Missili, birra e persino Viagra: gli intrecci di armi e affari tra Kim e Putin

Missili potenziati, droni simili a quelli statunitensi, navi da guerra gigantesche e sottomarini a propulsione nucleare. La Corea del Nord continua a rafforzare il suo arsenale militare sfruttando a piene mani il know-how tecnologico della Russia. I rapporti tra i due Paesi sono sempre più intensi dallo scoppio della guerra in Ucraina. Lo confermano le ultime armi mostrate dal governo nordcoreano che Kim Jong-un non sarebbe mai riuscito a sviluppare senza il fondamentale sostegno di Vladimir Putin. Ma lo dimostrano anche gli affari commerciali tra Pyongyang e Mosca che, escludendo gli armamenti, sono cresciuti di nove volte dai circa 3,78 milioni di dollari registrati nel 2022 ai quasi 34 milioni del 2024.

Missili, birra e persino Viagra: gli intrecci di armi e affari tra Kim e Putin
L’abbraccio tra il presidente nordcoreano e l’omologo russo (foto Ansa).

Tra gli aiuti militari alla Russia anche 15 mila soldati

Secondo il paper Unequal Partnership. North Korea’s Uneven Bargain with Russia della Friedrich Naumann Foundation, dal 2023 la Corea del Nord ha consegnato aiuti militari alla Russia per il conflitto ucraino per un valore totale di circa 9,8 miliardi. Kim ha inviato al Cremlino milioni di proiettili di artiglieria, centinaia di lanciarazzi, missili balistici KN-23 e quasi 15 mila soldati. Mosca avrebbe però fin qui risposto con forniture di cibo, petrolio e limitati equipaggiamenti militari, per un ammontare pari a solo un decimo di quanto garantito da Pyongyang. Il governo nordcoreano, si legge nel rapporto, ha ricevuto dal «pacchetto di reciprocità» russo un ammontare di denaro compreso tra i 457 milioni e 1,19 miliardi di dollari.

Missili, birra e persino Viagra: gli intrecci di armi e affari tra Kim e Putin
Prima lei: scambio di cortesie fra Kim e Putin (foto Ansa).

Il sogno di Kim? I moderni caccia russi

Fin qui la Russia ha mostrato cautela nel trasferire all’alleato tecnologie particolarmente avanzate. La situazione potrebbe però presto cambiare. Kim spera infatti di ricevere da Putin caccia moderni come pagamento per l’assistenza militare in Ucraina. Nel frattempo il leader nordcoreano ha svelato inediti missili aria-superficie e aria-aria montati su velivoli d’attacco Su-25 di epoca sovietica. Evgeniy Nikiforov, che sovrintende alla logistica internazionale presso l’Associazione russa degli esportatori e degli importatori, ha spiegato in una tavola rotonda che questo boom, a esclusione degli aiuti militari, è dovuto principalmente alle forniture di prodotti agricoli russi – come farina, soia, burro e cereali – e alla categoria degli «idrocarburi».

Missili, birra e persino Viagra: gli intrecci di armi e affari tra Kim e Putin
Kim Jong-un e Vladimir Putin nel loro incontro a Pechino, a settembre 2025 (foto Ansa).

Non mancano birre, integratori e… medicinali come il Viagra

Il volume degli scambi commerciali tra Russia e Corea del Nord ha raggiunto il livello più alto dai tempi dell’Unione Sovietica. Anche Mosca ha intanto incrementato l’import di prodotti Made in North Korea. Quali? Le new entry sono prodotti medicinali e per il miglioramento della salute. La Korea Sobaeksu United Corporation e la Pugang Pharmaceutical, per esempio, offrono ai consumatori russi medicinali simili al Viagra e per il trattamento della disfunzione erettile, oltre a integratori alimentari a base di ginseng, aloe e riso rosso fermentato. Ma ci sono anche tabacco, cosmetici, abbigliamento e, soprattutto, birre. La Mangyongdae Kyonghung Food Factory esporterà «birra gassata filtrata leggermente pastorizzata» con un grado alcolico del 4,5 per cento a una società di Vladivostok. Mentre le più “rinomate” Taedonggang Brewing Company, Taeha e Tumangang si contenderanno quote di mercato in tutta la Russia.

