Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane

Nonostante i tagli della legge di bilancio, l’università pubblica con il suo piccolo Olimpo di 67 rettori, ciascuno geloso custode del proprio feudo, continua a navigare nel mare dei contributi statali. Nel 2025 il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha elargito 9,4 miliardi di euro, con tanto di bonus da 336 milioni rispetto all’anno precedente. È vero che, se fosse stato seguito il cronoprogramma deciso dal governo Draghi nel 2022 senza le “limature” attuate dall’esecutivo Meloni, l’aumento sarebbe stato di 9,5 miliardi di euro, ma tant’è.

Gli atenei si comportano come rentier del sapere

Naturalmente nessuno vuole negare che un Paese civile debba investire in università e ricerca. Il guaio è che i nostri atenei si comportano come rentier del sapere: incassano, accumulano e lasciano maturare i fondi nei caveau bancari, mentre il futuro di studenti, ricercatori e docenti resta in sospeso tra precarietà e affitti impossibili. Insomma, il sistema universitario italiano è seduto su un tesoro che non sa (o non vuole) usare. 

Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
Un’aula universitaria (Imagoeconomica).

Nelle casse numeri da capogiro

I numeri fanno girare la testa. Basta scorrere i bilanci: La Sapienza di Roma ha in cassa 1 miliardo e 334 milioni; il Politecnico di Milano, 1 miliardo e 80 milioni; Bologna si ferma a “soli” 946 milioni; Torino supera i 675; Firenze i 516 (sotto la tabella completa). In totale, sono 14 miliardi e 225 milioni di euro di soldi dei contribuenti che dormono nei conti correnti degli atenei italiani. Una montagna d’oro, quasi l’equivalente di una manovra finanziaria, che da sola basterebbe a risanare una fetta consistente del bilancio statale, magari coprendo settori che necessiterebbero di maggiori investimenti. Invece resta lì, intoccata, come se la missione dell’università fosse collezionare rendite, non creare conoscenza. 

Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
I bilanci delle università pubbliche italiane (elaborazione di Lettera43).
Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
I bilanci delle università pubbliche italiane (elaborazione di Lettera43).

L’unico tesoro pubblico che non fa gola a nessuno

Il buon senso, che nei talk show evocano tutti ma che nella realtà pochi praticano, suggerirebbe almeno di congelare i nuovi flussi finché non si dà un senso a quelli esistenti. Ma nulla da fare: il tesoretto cresce indisturbato. È la quiete dorata dell’accademia italiana: un ecosistema che nella maggior parte dei casi sopravvive grazie alla rendita di posizione, impermeabile a qualsiasi logica di efficienza. E gli studenti? Scendono in piazza per le cause più nobili, compresa quella del caro affitti con tanto di tende piantate nei giardini delle università, come avvenne nel 2023. Ma nessuno si ricorda di bussare alla porta del rettorato. Lì dentro giace il vero potere, quello silenzioso, che approva bilanci, gestisce patrimoni e decide chi può accedere alla torta e chi deve restarne escluso. Il paradosso è che i rettori potrebbero cambiare il destino delle loro università, ma preferiscono non rischiare nulla. Meglio tenere i soldi in banca, che investire nel futuro.  Così, mentre il Paese si dibatte tra tagli e deficit, il mondo accademico resta seduto sul suo scrigno di liquidità, invisibile e intoccabile.  Un miracolo italiano: l’unico tesoro pubblico che non fa gola a nessuno. Forse perché, più che dimenticato, è gelosamente custodito da chi ha imparato l’arte di non disturbare il proprio privilegio. 

Il tesoro dimenticato nei bilanci delle università pubbliche italiane
Tende contro il caro-alloggi in piazza Leonardo da Vinci davanti al Politecnico di Milano, 2023 (Ansa).