Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa

Gli Stati Uniti hanno ottenuto una «vittoria totale e completa, al 100 per cento», arrivando a un cessate il fuoco di due settimane con l’Iran. Donald Trump non ha dubbi. Dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana, allo scadere dell’ultimatum il presidente degli Stati Uniti ha fatto l’ennesimo dietrofront: basta bombe su Teheran per 14 giorni in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa
Donald Trump (Ansa).

L’Iran pretende di controllare lo Stretto di Hormuz

Da parte iraniana si frena l’entusiasmo. Nel piano di 10 punti redatto dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale del Paese, Teheran pretende di coordinare il traffico attraverso lo Stretto per garantirsi una «posizione economica e geopolitica unica» su un cruciale punto di passaggio del petrolio. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha poi messo in chiaro su X che durante le due settimane di tregua, «il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile tramite coordinamento con le Forze Armate iraniane e tenendo conto dei limiti tecnici». Mentre secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, nel periodo in questione Iran e Oman intendono imporre tariffe di transito alle navi.

La mediazione del Pakistan e il ruolo di Khamenei

Un ruolo centrale nel raggiungimento dell’accordo lo ha avuto il Pakistan – in contatto telefonico con JD Vance che si trovava in Ungheria – che ha mediato per avviare colloqui tra Washington e Teheran a partire da venerdì. La delegazione statunitense potrebbe essere guidata proprio dal vicepresidente. Sempre che la tregua regga.

A sbloccare la situazione, secondo Axios, sarebbe stata la guida suprema – data da alcune fonti in coma – Mojtaba Khamenei che avrebbe detto ai suoi negoziatori, per la prima volta dall’inizio della guerra, di cercare un accordo. Nel frattempo le forze Usa in Medio Oriente e il Pentagono stavano preparando la campagna di bombardamenti contro infrastrutture iraniane cercando di intuire cosa avrebbe deciso Trump. «Non avevamo idea di cosa sarebbe successo. È stato folle», ha commentato un funzionario della Difesa ad Axios. Gli alleati nella regione a loro volta si stavano attrezzando per una eventuale ritorsione iraniana. Nel frattempo i mediatori pakistani con l’aiuto dei ministri degli Esteri di Egitto e Turchia facevano circolare tra Iran e Usa bozze di un accordo. A fine serata è arrivato l’ok di Washington alla proposta di due settimane di tregua. Teheran ha accettato, si dice dietro consiglio della Cina. Ma senza il via libera di Khamenei, precisano le fonti, «non ci sarebbe stato alcun accordo». Da parte israeliana, Benjamin Netanyahu era in costante contatto con Trump il quale ha ottenuto da Tel Aviv la promessa del cessate il fuoco. Ora bisognerà vedere quanto questo impegno sarà rispettato o meno.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa
JD Vance (Ansa).

La vittoria annunciata da Trump in realtà è una resa

Che si tratti di una «vittoria completa» come sostiene Trump però è tutto da vedere. Soprattutto se l’unico risultato dell’offensiva sarà aver concesso a Teheran il controllo di Hormuz, Stretto che prima era aperto alla libera navigazione. Non solo. L’ennesima mossa TACO solleva dubbi sulla credibilità stessa del presidente e rafforza la convinzione che la situazione in Medio Oriente gli sia sfuggita completamente di mano tanto da essere stato costretto a far passare per vittoria quella che pare a tutti gli effetti una resa.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa
Donald Trump (Imagoeconomica).

Torna in scena il 25esimo emendamento

Con l’ultima minaccia diffusa sui social prima dello scadere dell’ultimatum – «un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita» – Trump ha oltrepassato ogni limite. Tanto da riportare al centro del dibattito lo stato della sua salute mentale. Sotto il secondo mandato del 79enne, gli Stati Uniti da pilastro della stabilità globale sono diventati una forza tanto letale quanto imprevedibile. È per questo che nelle ore concitate prima dell’ultimatum è stata avanzata la richiesta di attivare il 25esimo emendamento per rimuoverlo dall’incarico. L’atteggiamento di The Donald pesa poi come un macigno sulla democrazia americana e sul sistema di pesi e contrappesi. Il presidente avrebbe potuto sterminare milioni di civili iraniani senza l’autorizzazione del Congresso, con motivazioni contraddittorie e senza una vera exit strategy. Per rimuovere Trump dal suo incarico attivando il 25esimo emendamento sarebbe necessario il voto della maggioranza del suo gabinetto e del vicepresidente. Un’ipotesi al momento lunare. A invocarlo non sono stati però solo i democratici ma anche repubblicani e figure di spicco della destra Usa come il complottista Alex Jones, l’ex funzionario della Casa Bianca Anthony Scaramucci, l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, la commentatrice di destra Candace Owens, fino al columnist del New York Times David French. Ci sono poi trumpiani delusi che pur non spingendosi fino all’attivazione del 25esimo emendamento hanno criticato il presidente. Tra questi Tucker Carlson. L’ex conduttore di Fox News ha definito un eventuale attacco alle infrastrutture iraniane un «crimine di guerra e di morale», degno di un «anticristo».

