La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole

«Ma guarda, Fuksas è entrato nella corte di Giuli»: lo spiffero romano, dalle parti di piazza Farnese, luogo amato e frequentatissimo dall’archistar, domina la scena. Nel Partito democratico capitolino storcono il naso appena si accenna alla nomina governativa dedicata a Fuksas. Cosa è successo? Sul sito della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea è apparso il nuovo consiglio d’amministrazione. Un elenco che ancora non è stato comunicato ufficialmente dal ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli. Ed ecco i nuovi nomi: Massimiliano Fuksas, Pio Baldi, Renata Codello e Stefano Laporta. Nel collegio dei revisori dei conti appare Biagio Mazzotta, già ragioniere generale dello Stato e presidente di Fincantieri. Codello è stata dirigente del dicastero di via del Collegio Romano e ora è segretaria generale della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Baldi, nato nel 1945, è stato presidente del Maxxi, ma anche presidente della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, e amministratore dell’Accademia nazionale di San Luca. È però il nome di Fuksas, classe 1944, che fa rumore nella sinistra romana: è stato designato dal Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. E subito ci si ricorda che nel 2016 Giorgia Meloni criticò aspramente i costi di costruzione della Nuvola all’Eur, opera progettata dallo studio Fuksas, definendoli soldi «buttati». Con tanto di manifestazione di Fratelli d’Italia davanti al cantiere, e Meloni pronta a dire che la spesa, «sommata alle vele di Calatrava, fa un miliardo di euro. Soldi dei romani che potevano essere spesi per risolvere il problema della manutenzione stradale». Comunque sono passati 10 anni. E recentemente Fuksas ha un po’ ricalibrato i suoi giudizi sulla premier. A proposito dell’immagine del volto di Meloni riprodotta su un angelo nel dipinto nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma, per esempio ha detto: «Meglio lasciarla così, tutto fa parte della storia». Tutte dichiarazioni rilasciate durante un’intervista alla trasmissione Un giorno da pecora su Rai Radio1, in cui Fuksas ha spiegato: «Altro che angioletto, lei ha carattere forte e decisionista, è una delle poche in Italia. E poi quel volto ha un’altra impostazione. Secondo me è solo il frutto di un ammiratore segreto che si è lasciato andare». Ora la nomina di Fuksas nel cda dell’istituzione museale statale è destinata a far discutere. Non sarà stato lui quell’ammiratore segreto, vero?

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole

Montecitorio a tutta birra

Si chiama “Know Your Beer”, è la nuova piattaforma digitale promossa dalla European Beer Consumers’ Union, ora disponibile anche in lingua italiana e pensata per «rafforzare la consapevolezza nel consumo e la trasparenza nel settore brassicolo». Dove verrà presentata ufficialmente? Il 9 aprile, alla Camera dei deputati presieduta da Lorenzo Fontana, nel corso dell’incontro dal titolo “Know Your Beer: Ebcu e Unionbirrai, la nuova frontiera della trasparenza”, che mette al centro anche l’impatto delle recenti riforme della normativa italiana sulla birra. E l’appuntamento a Montecitorio «aprirà la due giorni di lavori dell’Ebcu 73rd Delegates Meeting, in programma a Roma il 10 e 11 aprile e ospitata da Unionbirrai, l’associazione di categoria dei piccoli birrifici artigianali indipendenti, dedicata al confronto sulle politiche europee della birra, al lancio di nuove campagne rivolte ai consumatori e a momenti di approfondimento strategico».

Zanda sui piedi per Conte

Che ne sarà della leadership del campo largo? È arrivata una stroncatura di peso firmata da Luigi Zanda, 83enne ex senatore, già tesoriere dem e padre fondatore del Pd, in un’intervista a Il Foglio: «Saggezza vorrebbe che il presidente del Consiglio fosse il segretario del partito più grande», ma «se Giuseppe Conte non lo accetta perché vuol fare lui il premier è un segno politico negativo». Di certo Zanda non si nasconde: «Non voterei mai per Conte. Perché non ha governato bene e ancor di più perché pencola verso destra». Insomma l’Avvocato del popolo «non è né di destra né di sinistra, ma va verso destra dal momento che ha sempre rifiutato di definirsi “uomo di sinistra”». Le Primarie? Per carità: «Oggi non sarebbero uno scontro tra alleati, ma tra nemici, un bel regalo a Giorgia Meloni». Ed Elly Schlein? «Non ha un profilo da statista, è evidente. Ha trasformato il Pd in un movimento leaderistico. E governare l’Italia è cosa diversa dall’essere volto di un partito. Tuttavia la voterei se dicesse in anticipo i suoi ministri dell’Economia, dell’Interno, degli Esteri e della Difesa».

