La finta rivoluzione dell’economia circolare, tra miraggi e retorica vuota

Mentre la retorica dell’economia circolare trionfa a colpi di PowerPoint nei convegni in giro per il mondo, con le borracce d’alluminio (brandizzate, ovvio) e i badge compostabili, i dati raccontano tutt’altro. L’uso di materiali vergini cresce, il riciclo cala. E no, non è colpa solo della politica cattiva o delle multinazionali malvagie. È che l’intero concetto di “circolarità” è un po’ come il Santo Graal: tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto davvero.

La finta rivoluzione dell’economia circolare, tra miraggi e retorica vuota
Bicchieri riciclabili in Danimarca (foto Ansa).

Secondo il Circularity Gap Report 2024, solo il 7,2 per cento dei materiali viene effettivamente reimmesso nel ciclo produttivo, in calo rispetto al 9,1 per cento del 2018. Nel frattempo, l’estrazione di materie prime ha toccato livelli record, trainata dai settori più energivori e da una domanda di elettronica e infrastrutture “verdi” che, paradossalmente, richiede enormi quantità di risorse non rinnovabili. È l’immagine di un mondo che parla di circolarità, ma continua a vivere linearmente.

La circolarità è diventata una leva economica capace di generare valore

Eppure, dal lato aziendale, l’ottimismo non manca. Un rapporto di inizio 2025 realizzato dal World Economic Forum, con la collaborazione di Bain & Company e dell’Università di Cambridge, mostra che il 75 per cento delle imprese globali considera oggi le soluzioni circolari un pilastro della propria strategia di crescita, e che questa quota potrebbe salire al 95 per cento nei prossimi tre anni. La circolarità, spiegano, è diventata una leva economica capace di generare valore, ridurre la dipendenza dalle filiere fragili e rispondere a consumatori più attenti. Le imprese, insomma, non lo fanno più solo per “essere buone”: lo fanno perché conviene.

La finta rivoluzione dell’economia circolare, tra miraggi e retorica vuota
Riciclo di capsule in alluminio (foto Ansa).

Sul fronte politico, l’Europa segue da vicino e alza l’asticella. Con il Circular Economy Action Plan, Bruxelles si è infatti data l’obiettivo di raddoppiare il tasso di utilizzo circolare dei materiali entro il 2030. È una visione ambiziosa: ridurre l’impronta materiale dell’economia, scollegare la crescita dal consumo di risorse, spingere il mercato verso prodotti riparabili e durevoli. Tutto giusto, tutto nobile.

Limiti fisici, economici, infrastrutturali e culturali

Tuttavia, basta grattare la superficie per scoprire che il quadro è più complesso. Un recente studio condotto da un pool di università europee e americane, lo dice con chiarezza: ci sono problemi strutturali di fondo che nessuna strategia comunicativa può mascherare. In primis, limiti fisici. Non tutto è riciclabile, e la qualità dei materiali degrada a ogni ciclo. Ci sono poi i limiti economici, vale a dire: in molti settori estrarre nuovo materiale costa ancora meno che recuperarlo, soprattutto quando i prezzi delle materie prime scendono. Infine, i limiti infrastrutturali: la logistica inversa, la tracciabilità dei materiali, la standardizzazione dei processi richiedono investimenti enormi e tempi lunghi. Senza dimenticare poi i limiti culturali, cioè un’economia costruita su consumo rapido, obsolescenza programmata e prezzi bassi non diventa “circolare” per decreto. Bisogna agire nel profondo per cambiare il modo di pensare e agire di tutti noi consumatori.

La finta rivoluzione dell’economia circolare, tra miraggi e retorica vuota
Materiale riciclato (foto Unsplash).

Il risultato di tutto questo è un divario crescente tra ambizioni commerciali, regolatorie e capacità reale di transizione. Il problema è che la narrazione mainstream tende a saltare questi nodi, preferendo parlare di “transizione verde” come se fosse una questione di volontà e non di struttura. Detto in poche parole, la verità è che la circolarità non è un interruttore da accendere, ma è una riconversione industriale profonda, simile a (se non proprio) una rivoluzione industriale, che richiede coerenza di incentivi, tecnologie, politiche fiscali e comportamenti sociali.

