Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia

La possibile fusione tra Monte dei Paschi di Siena (la cui assemblea mercoledì ha approvato le modifiche statutarie per la lista del cda) e la controllata Mediobanca è diventata il nuovo terreno di scontro nel sistema finanziario italiano. Un’operazione che l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, starebbe spingendo con determinazione, convinto che sia l’unica strada per centrare i 700 milioni di sinergie promesse alla Bce. Il nuovo piano industriale, atteso nelle prossime settimane, non è ancora passato sul tavolo del Cda – impegnato nel proprio rinnovo – ma già solleva più di un dubbio.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

I dubbi sui costi del delisting

Il primo riguarda i costi del delisting di Mediobanca. Ai valori dell’Opas lanciata lo scorso autunno, l’operazione peserebbe per circa 3 miliardi di euro. Da allora, infatti, i titoli di Piazzetta Cuccia hanno perso terreno (-9,7 per cento), mentre Mps ha corso (+16,3 per cento). Il risultato è un paradosso: l’offerta di Lovaglio – 2,533 azioni Mps più 0,90 euro cash per ogni titolo Mediobanca – oggi equivarrebbe a 24,25 euro per azione, contro un valore di mercato fermo a 18,8 euro. Una forbice che rende l’operazione sempre più costosa per Siena. Se si aggiungono i circa 500 milioni necessari per attivare le sinergie, il conto finale sfiora i 3,5 miliardi per ottenere risparmi stimati in 700 milioni.

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La sede di Mediobanca in Piazzetta Cuccia a Milano (Imagoeconomica).

La narrazione degli impegni presi con la Bce non regge

A giustificare il delisting viene evocata la necessità di rispettare gli impegni presi con la Bce al momento dell’Opas. Ma basta leggere il prospetto depositato il 3 luglio – ancora disponibile sul sito della banca – per scoprire che la narrazione non regge. A pagina 79 si specifica che, con una partecipazione inferiore al 90 per cento (oggi Mps è all’86,35), è previsto il mantenimento della quotazione di Mediobanca, salvo casi di flottante insufficiente. E a pagina 181 si chiarisce che l’integrazione tra i due istituti non richiede affatto una fusione per incorporazione.

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La sede della Bce a Francoforte (Imagoeconomica).

Le possibili alternative alla strategia di Lovaglio

In altre parole, il delisting non è un obbligo regolamentare, ma una scelta strategica di Lovaglio. Una scelta che potrebbe rivelarsi onerosa per gli azionisti di Mps, mentre esistono alternative meno traumatiche: dalla fusione tra Widiba e Mediobanca Premier a un più deciso intervento sui costi. C’è persino chi ipotizza l’opzione opposta: aumentare il flottante di Mediobanca, consentendo a Mps di monetizzare una parte della partecipazione e finanziare nuove iniziative.

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Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

L’occhio della Consob sulle possibili speculazioni

Nel frattempo, l’incertezza alimenta la speculazione. Il titolo Mediobanca è balzato di circa il 6 per cento, un movimento che avvantaggia gli investitori più aggressivi ma aumenta i rischi per entrambe le platee di azionisti. Una dinamica che Consob sta seguendo con crescente attenzione.

Rai, l’alleanza “segreta” tra Gasparri e Marano

Si è formata negli ultimi tempi in Rai un’alleanza “segreta” tra il consigliere anziano Antonio Marano in quota Lega, che da oltre un anno funge da Presidente in assenza di un vero presidente, e Maurizio Gasparri capogruppo in Senato di Forza Italia e plenipotenziario del partito per le vicende Rai. I due vanno all’unisono contro l’ad dia viale Mazzini Giampaolo Rossi. Gasparri, non avendo con lui un buon rapporto, si appoggia sul Presidente facente funzioni. Il risultato è che in questo modo indebolisce ancora di più Simona Agnes, già indebolita di suo perché non è ancora riuscita a farsi nominare dalla Commissione di Vigilanza presidente della tivù di Stato. Obiettivo che non sembra stare più di tanto a cuore a Gasparri, il che di fatto depotenzia la consigliera come portatrice in cda e in azienda della istanze di Forza Italia.