La nomina a sorpresa di Fuksas alla corte di Giuli e le altre pillole
Elly Schlein e Luigi Zanda (foto Imagoeconomica).

Circolazione in tilt dopo la frana in Molise, Italia spaccata in due

La riattivazione della frana di Petricciato, dovuta al maltempo, non ha solo mandato in tilt il traffico ferroviario e stradale del Molise, ma di tutta Italia, che al momento risulta spaccata in due. Bloccata la circolazione dei treni, così come dei mezzi pesanti lungo le arterie autostradali del territorio. In alcuni tratti, inoltre, non può viaggiare alcuni tipo di veicolo.

Circolazione in tilt dopo la frana in Molise, Italia spaccata in due
Il fronte franoso di Petricciato (Ansa).

I disagi per il traffico ferroviario

I binari della linea adriatica, tra Montenero di Bisaccia e Termoli, hanno subito una deformazione a seguito della riattivazione della frana, la più estesa d’Europa: la circolazione è stata subito bloccata e non c’è alcuna indicazione sulla possibile ripresa. I treni a lunga percorrenza provenienti da Nord sono limitati ad Ancona e Pescara. Il trasporto Regionale, invece, garantisce il collegamento fino a Vasto San Salvo. Per la Puglia sono possibili percorsi alternativi, con inevitabile allungamento dei tempi di viaggio. A tutto questo si aggiungerà, dal 10 al 13 aprile, il blocco della tratta Roma-Firenze per lavori di potenziamento infrastrutturale sulle linee alta velocità e convenzionale.

Circolazione in tilt dopo la frana in Molise, Italia spaccata in due
Spaccatura nell’asfalto in Molise (Ansa).

Restano chiusi alcuni tratti dell’A14

Oltre ai disagi lungo le ferrovie, ci sono quelli che riguardano la circolazione stradale. Su tutti il parziale blocco dell’autostrada A14. È stato sospeso il divieto di transito per i mezzi pesanti con massa superiore alle 7,5 tonnellate, nel tratto compreso tra Val di Sangro e Vasto sud in direzione Bari. Rimangono comunque attive le chiusure dei tratti compresi tra Vasto sud e Termoli in direzione Bari e tra Poggio Imperiale e Vasto sud in direzione Pescara. A peggiorare la situazione in Molise c’è poi il crollo del ponte sul fiume Trigno lungo la statale 87, travolto dall’ondata di maltempo che si è abbattuta sulla costa.

Il governatore Roberti vede Salvini

La Protezione civile stima settimane di lavori, forse mesi, per ovviare ai disagi causati dalla frana, che ha un fronte di smottamento di circa quattro chilometri. «È un’emergenza nazionale», ha dichiarato Francesco Roberti, presidente della Regione Molise. Previsto un vertice con il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.

Click day interrail, come ottenere un biglietto per viaggiare gratis in Europa

L’Unione europea torna a mettere a disposizione 40 mila biglietti gratis per viaggiare in treno in Europa nell’ambito dell’iniziativa DiscoverEu, che fa parte del programma Erasmus+ per i giovani. L’iniziativa è rivolta ai 18enni che possono presentare domanda dalle 12 di mercoledì 8 aprile alle 12 di mercoledì 22 aprile 2026. Per l’Italia sono previsti quasi 5.000 pass (4.994) sui 40 mila complessivi.

Chi può fare domanda e come candidarsi

Possono richiedere il pass i ragazzi nati tra il 1° luglio 2007 e il 30 giugno 2008 provenienti sia dagli Stati membri dell’Ue che dai paesi associati a Erasmus+ (Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Macedonia del Nord, Serbia e Turchia). Per la candidatura è necessario un documento d’identità, un passaporto o un permesso di soggiorno validi. La domanda si può fare solo sul sito ufficiale https://youth.europa.eu/discovereu_it compilando un modulo online con i propri dati personali e rispondendo a un breve questionario sull’Unione europea. Le candidature saranno poi esaminate e i vincitori selezionati tramite sorteggio.

