Nonostante gli Stati Uniti abbiano appena designato Nicolás Maduro come capo di un’organizzazione terroristica, Donald Trump ha detto ai suoi consiglieri che ha intenzione di parlare direttamente con il presidente venezuelano. Lo hanno dichiarato ad Axios funzionari dell’attuale amministrazione statunitense. La volontà espressa da Trump rappresenta una svolta importante nella sua “diplomazia delle cannoniere” contro il Venezuela e potrebbe essere un segnale che attacchi missilistici statunitensi o azioni militari dirette sulla terraferma non sono imminenti, come invece apparivano nei giorni scorsi.
Nicolas Maduro (Ansa).
Trump-Maduro, possibile colloquio telefonico dopo il Ringraziamento
Nell’ambito dell’operazione “Southern Spear”, avviata a inizio settembre con il dichiarato obiettivo di combattere i narcotrafficanti, in 21 raid contro imbarcazioni che presumibilmente trasportavano droga gli Usa hanno ucciso più di 80 persone. La chiamata tra Trump e Maduro, scrive Axios, è «in fase di pianificazione» e potrebbe avere luogo dopo giovedì 27 novembre, data in cui nel 2025 cade il Giorno del Ringraziamento. «Nel frattempo, faremo saltare in aria le navi che trasportano droga», ha riferito una fonte della testata.
Google ha rilasciato il suo ultimo modello di intelligenza artificiale Gemini 3 Pro, presentato dai suoi creatori come «il migliore al mondo» per l’interpretazione e l’elaborazione di dati da testo, immagini, audio e video. L’azienda aveva lanciato a marzo Gemini 2.5 Pro, disponibile poi da giugno: l’aggiornamento segna una transizione netta nella strategia di Google, in quanto introduce una strategia più agentica e una forte crescita nelle capacità di analisi complesse. Gemini 3 Pro è disponibile da oggi, 18 novembre (ma limitatamente agli Stati Uniti), contemporaneamente in Google Search e nell’app Gemini, che ha oltre 650 milioni di utenti mensili. Il rilascio inizia dagli Usa, prima agli utenti che hanno sottoscritto abbonamenti. Poi, in tempi non ancora noti, alcune funzionalità verranno messe a disposizione di tutti. Così Koray Kavukcuoglu, responsabile dell’intelligenza artificiale del colosso di Mountain View: «Google con Gemini 3 ha stabilito un ritmo completamente nuovo sia in termini di rilascio dei modelli, sia di distribuzione agli utenti più veloce che mai».
Dopo la nuova indagine avviata dalla Commissione europea su Googlee in particolare sulle politiche con cui Alphabet, la società madre del motore di ricerca, gestisce la visibilità online dei contenuti di media ed editori, il colosso di Mountain View ha proposto a Bruxelles modifiche ai suoi servizi pubblicitari. «La nostra proposta recepisce pienamente la decisione senza una separazione dirompente che danneggerebbe le migliaia di editori e inserzionisti europei che utilizzano gli strumenti di Google per far crescere il proprio business», ha dichiarato un portavoce dell’azienda.
L’accusa della Commissione Ue a Google
Secondo la Commissione europea, Google ha penalizzato i siti che ospitano contenuti prodotti da terze parti perché considerati poco affidabili e ne ha ridotto la visibilità. Qualora dovesse risultare che il colosso di Mountain View abbia violato i dettami del Digital Markets Act, la società rischia una multa fino al 10 per cento del fatturato mondiale. Intanto Google si è difesa respingendo le accuse. A settembre Google ha già ricevuto una multa di 2,95 miliardi di euro dall’antitrust Ue per aver violato le norme europee sulla competitività online, favorendo i suoi servizi pubblicitari a scapito dei suoi concorrenti. L’Ue aveva dato 60 giorni di tempo a Google per un piano di azione con cui rimettersi nell’alveo delle regole comunitarie.
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha ricevuto una lettera da Donald Trump nella quale il capo della Casa Bianca gli ha chiesto di prendere in considerazione la concessione della grazia al premier Benjamin Netanyahu, alla sbarra per corruzione e frode. Nella missiva, il presidente Usa ha definito il processo a Bibi «un caso politico ingiustificato», riconoscendogli il merito di aver condotto Israele «verso un periodo di pace». La replica di Herzog non si è fatta attendere.
Donald Trump (Ansa).