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Una stretta di mano tra Kim e Putin (foto Ansa).

Come Yuewen sta rivoluzionando l’intrattenimento e sfidando gli Usa

«Good Stories Never End», le belle storie non finiscono mai: è questo lo slogan di Yuewen, conosciuta anche come China Literature Ltd., una delle più grandi piattaforme cinesi della cultura e dell’intrattenimento che, per efficienza e modello di business, sta facendo impallidire i giganti di Hollywood. La società pubblica contenuti letterari online per poi trasformare i titoli di maggior successo in proprietà intellettuali (IP) multimediali, come audiolibri, animazioni, film e videogiochi. Dal suo immenso catalogo (oltre 10 milioni di opere) sono uscite alcune delle serie tv più famose della Cina, tra cui Joy of Life, The King’s Avatar, Soul Land e Nirvana in Fire. La strategia di Yuewen è semplice: individua una storia popolare e attraverso analisi di dati e algoritmi la eleva a fenomeno cross-mediale.

Come Yuewen sta rivoluzionando l’intrattenimento e sfidando gli Usa
Il logo di Yuewen (da Fb).

Come funziona Yuewen, lo YouTube dei romanzi

Se i big di Hollywood investono ogni anno milioni di dollari alla ricerca del nuovo Harry Potter, o della prossima saga di successo, assumendosi altissimi rischi di produzione, Yuewen, nata nel 2015 e controllata al 57 per cento dal colosso tech Tencent, sta dimostrando di poter fare altrettanto affidandosi alla tecnologia. «Bilanciamo l’arte della narrazione e la scienza dell’insight crowdsourcing per scoprire cosa ha successo», ha spiegato il Ceo Hou Xiaonan in una recente intervista a Forbes China. Yuewen, soprannominata lo YouTube dei romanzi, ha realizzato una delle più grandi biblioteche digitali al mondo e può contare su un vastissimo bacino di lettori e scrittori (di cui 550 mila stranieri) che “guidano” lo sviluppo delle opere secondo quello che Hou definisce un «modello di co-creazione di massa».

Come Yuewen sta rivoluzionando l’intrattenimento e sfidando gli Usa
Il ceo di Yuewen, Hou Xiaonan (da Youtube).

Il modello dal basso e l’abbattimento del rischio

Il funzionamento di Yuewen si basa su due step. Il primo è la letteratura online. Gli scrittori, amatoriali e non, possono pubblicare le loro storie in forma seriale sulla piattaforma (a oggi la società gestisce più di 10 milioni di romanzi originali e solo nel 2024, 330 mila nuovi autori hanno pubblicato 650 mila opere). Gli utenti leggono i primi capitoli gratuitamente. Se il libro o il fumetto piace, con una piccola somma (spesso pochi centesimi) possono sbloccare i capitoli successivi. In questo modo è possibile testare il potenziale di un’opera prima che venga adattata per il piccolo o grande schermo. Insomma la società può contare su un enorme focus group per di più pagante. Il secondo step consiste invece nello sviluppo delle IP vincenti; una volta identificata una storia di successo, infatti, la piattaforma la trasforma in un ecosistema di intrattenimento completo. I criteri che aiutano a decidere se puntare o meno su un determinato prodotto non sono solo quantitativi. Detto altrimenti, non vengono presi in considerazione solo i ‘clic’ ma la fedeltà dei lettori, il coinvolgimento emotivo e l’adattabilità del genere. Con questo modus operandi, dal basso, Yuewen ha messo a segno successi come Soul Land e Battle Through the Heavens, riducendo drasticamente i rischi di produzione.

Come Yuewen sta rivoluzionando l’intrattenimento e sfidando gli Usa
Il parco a tema di Yuewen (da Instagram).