Ci stiamo muovendo in un sistema disallineato

Così abbiamo finito per muoverci in un sistema disallineato: la politica chiede più sostenibilità, la finanza chiede ritorni rapidi e il consumatore chiede convenienza. Tre forze che raramente puntano nella stessa direzione. Eppure, nonostante tutto, la circolarità rimane una necessità. La crescita lineare non è più sostenibile, non solo ecologicamente ma anche economicamente. Le crisi delle catene di fornitura, la volatilità dei prezzi energetici e la pressione geopolitica stanno mostrando quanto sia fragile un modello produttivo fondato sull’estrazione continua.

La finta rivoluzione dell’economia circolare, tra miraggi e retorica vuota
Consumare meno, condividere meglio (foto Unsplash).

La verità scomoda è che l’economia circolare, così come viene raccontata oggi, è un miraggio di efficienza dentro un deserto di estrazione. È il tentativo di rendere “sostenibile” un modello che, per sua natura, non lo è. Eppure, come ogni bluff ben riuscito, funziona finché tutti fingono di crederci: la politica che annuncia, l’impresa che comunica, l’opinione pubblica che applaude. Finché qualcuno non chiede di vedere le carte. E quando quel momento arriverà, ci accorgeremo che la vera sfida non era riciclare di più, ma forse consumare meno.

Euro digitale: le banche che sfidano il dollaro con la loro stablecoin

Un nuovo fronte si apre nella fragile economia europea: nove grandi banche del continente hanno annunciato la creazione di una stablecoin ancorata all’euro, un volto nuovo del denaro digitale nato non da un’istituzione pubblica, ma da un consorzio privato deciso a sfidare i giganti del dollaro nel mercato globale delle criptovalute. È un segnale chiaro: l’Europa non vuole più restare spettatrice della rivoluzione digitale monetaria.

Nomi di spicco del settore bancario, tra cui ING e UniCredit

Il consorzio fondatore è formato da nomi di spicco del settore bancario europeo: ING, UniCredit, CaixaBank, Banca Sella, KBC, Danske Bank, DekaBank, SEB e Raiffeisen Bank International. Queste nove banche hanno costituito una società con sede nei Paesi Bassi e stanno lavorando per ottenere la licenza come istituto di moneta elettronica sotto la supervisione della Banca centrale olandese. L’obiettivo è ambizioso: lanciare una stablecoin europea conforme al regolamento MiCAR (Markets in CryptoAssets Regulation) nella seconda metà del 2026, anticipando di anni la versione digitale ufficiale dell’euro prevista più avanti dalla Banca centrale europea.

Euro digitale: le banche che sfidano il dollaro con la loro stablecoin
La torre di Unicredit a Milano (foto Imagoeconomica).

L’obiettivo: diventare lo standard europeo per i pagamenti digitali

Questa moneta digitale sarà ancorata all’euro con un rapporto uno a uno, promettendo stabilità, transazioni quasi istantanee, accesso 24/7, pagamenti internazionali a basso costo e servizi programmabili su blockchain. In pratica, si tratta di uno strumento destinato a diventare lo standard europeo per i pagamenti digitali, offrendo un’alternativa regolamentata alle stablecoin in dollari che oggi dominano il mercato globale, con una capitalizzazione di mercato di quasi 300 miliardi di dollari, di cui solo 620 milioni in euro. L’iniziativa del consorzio mira a rafforzare la sovranità digitale europea, ridurre la dipendenza dal dollaro e favorire un’autonomia strategica nei pagamenti digitali, segnando un cambio di passo nella strategia economica del continente.

Mercato privato: ciò rende la stablecoin vulnerabile e soggetta a crisi di fiducia

Ma dietro questa immagine di progresso si cela un paradosso e un rischio non trascurabile. Le stablecoin restano prodotti del mercato privato. La loro stabilità, meno volatile rispetto alle criptovalute tradizionali come Bitcoin o Ethereum, dipende dalla fiducia che gli utenti ripongono nel fatto che il consorzio detenga riserve sufficienti in euro o titoli di Stato equivalenti per coprirle. Tuttavia, questa riserva non ha il “fiato” illimitato di una banca centrale, né può godere dell’autorità pubblica e della garanzia ultima che una moneta sovrana tradizionale offre. Ciò rende la stablecoin vulnerabile e soggetta a crisi di fiducia che, in un contesto economico già delicato come quello dell’eurozona, potrebbero amplificare gli effetti destabilizzanti.

Euro digitale: le banche che sfidano il dollaro con la loro stablecoin
La sede della Bce a Francoforte (foto Imagoeconomica).