La risposta di Herzog
«Il presidente israeliano nutre la massima stima per Trump e continua a esprimere il suo profondo apprezzamento per il suo incrollabile sostegno a Israele, per il suo straordinario contributo al ritorno degli ostaggi, per la ridefinizione della situazione in Medio Oriente, in particolare a Gaza, e per la garanzia della sicurezza dello Stato di Israele», ma «chiunque chieda la grazia presidenziale deve presentare una richiesta formale secondo le procedure stabilite», ha spiegato con una nota l’ufficio di Herzog. Quest’ultimo, in quanto presidente di Israele, è l’unica persona autorizzata a concedere la grazia a un primo ministro.
Benjamin Netanyahu (Ansa).
La lettera inviata da Trump
Netanyahu sta attualmente guidando Israele verso tempi di pace e, insieme a me e ad altri importanti leader in Medio Oriente, sta continuando a cambiare il mondo attraverso gli Accordi di Abramo. Il primo ministro ha difeso con orgoglio Israele di fronte a grandi difficoltà e prospettive fosche, e la sua attenzione non può essere divisa», ha scritto Trump nella lettera recapitata a Herzog: «Pur rispettando pienamente il sistema legale israeliano e i suoi requisiti, ritengo che il caso contro Netanyahu, che ha combattuto al mio fianco per molto tempo contro un nemico formidabile come l’Iran, sia illegittimo». Trump aveva già avanzato la stessa richiesta a Herzog durante la sua visita in Israele un mese fa, in occasione dell’accordo di cessate il fuoco con Hamas, durante la quale aveva tenuto anche un discorso alla Knesset.
Archiviati i festeggiamenti per l’elezione a sindaco di New York,Zohran Mamdani – che entrerà in carica il primo gennaio – si è già messo al lavoro sulla ‘sua’ nuova Grande Mela. Durante una conferenza stampa nel Queens, a 57 giorni dall’insediamento il 34enne socialista democratico ha annunciato un team di transizione tutto al femminile, guidato dalla direttrice esecutiva Elana Leopold. La squadra include anche le co-chair Maria Torres-Springer, ex vicesindaca, Lina Khan, ex presidente della Commissione federale per il commercio, Grace Bonilla, già ceo di United Way, e l’ex vicesindaca per la salute e i servizi sociali Melanie Hartzog. «Nei prossimi mesi, io e il mio team costruiremo un municipio in grado di mantenere le promesse di questa campagna», ha assicurato Mamdani. «Formeremo un’amministrazione che sia in egual misura capace e compassionevole, guidata dall’integrità e disposta a lavorare sodo quanto i milioni di newyorkesi che chiamano casa questa città». Da notare la scelta di Khan: si tratta di una figura apprezzata sia dai progressisti che dai repubblicani populisti: durante la presidenza di Joe Biden ha ottenuto notorietà a livello nazionale per la sua aggressiva applicazione delle leggi antitrust presso la Federal Trade Commission.
Per contrastare quello che nella sua campagna elettorale ha descritto come «eccessi presidenziali» e poter mettere in atto il suo programma, intervistato dal New York Times Mamdani ha spiegato di voler assumere 200 legali per difendere la Grande Mela in tribunale in caso di scontri legali con la Casa Bianca. Prima del voto, Donald Trump aveva annunciato l’intenzione di ridurre al minimo i fondi federali destinati alla città in caso di successo di Mamdani. Dopo il suo successo, ha affermato che «Miami diventerà presto il rifugio di quelli che scapperanno dal comunismo di New York».
«Mi piacerebbe vedere il nuovo sindaco fare bene, perché amo New York. Il suo discorso della vittoria è stato molto arrabbiato, soprattutto con me. Dovrebbe essere gentile con me», ha dichiarato Trump, sottolineando che Mamdani «dovrebbe rispettare di più Washington» e che sarebbe appropriato contattasse la Casa Bianca.