Rai, l’alleanza “segreta” tra Gasparri e Marano
Antonio Marano con Fedele Confalonieri (Imagoeconomica).

Lo scaricabarile di Marano

Nel contempo Marano, per coprire i fallimenti dei programmi del prime time del suo pupillo Williams Di Liberatore (i dati sono incontrovertibili: le prime serate specialmente di Rai2 e Rai3 vanno male), ha puntato il dito contro alcuni programmi che secondo lui non trainano a dovere la prima serata, uno su tutti: TG2 Post condotto da Monica Giandotti. TG2 Post però ha dalla sua il fatto di essere l’unica striscia informativa nell’access time della Rai a costo zero, contro i talk di Mediaset e La7 che possono invece contare su ricchi budget.

Rai, l’alleanza “segreta” tra Gasparri e Marano
Williams Di Liberatore (foto Imagoeconomica).

Nel mirino il Tg2 diretto da Preziosi

E qui c’è una curiosa anomalia di ruoli. La sorpresa, che molti dentro Forza Italia se pur a denti stretti non mancano di evidenziare, è che l’alleanza tra Gasparri e Marano mette nel mirino il Tg2 diretto da Antonio Preziosi, nominato in quota Forza Italia e molto vicino ad Antonio Tajani. Mentre dall’altra parte spicca il silenzio di Alessandro Morelli, ovvero il plenipotenziario di Matteo Salvini per le vicende della tivù pubblica. I dati d’ascolto però non mentono. Se in prima serata c’è un prodotto che funziona i risultati si vedono a prescindere da quelli del programma che fa da traino. Succede per esempio con Belve di Francesca Fagnani che ha registrato un ottimo 12,9 per cento mentre Freeze-Chi sta fermo vince condotto da Nicola Savino, programma costoso (e francamente senza senso) voluto da Di Liberatore, si è rivelato un flop totale. Il 21 ottobre, l’ultima puntata della stagione ha registrato un desolante 2,7 per cento di share, ovvero 429 mila spettatori. Un gradimento, come recita il titolo, decisamente raggelante.

Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane

Nonostante i tagli della legge di bilancio, l’università pubblica con il suo piccolo Olimpo di 67 rettori, ciascuno geloso custode del proprio feudo, continua a navigare nel mare dei contributi statali. Nel 2025 il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha elargito 9,4 miliardi di euro, con tanto di bonus da 336 milioni rispetto all’anno precedente. È vero che, se fosse stato seguito il cronoprogramma deciso dal governo Draghi nel 2022 senza le “limature” attuate dall’esecutivo Meloni, l’aumento sarebbe stato di 9,5 miliardi di euro, ma tant’è.

Gli atenei si comportano come rentier del sapere

Naturalmente nessuno vuole negare che un Paese civile debba investire in università e ricerca. Il guaio è che i nostri atenei si comportano come rentier del sapere: incassano, accumulano e lasciano maturare i fondi nei caveau bancari, mentre il futuro di studenti, ricercatori e docenti resta in sospeso tra precarietà e affitti impossibili. Insomma, il sistema universitario italiano è seduto su un tesoro che non sa (o non vuole) usare. 

Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
Un’aula universitaria (Imagoeconomica).

Nelle casse numeri da capogiro

I numeri fanno girare la testa. Basta scorrere i bilanci: La Sapienza di Roma ha in cassa 1 miliardo e 334 milioni; il Politecnico di Milano, 1 miliardo e 80 milioni; Bologna si ferma a “soli” 946 milioni; Torino supera i 675; Firenze i 516 (sotto la tabella completa). In totale, sono 14 miliardi e 225 milioni di euro di soldi dei contribuenti che dormono nei conti correnti degli atenei italiani. Una montagna d’oro, quasi l’equivalente di una manovra finanziaria, che da sola basterebbe a risanare una fetta consistente del bilancio statale, magari coprendo settori che necessiterebbero di maggiori investimenti. Invece resta lì, intoccata, come se la missione dell’università fosse collezionare rendite, non creare conoscenza. 

Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
I bilanci delle università pubbliche italiane (elaborazione di Lettera43).
Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
I bilanci delle università pubbliche italiane (elaborazione di Lettera43).

L’unico tesoro pubblico che non fa gola a nessuno

Il buon senso, che nei talk show evocano tutti ma che nella realtà pochi praticano, suggerirebbe almeno di congelare i nuovi flussi finché non si dà un senso a quelli esistenti. Ma nulla da fare: il tesoretto cresce indisturbato. È la quiete dorata dell’accademia italiana: un ecosistema che nella maggior parte dei casi sopravvive grazie alla rendita di posizione, impermeabile a qualsiasi logica di efficienza. E gli studenti? Scendono in piazza per le cause più nobili, compresa quella del caro affitti con tanto di tende piantate nei giardini delle università, come avvenne nel 2023. Ma nessuno si ricorda di bussare alla porta del rettorato. Lì dentro giace il vero potere, quello silenzioso, che approva bilanci, gestisce patrimoni e decide chi può accedere alla torta e chi deve restarne escluso. Il paradosso è che i rettori potrebbero cambiare il destino delle loro università, ma preferiscono non rischiare nulla. Meglio tenere i soldi in banca, che investire nel futuro.  Così, mentre il Paese si dibatte tra tagli e deficit, il mondo accademico resta seduto sul suo scrigno di liquidità, invisibile e intoccabile.  Un miracolo italiano: l’unico tesoro pubblico che non fa gola a nessuno. Forse perché, più che dimenticato, è gelosamente custodito da chi ha imparato l’arte di non disturbare il proprio privilegio. 

Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
Tende contro il caro-alloggi in piazza Leonardo da Vinci davanti al Politecnico di Milano, 2023 (Ansa).

Il caso Sergio e il doppiopesismo di Marano in Rai

Antonio Marano, consigliere anziano della Rai facente funzione di presidente perché da tempi oramai immemorabili la maggioranza non riesce a mettersi d’accordo su uno straccio di nome, è uscito isolato nell’ultimo cda. Il suo tentativo di mettere in discussione il direttore generale Roberto Sergio reo di ricoprire un doppio incarico (oltre che dg a viale Mazzini lo è anche della partecipata televisione di San Marino) è stato respinto con perdite. Tutti gli altri consiglieri, sia quelli che fanno capo al centrodestra ma anche quelli in quota all’opposizione, hanno difeso Sergio confermandogli di fatto la fiducia.

Il caso Sergio e il doppiopesismo di Marano in Rai
Il direttore generale di San Marino Tv Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Sergio non è l’unico ad avere doppi incarichi

Se Marano aveva infatti puntato il dito sul tema del doppio incarico, è stato il ragionamento di molti, perché il leghista non ha evidenziato il problema per altri dirigenti della televisione di Stato? Per esempio Paola Marchesini, direttore Iniziative strategiche e responsabile ad interim della Direzione Staff del Direttore Generale Corporate. Oppure Nicola Claudio, direttore Governance e Segreteria Societaria e direttore Staff Presidente e presidente Rai Cinema. O ancora Giuseppe Pasciucco direttore Diritti sportivi e presidente Rai Way, e Felice Ventura, contemporaneamente capo delle risorse umane e presidente di Rai Pubblicità. Due pesi e due misure, insomma. Con Sergio che agli occhi di Marano doveva pagare per tutti.

La grana del regolamento di Sanremo 2020 agita la Rai

A poco più di un mese dall'inizio del Festival, manca ancora un accordo fra tutti i soggetti coinvolti. E la Federazione industria musicale italiana potrebbe decidere di non far partecipare i propri artisti. Il retroscena.