L’obiettivo è creare un ecosistema globale

Yuewen guarda oltre la Cina, per creare un ecosistema dell’intrattenimento globale grazie a partnership con Disney, Netflix, Sony Pictures, Webtoon (solo per citarne alcune). All’inizio del 2024, per esempio, Joy of Life 2 è stata la serie cinese più vista su Disney+. Altri prodotti, come The Double, The Legend of Shen Li e The Tale of Rose, hanno raggiunto centinaia di milioni di visualizzazioni su TikTok nel Sudest asiatico e in Corea del Sud. I numeri sembrano premiare questa strategia. La maggior parte dei drama più popolari (16 su 30 nel 2024) e l’80 per cento delle animazioni top 10 nella prima metà del 2025 sono tratti dai romanzi pubblicati sulla piattaforma. Sempre nei primi sei mesi di quest’anno, la società ha lanciato a livello globale oltre 1.800 fumetti, 80 animazioni e più di 100 titoli cinematografici e televisivi. «Il nostro ecosistema», ha affermato Hou, «funziona come una fattoria, un laboratorio e un parco giochi. La fattoria coltiva i semi delle storie, il laboratorio li trasforma in potenti esperienze e il parco giochi li integra nella vita delle persone. Un sistema progettato per massimizzare il potenziale di ogni storia».   

Chef robot, così la Cina lancia i ristoranti smart grazie all’intelligenza artificiale

Cucine interamente automatizzate, camerieri robot, menù preparati in base alle preferenze dei clienti e forniture ottimizzate per evitare inutili sprechi grazie all’intelligenza artificiale. Queste sono soltanto alcune delle caratteristiche che contraddistingueranno i nuovi ristoranti smart della Cina. Qualcosa si sta già muovendo a Shanghai, dove il governo locale si è posto l’obiettivo di diventare un «polo leader a livello nazionale e mondiale» per la ristorazione intelligente tra il 2026 e il 2028. La Commissione municipale per il commercio della megalopoli ha pubblicato un piano dettagliato per completare una rivoluzione gastronomica che trasformerà tanto le abitudini dei cittadini quanto il mercato del lavoro.

Chef robot, così la Cina lancia i ristoranti smart grazie all’intelligenza artificiale
Ristorante cinese (foto Unsplash).

L’IA suggerisce piatti o combinazioni di cibo personalizzate

Il governo ha chiesto ai ristoranti di Shanghai di modernizzare le proprie attività utilizzando nuove tecnologie. «Nelle catene di ristorazione e fast food oltre il 70 per cento delle attività integrerà tecnologie intelligenti in tutte le catene del valore. Il tasso di applicazione smart nelle operazioni chiave dei ristoranti a servizio completo supererà invece il 50 per cento», si legge nel documento della Commissione. Si fa inoltre riferimento all’avviamento di progetti pilota AI + Dining, ossia all’impiego dell’intelligenza artificiale per migliorare o innovare l’esperienza gastronomica. In che modo? Puntando su assistenti virtuali che aiutano i clienti a fare ordini, ma anche su sistemi di raccomandazione alimentare basati sull’IA, che suggeriscono piatti o combinazioni di cibo personalizzate in base alle preferenze o alle abitudini alimentari del cliente.

Chef robot, così la Cina lancia i ristoranti smart grazie all’intelligenza artificiale
Assistenti virtuali per ordinare (foto Unsplash).

Automi chef per ridurre i costi di manodopera e gli sprechi di cibo

L’automazione porterà nuovi protagonisti in cucina; toccherà infatti ai robot preparare il cibo e svolgere tante altre mansioni al posto di cuochi, lavapiatti e addetti. Emblematico il caso di Omni, un robot sviluppato da Botinkit in grado di saltare in padella o stufare, aggiungere condimenti e pulire autonomamente. Come funziona? Basta scegliere una ricetta, premere un paio di tasti sul suo touch screen e aspettare pochi minuti. Secondo l’azienda, l’impiego di ”automi chef” aiuterà i ristoranti a ridurre i costi di manodopera del 30 per cento e gli sprechi di cibo del 10 per cento. Non c’è trucco, non c’è inganno: dietro a queste capacità straordinarie esiste un modello di intelligenza artificiale avanzata che gestisce diversi aspetti cruciali della cucina.

Ondata di licenziamenti o semplice ristrutturazione del mercato del lavoro?