Usa-Iran, accordo in extremis per un cessate il fuoco di due settimane

A meno di un’ora e mezza dalla scadenza temporale deciso da Donald Trump, il presidente Usa e il regime di Teheran hanno concordato una tregua di due settimane, per dare tempo alle diplomazie di trovare un accordo definitivo per la fine del conflitto in Medio Oriente. L’annuncio è arrivato direttamente dal tycoon, via Truth. Di fatto, Trump e l’Iran hanno accettato la richiesta presentata al Pakistan, che aveva chiesto appunto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran la riapertura dello Stretto di Hormuz «come gesto di buona volontà», cosa che avverrà – fa sapere Teheran – «sotto il controllo» delle sue forze armate. Anche Israele ha accettato di fermare i raid per 14 giorni.

L’annuncio di Trump

Questo l’annuncio di Trump su Truth: «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane». Trump ha inoltre spiegato di aver accettato la proposta del Pakistan perché gli Stati Uniti hanno «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari» e sono «molto avanti nella definizione di un accordo definitivo per una pace di lungo periodo con l’Iran e per la pace in Medio Oriente». Il tycoon ha inoltre parlato della proposta in 10 punti presentata da Teheran, definendola «una base praticabile su cui negoziare» e spiegando che «quasi tutti sono stati concordati tra Stati Uniti e Iran». In una breve intervista telefonica all’Afp, il tycoon ha poi parlato di «vittoria totale e completa».

Il messaggio dell’Iran

«Se gli attacchi contro l’Iran cesseranno, le nostre potenti forze armate interromperanno le loro operazioni difensive», ha scritto su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: «Per un periodo di due settimane, sarà possibile il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz tramite il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto dei limiti tecnici».

Primo round di negoziati il 10 aprile

Il primo round di negoziati tra Washington e Teheran si svolgerà a Islamabad venerdì 10 aprile. Secondo quanto riporta Axios della delegazione Usa dovrebbero far parte il vicepresidente JD Vance, l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump.

Usa-Iran, accordo in extremis per un cessate il fuoco di due settimane
Donald Trump (Ansa).

Netanyahu: «La tregua non riguarda il Libano»

L’accordo sul cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran «non include il Libano». Lo ha sottolineato in un comunicato l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, spiegando che Tel Aviv «sostiene l’impegno degli Stati Uniti volto a garantire che l’Iran non rappresenti più una minaccia nucleare, missilistica e terroristica per l’America, Israele, i vicini arabi dell’Iran e il mondo».

Le reazioni internazionali alla tregua

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres «ha accolto con favore la tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran», esortando «tutte le parti coinvolte nell’attuale conflitto in Medio Oriente a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale e ad attenersi ai termini del cessate il fuoco, al fine di spianare la strada verso una pace duratura e globale nella regione». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che «il governo tedesco accoglie con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato tra Stati Uniti e Iran». Messaggi analoghi sono arrivati dai governi di Regno Unito, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e tanti altri Paesi. «La risolutezza americana funziona. Crediamo che sia giunto il momento di una determinazione sufficiente per costringere Mosca a cessare il fuoco e porre fine alla sua guerra contro l’Ucraina», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha. Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera, ha dichiarato che la sospensione delle ostilità «crea un’opportunità che era davvero necessaria per attenuare le minacce, fermare i missili, riavviare le spedizioni e creare spazio per la diplomazia verso un accordo duraturo».