Dopo l’eloquente passaggio sulla Rai da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha rammentato ruolo e funzioni del servizio pubblico, il 2020 della tivù di Stato non è iniziato bene. Stavolta la grana si chiama Sanremo ed è scoppiata a poco più di un mese dall’inizio del Festival, da sempre punto di forza di Viale Mazzini e della sua rete ammiraglia.

RIUNIONE AD ALTA TENSIONE

Secondo quanto risulta a Lettera43, il 23 dicembre si è tenuta una riunione molto tesa, coordinata via telefono dal Direttore generale Corporate Alberto Matassino, per tentare di recuperare e risolvere l’ultima crisi nata in azienda: si tratta del nuovo regolamento della kermesse musicale. Su alcune delle regole legate ai diritti dei cantanti che si esibiranno, non è stato ancora trovato l’assenso di tutti i soggetti coinvolti.

LEGGI ANCHE: I Big in gara a Sanremo 2020 svelati da Amadeus

AL MOMENTO NON C’È CHIAREZZA SULLE REGOLE

In particolare la Fimi (Federazione industria musicale italiana), per bocca del suo presidente Enzo Mazza, non avrebbe ancora dato il semaforo verde al nuovo regolamento, in quanto non sarebbero state soddisfatte alcune sue richieste. Da qui l’ipotesi di non far partecipare i cantanti legati alla Federazione. Sono ore convulse e di comprensibile agitazione, perché il Festival in questo momento è privo di un regolamento ufficiale che stabilisca con chiarezza le regole della competizione.

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Repubblica, Ceccherini alza il tiro

Dopo la causa civile a Calabresi, Gatti e Pier Luca Santoro per un articolo del 2018 ritenuto diffamatorio, il fondatore dell’Osservatorio Giovani-Editori sta valutando l’azione penale.

Un inizio anno non dei migliori per Claudio Gatti, Mario Calabresi e Pier Luca Santoro, fondatore del sito Datamedia hub. A guastare le feste dei due giornalisti di Repubblica e di Santoro ci ha pensato un vecchio articolo dedicato all’Osservatorio Permanente Giovani-Editori apparso nel marzo 2018 sul Venerdì di Repubblica, considerato fin da subito gravemente diffamatorio dagli interessati, e ripreso poi sul sito online del quotidiano romano.

SCENDONO IN CAMPO I PENALISTI

Inizialmente Andrea Ceccherini, fondatore e anima dell’Osservatorio, sembrava voler limitare la propria azione contro i due giornalisti e Santoro al classico ambito civile. Perciò aveva messo in pista un pool di avvocati di rango, guidato dal professor Guido Alpa, balzato agli onori della cronaca per essere stato storico sodale del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Tuttavia qualcosa di nuovo deve essere emerso se solo qualche giorno fa i civilisti sono stati affiancati da un pool di penalisti dai nomi eccellenti (tra cui lo studio fiorentino Taddeucci-Sassolini) cui è stato dato l’incarico di verificare se, nell’ambito della conduzione dell’indagine giornalistica, si siano consumate fattispecie di reati o se invece tutto si sia svolto correttamente. I penalisti dovranno riferire nei primi mesi dell’anno le loro valutazioni, per permettere all’Osservatorio di decidere se procedere o limitarsi all’originaria causa civile.

NO COMMENT DA FIRENZE

L’Osservatorio, che fin dall’inizio aveva reagito al servizio di Gatti con durezza, sembra oggi intenzionato ad alzare ulteriormente il livello dello scontro, probabilmente consigliato dagli stessi legali. Anche se, secondo quanto risulta a Lettera43, sembra che Ceccherini voglia approfondire adeguatamente i fatti e gli atti, prima di muovere un ulteriore passo. Quello che è certo è che il recente cambio di proprietà del giornale, passato dalla famiglia De Benedetti alla Exor di John Elkann, non sembra abbia indotto il manager fiorentino a recedere. Anzi. Interpellati sulle indiscrezioni raccolte da questo giornale, al quartier generale di Firenze hanno preferito non rilasciare dichiarazioni in materia. L’unica cosa di cui sono disposti a parlare è la grande soddisfazione per la partnership strategica con Apple, celebrata in pompa magna a Firenze lo scorso 13 ottobre, che ha contribuito a ispessire il profilo internazionale dell’Organizzazione, tanto da meritare il plauso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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Pietro Gaffuri lascia la Rai