Certo, l’IA potrà essere sfruttata anche per realizzare analisi predittive sulle scorte, sulla riduzione degli sprechi e progettare menù calibrati sulle tendenze del momento o addirittura sui gusti dei clienti. Tuttavia, l’avvento dei robot chef potrebbe lasciare a casa milioni di impiegati nel settore della ristorazione. C’è chi teme un’ondata di licenziamenti e chi profetizza una semplice ristrutturazione del mercato del lavoro, con la sostituzione di impieghi poco qualificati con altre occupazioni più tecniche, come analisti di dati, manutentori e ingegneri.

Chef robot, così la Cina lancia i ristoranti smart grazie all’intelligenza artificiale
La Cina prepara la rivoluzione digitale della ristorazione (foto Unsplash).

Occhio ai cibi precotti, con il rischio di uniformare sapori e piatti

L’automazione dei ristoranti potrebbe infine spingere il settore verso i cibi precotti, con il rischio di uniformare sapori e piatti. E, soprattutto, di scoraggiare i clienti e generare una frenata nei consumi. Da gennaio ad agosto, l’Ufficio nazionale di statistica ha registrato un fatturato di 3,6 trilioni di yuan (oltre 500 miliardi di dollari) nel settore della ristorazione, con un incremento del 3,6 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Davvero il Kerala ha sconfitto la povertà estrema?

Il Kerala potrebbe essere il primo Stato indiano ad aver sconfitto la povertà estrema. Lo ha annunciato il Fronte Democratico di Sinistra (LDF), la coalizione del governo locale guidata dal Partito Comunista dell’India (CPI). Il traguardo, stando al comunicato ufficiale, è stato raggiunto grazie all’attuazione dell’Extreme Poverty Eradication Project (EPEP), progetto lanciato nel 2021 e costato oltre 120 milioni di dollari con l’obiettivo di sostenere decine di migliaia di famiglie in povertà estrema. Il risultato sbandierato dal primo ministro del Kerala, il marxista Pinarayi Vijayan, ha attirato una notevole attenzione mediatica, ma anche critiche da leader dell’opposizione ed economisti che ne hanno messo in dubbio la credibilità. Il modello comunque potrebbe essere sperimentato anche a livello nazionale, ma il governo centrale di Narendra Modi e i marxisti del CPI sono non solo ideologicamente distanti anni luce, ma politicamente ai ferri corti.

Davvero il Kerala ha sconfitto la povertà estrema?
Pinarayi Vijayan (Ansa).

Il censimento delle famiglie più vulnerabili e i piani personalizzati

Secondo la Banca Mondiale nel 2023 il tasso di povertà dell’India era pari al 5,25 per cento (75,2 milioni di abitanti su oltre 1,4 miliardi) in netto calo rispetto al 16,2 per cento del 2012 (205,9 milioni). L’indigenza resta tuttavia un problema ancora radicato nella nazione più popolosa del mondo. L’ultimo Global Hunger Index, per esempio, classifica il gigante asiatico al 102esimo posto su 123 Paesi, rilevando come il 32,9 per cento dei bambini indiani al di sotto dei cinque anni soffra di rachitismo, chiaro segnale di malnutrizione cronica. «La privazione e la povertà sono ancora una realtà di massa tra il popolo indiano. Ecco perché molti non sono d’accordo quando il governo sostiene che la povertà è diminuita drasticamente», ha commentato il professor R Ramakumar della School of Development Studies del Tata Institute of Social Sciences. Il modello Kerala, Stato che conta oltre 36 milioni di abitanti e storicamente era uno dei più poveri dell’India, potrebbe però rappresentare un interessante esperimento da ampliare a livello nazionale. Ma come funziona il progetto coordinato dal LDF? Il governo locale ha schierato quasi 400 mila funzionari incaricandoli di censire le famiglie più vulnerabili secondo quattro criteri: accesso al cibo, assistenza sanitaria, mezzi di sussistenza, alloggio. Le autorità hanno quindi messo a punto micropiani personalizzati per ciascun nucleo distribuendo kit alimentari, cure mediche e soluzioni abitative. 

Davvero il Kerala ha sconfitto la povertà estrema?
Un laboratorio in uno slum di Mumbai (Ansa).