La Casa Bianca ha escluso l’uso di armi nucleari in Iran

In un messaggio dal linguaggio colorito pubblicato su X dal proprio account RapidResponse47, la Casa Bianca ha smentito con forza l’ipotesi del ricorso a un’arma nucleare in Iran. «Nulla di ciò che dice il vicepresidente qui lascia intendere questo, branco di enormi buffoni», si legge nel messaggio, di fatto una replica a quanto scritto dall’account Headquarters, legato a Kamala Harris.

«JD Vance insiste e ribadisce dopo il nuovo messaggio di Donald Trump in cui afferma che “un’intera civiltà morirà stasera” e lascia intendere che potrebbe ricorrere alle armi nucleari», aveva scritto Headquarters, commentando una parte del discorso che il vicepresidente americano ha tenuto in Ungheria, ospite di Viktor Orban.

Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere

Mentre si rincorrono conti alla rovescia e ultimatum lanciati da Donald Trump a Teheran – che martedì 7 aprile su Truth è tornato a minacciare: «Un’intera civiltà morirà, per non essere mai più riportata indietro. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà» – e i prezzi del petrolio e del gas stanno schizzando alle stelle, la Casa Bianca pare avere altre priorità. In piena guerra, il vicepresidente JD Vance ha pensato bene di andare a Budapest per tirare la volata elettorale all’amico Viktor Orbán. Anche se, vista la tempistica, il numero due di Washington potrebbe dirigersi in Medio Oriente, dopo la tappa ungherese, con l’obiettivo di incontrare funzionari iraniani in vista di una trattativa vis-à-vis.

Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere
L’arrivo di JD Vance e della Second Lady Usha Vance a Budapest (Ansa).

La crescita di Péter Magyar nei sondaggi

Perdere un alleato come Orbán è un lusso che gli Stati Uniti ora non possono permettersi. Il campione dei Patrioti continentali, al potere dal 2010, domenica 12 aprile potrebbe infatti subire la prima sconfitta alle urne. I sondaggi danno favorito Péter Magyar, leader di Tisza, il principale partito di opposizione, sempre di centrodestra (Magyar fino al 2024 militava nel partito di Orbán), ma liberale e tendenzialmente più filoeuropeista di Fidesz. In quest’ottica le elezioni ungheresi hanno un peso che va ben oltre i confini del Vecchio Continente: possono ridisegnare gli equilibri tra Stati Uniti e Bruxelles (e Mosca), in un momento in cui il presidente americano sta perdendo presa sugli alleati europei, compresa l’amica Giorgia Meloni.

Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere
Il leader di Tisza, Péter Magyar (Ansa).

Il senso di Vance per l’«interferenza elettorale straniera»

Che in ballo ci sia più del futuro politico dell’Ungheria è dimostrato dall’attacco diretto di Vance ai «burocrati europei»: «Ciò che è accaduto in questo Paese, ciò che è accaduto nel bel mezzo di questa campagna elettorale, è uno dei peggiori esempi di interferenza elettorale straniera che io abbia mai visto o di cui abbia mai letto», ha tuonato in conferenza stampa il vicepresidente Usa, evidentemente considerando quella americana una interferenza “domestica”. «Sovranità e democrazia riguardano fondamentalmente la scelta del popolo. E parte della ragione per cui siamo qui, per cui il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che la quantità di interferenze provenienti dalla burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa». E ha aggiunto: «Non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare esattamente lo stesso». Peccato che poco prima Vance avesse definito ancora una volta il primo ministro ungherese «il leader più importante d’Europa» dal punto di vista della sicurezza energetica.

Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere
JD Vance con Viktor Orbán a Budapest (Ansa).

Orbán campione ammaccato del movimento MAGA

Ecco dunque spiegata la missione magiara di Vance dopo quella del segretario di Stato Marco Rubio a febbraio. «L’Ungheria è il loro Eldorado», ha spiegato senza giri di parole al Guardian Jacob Heilbrunn, direttore di National Interest. «Vance è sempre stato affascinato dall’Ungheria per motivi politici e religiosi». Orbán è un esempio anche per l’ex consigliere trumpiano Steve Bannon che lo ha definito un proto-Trump, mentre per Kevin Roberts, a capo del think tank Heritage Foundation che ha redatto il Project 2025 – una guida per rimodellare (o smantellare) il governo Usa e implementare politiche di destra, con una svolta autoritaria – «l’Ungheria moderna non è solo “un” modello per la governance conservatrice, ma “il” modello».

Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere
Viktor Orban (Imagoeconomica).

Gli attacchi del falco Vance all’Europa

Vance, tra l’altro, nell’amministrazione Usa è tra i più critici nei confronti degli alleati europei. Resta agli annali il suo discorso-comizio alla Conferenza di Monaco del 2025, quando accusò i leader Ue di censurare la libertà di espressione, di non controllare l’immigrazione e di non collaborare con i partiti di estrema destra. Tanto che si rifiutò di incontrare l’allora cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz, preferendogli Alice Weidel, leader, insieme con Tino Chrupalla, di Alternative für Deutschland (Afd). Da allora, tra le due sponde dell’Atlantico le tensioni sono persino aumentate, come dimostra l’ultima sparata di Trump su un eventuale disimpegno americano dalla Nato dopo il rifiuto dei Paesi membri di inviare navi nello Stretto di Hormuz.

Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere
JD Vance (Ansa).

Gli endorsement dei Patrioti: da Marine Le Pen a Salvini

Vedremo se Vance riuscirà dove Trump pare aver fallito: cioè far risalire i consensi di Orbán. «Il vicepresidente non vede l’ora di visitare l’Ungheria, un alleato stretto degli Stati Uniti, per consolidare i progressi compiuti dal presidente Trump e dal primo ministro Orbán su molte questioni chiave, tra cui energia, tecnologia e difesa», ha puntualizzato un portavoce di Vance alla vigilia della partenza. Dal canto suo a inizio anno Trump si era spinto a definire sui social il primo ministro ungherese un «leader davvero forte e potente, con una comprovata capacità di ottenere risultati straordinari». Endorsement poco efficace, vista la crescita di Tisza e di Magyar. Come poco efficace sembra essere stata la kermesse dei Patrioti che si è tenuta a Budapest il 23 marzo a cui, oltre alla francese Marine Le Pen e all’olandese Geert Wilders, ha partecipato pure Matteo Salvini, che dal palco ha scandito in ungherese: «Viktor Orbán è un vero eroe».

Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere
Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere
Perché Orbán è l’alleato che gli Usa non possono permettersi di perdere

Trump non si vuole sporcare le mani

La guerra in Iran ha però cambiato le carte in tavola. E il vento che tira non è favorevole ai sovranisti. Forse questa volta Trump ha annusato la possibile sconfitta elettorale. Per questo, sempre secondo Heilbrunn, ha spedito Vance a Budapest: per non passare da perdente e scaricare il flop di Orbán sul suo vice, in modo da non “sporcarsi” le mani. La débâcle del patriota sarebbe uno schiaffo per l’intero movimento MAGA, che ha «puntato sull’Ungheria come avamposto per erodere e indebolire l’Ue e rafforzare Putin». Con Viktor cadrebbe così l’ultimo cavallo di Troia all’interno della vecchia e marginale Europa.

Basi militari Usa in Italia, l’informativa alla Camera di Crosetto

«Rispettare gli accordi non vuol dire essere coinvolti in una guerra. Noi siamo parte della Nato, non siamo in guerra con l’Iran. Sappiamo far rispettare i trattati». Lo ha affermato il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso dell’informativa urgente sull’utilizzo delle basi Usa in territorio italiano. «Nessun governo, di nessun colore politico ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti».

Crosetto: «Non possiamo assecondare rotture isteriche o subordinazione infantile»

L’applicazione dei patti sull’uso delle basi militari americane in Italia, ha aggiunto Crosetto, «è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente continuità da oltre 75 anni». L’informativa di Crosetto arriva dopo il no all’uso da parte degli Usa della base di Sigonella. «Noi non possiamo assecondare rotture isteriche né subordinazione infantile, perché la strada in cui ci muoviamo, è quella della legge, dei trattati internazionali e della Costituzione», ha ribadito Crosetto, sottolineando che l’Italia ha sempre preso le distanze da ciò che non ha condiviso: «Io non penso che gli Stati Uniti siano Biden, Trump o Clinton, così come l’Italia non è Meloni, Conte o Draghi, sono due Nazioni da sempre alleate. All’interno di questo, ciò che accade nelle basi è fissato da una legge, da ciò che ha deciso il Parlamento».

