Arriva sempre un momento, nei cicli tecnologici, in cui il mercato si guarda allo specchio e non sa se sta osservando il futuro o la fine di un sogno. È successo nel 2000, quando la bolla delle dotcom si sgonfiò lasciando a terra startup, investitori e miliardi di dollari. Ora sembra tirare la stessa aria: titoli che crollano, grafici che prendono la forma di una pista nera, analisti che ripetono di mantenere la calma con il tono di chi non ci crede troppo. La bolla IA è il tema del momento: spuntano come funghi conferenze, panel e report. E qui e là, si registra anche qualche rara ammissione di fragilità da parte dei sacerdoti del digitale.
I segnali di allarme e la schiarita
Dalle parti di Mountain View, Google ha fatto capire senza mezzi termini che se il castello traballa, nessuno si illuda di uscire indenne. A scatenare l’ansia sono state prima le mosse dei grandi investitori. Per esempio, a inizio mese SoftBank, una società giapponese che investe in tecnologia e startup di tutto il mondo, ha scaricato 5,8 miliardi di dollari di azioni Nvidia, colosso americano che produce i chip e le schede grafiche che fanno girare videogiochi, Intelligenza artificiale e supercomputer. Un gesto che sulle Borse ha avuto l’effetto di un campanello d’allarme. Poi ci si è messo anche Michael Burry. L’investitore, diventato famoso per aver previsto con anni di anticipo la crisi dei mutui subprime del 2008, ha lanciato l’ennesimo avvertimento: la bolla sta per scoppiare. E per qualche ora gli operatori hanno trattenuto il fiato. Poi, mercoledì scorso, è arrivata la trimestrale di Nvidia. Improvvisamente il cielo si è aperto. I numeri sembravano parlare da soli: oltre 35 miliardi di dollari di ricavi nel terzo trimestre, in crescita del 94 per cento rispetto all’anno precedente, e un utile netto più che raddoppiato rispetto al 2024 a quota 19 miliardi di dollari. Il mercato ha reagito con un applauso e un piccolo sospiro di sollievo.

Una Nvidia non fa primavera
Nvidia, ancora una volta, pare dunque dimostrare che non si tratta solo di hype ma di domanda reale, industriale, crescente. Jensen Huang, il Ceo dell’azienda, lo ha ribadito: «La domanda di calcolo IA continua ad aumentare». Per un attimo, il termometro della paura è sceso di qualche grado. Ma resta un problema: la natura dei numeri. Infatti, giovedì Wall Street ha storto il naso. L’indice S&P 500, ovvero la misura dell’andamento delle 500 maggiori aziende americane quotate in Borsa, è sceso dell’1,6 per cento mentre il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici, ha perso il 2,2 per cento. Il messaggio è chiaro: non basta che uno corra se il resto del mercato arranca. In pratica il successo di Nvidia non elimina il rischio di bolla, ma lo amplifica. Intendiamoci, il valore dell’azienda è reale ma dipende da aspettative future gigantesche, sottolineano gli analisti. Il che vuol dire che la posizione dominante che Nvidia ha nel mercato dei chip per l’Intelligenza artificiale è tanto un vantaggio competitivo quanto un punto di vulnerabilità strutturale. Come infatti sottolinea il Financial Times, nel 2025 il mercato dei chip è diventato un salotto dove tutti si finanziano a vicenda: produttori, sviluppatori, aziende di cloud computing, investitori istituzionali. Parliamo di operazioni e partnership da decine e decine di miliardi. Solo l’asse Nvidia – OpenAI ha, per esempio, generato impegni finanziari stimati in oltre 100 miliardi. Un ecosistema straordinario, ma anche circolare in cui se cade uno, cadono tutti.

Se innovazione reale e narrativa non vanno alla stessa velocità
Per capire meglio bisogna guardare altrove. Se si allarga lo sguardo, i segnali non sono rassicuranti. Il mercato delle criptovalute è l’esempio perfetto. Volatilissimo, iper-sensibile a qualsiasi annuncio politico o macroeconomico, incapace di sostenere a lungo le proprie valutazioni. Nonostante le aspettative di una nuova età dell’oro sotto la presidenza Trump 2, i valori continuano a sgretolarsi con una facilità incredibile. Più in generale non sono soltanto i token: NFT, Web3, gaming, blockchain, metaverso, molte delle ultime ondate speculative mostrano più crepe che solidità industriale. Siamo insomma in un momento in cui innovazione reale e narrativa finanziaria corrono insieme, ma non alla stessa velocità. Cosa che conferma i timori per la presenza di una bolla prossima a scoppiare. La tecnologia vanta dati impressionanti. Il mercato, spesso, produce aspettative ancora maggiori. Quando queste traiettorie divergono, i cicli si rompono. Accadde nel 2000 con le dotcom: le aziende crescevano, ma le quotazioni crescevano più velocemente. Accadde nel 2008 nel real estate e sappiamo come è andata a finire. Potrebbe accadere ora con l’Intelligenza artificiale. Il punto dunque non è se la crescita proseguirà, ma in che modo. Il mercato è infatti a un bivio: da una parte c’è l’IA fatta di modelli concreti, applicazioni reali e chip che alimentano fabbriche, ospedali e infrastrutture; dall’altra le narrazioni autoalimentate, le aspettative senza limiti e i capitali che inseguono ritorni immediati. Solo a chi saprà distinguere tra promessa e sostanza il futuro continuerà a sorridere. Perché alla fine il mercato ha sempre la stessa regola: le storie devono incontrare la realtà. Quando questo non accade, il castello viene giù.