Viale Mazzini perde l'uomo a cui era stata affidata la direzione per la messa in opera del piano industriale. Un'altra tegola per l'azienda, già scossa dalle tensioni tra Foa e Salini.

Avevamo titolato “un 2019 da dimenticare per la Rai“, e ne abbiamo avuto conferma dopo la riunione del Cda e della Commissione di Vigilanza di giovedì 19 dicembre. Come se non bastasse, si aggiunge anche l’uscita di un dirigente di peso come Pietro Gaffuri. Ma andiamo con ordine.

IL GELO TRA FOA E SALINI

È gelo tra Marcello Foa e Fabrizio Salini sulle conseguenze della finta mail firmata Tria e spedita da un sedicente avvocato ginevrino al presidente di Viale Mazzini su cui i due hanno dato interpretazioni diametralmente opposte. Se il presidente ha lamentato la vulnerabilità informatica dell’azienda, sottolineando di aver chiesto più volte all’ad di provvedere ad alzare il livello di sicurezza, al contrario Salini ha riferito che Foa non aveva sollevato alcuna obiezione né perplessità sul contenuto della mail, che altro non era che un tentativo di estorsione attraverso una richiesta di soldi. Come se non bastasse, nel corso dell’audizione in Cda che doveva fornire un aggiornamento sullo sviluppo del piano industriale, il direttore generale Corporate Alberto Matassino e il Transformation Officer, Gaffuri, hanno ammesso che la partenza operativa del piano industriale targato Salini- Foa non potrà avvenire prima dell’autunno 2020.

LA MANCATA NOMINA DI TEODOLI

In questo quadro non desta stupore la mancata nomina di Angelo Teodoli alla direzione distribuzione dei generi che avrebbe rappresentato comunque un primo tassello per l’avvio del nuovo progetto. Ma la notizia incredibile che Lettera43.it è riuscita ad avere in via confidenziale è che Gaffuri, a cui Salini e Matassino avevano affidato la direzione cruciale per la messa in opera del piano industriale non più tardi del maggio di quest’anno, ha firmato con la Rai la sua uscita dall’azienda a far data dal 31 marzo 2020. Non sono note le ragioni dell’uscita, ma certo è che Salini e Matassino dovranno fare presto a individuare un sostituto capace di assumere l’incarico e di entrare nell’operatività immediata per evitare uno stop che allungherebbe ulteriormente i tempi di un piano che, complice la paralisi su nomine e i veti incrociati, nonostante agli inizi di ottobre abbia ricevuto il via libera del Mise, non è riuscito ancora a partire.

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Per la Rai è stato un 2019 da dimenticare

Veti incrociati Pd-M5s sulle nomine alle direzioni di tg e reti. La bandiera del cambiamento già ammainata dall'ad Salini. Alle prese con la questione dei soldi da extra gettito gestiti male, il caso dell'intervista ad Assad oltre che la vicenda delle società Stand by Me e Mn Italia.

È la Rai dei veti incrociati, il cui consiglio di amministrazione si ritrova per l’ennesima volta giovedì 19 dicembre, e per l’ennesima volta rischia di concludersi con un nulla di fatto.

VETI DI DI MAIO E ZINGARETTI SU ORFEO E DI MARE

Un esempio di come i veti si incrociano viene dalle tormentate nomine alle direzioni dei telegiornali e delle reti: e per un Luigi Di Maio che mette il veto su Mario Orfeo alla guida del Tg3, c’è un Nicola Zingaretti che non vuole assolutamente vedere Franco Di Mare, in quota grillina, alla direzione della rete che ospita la testata.