L’elezione di Zohran Mamdani è un risultato storico per vari motivi: un politico praticamente sconosciuto fino all’inizio della sua campagna elettorale, condotta grazie a pochi fondi e senza alcun sostegno istituzionale da parte del Partito democratico, con i suoi 34 anni è diventato il sindaco più giovane di New York dal 1892 (quando terminò il mandato di Hugh John Grant), nonché il primo musulmano e il primo nato in Africa. Dopo il fallimento di una presidenza – quella di Joe Biden – troppo ancorata al passato ed evidentemente incapace di strizzare l’occhio alle giovani generazioni, i democratici e molti elettori indipendenti hanno scelto di abbracciare la disruption, la rottura netta, puntando su un candidato socialista, carismatico e dotato della naturale dimestichezza con i social media tipica di chi è nato (almeno) negli Anni 90. La sua vittoria potrebbe segnare un cambio di passo all’interno del Partito democratico, anche in ottica Presidenziali 2028. Ma calma: New York è una cosa, gli immensi e variegati Stati Uniti un’altra. Fino a che punto si spingerà la possibile svolta dell’Asinello?
Un comizio di Zohran Mamdani (Ansa).
Gli errori di Biden hanno consegnato la presidenza a Trump
Come sottolinea Politico, il Partito democratico «ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio a strombazzare slogan compiaciuti e auto-rassicuranti su come l’America fosse già grande e Donald Trump dalla parte sbagliata della storia». Una strategia che, al netto della vittoria di Biden nel 2020, si è rivelata errata durante la sua presidenza, incentrata sulla “buona politica”, più istituzionale rispetto agli anni precedenti, con la convinzione che fosse un modo per abbassare i toni e riportare nel Paese la moderazione. Così non è stato. Nel corso del quadriennio trascorso alla Casa Bianca, l’unica forma di politica radicale adottata con entusiasmo da Biden è stata quella dell’identità, che lo ha portato a dividere l’elettorato in classi di etnia, genere e orientamento sessuale, a cui rivolgersi in modo specifico (come consigliato dagli strateghi). Questo nonostante la maggior parte degli americani, di tutte le fasce demografiche, fosse preoccupata soprattutto per l’aumento del costo della vita. Risultato? La netta sconfitta della malcapitata Kamala Harris – tra le colpe di Biden pure il mancato passaggio di testimone a una nuova generazione di politici – e il ritorno di Trump al 1600 di Pennsylvania Avenue.
Joe Biden (Imagoeconomica).
La vittoria di Mamdani può dare una scossa all’Asinello
Secondo il Guardian, la vittoria di Mamdani a New York «è un rimprovero alle strategie convenzionali del Partito democratico, che nell’anno trascorso dalla vittoria di Trump è piombato in uno stato di declino», dimostrandosi «apatico e senza principi, riluttante a combattere perché non crede in nulla». Serviva una scossa, arrivata grazie a un semi-sconosciuto deputato statale, sostenuto dall’ala progressista di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, e alla fine (anche se non formalmente) pure da Barack Obama. Mamdani è stato capace di battere due volte l’establishment democratico rappresentato da Andrew Cuomo, costretto a riciclarsi come indipendente: un ex governatore figlio di un ex governatore, sposato in passato con una delle figlie di Robert F. Kennedy. Mamdani ha vinto con un programma per rendere New York più affordable (bus gratis, supermercati comunali, affitti calmierati e più tasse ai ricchi) e volto a contrastare le disuguaglianze economiche e sociali. Lo aveva fatto all’epoca anche Bill de Blasio, di cui Mamdani è una versione “on steroids“: gli americani di sinistra nutrivano grandi speranze che la sua amministrazione avrebbe fornito un esempio nazionale di efficace governance liberale. Le cose non sono andate proprio così: de Blasio lasciò l’incarico nel 2021 dopo due mandati da sindaco, quando ormai era diventato impopolare. A Mamdani il compito di riprovarci.
Alexandria Ocasio-Cortez ha appoggiato Zohran Mamdani (foto Ansa).
La leadership dem non sembra entusiasta del successo di Mamdani
Mamdani ha detto che la sua vittoria mostra la strada per mettersi alle spalle l’attuale presidente (che peraltro non potrà candidarsi nel 2028). «Se qualcuno può mostrare a una nazione tradita da Trump come sconfiggerlo, quella è la città che lo ha fatto nascere. So che stai guardando, ho delle parole per te: alza il volume», ha dichiarato dal palco rivolgendosi a The Donald. Il 50 per cento dei suoi concittadini, o perlomeno di quelli che hanno votato, gli ha accordato la propria fiducia. Non lo ha invece fatto la leadership dell’Asinello. Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera, afroamericano e attento custode degli equilibri interni del partito, si è limitato a un tiepido sostegno e solo a poche ore dall’apertura del voto anticipato. Oltre a Jeffries, che siede al Congresso come rappresentante di un distretto di Brooklyn che ha votato a stragrande maggioranza per Mamdani, altri si sono mostrati un po’ tiepidi. Il leader della minoranza dem al Senato, Chuck Schumer, che vive in un’altra zona di Brooklyn (anch’essa pro-Mamdani), si è rifiutato di sostenere pubblicamente il candidato del suo partito, alimentando i sospetti su una preferenza andata a Cuomo. Non è finita qui: la governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul, anche lei democratica, ha già fatto sapere di essere contraria all’aumento delle tasse necessarie a finanziare l’ambizioso programma di Mamdani.
