Sono finiti i tempi d’oro di Starbucks in Cina. La catena statunitense venderà la quota di maggioranza delle sue attività nella Repubblica Popolare Cinese a una società di investimenti locale. Schiacciata dall’ascesa di brand nazionali come Luckin Coffee e Cotti Coffee, la multinazionale di Seattle creerà una joint venture con Boyu Capital nel tentativo di restare a galla in un mercato sempre più competitivo. In base all’intesa, dal valore di 4 miliardi di dollari, Boyu acquisirà il 60 per cento del business cinese di Starbucks – costituito da oltre 8 mila punti vendita – mentre quest’ultima manterrà una quota di minoranza del 40 per cento e continuerà a concedere in licenza il proprio marchio alla nuova realtà.
L’ascesa del colosso del caffè nel Dragone
Starbucks aprì il suo primo negozio in Cina quasi 30 anni fa. Era il 1999 e l’arrivo del marchio statunitense al China World Trade Center di Pechino contribuì a stimolare l’ascesa della cultura del caffè in un Paese tradizionalmente consumatore di tè. Gli espresso e i cappuccini fumanti diventarono ben presto una sorta di status symbol per la fiorente classe media del Paese. Cavalcando il boom economico del Dragone, tra il 2018 e il 2019 Starbucks arrivò così ad aprire un negozio ogni 15 ore rendendo il mercato cinese un pilastro della sua strategia globale. Nel 2018 il colosso di Seattle deteneva il 58,6 per cento del mercato cinese delle caffetterie (valore complessivo: 4,72 miliardi di dollari).

La concorrenza dei brand locali
Il business ha funzionato finché la concorrenza nel settore era limitata a brand occidentali. Con l’avvento di competitor nazionali, tuttavia, la situazione si è fatta complessa. Secondo i dati di Euromonitor International la quota di mercato della catena Usa in Cina è passata dal 34 per cento del 2019 al 14 per cento del 2024. Nell’anno fiscale 2025 la divisione cinese di Starbucks ha generato circa 3,1 miliardi di dollari di vendite nette, in leggera crescita rispetto ai quasi 3 miliardi del 2024. Nello stesso periodo Luckin Coffee, il suo rivale più agguerrito, ha però consolidato il sorpasso totalizzando 3,6 miliardi di entrate. Non solo. Quest’anno Starbucks sta registrando un calo dell’1 per cento nelle vendite nei negozi fisici, in aggiunta a una diminuzione del 5 per cento nell’importo medio speso dai clienti per ogni transazione.

La joint-venture con Boyu
«Puntiamo a portare l’esperienza Starbucks a più clienti, in più città in tutta la Cina. Vogliamo crescere dalle attuali 8 mila caffetterie a oltre 20 mila», ha dichiarato il Ceo di Starbucks, Brian Niccol, presentando la joint venture con il nuovo partner. Boyu ha già investito nel leader del bubble tea, Mixue, e ha dalla sua una profonda conoscenza del mercato cinese del caffè low cost. Gestisce infatti anche Lucky Cup, una catena in rapida espansione che intende aprire 10 mila store in Cina entro la fine del 2025. C’è inoltre un particolare politico da non trascurare: tra i fondatori di Boyu, nata nel 2011, figura un certo Alvin Jiang, niente meno che nipote dell’ex presidente cinese Jiang Zemin. Chissà se affiancata da un partner del genere Starbucks riuscirà a rilanciarsi nel più grande mercato al di fuori degli Stati Uniti. Un mercato che vale l’8 per cento di un fatturato globale di oltre 37 miliardi di dollari.