Perché il Regno Unito ha vietato l’ingresso a Kanye West 

Il Regno Unito ha revocato il permesso d’ingresso al rapper americano Kanye West, che in estate avrebbe dovuto esibirsi al Wireless Festival di Londra. Il provvedimento era stato preceduto dalle critiche del premier Keir Starmer, che aveva definito «profondamente inquetante» la partecipazione dell’artista all’evento londinese a causa delle sue posizioni antisemite – in passato West aveva dichiarato di «amare i nazisti» e aveva pubblicato una canzone intitolata Heil Hitler. Alle dichiarazioni del premier era seguito l’annuncio del governo di una revisione del visto.

Inutile la difesa degli organizzatori del festival e l’apertura al dialogo di West

A nulla è valsa la difesa degli organizzatori del festival, che avevano invocato una seconda chance per West, né la sua disponibilità a incontrare di persona esponenti della sdegnata comunità ebraica britannica per scusarsi. In un comunicato, il rapper noto come Ye aveva infatti dichiarato di volersi esibire a luglio nella capitale britannica e presentando «uno spettacolo all’insegna del cambiamento, portando unità, pace e amore attraverso la musica». Aveva anche aggiunto di essere pronto all’incontro «per ascoltare», precisando: «So che le parole non bastano e che dovrò dimostrare il cambiamento attraverso le mie azioni». Ma Downing Street non ne ha voluto sentire.

A luglio è atteso in Italia

Rimane invece confermata la presenza di West in Italia. L’artista è atteso alla Rcf Arena di Campovolo (Reggio Emilia) il 18 luglio 2026 come headliner dell’Hellwatt Festival, format crossover che unirà musica, visioni e performance. Sarà il primo live europeo di Ye negli ultimi 10 anni e il primo in Italia se si escludono i listening party in playback a inizio 2024 fra i Forum di Assago e Casalecchio di Reno per l’album Vultures.

Pershing Square mette sul piatto 9,4 miliardi di dollari per Universal Music

Il fondo speculativo americano Pershing Square ha messo sul piatto 9,4 miliardi di dollari per acquistare Universal Music Group tramite fusione. Secondo quanto riporta Bloomberg, l’offerta del fondo di Bill Ackman prevede 30,40 euro per azione: il 78 per cento in più rispetto all’ultima chiusura (a 17,10 euro) della Borsa di Amsterdam, dove è quotato il colosso del settore discografico, che secondo la società è sottovalutato dai mercati azionari. Gli azionisti che aderiranno all’offerta 5,05 euro per azione e 0,77 azioni della nuova società per ogni azione Umg posseduta. Il successo dell’operazione dipenderà in larga misura dalla decisione di Vincent Bolloré, che controlla il 18,5 per cento di Universal Music come azionista di maggioranza. Vivendi, a sua volta controllata dalla famiglia Bolloré, detiene un ulteriore 10 per cento. Ackman, che ha progressivamente ridotto la sua quota nell’etichetta, oggi ha in mano il 4,74 per cento. L’offerta, che non è vincolante, comporterebbe il trasferimento della quotazione di Universal da Amsterdam a New York.

Pershing Square mette sul piatto 9,4 miliardi di dollari per Universal Music
Bill Ackman (Ansa).

Intesa Sanpaolo, 110 milioni a Techbau per la costruzione di un polo logistico sostenibile

Intesa Sanpaolo sostiene lo sviluppo di Techbau mettendo a disposizione 110 milioni di euro per supportare i piani di crescita dell’azienda, general contractor attivo nello sviluppo di progetti nei diversi ambiti dell’ingegneria civile e delle infrastrutture, con particolare attenzione ai più elevati standard di sostenibilità, qualità e sicurezza. Il finanziamento è stato erogato attraverso la divisione Banca dei territori guidata da Stefano Barrese, in collaborazione con la struttura Corporate finance mid cap della divisione IMI CIB, per supportare la realizzazione di un ampio polo logistico nel Comune di Alessandria.