ANCHE IN VIALE MAZZINI CONFUSIONE POLITICA

Del resto, da sempre, Viale Mazzini è lo specchio della situazione politica: e se quest’ultima è confusa e caotica, non si può certo pensare che all’interno della tivù di Stato regnino decisionismo e chiarezza.

IL CAMBIAMENTO PROMESSO DA SALINI DOV’È?

Di questa paralisi, questa impossibilità di procedere ad avvicendamenti che si trascinano da tempo, ne paga il prezzo l’amministratore delegato Fabrizio Salini che pure era arrivato pieno di propositi brandendo la bandiera del cambiamento poi laconicamente ammainata. E a nulla serve, evidentemente, che a suo tempo gli siano stati conferiti i pieni poteri: in Rai non si muove foglia che capo partito, di corrente, o di sotto corrente non voglia.

L’ad della Rai Fabrizio Salini (a sinistra) con il presidente Marcello Foa (Ansa).

FARO DEL MISE SULLE RISORSE DA EXTRA GETTITO

L’ultima spina nel fianco dell’ad viene dal capitolo risorse da extra gettito (80 milioni in due anni) gestito in modo non proprio ineccepibile, tanto che dal ministero dello Sviluppo economico è arrivato chiaro l’avvertimento: se mai arrivassero, vogliamo sapere come vengono spesi i soldi fino all’ultimo centesimo.

IL REGOLAMENTO SOCIAL E LA GRANA MAGGIONI

In precedenza, c’è stata la bocciatura in cda del regolamento per l’uso dei social network che aveva fortemente richiesto la commissione di vigilanza sin dall’estate. Infine l’episodio, ai limiti del parossismo, del caso Monica Maggioni, grottesco rimpallo di responsabilità sull’intervista che l’ex presidente della Rai aveva fatto a Bashar al Assad, tenuta per giorni nei cassetti per poi mandarla semi clandestinamente su Rai Play senza alcuna comunicazione preventiva, dopo che i canali siriani e libanesi l’avevano trasmessa.

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L’intervista di Monica Maggioni al presidente siriano Bashar al Assad.

RETROMARCIA SUI CONTRATTI DI SANREMO E FIORELLO

È poi scoppiato il caso Stand by Me e Mn Italia, due società che furono vicine all’ad e a Marcello Giannotti, il direttore della comunicazione, che hanno portato la Rai alla frettolosa retromarcia sui contratti di Sanremo e Fiorello.

PRESSIONI PER “LA PORTA DEI SOGNI” DELLA VENIER

Ma nonostante la martellante campagna di Striscia la notizia, la vicenda Mn lascia ancora qualche propaggine. Per La porta dei sogni, programma condotto da Mara Venier il venerdì in prima serata su cui punta molto la rete ammiraglia, l’ufficio stampa – seppur a carico dalla società di produzione – è ancora di Mn da cui proviene l’attuale direttore della comunicazione. Non a caso Giannotti si sarebbe attivato con il Tg1 facendo una richiesta del tutto insolita: un servizio lancio su La porta dei sogni da mandare in onda dentro il telegiornale.

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Confindustria, per il dopo Boccia prende quota il nome di Andrea Illy

Volto autorevole del made in Italy, risponde al profilo gradito ai salotti del Nord. E può sparigliare tutti i giochi fatti fin qui in viale dell'Astronomia.

In Confindustria se ne comincia a parlare molto, specie dalle parti dell’Emilia e del Veneto: per il dopo Boccia alla presidenza ci vuole un imprenditore autentico, autorevole, autonomo, con alle spalle un’azienda digrandi dimensioni, con un marchio riconoscibile e internazionale, campione dell’Italia nel mondo. Insomma, uno rappresentativo della grande manifattura italiana. E nei salotti del Nord all’identikit dell’imprenditore giusto di cui si parla è stato anche dato un nome, quello di Andrea Illy, presidente di Illycaffè e capo di un gruppo del settore alimentare di fascia altissima che fattura oltre mezzo miliardo di euro.