Come funziona il pass

I candidati vincitori riceveranno un pass di viaggio per esplorare l’Europa tra il 1º luglio 2026 e il 30 settembre 2027. Entro queste date potranno utilizzarlo per viaggiare in treno per sette giorni in un periodo di 30 giorni scelto da loro. Per garantire il più ampio accesso possibile si possono, se necessario, utilizzare modalità alternative di trasporto. In casi eccezionali e quando non sono disponibili altri mezzi, si potrà prendere anche l’aereo. In tal modo potranno partecipare a DiscoverEu anche i giovani che vivono in regioni remote o insulari. I partecipanti riceveranno anche una carta che consente loro di avere riduzioni su alloggio, visite e attività culturali, didattiche e sportive, mezzi pubblici, ristorazione e molto altro.

Vance: «Con l’Iran tregua fragile, ora negoziare in buona fede»

Il cessate il fuoco in Iran è «fragile» e Trump è «desideroso di fare progressi». Lo ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance a poche ore dall’accordo tra Washington e Teheran per una tregua di due settimane. «Gli iraniani hanno accettato di riaprire Hormuz, gli Usa hanno accettato di fermare gli attacchi. Questa è la base della tregua fragile che abbiamo ora», ha spiegato al Mathias Corvinus Collegium (Mcc) di Budapest, think tank vicino al governo di Viktor Orban. «Come mi ha detto il presidente ieri sera, gli iraniani sono negoziatori migliori di quanto siano combattenti. So che non gradiranno sentirlo, ma è vero», ha aggiunto. Trump, ha concluso, «è impaziente di ottenere risultati e ci ha chiesto di negoziare in buona fede». Le trattative inizieranno venerdì 10 aprile a Islamabad, in Pakistan. A capo della delegazione americana ci sarà lo stesso Vance, mentre il capo negoziatore per l’Iran sarà il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.

Vance: «Con l’Iran tregua fragile, ora negoziare in buona fede»
JD Vance (Ansa).

Vance: «Delusi dall’Ue sull’Ucraina, Meloni e Orban ci hanno aiutati»

Vance è anche intervenuto sulla guerra in Ucraina, dicendo che gli Stati Uniti amano «l’Europa e le sue culture, visto che sono in fondo una nazione figlia del continente europeo», ma che sono «delusi da molta leadership politica europea, che non sembra davvero interessata a risolvere il conflitto». «Abbiamo avuto aiuto da alcuni partner. Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orban, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti», ha evidenziato.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?

Per la serie “un ultimatum dopo l’altro”, dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana Donald Trump ha rinviato di due settimane il paventato attacco definitivo contro la Repubblica Islamica, in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz. Una tregua siglata grazie alla mediazione del Pakistan, che aveva chiesto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran lo sblocco del budello crocevia mondiale del petrolio via nave «come gesto di buona volontà». Il 10 aprile partiranno i negoziati a Islamabad. Nella speranza che la tregua regga, resta però un dubbio: Trump (che parla di «vittoria totale e completa, al 100 per cento») e gli Stati Uniti quanto possono – davvero – fidarsi del Pakistan?

La parabola del Pakistan, che ora è nelle grazie del tycoon

Un tempo alleato nella Guerra Fredda, poi Stato terrorista da trattare come paria, ora tra i migliori amici degli Usa o, quantomeno, partner regionale privilegiato: curiosa la parabola del Paese mediatore per la fine di questo conflitto, tornato nelle grazie della Casa Bianca, come d’altra parte già aveva testimoniato l’incontro andato in scena il 25 settembre nello Studio Ovale a cui avevano partecipato Trump, il vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir. Trump, che nel suo primo mandato aveva pubblicamente criticato Islamabad per aver rifilato a Washington «nient’altro che menzogne e inganni», cancellando gli aiuti militari al Pakistan, al termine dell’incontro aveva definito i suoi ospiti «very great guys». Un cambio di prospettiva che, spiega Asia Times, non è fondato su una ritrovata convergenza di valori o su un grande progetto strategico, bensì su una serie di mosse da parte del Pakistan per ingraziarsi Trump.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Shehbaz Sharif e Donald Trump (Imagoeconomica).