L’attenzione ai criteri Esg e alla valorizzazione del territorio

Il progetto prevede lo sviluppo di un’area di circa 187 mila metri quadrati, con la copertura degli edifici tramite impianto fotovoltaico, e punta al conseguimento della certificazione LEED Platinum, il più alto livello riconosciuto a livello internazionale in ambito di sostenibilità energetica e ambientale degli edifici. Techbau è orientata allo sviluppo di piattaforme logistiche di nuova generazione progettate secondo avanzati criteri Esg e con particolare attenzione ai territori in cui i progetti vengono realizzati. Questo approccio è alla base dell’attività di sviluppo della società ed è già stato adottato in numerosi interventi realizzati negli ultimi anni. Nel 2025 tale attenzione si è tradotta anche in iniziative di qualificazione ambientale e paesaggistica, con la realizzazione di 462.981 mq di aree verdi e oltre 86 mila nuove piantumazioni tra alberi e arbusti nei contesti urbani interessati.

L’impegno di Intesa nel sostenere investimenti orientati alla transizione sostenibile

L’operazione si inserisce quindi nel più ampio impegno di Intesa Sanpaolo nel sostenere investimenti orientati alla transizione sostenibile, accompagnando le imprese nei percorsi di efficientamento energetico, riduzione delle emissioni e sviluppo di infrastrutture innovative. Attraverso soluzioni finanziarie dedicate e servizi di consulenza specialistica, la banca supporta i clienti nella realizzazione di progetti che coniugano crescita industriale, sostenibilità ambientale e competitività di lungo periodo.

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera

La decisione del Ministero della Cultura di escludere l’opera dai finanziamenti per le opere cinematografiche il documentario Giulio Regeni: Tutto il male del mondo, che racconta la storia del ricercatore ucciso in Egitto nel 2016, è diventato un caso politico: la questione è infatti arrivata alla Camera dei deputati, con tre interrogazioni presentate ad Alessandro Giuli da Pd, +Europa e Avs. Domani, mercoledì 8 aprile, il ministro della Cultura sarà in Aula per rendere conto dei mancati contributi pubblici per la pellicola, che è già uscita nella sale e ha vinto il Nastro della Legalità.

Il docufilm ha vinto il premio Nastro della Legalità

Il film, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Domenico Procacci per Fandango, racconta gli eventi relativi alla morte di Regeni, dal rapimento alle torture fino appunto all’uccisione, con la ricostruzione della sua famiglia e dell’avvocata Alessandra Ballerini. Per l’omicidio di Regeni è ancora in corso (tra ostacoli giuridici di ogni tipo) il processo a quattro militari dei servizi segreti egiziani. Come detto, il documentario ha vinto il premio Nastro della Legalità. Ma, a differenza di altri progetti cinematografici oggettivamente meno rilevanti dal punto di vista civile e sociale, non ha ricevuto alcun contributo dal MiC.

I genitori: «Forse tutto questo dà fastidio o fa paura»

Procacci, uno dei produttori del documentario, ha dichiarato che la “bocciatura” di Giulio Regeni: Tutto il male del mondo «non è una scelta artistica», ma «solo politica», spiegando: «Posso anche capire se vengano commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro. Ma il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto premi». Il Coordinamento delle associazioni di autori e autrici (100autori, ANAC, WGI, AIR3, AIDAC, ACMF) ha espresso sorpresa per l’esclusione dal finanziamento «di alcuni titoli che apparivano, per qualità e rilevanza, tra i più meritevoli di sostegno pubblico», chiedendo un confronto urgente con il Ministero sulle commissioni esaminatrici. «Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura», hanno dichiarato Paola e Claudio Regeni, genitori di Giulio. Il documentario, a conferma del suo valore, verrà proiettato il 5 maggio al Parlamento europeo.

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera
Claudio e Paola Regeni, genitori di Giulio (Imagoeconomica).

Le dimissioni di due componenti della commissione

Dopo le polemiche sul mancato finanziamento del docufilm su Regeni si sono dimessi due dei componenti della commissione che assegna i contributi selettivi al cinema del MiC: il noto critico cinematografico Paolo Mereghetti e lo story editor Massimo Galimberti. Contattato dall’Ansa, Mereghetti ha spiegato che, pur non facendo parte della Commissione che aveva esaminato il film su Regeni, ha ritenuto necessario «per coerenza» prendere le distanze dall’organo che non ha considerato il documentario meritevole dei finanziamenti. Galimberti, raggiunto da Adnkronos, ha spiegato di aver inviato «una semplice lettera di dimissioni, dopo molti anni di lavoro nella commissione» per «una difformità di vedute sui criteri di valutazione delle opere», che «non riguarda solo un caso».