VOLTO DEL MADE IN ITALY E UOMO DI PENSIERO

Cinquantacinque anni, fratello più giovane di Riccardo che è stato per diversi impegnato in politica, Andrea Illy ha appena terminato i sei anni di mandato come presidente di Altagamma, che raggruppa i marchi più prestigiosi del made in Italy. Per questo chi lo frequenta racconta di una sua disponibilità a prendere un impegno importante in Confindustria. Inoltre è uomo di pensiero – ha appena scritto per Piemme un libro, Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, in cui analizza con rigore il declino italiano e, sferzando il mondo del lavoro, dell’economia e della politica, indica le strade percorribili per uscire dal tunnel prima che sia troppo tardi – e questo non guasta in un mondo come quello della rappresentanza degli interessi oggi fortemente disintermediato rispetto ai processi decisionali.

UNA CANDIDATURA CHE PUÒ SPARIGLIARE TUTTI I GIOCHI

Per ora il nome viene tenuto coperto e lui non ha ancora manifestato le sue intenzioni, ma c’è chi scommette che l’eventuale candidatura di Illy alla successione di Boccia potrebbe davvero sparigliare tutti i giochi fin qui fatti – con largo e forse eccessivo anticipo – in Confindustria. Dove, per ora, si sono candidati il numero uno di Assolombarda Carlo Bonomi, il bresciano e leader degli imprenditori locali Giuseppe Pasini, la torinese Licia Mattioli, che è il nome su cui ora puntano i romani di viale dell’Astronomia, ed Emanuele Orsini, gran capo di Federlegno.

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Andrea Viero verso la presidenza di Invitalia

Accordo politico sulle due caselle più importanti della controllata del Mef. Al posto dell’uscente Tesauro potrebbe sedersi il manager Fincantieri. Confermato l’ad Domenico Arcuri. Sempre che dopo 14 assemblee si riescano a fare le nomine per il cda.

Tredici assemblee non sono state sufficienti a rinnovare i vertici di Invitalia, la holding per lo sviluppo del governo. La prima si è tenuta all’inizio di giugno. Non solo: da una decina di giorni la guida dell’azienda di proprietà del Mef e vigilata dal Mise, è affidata – come prevede la legge – al Collegio sindacale, che può occuparsi solo dell’ordinaria amministrazione.

Una situazione che di fatto ha sostanzialmente bloccato le attività dell’Agenzia e delle sue controllate, a partire da Mediocredito Centrale e Infratel, solo per citare quelle più importanti. Un dato per tutti: il gruppo, nell’ultimo anno ha movimentato circa 8 miliardi di euro in incentivi, gare e appalti pubblici. Ovvero mezzo punto di Pil. Oggi, l’ennesimo rinvio: l’assemblea si è aggiornata a venerdì 29 novembre, nella speranza che l’esecutivo trovi un’intesa.

Per la verità il tema era già arrivato a Palazzo Chigi giovedì 21 novembre, quasi al termine di una riunione del Consiglio dei ministri dedicata quasi per intero a Taranto e poco prima che il premier Giuseppe Conte invitasse a cena la squadra di governo. E, a quanto risulta, sarebbe stato raggiunto un accordo politico sulle due caselle più importanti. In particolare, sulla poltrona del presidente, al posto dell’uscente Claudio Tesauro, potrebbe sedersi un manager Fincantieri, Andrea Viero.

Confermato, invece, l’attuale amministratore delegato, Domenico Arcuri, fortemente voluto dal presidente del Consiglio, da Pd e da un’importante parte del M5s. Poi, però, tutto si è arenato quando si è passato a discutere gli altri tre nomi da scegliere per il nuovo Cda dell’Agenzia. Se ne parlerà, probabilmente, la prossima settimana. In tempo utile per la quattordicesima assemblea. Sperando che, finalmente, qualcuno decida di decidere.

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