Le mosse con cui Islamabad ha gonfiato l’ego di Trump

Innanzitutto, a marzo del 2025 le forze pakistane – sulla base di informazioni della Cia – hanno arrestato Mohammad Sharifullah, membro dell’Isis- Khorasan presunto ideatore dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021, in cui persero la vita 13 militari statunitensi: una vittoria chiara e inequivocabile da presentare al popolo americano per Trump, in contrasto con i fallimenti del caotico ritiro dall’Afghanistan deciso dall’Amministrazione Biden. A maggio 2025, quando terminò il breve conflitto armato tra Pakistan e India, Islamabad attribuì buona parte del merito del cessate il fuoco proprio alla mediazione di Trump, arrivando a raccomandarlo formalmente per il Nobel. Tutto questo mentre il governo indiano negava il coinvolgimento Usa, attribuendo il successo ai negoziati tra le diplomazie dei due Paesi. Insomma, se da una parte il Pakistan pensava a gonfiare l’ego di Trump, dall’altra la nemica India si alienava i suoi favori.

Il sostegno americano fornisce ampie garanzie al Pakistan

Risultato? Quando è arrivato il momento dei dazi, Washington ha “ricompensato” Islamabad con tariffe (relativamente favorevoli) del 19 per cento, a fronte dell’aliquota del 50 per cento imposta all‘India. Questo in cambio dell’accesso privilegiato alle «enormi riserve petrolifere» del Paese, anche se le trivelle non hanno scovato alcun nuovo giacimento: secondo gli esperti, le parole del presidente Usa volevano certificare, più che un reale accordo sul greggio, l’inizio di una nuova era dei rapporti tra i due Paesi. Per Asia Times, per il Pakistan il sostegno americano rappresenta la «copertura diplomatica definitiva», che permetterà a Islamabad di «perseguire la propria agenda geoeconomica assertiva» senza il timore di inimicarsi Washington. In quest’ottica va ad esempio visto il patto di mutua sicurezza siglato il 18 settembre con l’Arabia Saudita.

Per Eisenhower era «l’alleato più fedele tra gli alleati»

Usa e Pakistan amici come prima, insomma. Dwight Eisenhower, che considerava il Paese un baluardo nella politica di contenimento del comunismo durante la Guerra Fredda, nella seconda metà degli Anni 50 definì il Pakistan – che aveva aderito a patti di difesa anti-sovietici promossi dagli Usa – «l’alleato più fedele tra gli alleati». Già allora la Casa Bianca, alla ricerca di amici vicino ai confini sovietici e cinesi, dimostrò di preferire il Pakistan all’India di Jawaharlal Nehru, vista con sospetto a causa della sua politica neutrale. Archiviato lo spauracchio dell’Urss, i rapporti tra i due Paesi si raffreddarono. Poi nell’era post-11 settembre il Pakistan tornò a essere un alleato chiave nell’invasione dell’Afghanistan (2001). Tuttavia il rapporto tra Washington e Islamabad subì un colpo durissimo quando nel 2011 Osama bin Laden fu individuato e ucciso all’interno di un complesso residenziale ad Abbottabad. Possibile che i servizi pachistani non sapessero nulla?

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Il compund di Abbottabad dove si rifugiava Osama Bin Laden (Ansa).

Le accuse di doppiogiochismo, ormai archiviate da Trump

Da allora il Pakistan, accusato di aver dato supporto ai talebani e dunque di doppiogiochismo nella lotta al terrorismo, si è avvicinato progressivamente alla Cina. Allontanandosi, almeno ufficialmente, dagli Stati Uniti: nel 2018 la prima Amministrazione Trump certificò il deterioramento dei rapporti con la cancellazione degli aiuti militari, complice anche la preoccupazione per il nucleare pakistano. Ma, anche quando i rapporti politici erano in una fase di profonda crisi, la relazione a livello militare è rimasta in realtà piuttosto solida: aggirando l’autorità spesso frammentata e instabile dei governi di Islamabad, il Pentagono ha continuato a rapportarsi col quartier generale dell’esercito pakistano a Rawalpindi. Da qui la presenza a settembre nello Studio Ovale di Munir. I rapporti altalenanti e i sospetti incrociati tra i due Paesi suggeriscono che forse gli Stati Uniti non dovrebbero fare completo affidamento sul Pakistan: Trump avrà anche i suoi «ragazzi grandiosi» a Islamabad, tanto da aver coinvolto Sharif nel suo Board of Peace, ma una ripidissima discesa può essere sempre dietro l’angolo.