La Bce, pur apprezzando la spinta innovativa, ha espresso forti riserve proprio per questi motivi, avvertendo che un uso massiccio di stablecoin private potrebbe mettere a rischio la politica monetaria e la stabilità finanziaria dell’euro. Di fatto, Francoforte spinge per il lancio di un euro digitale pubblico, ma questo non arriverà prima del 2028, lasciando spazio all’iniziativa privata in anticipo sui tempi.

Il denaro, alla fine, è pur sempre un patto psicologico

La questione centrale allora diventa quella della fiducia collettiva. Il denaro, alla fine, è pur sempre un patto psicologico più che un mero meccanismo tecnico. Le nove banche chiedono ai cittadini europei di accettare non solo l’euro come valore, ma anche il diritto di una cordata privata di emetterne una versione digitale parallela. È insomma un salto nel buio che potrebbe ulteriormente rafforzare (o al contrario frammentare) la fiducia nell’euro come sistema.

Euro digitale: le banche che sfidano il dollaro con la loro stablecoin
La presidente della Bce Christine Lagarde (foto Imagoeconomica).

Una sfida anche geopolitica: duello con Cina e dollaro

La sfida ha però anche una valenza geopolitica. Mentre il dollaro domina le blockchain dei pagamenti e la Cina si prepara a lanciare uno yuan digitale globale, l’Europa tenta di non restare indietro. Ma lo fa con una leadership ancora divisa tra istituzioni e mercato, in cui le banche corrono per prime a conquistare un ruolo da protagoniste nella nuova economia digitale. Non è solo un tema tecnico, insomma: è una partita di prestigio e influenza internazionale, dove chi definisce gli standard dei pagamenti digitali potrebbe dominare il mercato globale nei prossimi decenni. La posta in gioco non è solo una moneta digitale: c’è molto di più e questo riguarda la credibilità dell’euro, da un lato, e dall’altro la capacità dell’Europa di decidere da chi farsi guidare nella nuova economia globale. La fiducia collettiva sarà il vero arbitro di questo esperimento.

Zitti, arriva il greenhushing: la nuova moda del silenzio sulla sostenibilità

Zitti tutti. Ricordate il greenwashing? Le pubblicità con le foreste lussureggianti, i bambini biondi (sempre biondi, chissà perché) che correvano nei prati, i loghi con le foglioline che spuntavano ovunque in un’invasione botanica. Era il trionfo della forma sulla sostanza, del marketing sull’azione reale. Poi è arrivata la resa dei conti: le multe, i processi, le denunce di ipocrisia. Le ONG che passano ai raggi X il bilancio di sostenibilità e ti beccano a inquinare come una ciminiera dell’Ottocento, le class action, le shitstorm sui social. Così le aziende hanno fatto una giravolta ed è arrivato il grande silenzio: se prima gridavano a ogni virgola “green“, ora mettono la sordina persino agli sforzi veri. Caro lettore, se pensavi che il greenwashing fosse l’apice della finzione corporativa, preparati: è arrivato il greenhushing. Un capolavoro di postmodernità aziendale.

Zitti, arriva il greenhushing: la nuova moda del silenzio sulla sostenibilità
Immagine realizzata con l’IA.

Meglio essere invisibili che accusati di incoerenza

Il greenhushing, letteralmente “fare silenzio sul verde”, è esattamente questo: le aziende hanno obiettivi ambientali credibili ma li tengono nel cassetto. Investono nella transizione, ma non lo raccontano. Hanno i dati ESG (cioè i criteri per misurare l’impatto ambientale e sociale delle aziende), ma preferiscono non pubblicarli, nonostante in molti casi la legge lo richieda. Perché? Semplice: conviene di più tacere che rischiare. Meglio essere invisibili, che accusati di incoerenza. Meglio passare inosservati che finire nel mirino degli attivisti o dei regolatori. La logica è implacabile nella sua semplicità: se parlare troppo ti espone alle critiche, meglio non parlare affatto.

Ogni dichiarazione green rischia di trasformarsi in boomerang

Il paradosso è che proprio mentre Bruxelles, con la direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), obbliga migliaia di aziende a rendicontare la sostenibilità in modo verificabile e spinge per la massima trasparenza, il clima comunicativo è diventato tossico e opaco. Ogni dichiarazione è un potenziale boomerang. Ogni obiettivo dichiarato, un’arma in mano ai critici se non viene centrato al millimetro. Le indagini sul campo lo confermano: oltre un terzo delle aziende preferisce non rendere pubblici i propri target ambientali, anche quando sono seri. Risultato? In un momento storico in cui avremmo bisogno di leadership, visione, ispirazione collettiva, la comunicazione batte in ritirata. La sostenibilità diventa un affare privato. Una questione da ufficio compliance, non da narrazione pubblica.