Quello newyorchese non sarà un modello spendibile a livello nazionale
Insomma, Mamdani può festeggiare, ma consapevole che c’è ancora molta strada da fare. Perché adesso comincia la prova più dura: governare. L’establishment democratico guarderà in direzione della Grande Mela con estrema attenzione nei prossimi quattro anni, non perché il nuovo sindaco potrebbe fallire, ma perché le sue idee socialiste potrebbero avere successo. In ogni caso, va detto, quello newyorchese non sarà un modello spendibile a livello nazionale, sia perché gli Stati Uniti sono qualcosa di molto diverso da NYC, sia per il sostanziale disinteresse che buona parte degli americani prova nei confronti di ciò che accade nella principale città del Paese, considerata (a ragione) un mondo a parte. Un recente sondaggio della CBS ha indicato che il 46 per cento del pubblico americano non ha seguito «per niente da vicino» le elezioni. Insomma, per parlare alla pancia della nazione in ottica 2028 e oltre non è detto che sia necessario Mamdani. Anzi, “un” Mamdani, visto che il neosindaco di New York non potrà peraltro mai diventare presidente, non essendo nato né negli Usa né da cittadini statunitensi.
Zohran Mamdani (Ansa).
Non solo Mamdani: i dem hanno vinto anche con candidati moderati
Nelle stesse ore in cui Mamdani ha trionfato a New York, i democratici hanno mostrato di saper vincere anche con candidati moderati, indicando – chissà – una seconda via per riconquistare la Casa Bianca nel 2028. In Virginia (Swing State in bilico, strappato ai repubblicani) gli elettori hanno scelto come prima governatrice donna un’ex parlamentare centrista (ed ex agente della Cia), la 46enne Abigail Spanberger, che avrà come vice Ghazala Hashmi, di origine indiana e musulmana come Mamdani.
Nel New Jersey è stata invece eletta governatrice la 53enne deputata Mikie Sherrill, anche lei prima donna a ricoprire l’incarico, ex procuratrice federale ed ex ufficiale della Marina. A differenza di Mamdani, le due hanno condotto campagne centriste sostenute dall’establishment, con proposte politiche più modeste, concentrate però su questioni di accessibilità economica e costo della vita. Tuttavia, Spanberger è stata anche una strenua critica di Biden in momenti chiave del suo mandato e Sherrill è stata eletta dopo una carriera al Congresso segnata da un aperto conflitto con Nancy Pelosi, potente speaker della Camera. Insomma, stanno con l’establishment ma pensando di testa propria.
Ocasio-Cortez sarà incoraggiata a rivendicare la leadership nazionale
Secondo il New York Times, i tre successi e in particolare quello di Mamdani dimostrano che i dem «possono ancora vincere, e vincere in grande». Il Guardian parla di «smentita della strategia centrista e dei consulenti» che negli ultimi anni hanno orientato il partito verso il “popularism”, cioè la scelta di orientare le proprie proposte sulla base delle opinioni più popolari nei sondaggi, anche se ciò significava spostarsi a destra su alcuni temi. Che direzione prenderà dunque il Partito democratico, visto che l’addio al bidenismo appare necessario? La sensazione è che l’Asinello debba comunque abbandonare la via del partito centrista sul modello Sherrill-Spanberger, per seguire un’impostazione più progressista. L’ascesa di Mamdani, inevitabilmente, incoraggerà Ocasio-Cortez a rivendicare la leadership nazionale e la paternità della nuova identità del partito. Lei ha tirato la volata a Mamdani, che ricambierebbe il favore (in caso di buona governance a New York).
Gavin Newsom (Imagoeconomica).