Sciopero aerei 10 aprile 2026: orari e fasce di garanzia

Per venerdì 10 aprile 2026 è in programma uno sciopero nazionale del settore aereo che durerà quattro ore, dalle 13 alle 17. La mobilitazione è stata indetta dai principali sindacati del settore, tra cui Uiltrasporti, Fast-Confsal e Astra, e coinvolgerà sia il personale dell’Enav, cioè la società che gestisce il traffico aereo italiano, sia quello di Techno Sky, che si occupa invece dei sistemi per la gestione dei voli. «Dopo mesi di trattative infruttuose, senza risposte su salario, diritti e futuro, è il momento di farsi sentire. Recupero inflattivo insufficiente. Tutele messe in discussione. Carichi di lavoro in aumento. Nessun confronto reale sui cambiamenti organizzativi. Noi non abbiamo firmato accordi al ribasso. Noi stiamo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori», si legge in un post Facebook di Uiltrasporti Nazionale a proposito delle motivazioni dell’agitatazione.

Orari e fasce di garanzia

Nell’annunciare lo sciopero, l’Enav ha sottolineato che saranno garantite le prestazioni indispensabili secondo norma vigente. Saranno quindi sempre operativi i voli nelle fasce di garanzia, cioè dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21. Nella fascia oraria interessata dallo sciopero, dalle 13 alle 17, potranno esserci ritardi, cancellazioni e disagi, mentre i voli programmati al di fuori della fascia dovrebbero operare regolarmente. Eventuali riorganizzazioni delle compagnie potrebbero comunque determinare modifiche dell’ultimo momento, motivo per cui è sempre consigliato controllare sul sito delle compagnie.

Usa, cos’è il 25esimo emendamento della Costituzione e cosa prevede

Negli Stati Uniti si torna a parlare del 25esimo emendamento della Costituzione dopo che alcuni esponenti dem hanno chiesto che si esplori la procedura per rimuovere il presidente Donald Trump. Si tratta di una modalità che prevede che il vicepresidente (in questo caso JD Vance) prenda i poteri del commander in chief come facente funzioni nel caso il cui quest’ultimo muoia, si dimetta o sia rimosso dal suo incarico per incapacità manifesta o malattia. A differenza dell’impeachment, dunque, il 25esimo emendamento consente di rimuovere il presidente senza che sia necessario elevare accuse precise.

Come si attiva

Per attivare il 25esimo emendamento, è sufficiente che il vicepresidente e la maggioranza del governo trasmettano una lettera al Congresso, sostenendo che il presidente non è più in grado di esercitare i poteri e i doveri legati al suo incarico. Se poi il presidente si oppone alla sua rimozione, la decisione spetta alla Camera dei rappresentanti del Congresso, che deve esprimersi con una maggioranza dei due terzi dei voti.

Chi l’ha invocato per Trump

A invocare la procedura per rimuovere Trump sono stati diversi democratici dopo che il tycoon, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum concesso all’Iran, aveva minacciato di «far morire un’intera civiltà» se non si fosse trovato un accordo. «Questa non è politica estera, è un pazzo squilibrato che minaccia di annientare un intero paese. È giunto il momento. Bisogna invocare il 25esimo emendamento», ha detto JB Pritzker, governatore dell’Illinois.

«Questa è una persona estremamente malata. Ogni repubblicano che si rifiuta di unirsi a noi nel votare contro questa guerra insensata basata sulla libera scelta si assume la piena responsabilità di tutte le conseguenze, qualunque cosa sia», ha aggiunto il senatore democratico Chuck Schumer.

Sulla stessa linea Robert Garcia, membro della Camera: «Donald Trump ha perso la testa e le sue minacce di annientare il popolo iraniano dovrebbero essere prese sul serio. È fuori controllo e il suo gabinetto e coloro che lo circondano devono essere fedeli alla Costituzione e invocare il 25° emendamento. Deve essere rimosso».

Anche per il collega Ro Khanna è necessario «invocare il 25esimo emendamento e rimuovere Trump. La minaccia di commettere crimini di guerra costituisce una palese violazione della nostra costituzione e delle Convenzioni di Ginevra».