Zitti, arriva il greenhushing: la nuova moda del silenzio sulla sostenibilità
Palazzo Berlaymont (Imagoeconomica).

La vera forza della sostenibilità sta nel racconto

Ed è qui che casca l’asino. Perché la forza della sostenibilità non è mai stata solo nei numeri che, alla fine, sono obblighi normativi o convenienze economiche, ma nel racconto. Nel potere di ispirare, contaminare, generare un effetto domino. Quando un’azienda racconta la propria transizione non vende solo un prodotto, crea un immaginario. Dice “si può fare”. Sposta l’asticella per tutti. Se questo racconto scompare, l’effetto moltiplicativo si ferma. La sostenibilità torna a essere una voce di bilancio, un obbligo burocratico, perdendo così la sua dimensione culturale. E, in un’epoca di crisi climatica acuta, questo silenzio non è solo inutile: è pericoloso. Lo spiegava bene il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, all’ultimo Forum di Davos: la crisi climatica non solo non accenna a rallentare, ma rischia di trasformarsi in una catastrofe globale se il mondo non accelera la sua risposta. Non possiamo permetterci di tacere, è stato il suo monito, sottolineando come parlare apertamente e con urgenza di cambiamenti climatici sia vitale per mobilitare governi, aziende e cittadini. La narrazione del problema, insomma, è uno strumento imprescindibile per scuotere le coscienze, innescare azioni concrete e mantenere alta la pressione sulle leadership mondiali.

Zitti, arriva il greenhushing: la nuova moda del silenzio sulla sostenibilità
Il segretario generale dell’Onu António Guterres (Imagoeconomica).

Il silenzio totale genera sospetto

C’è poi anche una dimensione psicologica. Il greenhushing è la fase cinica della maturità aziendale post-greenwashing. Le imprese non smettono di agire, ma smettono di credere che comunicarlo serva. È la disillusione dopo l’euforia e le promesse tradite. Ma questa cinica prudenza non costruisce fiducia che invece si conquista con la trasparenza: raccontare i progressi, ma anche i limiti. Dire dove si è arrivati e dove no. Il silenzio totale genera sospetto. Siamo realisti: il capitalismo senza narrativa non esiste. E la sostenibilità senza capitalismo, almeno in Occidente, nemmeno. La soluzione, quindi, non è tornare al greenwashing urlato. Ma nemmeno restare muti. Serve un nuovo linguaggio meno autocelebrativo, più dialogico. Più generoso con i dati e meno con gli slogan. Il greenhushing non va combattuto, va trasformato da silenzio difensivo a pudore costruttivo. Perché la crisi climatica non si risolve mettendo la sordina.

Il capo algoritmo: l’intelligenza artificiale che gestisce il lavoro umano (ma l’etica?)

L’intelligenza artificiale oggi decide chi serve davvero: meno stagisti, più contractor, più efficienza. Così le startup stanno diventando laboratori di intelligenza strategica più che luoghi di lavoro in carne e ossa. Per esempio, nel nuovo studio della società fintech Mercury su 1.500 imprenditori all’inizio del proprio percorso, più del 70 per cento degli intervistati ha confermato che sta aumentando la spesa per l’IA e l’automazione. Forse non c’è da stupirsi, visto che l’83 per cento di coloro che utilizzano l’intelligenza artificiale ha dichiarato che ha un ritorno sull’investimento in qualche modo o significativamente più alto rispetto alle alternative più tradizionali. E se, da laboratori dell’innovazione quali sono, le piccole imprese rappresentano la migliore cartina al tornasole di come si svilupperà l’economia e quali saranno i possibili orizzonti futuri, per farsi una migliore idea di come potrebbero andare davvero le cose bisogna buttare un occhio sulle aziende di medie dimensioni.

Ridefinite le dinamiche di potere, fiducia, responsabilità e morale nelle aziende

In questo senso, da recenti rilevazioni di McKinsey, la nota società di consulenza, si vede come, sebbene ancora agli inizi, le aziende stiano riprogettando i flussi di lavoro. Per esempio quasi otto imprese su 10 sfruttano l’intelligenza artificiale come agente per completare attività storicamente eseguite dal management. Nasce così una nuova figura: il capo algoritmo, ossia sistemi di IA che gestiscono, valutano e decidono il destino lavorativo dei dipendenti e quindi quello dell’azienda. Questi manager algoritmici stanno sostituendo sempre più i capi, ridefinendo le dinamiche di potere, fiducia, responsabilità e morale all’interno delle organizzazioni. Si chiama disintermediazione.