Il nome forte per il 2028 potrebbe essere però quello di Newsom
La 36enne “delfina” di Sanders rischia di essere un nome troppo di sinistra. I dem allora potrebbero convergere su Gavin Newsom, dal 2019 governatore della California e in precedenza sindaco di San Francisco, da mesi protagonista di duri botta e risposta con Trump, prima sull’invio della Guardia Nazionale nel suo Stato e poi per la campagna Proposition 50, volta a ridisegnare i collegi elettorali in modo che il Partito democratico ne possa vincere cinque in più in occasione delle elezioni di midterm del 2026, lanciata dopo l’analoga misura approvata dal Texas repubblicano. La proposta, definita «una truffa» da Trump, è appena passata. Progressista su aborto, diritti Lgbtq+, protezioni sindacali e ambientali, Newsom si è battuto per lo sgombero degli accampamenti di homeless e può contare su importanti finanziatori. Inoltre, all’inizio aveva mostrato un’attitudine collaborativa con Trump, al punto da invitare diversi esponenti MAGA, come Steve Bannon e Charlie Kirk, nel suo podcast settimanale. L’evoluzione di Newsom come crociato dem anti-Trump è avvenuta con il tempo, ma adesso il vestito gli cade addosso perfettamente. Come quello di sindaco di New York per Mamdani.
È morto a 94 anni Giorgio Forattini, vignettista celebre i suoi ritratti irriverenti dei principali protagonisti della politica italiana, come Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, Giovanni Spadolini, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Romano Prodi e Umberto Bossi. Nato a Roma nel 1931, Forattini era stato uno dei primi vignettisti politici: aveva iniziato nel 1971 a Paese Sera, dopo aver vinto un concorso indetto dal quotidiano politico romano. Poi era approdato a Panorama e Repubblica, dove aveva creato l’inserto Satyricon. Successivamente ha collaborato con La Stampa, Il Giornale e le testate di QN.
È morto Dick Cheney, il più potente vicepresidente della storia moderna degli Stati Uniti, che dal dal 2001 al 2009 era stato il numero due di George W. Bush alla Casa Bianca: considerato il principale architetto delle operazioni militari Usa in Afghanistan e Iraq scattate dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, aveva 84 anni.
Dick Cheney e George W. Bush (Ansa).
La carriera di Cheney, uno dei più potenti vicepresidenti Usa
Nato il 30 gennaio 1941 a Lincoln, nel Nebraska, Richard Bruce Cheney (detto ‘Dick’) si era laureato all’Università del Wyoming nel 1965, avviando poi la carriera politica pochi anni dopo, con incarichi nel governo guidato da Richard Nixon. Scelto come capo di gabinetto della Casa Bianca dal 1975 al 1977 sotto la presidenza di Gerald Ford, successivamente era stato eletto alla Camera dei Rappresentanti per il Wyoming. Rieletto per cinque volte, nel 1989 aveva ricoperto poi l’incarico di segretario alla Difesa nell’amministrazione di George Bush padre, gestendo due delle più importanti operazioni militari della storia recente di quegli anni: Just Cause a Panama e Desert Storm in Iraq. Ritiratosi dalla politica durante la presidenza del democratico Bill Clinton, era tornato a sorpresa in auge con l’elezione di Bush figlio, che lo scelse come vicepresidente nella corsa verso la Casa Bianca. Figura estremamente influente nella politica estera a stelle e strisce, Cheney fu tra i più accesi sostenitori della seconda guerra del Golfo del 2003, basata sulla falsa accusa di possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime iracheno.
Dick Cheney e Silvio Berlusconi nel 2004 (Ansa).
Era stato emarginato dal Partito repubblicano per le critiche a Trump
Sfuggito a un attentato kamikaze da parte dei talebani in Afghanistan nel 2007, nonché sopravvissuto a diversi infarti (è stato afflitto da problemi cardiaci fin da giovane), negli ultimi anni Cheney era stato emarginato dal Partito repubblicano per le sue critiche a Donald Trump, definito nel 2022 «un codardo» e «la più grande minaccia mai esistita» per gli Stati Uniti: prima delle ultime elezioni presidenziali era persino arrivato l’endorsement per la candidata democratica Kamala Harris. A Cheney, figura estremamente importante della politica a stelle e strisce, è stato dedicato il film Vice – L’uomo nell’ombra, uscito nel 2018 e interpretato da Christian Bale.