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Giuli risponderà durante il question time alla Camera

Come detto, sono tre le interrogazioni presentate dall’opposizione al ministro Giuli, che l’8 aprile risponderà nel corso del question time alla Camera. L’atto del Pd, a prima firma della segretaria Elly Schlein, sostiene che la decisione «appare difficilmente comprensibile e priva di adeguata motivazione» e che dunque sia «soltanto politica». Secondo il Pd, le nuove regole avrebbero «ridotto i meccanismi automatici e trasparenti», orientando di fatto anche le scelte artistiche. Nel mirino anche la «composizione della commissione incaricata della selezione», con «dubbi circa la piena imparzialità delle scelte».

Verderami al posto di Chiocci al Tg1? Gli spifferi del giorno

Fermi tutti: a Roma, durante la pausa pasquale, è ricominciata la giostra dei direttori dei telegiornali della Rai. Colpa, si dice, del tanto strombazzato arrivo (che però sembra sempre più simile all’attesa di Godot…) a Palazzo Chigi di Gian Marco Chiocci da Gubbio, che attualmente guida il Tg1 della Rai e che da ormai un anno e mezzo viene indicato come il “salvatore” della comunicazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni (con Mario Sechi invece, in quell’esperienza flash di meno di quattro mesi, nel 2023, fu un mezzo disastro). «A furia di aspettare una decisione abbiamo perso il referendum», sbotta un meloniano doc, spingendo per il trasferimento di Chiocci a Piazza Colonna, lato edificio del governo. E a quel punto chi si prenderebbe la briga di dirigere il telegiornale della rete ammiraglia del servizio pubblico radiotelevisivo? La risposta è spiazzante, un vero scoop: «Ora sta brillando una stella, quella di Francesco Verderami del Corriere della Sera, con i suoi commenti taglienti». Uno che, non a caso, dopo la vittoria del no aveva detto in televisione, spazientito: «Non parteciperò più a trasmissioni dove si parla di giustizia». In Fratelli d’Italia qualcuno lo definisce «volitivo e spietato, molto più di Chiocci. E poi è pure calabrese, una terra che piace tanto ai siciliani di Messina». Un modo astuto per evocare le origini di Giovanbattista Fazzolari, “il panzer” di Palazzo Chigi.

Verderami al posto di Chiocci al Tg1? Gli spifferi del giorno
Verderami al posto di Chiocci al Tg1? Gli spifferi del giorno
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Gualtieri alla guerra dei ponti con Salvini

Roberto Gualtieri vuole battere Matteo Salvini. Come? Con la guerra dei ponti. Sì, perché nella Capitale il primo cittadino del Partito democratico ha dato il via all’operazione “Ponte dei Congressi”, un cantiere da 300 milioni di euro che dovrà collegare il quartiere dell’Eur e il litorale romano. I lavori sono affidati al Consorzio Eteria e la progettazione al gruppo coordinato da Via Ingegneria, che ha progettato Piazza Pia. Nel conto entrano anche 8,6 milioni di euro di fondi giubilari, da sommare a 299 milioni di euro divisi equamente tra risorse comunali e finanziamenti del ministero dei Trasporti. Il Ponte sullo Stretto di Messina, caro al leghista Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, chissà invece quando comincerà (se comincerà)…

Verderami al posto di Chiocci al Tg1? Gli spifferi del giorno
Matteo Salvini e Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

Alla Camera si ricomincia, c’è anche l’inchiesta su David Rossi

Martedì 7 aprile la Camera dei deputati ricomincia a lavorare a tutto spiano. Dopo Pasqua e Pasquetta, nel pomeriggio ecco il ministro della Difesa Guido Crosetto protagonista dell’informativa urgente del governo sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Da non dimenticare la commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di David Rossi, con l’audizione a testimonianza di Giovanna Ricci, già dipendente del Comune di Siena. Imperdibile, nella commissione Cultura presieduta da Federico Mollicone, l’audizione di Maddalena Fossati, presidente del Comitato promotore per la candidatura della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco, in vista dell’inserimento «delle arti culinarie e dell’ospitalità tra le discipline artistiche tutelate e riconosciute nell’ambito del sistema Afam». Un acronimo che a molti evoca la fame, ma che in realtà significa Alta formazione artistica, musicale e coreutica, in capo al ministero dell’Università e della Ricerca.