Mentre si rincorrono conti alla rovescia e ultimatum lanciati da Donald Trump a Teheran – che martedì 7 aprile su Truth è tornato a minacciare: «Un’intera civiltà morirà, per non essere mai più riportata indietro. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà» – e i prezzi del petrolio e del gas stanno schizzando alle stelle, la Casa Bianca pare avere altre priorità. In piena guerra, il vicepresidente JD Vance ha pensato bene di andare a Budapest per tirare la volata elettorale all’amico Viktor Orbán. Anche se, vista la tempistica, il numero due di Washington potrebbe dirigersi in Medio Oriente, dopo la tappa ungherese, con l’obiettivo di incontrare funzionari iraniani in vista di una trattativa vis-à-vis.

La crescita di Péter Magyar nei sondaggi
Perdere un alleato come Orbán è un lusso che gli Stati Uniti ora non possono permettersi. Il campione dei Patrioti continentali, al potere dal 2010, domenica 12 aprile potrebbe infatti subire la prima sconfitta alle urne. I sondaggi danno favorito Péter Magyar, leader di Tisza, il principale partito di opposizione, sempre di centrodestra (Magyar fino al 2024 militava nel partito di Orbán), ma liberale e tendenzialmente più filoeuropeista di Fidesz. In quest’ottica le elezioni ungheresi hanno un peso che va ben oltre i confini del Vecchio Continente: possono ridisegnare gli equilibri tra Stati Uniti e Bruxelles (e Mosca), in un momento in cui il presidente americano sta perdendo presa sugli alleati europei, compresa l’amica Giorgia Meloni.

Il senso di Vance per l’«interferenza elettorale straniera»
Che in ballo ci sia più del futuro politico dell’Ungheria è dimostrato dall’attacco diretto di Vance ai «burocrati europei»: «Ciò che è accaduto in questo Paese, ciò che è accaduto nel bel mezzo di questa campagna elettorale, è uno dei peggiori esempi di interferenza elettorale straniera che io abbia mai visto o di cui abbia mai letto», ha tuonato in conferenza stampa il vicepresidente Usa, evidentemente considerando quella americana una interferenza “domestica”. «Sovranità e democrazia riguardano fondamentalmente la scelta del popolo. E parte della ragione per cui siamo qui, per cui il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che la quantità di interferenze provenienti dalla burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa». E ha aggiunto: «Non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare esattamente lo stesso». Peccato che poco prima Vance avesse definito ancora una volta il primo ministro ungherese «il leader più importante d’Europa» dal punto di vista della sicurezza energetica.

Orbán campione ammaccato del movimento MAGA
Ecco dunque spiegata la missione magiara di Vance dopo quella del segretario di Stato Marco Rubio a febbraio. «L’Ungheria è il loro Eldorado», ha spiegato senza giri di parole al Guardian Jacob Heilbrunn, direttore di National Interest. «Vance è sempre stato affascinato dall’Ungheria per motivi politici e religiosi». Orbán è un esempio anche per l’ex consigliere trumpiano Steve Bannon che lo ha definito un proto-Trump, mentre per Kevin Roberts, a capo del think tank Heritage Foundation che ha redatto il Project 2025 – una guida per rimodellare (o smantellare) il governo Usa e implementare politiche di destra, con una svolta autoritaria – «l’Ungheria moderna non è solo “un” modello per la governance conservatrice, ma “il” modello».

Gli attacchi del falco Vance all’Europa
Vance, tra l’altro, nell’amministrazione Usa è tra i più critici nei confronti degli alleati europei. Resta agli annali il suo discorso-comizio alla Conferenza di Monaco del 2025, quando accusò i leader Ue di censurare la libertà di espressione, di non controllare l’immigrazione e di non collaborare con i partiti di estrema destra. Tanto che si rifiutò di incontrare l’allora cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz, preferendogli Alice Weidel, leader, insieme con Tino Chrupalla, di Alternative für Deutschland (Afd). Da allora, tra le due sponde dell’Atlantico le tensioni sono persino aumentate, come dimostra l’ultima sparata di Trump su un eventuale disimpegno americano dalla Nato dopo il rifiuto dei Paesi membri di inviare navi nello Stretto di Hormuz.

Gli endorsement dei Patrioti: da Marine Le Pen a Salvini
Vedremo se Vance riuscirà dove Trump pare aver fallito: cioè far risalire i consensi di Orbán. «Il vicepresidente non vede l’ora di visitare l’Ungheria, un alleato stretto degli Stati Uniti, per consolidare i progressi compiuti dal presidente Trump e dal primo ministro Orbán su molte questioni chiave, tra cui energia, tecnologia e difesa», ha puntualizzato un portavoce di Vance alla vigilia della partenza. Dal canto suo a inizio anno Trump si era spinto a definire sui social il primo ministro ungherese un «leader davvero forte e potente, con una comprovata capacità di ottenere risultati straordinari». Endorsement poco efficace, vista la crescita di Tisza e di Magyar. Come poco efficace sembra essere stata la kermesse dei Patrioti che si è tenuta a Budapest il 23 marzo a cui, oltre alla francese Marine Le Pen e all’olandese Geert Wilders, ha partecipato pure Matteo Salvini, che dal palco ha scandito in ungherese: «Viktor Orbán è un vero eroe».
Trump non si vuole sporcare le mani
La guerra in Iran ha però cambiato le carte in tavola. E il vento che tira non è favorevole ai sovranisti. Forse questa volta Trump ha annusato la possibile sconfitta elettorale. Per questo, sempre secondo Heilbrunn, ha spedito Vance a Budapest: per non passare da perdente e scaricare il flop di Orbán sul suo vice, in modo da non “sporcarsi” le mani. La débâcle del patriota sarebbe uno schiaffo per l’intero movimento MAGA, che ha «puntato sull’Ungheria come avamposto per erodere e indebolire l’Ue e rafforzare Putin». Con Viktor cadrebbe così l’ultimo cavallo di Troia all’interno della vecchia e marginale Europa.