Giovane, socialista, musulmano, nato in Uganda in una famiglia di origini indiane. ÈZohran Mamdaniil grande favorito per diventare il nuovo sindaco di New York: i cittadini della Grande Mela sono chiamati al voto il 4 novembre. A giugno ha vinto a sorpresa le primarie del Partito democratico battendo l’ex governatore Andrew Cuomo che, candidatosi poi da indipendente, è stato apertamente appoggiato da Donald Trump. Ecco le cose da sapere su Cuomo e perché il presidente Usa vuole la sua vittoria.
Chi è Andrew Cuomo
Andrew Cuomo durante una parata per il Columbus Day (Ansa).
Nato a New York il 6 dicembre 1957 in una famiglia di origini italiane (i nonni erano arrivati negli Usa dalla provincia di Salerno), Andrew Cuomo è figlio d’arte: suo padre era infatti Mario Cuomo, che fu esponente di punta del Partito democratico e governatore dello Stato di New York dal 1983 al 1994. Cresciuto nel Queens, è laureato in giurisprudenza e nel corso della sua carriera politica ha ricoperto diversi incarichi di alto profilo: durante la seconda presidenza di Bill Clinton è stato è stato Segretario della casa e dello sviluppo urbano e in seguito (2007-2010) procuratore generale dello Stato di New York, di cui successivamente è stato governatore dal 2011 al 2021.
Gli anni da governatore e le dimissioni dopo le accuse di molestie
Andrew Cuomo (Ansa).
Dopo aver tentato invano nel 2022 di ottenere la candidatura del Partito democratico per la carica di governatore dello Stato di New York già ricoperta dal padre, Cuomo ci è riuscito nel 2010 e, grazie alla vittoria sul repubblicano Carl Paladino, è entrato in carica il primo gennaio 2011. Nel 2014 è stato rieletto per un secondo mandato (battuto il repubblicano Rob Astorino), per poi essere riconfermato nel 2018 anche per un terzo mandato, in virtù del successo su Marc Molinaro. Tuttavia nell’agosto del 2021 si è dimesso a seguito di accuse di molestie sessuali da parte di cinque donne: l’ultimo caso è stato archiviato all’inizio del 2022, scagionando di fatto Cuomo da tutte le accuse.
Cuomo incarna l’establishment dem: è stato sposato con una Kennedy
Cuomo, figura che incarna la politica dinastica e l’establishment newyorchese, è stato sposato per 13 anni con Kerry Kennedy, settima figlia di Robert F. Kennedy e di Ethel Skakel. Il matrimonio è poi finito a causa di una relazione extraconiugale della moglie.
Perché Trump sostiene Cuomo
I repubblicani (di cui fa parte Trump) hanno un loro candidato: Curtis Sliwa, principalmente noto come il fondatore dei Guardian Angels, organizzazione di volontari non armati creata nel 1977 per pattugliare la metropolitana e le strade di New York, quando il crimine era dilagante in città. Sliwa però non ha reali possibilità di vincere: ogni voto per lui, in pratica, è come se andasse a Mamdani. Da qui l’endorsement di Trump a Cuomo. Il presidente Usa su Truth, invitato a votare per l’ex governatore, ha minacciato di togliere i fondi federali a New York «tranne quelli minimi richiesti» in caso di vittoria di Mamdani, descritto come un sovversivo per le sue posizioni socialiste, ben più a sinistra di quelle dell’establishment dem a cui appartiene Cuomo.
Tra i falchi russi che non vogliono la fine della guerra in Ucraina, al di là delle condizioni poste da Vladimir Putin per il cessate il fuoco, c’è probabilmente anche Maria Zakharova. Come ha scoperto Explainer, la portavoce del ministero degli Esteri si è infatti notevolmente arricchita dall’inizio del conflitto. E questo in maniera non esattamente trasparente, a partire dalla compravendita dai contorni poco chiari di un lussuoso appartamento nel cuore di Mosca. E dire che più volte Zakharova, nei suoi interventi pubblici, ha denunciato le ‘ruberie’ dell’Occidente per mano dei funzionari di Kyiv e dei loro alleati.
Vladimir Putin e Maria Zakharova (Imagoeconomica).