I dubbi sui criteri utilizzati

Non sono però mancate le polemiche. Con una petizione online inviata al governo alcuni intellettuali hanno chiesto lumi sulla metodologia impiegata per il ‘censimento’, in particolare sui criteri per definire la categoria dei più indigenti. Non è infatti chiaro come abbia fatto l’EPEP a identificare solo 64.004 famiglie indigenti, quando circa 592 mila nuclei beneficiano di Antyodaya Anna Yojana, un programma del governo centrale volto a garantire cibo a prezzi molto bassi ai cittadini più bisognosi, e ricevono gratuitamente cereali dal 2023. «Sarebbe più corretto definirlo un programma di riduzione mirata della povertà», ha scritto l’economista CR Yadu su The News Minute. «Se intendiamo la povertà come mancanza di beni essenziali, ciò che consideriamo “essenziale” cambia continuamente», ha aggiunto. «Un cellulare che negli Anni 90 era un lusso oggi è indispensabile. Durante la pandemia, per esempio, molti ragazzi non hanno avuto accesso all’istruzione semplicemente perché non avevano uno smartphone o una connessione Internet». Come dire: il concetto di povertà può cambiare nel tempo, ma la maggior parte dei criteri per identificare i più vulnerabili non lo è. E prima di annunciare l’abolizione della povertà – accadde anche in Italia nel 2018 con festeggiamenti dal balcone di Palazzo Chigi – sarebbe più prudente definirla.

 

La parabola di Starbucks in Cina


Sono finiti i tempi d’oro di Starbucks in Cina. La catena statunitense venderà la quota di maggioranza delle sue attività nella Repubblica Popolare Cinese a una società di investimenti locale. Schiacciata dall’ascesa di brand nazionali come Luckin Coffee e Cotti Coffee, la multinazionale di Seattle creerà una joint venture con Boyu Capital nel tentativo di restare a galla in un mercato sempre più competitivo. In base all’intesa, dal valore di 4 miliardi di dollari, Boyu acquisirà il 60 per cento del business cinese di Starbucks – costituito da oltre 8 mila punti vendita – mentre quest’ultima manterrà una quota di minoranza del 40 per cento e continuerà a concedere in licenza il proprio marchio alla nuova realtà.

L’ascesa del colosso del caffè nel Dragone

Starbucks aprì il suo primo negozio in Cina quasi 30 anni fa. Era il 1999 e l’arrivo del marchio statunitense al China World Trade Center di Pechino contribuì a stimolare l’ascesa della cultura del caffè in un Paese tradizionalmente consumatore di tè. Gli espresso e i cappuccini fumanti diventarono ben presto una sorta di status symbol per la fiorente classe media del Paese. Cavalcando il boom economico del Dragone, tra il 2018 e il 2019 Starbucks arrivò così ad aprire un negozio ogni 15 ore rendendo il mercato cinese un pilastro della sua strategia globale. Nel 2018 il colosso di Seattle deteneva il 58,6 per cento del mercato cinese delle caffetterie (valore complessivo: 4,72 miliardi di dollari).

La parabola di Starbucks in Cina
Starbucks ha aperto il primo negozio fisico a Pechino nel 1999 (Ansa).

La concorrenza dei brand locali

Il business ha funzionato finché la concorrenza nel settore era limitata a brand occidentali. Con l’avvento di competitor nazionali, tuttavia, la situazione si è fatta complessa. Secondo i dati di Euromonitor International la quota di mercato della catena Usa in Cina è passata dal 34 per cento del 2019 al 14 per cento del 2024. Nell’anno fiscale 2025 la divisione cinese di Starbucks ha generato circa 3,1 miliardi di dollari di vendite nette, in leggera crescita rispetto ai quasi 3 miliardi del 2024. Nello stesso periodo Luckin Coffee, il suo rivale più agguerrito, ha però consolidato il sorpasso totalizzando 3,6 miliardi di entrate. Non solo. Quest’anno Starbucks sta registrando un calo dell’1 per cento nelle vendite nei negozi fisici, in aggiunta a una diminuzione del 5 per cento nell’importo medio speso dai clienti per ogni transazione. 