Il precedente del 1974 con Ford e Nixon

Il caso più noto in cui si è fatto ricorso al 25esimo emendamento è quando il vicepresidente Gerald Ford, nel 1974, prese il posto di Richard Nixon, dimessosi dopo essere stato travolto dallo scandalo del Watergate. La procedura può essere applicata anche per un breve periodo di tempo, come successe per il vicepresidente George H. Bush che, nel 1985, fu presidente per alcune ore quando Ronald Reagan fu operato con anestesia generale. Simile situazione avvenne nel 2002, quando il vicepresidente Dick Cheney rimpiazzò sempre per alcune ore il presidente George W. Bush, sottoposto a operazione chirurgica.

Dopo la tregua con l’Iran, Kyiv chiede agli Usa di riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina

Dopo il cessate il fuoco con l’Iran, Kyiv ha esortato gli Stati Uniti a riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina. «Accogliamo con favore l’accordo tra il presidente Trump e il regime iraniano per sbloccare lo Stretto di Hormuz e cessare il fuoco, così come gli sforzi di mediazione del Pakistan. La fermezza americana sta dando i suoi frutti. Crediamo sia giunto il momento di dimostrare sufficiente fermezza per costringere Mosca a un cessate il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina», ha scritto su X il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga.

Raid russo su Zaporizhzhia: una vittima

Intanto le autorità locali ucraine segnalano che «i russi hanno colpito il distretto di Zaporizhia con bombe guidate» causando una vittima. A riferirlo è stato il governatore Ivan Fedorov. Nel villaggio di Balabyne, ha spiegato, edifici residenziali e non sono stati distrutti o danneggiati a seguito dell’attacco, e sono scoppiati degli incendi. Il corpo della persona deceduta è stato ritrovato sotto le macerie di una delle case coinvolte.

‘Ndrangheta, maxi operazione della polizia in cinque regioni: 54 arresti

Gli agenti della polizia di Stato hanno effettuato l’arresto di 54 persone tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Benevento, Milano, Rovigo e Viterbo, nell’ambito di un’inchiesta che ha dato conferma della piena operatività della consorteria di ‘ndrangheta nota come “Locale dell’Ariola” e, in particolare, della ‘ndrina che fa capo alle famiglie Emanuele e Idà di Gerocarne. Coinvolto per aspetti legati al traffico di stupefacenti anche Marco Ferdico, uno degli indagati dell’inchiesta “Doppia Curva”.

I reati contestati ai 54 arrestati

Le persone fermate sono accusate a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, lesioni aggravate, ricettazione, danneggiamento aggravato, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, detenzione di materiale esplodente, estorsione, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento personale, trasferimento fraudolento di valori e uccisione di animali.

Le misure cautaleri disposte

Tra i nomi che spiccano per la gravità dei capi d’imputazione (che vanno dall’associazione mafiosa al narcotraffico) figurano elementi di spicco della ‘ndrangheta come Gerardo Accorinti, Ferdinando Bartone, Michele Carnovale e i componenti dei clan Emanuele, Idà e Castagna. Per loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Marco Idà, Michele Idà, Domenico Nardo e Domenico Zannino sono stati posti agli arresti domiciliari con il divieto assoluto di comunicare con l’esterno. Per altri indagati (tra cui Michelangela Alessandria e Marco Fiorillo) è stata invece applicata la misura congiunta dell’obbligo di dimora con permanenza notturna e di presentazione alla polizia giudiziaria per quattro giorni a settimana.

I primi effetti della tregua Usa-Iran: cala lo spread, crollano i prezzi di petrolio e gas

L’accordo tra Usa e Iran per una tregua di due settimane condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz è stato accolto positivamente dai mercati. Lo spread tra Btp e Bund è sceso a 73 punti in avvio di giornata, dopo aver toccato quota 88,3 punti nella chiusura di martedì 7 aprile. Forte calo anche dei rendimenti, con il decennale italiano che è passato dal 3,96 al 3,63 per cento. La Borsa di Milano ha aperto in rialzo, in linea con gli altri listini europei, con il primo indice Ftse Mib che ha guadagnato lo 0,99 per cento a 45.862 punti. Anche le Borse asiatiche hanno chiuso positivamente (Tokyo è volata al +5,39 per cento).

Giù i prezzi di petrolio e gas

Sul fronte delle materie prime, il petrolio affonda. Il Wti lascia infatti sul terreno il 18 per cento, scendendo ben sotto i 100 dollari al barile (93,03). Giù anche il prezzo del gas, con i contratti Ttf ad Amsterdam, mercato di riferimento, che sono scesi di oltre il 19 per cento a 43 euro al megawattora.