L’appartamento comprato e subito donato al padre
Spulciando documenti del catasto della città di Mosca, Explainer ha scoperto che Zakharova è proprietaria di un appartamento di oltre 150 metri quadrati all’ultimo piano di un elegante edificio di inizio Novecento, monumento architettonico di importanza federale protetto dallo Stato, affacciato sulla centrale via Bolshaya Dmitrovka. Fino al 2022, anno segnato dall’invasione dell’Ucraina, l’abitazione apparteneva alla municipalità. Il 28 dicembre un acquirente indicato come ‘Federazione Russa’ l’ha comprata per 100 milioni di rubli (oltre un milione di euro) per poi “donarla” pochi mesi dopo (il 12 aprile 2023) sempre a ‘Federazione Russa’. Come spiega Explainer, è la dicitura che il catasto usa per schermare i protagonisti di alcune operazioni: di fatto Zakharova ha prima comprato l’appartamento per regalarlo dopo nemmeno quattro mesi al padre Vladimir, che come lei ha lavorato al ministero degli Affari Esteri (dal 1980 al 2014).
Il padre di Maria Zakharova (Telegram).
Il ‘regalo’ del ministro Lavrov: Zakharova non dichiara il suo reddito
Il valore dell’abitazione è stato stimato in 1,6 milioni di euro, dunque Zakharova pagandolo poco più di 1 milione avrebbe fatto un affare. Resta il fatto che, con il suo stipendio ministeriale, difficilmente se la sarebbe potuta permettere. A differenza della maggior parte dei funzionari del ministero degli Esteri, dove è anche direttrice del dipartimento d’informazione e stampa, Zakharova non dichiara il suo stipendio grazie a una dispensa di Sergej Lavrov, a capo del dicastero dal lontano 2004. A ogni modo, sempre secondo le stime, nel 2024 lo stipendio dell’aggressiva portavoce avrebbe superato di poco i 60 mila euro, in crescita rispetto ai 54 mila del 2020 e dei 51 mila circa del 2018. Sempre l’anno scorso, Zakharova ha inoltre incassato altri 1,3 milioni di rubli (14 mila euro) dall’Accademia Diplomatica del ministero degli Esteri, dove dirige il dipartimento per la Sicurezza Internazionale e Nazionale.
Maria Zakharova e Sergej Lavrov (Ansa).
I guadagni da Rossiya Segodnya ma senza incarichi nell’agenzia
Zakharova, tuttavia, guadagna ingenti somme di denaro anche dall’agenzia di propaganda Rossiya Segodnya, gestita dai suoi amici Dmitry Kiselev e Margarita Simonya, all’interno della quale però non ha ufficialmente alcun ruolo. Non è una corrispondente o una redattrice per il gruppo statale, non scrive articoli di opinione per Ria Novosti e non organizza nemmeno eventi presso il centro stampa dell’agenzia. Eppure dall’inizio del 2024 ha intascato 4,6 milioni di rubli (50 mila euro). Non è tutto. Zakharova riceve tra i mille e i 3 mila euro al mese dalla Società degli Autori Russi, la Siae locale per intenderci. Questo perché ha scritto testi per Zara, Nargiz, Valeriya, Maxim Fadeev e Lyubov Uspenskaya, cantanti sconosciuti in Italia ma estremamente popolari in patria. E pure per Katya Lel: nel 2018 l’artista raccontò che Zakharova non le aveva chiesto le royalties del brano Spolna. Ma a quanto pare ci ha ripensato.
Il marito non figura nell’organigramma dell’azienda per cui lavora
Calcolatrice alla mano, le entrate annuali della portavoce del ministero degli Esteri di Mosca si possono quantificare in almeno 11 milioni di rubli (117 mila euro). La sua famiglia può però contare anche su altre risorse: non si sa molto del marito Andrey Makhrov, ma qualcosa è saltato fuori. Come racconta Explainer, lavora per Severo-Zapad, azienda specializzata in trivellazioni di pozzi, indagini geofisiche e sviluppo di software, che nell’ultimo anno si è aggiudicata appalti governativi per un valore di 386 milioni di rubli. Spesso assegnati senza alcuna gara. Severo-Zapad, che nel 2024 ha registrato un fatturato di 527 milioni di rubli (con un utile di appena 9), vanta importanti clienti e partner: tra essi Rosnedra, Lukoil, Rosgeologia, Norilsk Nickel, Surgutneftegaz e Shell. Ovviamente il nome di Makhrov non figura nell’organigramma dell’azienda, dove ricopre la carica di vicedirettore generale per il Marketing. Però, almeno questo, al suo posto non c’è nessuna ‘Federazione Russa’.