La parabola di Starbucks in Cina
Un punto vendita della catena cinese Luckin coffee a Pechino (Ansa).

La joint-venture con Boyu

«Puntiamo a portare l’esperienza Starbucks a più clienti, in più città in tutta la Cina. Vogliamo crescere dalle attuali 8 mila caffetterie a oltre 20 mila», ha dichiarato il Ceo di Starbucks, Brian Niccol, presentando la joint venture con il nuovo partner. Boyu ha già investito nel leader del bubble tea, Mixue, e ha dalla sua una profonda conoscenza del mercato cinese del caffè low cost. Gestisce infatti anche Lucky Cup, una catena in rapida espansione che intende aprire 10 mila store in Cina entro la fine del 2025. C’è inoltre un particolare politico da non trascurare: tra i fondatori di Boyu, nata nel 2011, figura un certo Alvin Jiang, niente meno che nipote dell’ex presidente cinese Jiang Zemin. Chissà se affiancata da un partner del genere Starbucks riuscirà a rilanciarsi nel più grande mercato al di fuori degli Stati Uniti. Un mercato che vale l’8 per cento di un fatturato globale di oltre 37 miliardi di dollari.
 

Il rilancio di Campa Cola grazie al paperone indiano Mukesh Ambani

Le sue bottiglie da 200 ml costano 10 rupie, circa 11 centesimi di euro, la metà di quelle offerte da Coca-Cola e Pepsi. Da quando, nel 2022, Campa Cola è stata acquistata da Reliance Industries, il conglomerato guidato dall’uomo più ricco dell’India, Mukesh Ambani, questa bibita gassata è letteralmente rinata. La cosiddetta cola indiana, tanto in voga negli Anni 70 e 80, aveva perso appeal in seguito alla liberalizzazione economica di Delhi avvenuta nel 1991, e alla conseguente ascesa nel Paese delle grandi multinazionali occidentali. Pure Drinks Group, storica proprietaria di Campa Cola, ha così visto il suo marchio avviarsi verso un inesorabile declino. Fino alla cessione, per 2,6 milioni di dollari, agli Ambani.

La scommessa di Ambani

Campa Cola era praticamente sparita dalla grande distribuzione, tanto che nel 2013 deteneva appena l’1 per cento del mercato delle bevande analcoliche del Paese. Ambani (paperone con un patrimonio stimato di 105 miliardi di dollari) ha tuttavia fiutato l’affare: nel 2022 ha acquistato lo storico marchio nazionale, lo ha rilanciato sfruttando la rete di distribuzione di Reliance Retail (controllata di Reliance Industries) imponendosi nel largo consumo. Una fetta di mercato che, sulla scia dell’arricchimento della classe media, dovrebbe raggiungere i 220 miliardi di dollari entro la fine del 2025 (il doppio rispetto al 2020) e crescere ancora in futuro.

Il rilancio di Campa Cola grazie al paperone indiano Mukesh Ambani
Mukesh Ambani con la moglie Nita e il figlio Anant Ambani (Ansa).

Prezzi bassi e più varietà

Come ha spiegato Forbes, Reliance Consumer, sotto la supervisione della figlia di Ambani, Isha, in appena tre anni ha rivoluzionato il mercato indiano delle bevande analcoliche proponendo prezzi più bassi della concorrenza. In seconda battuta ha lanciato nuovi gusti, all’arancia e al limone, oltre alla tradizionale cola dolciastra, e versioni energetiche (Campa Powerup e Campa Cricket). Infine ha riproposto il vecchio slogan del marchio: The Great Indian Taste (Il grande gusto dell’India). La cura Ambani sembra aver funzionato. Campa Cola ora detiene una quota di mercato del 14 per cento nelle città chiave del Paese e di oltre il 10 per cento in alcuni Stati come l’Uttar Pradesh e il West Bengal. Non esistono ancora dati nazionali, ma questi primi progressi lasciano supporre una lenta ripresa.

Il rilancio di Campa Cola grazie al paperone indiano Mukesh Ambani
Dal sito della Campai Cola.