Il capo algoritmo: l’intelligenza artificiale che gestisce il lavoro umano (ma l’etica?)
Un capo algoritmo per facilitare i processi decisionali in azienda (foto Unsplash).

Gli algoritmi non sono mai neutrali: occhio alle discriminazioni

In pratica, con la digitalizzazione non c’è più un supervisore umano che prende decisioni, bensì un codice che valuta dati e traduce tutto in output decisionali. Questo cambia radicalmente il rapporto di fiducia, che dall’umano si sposta verso la trasparenza e affidabilità degli algoritmi. Il problema è che questa fiducia è fragile, perché gli algoritmi non sono mai neutrali: incorporano i bias dei dati su cui sono addestrati e la logica di chi li progetta, con conseguenze che possono includere discriminazioni ed errori sistematici.

Gli esperti consigliano di mantenere sempre un controllo umano finale

Per questo motivo, l’uso crescente degli algoritmi nel management crea un problema cruciale: l’ambiguità nella catena di responsabilità. In caso di errori o decisioni ingiuste, non è chiaro chi debba risponderne: l’azienda, i programmatori o il sistema d’IA stesso? Il rischio è che una decisione automatizzata venga percepita come scusabile perché presa da una macchina, indebolendo la possibilità di ricorso da parte del lavoratore e destabilizzando il clima organizzativo. Gli esperti chiedono quindi di mantenere sempre un controllo umano finale, con audit chiari e trasparenti, per evitare derive autoritarie invisibili.

Il capo algoritmo: l’intelligenza artificiale che gestisce il lavoro umano (ma l’etica?)
Grazie all’IA si possono introdurre inquietanti modelli di sorveglianza continua sui lavoratori (foto Unsplash).

Aumento di turnover e conflitti, nonostante i guadagni in efficienza

Il capo algoritmo introduce anche modelli di sorveglianza continua e distribuita tramite sensori, Gps, software di monitoraggio e analitiche predittive, generando un Panopticon digitale. Il lavoratore si ritrova giudicato da parametri numerici costanti, con poca capacità di esprimere fatica, inefficienze temporanee o creatività, che spesso sfuggono alla rigidità algoritmica. Ciò può compromettere morale e fiducia, portando a un aumento di turnover e conflitti, nonostante i guadagni in efficienza dichiarati.

Metriche di performance svincolate dai valori di rispetto del lavoratore

Il cambio da capo umano a capo statistico mette in crisi la dimensione etica e comunitaria alla base del lavoro. Mentre il capo umano poteva interpretare situazioni, mostrare empatia e valutare contesti, l’IA agisce su dati e regole fisse, senza comprendere la complessità umana. La moralità aziendale rischia di essere ridotta a un insieme di metriche di performance svincolate da valori più ampi di rispetto e dignità del lavoratore. Serve quindi sviluppare nuove forme di governance etica e sociale che garantiscano trasparenza, possibilità di contestazione e tutela dei diritti nell’era digitale.

Il capo algoritmo: l’intelligenza artificiale che gestisce il lavoro umano (ma l’etica?)
L’IA agisce su dati e regole fisse, senza empatia (foto Unsplash).

Approccio ibrido: l’IA usata per assistere e supportare i manager

Nonostante le criticità, l’impiego dell’IA nel management è destinato a crescere, ma la soluzione ottimale sembra risiedere in un approccio ibrido. L’algoritmo può assistere e supportare i manager umani nella raccolta dati, nelle analisi e nelle proposte di decisione, lasciando però all’uomo la supervisione e la responsabilità ultima. Questa sinergia consente di coniugare la capacità computazionale e la velocità dell’IA con l’intuito e la flessibilità umana, preservando la qualità delle relazioni di lavoro e la fiducia reciproca.

Non ci si può affidare a un’autorità impersonale e potenzialmente ingiusta

Il capo algoritmo, insomma, è una realtà che pone sfide profonde e urgenti a livello organizzativo, etico e sociale. Pur offrendo opportunità di efficienza e ottimizzazione, la sua adozione richiede equilibrio, trasparenza e responsabilità umana per non trasformare il luogo di lavoro in uno spazio regolato da un’autorità impersonale e potenzialmente ingiusta. In questa nuova cultura del lavoro, la tecnologia non deve sopraffare la dignità e il senso del fare impresa insieme, ma agire di concerto con l’esperienza e l’etica umana.