura di Roberto Maroni con convegni, dibattiti, cene e iniziative. In Lombardia, dunque, qualcosa si muove. Sarà per questo che il coordinatore regionale Massimiliano Romeo si è affrettato a organizzare questo fine settimana, dal 21 al 23 novembre, la festa della Lega Lombarda, nel Bresciano, che vedrà impegnati, tra gli altri, Attilio Fontana e lo stesso Salvini. Nel programma pure un lumbard party, ovvero “un aperitivo politicamente scorretto”.

Resta sempre il nodo Vannacci
Poi c’è sempre il problema Vannacci, ormai sempre più un corpo estraneo nel partito, nonostante indossi le vesti di vicesegretario. I suoi circoli sono ormai arrivati a 170 unità, sparsi in tutto lo stivale, cosa che lo stato maggiore leghista continua a rinfacciare a Salvini. «Per statuto un nostro iscritto non può far parte di altre organizzazioni pena l’espulsione, mentre Vannacci sta costruendo un partito nel partito senza un plissé da parte del segretario…», si sussurra tra i lumbard. Ma il ministro delle Infrastrutture, che all’ultimo federale ha cercato di mettere una toppa ricordando che i team dell’ex generale possono essere solo associazioni culturali e non soggetti politici, al momento non può permettersi di fare a meno di Vannacci, che ancora un po’ di voti li porta. La previsione, però, è che le strade della Lega e dell’ex generale prima o poi si separeranno. Con grande imbarazzo del segretario, che l’ha fortemente voluto, e l’esultanza di tutti gli altri.

Autonomia: la grande incompiuta
Tempi duri, dunque, per il Capitano, che in queste ore ha incassato, grazie alla benevolenza di Giorgia Meloni, una pre-intesa sull’autonomia per quattro regioni del Nord, così da sbandierarla davanti al suo popolo in vista del voto. Pre-intese che però non vogliono dire assolutamente nulla. Non è la miccia che farà partire l’autonomia regionale, bocciata dalla Consulta ormai un anno fa. Il boccone più indigesto, questo sì, per Luca Zaia, che avrebbe voluto concludere il suo mandato con l’autonomia in tasca.