Il peso della concorrenza

Certo, Coca-Cola Company e PepsiCo dominano ancora la scena nazionale controllando rispettivamente il 60 e il 30 per cento del mercato delle bevande gassate. «Campa Cola detiene ora una quota a due cifre in molti Stati e sta interrompendo un duopolio durato 30 anni», ha però chiarito Ambani senior all’ultima assemblea degli azionisti. I principali rivali indiani di Campa Cola, e cioè Varun Beverages di Ravi Jaipuria, il secondo imbottigliatore PepsiCo fuori dagli Usa, e il Jubilant Bhartia Group dei fratelli Shyam e Hari Bhartia che possiede il 40 per cento di Hindustan Coca-Cola Holdings, iniziano a preoccuparsi. Nel frattempo Reliance Consumer, che nel trimestre aprile-giugno 2025 ha registrato un fatturato di quasi 50 milioni di dollari nel mercato dei beni di largo consumo (un incremento del 100 per cento su base annua), intende consolidare il marchio di Campa Cola anche all’estero. Dove è già presente negli Emirati Arabi Uniti, in Oman e in Nepal.

In Corea del Sud il buddismo è diventato una moda

Portachiavi a forma di Buddha. Magliette e spille colorate con slogan spirituali. Braccialetti di legno e rosari. In Corea del Sud il buddismo è diventato un fenomeno pop che attira sempre più i giovani, trovando terreno fertile in una società alla disperata ricerca di sollievo dallo stress quotidiano.

I gadget buddisti che piacciono ai giovani sudcoreani

I gadget Buddhistcore, come li ha definiti il New York Times, sono diventati la nuova moda della Generazione Z. Si tratta di oggetti di uso quotidiano ispirati alla spiritualità buddista e reinterpretati in chiave minimalista. Un mercato che in Corea del Sud lo scorso anno è stato stimato intorno ai 291 milioni di dollari, con una crescita media annuale prevista dell’11,7 per cento tra il 2025 e il 2033. Il boom in buona parte è dovuto alle istituzioni e agli ordini spirituali che hanno trasformato linguaggi, riti e credenze in fenomeni trendy. Il tutto, ovviamente, con l’obiettivo di raggiungere un pubblico il più ampio possibile.

In Corea del Sud il buddismo è diventato una moda
Una statua di Buddha (Mash Babkova via Unsplash).

Così il buddismo è diventato un fenomeno pop

Tra i prodotti più richiesti ci sono le T-shirt che mescolano motti buddisti e versi K-pop, come “Ferma la sofferenza” e “Nirvana Rocks”, e ventagli. I monaci dal canto loro sono ben felici del rinnovato interesse per una religione che fino a poco tempo fa era relegata in templi isolati sulle montagne. Il buddismo così diventa un fenomeno di costume come dimostrano il reality show I am Jeollo ambientato in un tempio buddista e il successi di DJ NewJeansNim che vestito da monaco, con la testa rasata e una tunica grigia compone ispirate a principi buddisti. Ci sono poi associazioni che propongono lezioni di surf ai turisti che visitano i templi, ma anche expo e convention. Eventi che si diffondono rapidamente sui social e richiamano folle di giovani.

Alla ricerca di spiritualità

Il Venerabile Myo-jang, monaco e rappresentante dell’Ordine Jogye, il più grande gruppo buddista della Corea del Sud, ha confermato che gli sforzi dell’organizzazione per coinvolgere i giovani stanno dando risultati concreti. Sempre più persone che acquistano gadget con riferimenti religiosi si avvicinano poi alla meditazione. Alcuni arrivano persino a chiedere consigli ai monaci su questioni esistenziali, dai problemi relazionali alla gestione dei conflitti sul lavoro. Tuttavia, questo rinnovato interesse potrebbe rivelarsi solo una delle tante mode passeggere. Del resto il numero di buddisti è in calo in tutto il mondo (si è passati dai 343 milioni di fedeli del 2010 ai 324 milioni del 2020) e la Corea del Sud non fa eccezione: nell’ultimo censimento del 2015, infatti, solo il 15,5 per cento della popolazione si è dichiarata buddista, con un calo del 7 per cento rispetto al 2005.

In Corea del Sud il buddismo è diventato una moda
Una parata buddista a Seul (Ansa).