Gli invasati delle startup IA e l’ipocrisia della settimana schiavista da 72 ore

La pressione sui lavoratori nelle startup dell’intelligenza artificiale non nasce dal nulla: è costruita, coltivata, narrata. Si chiama 996, dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni su sette, 72 ore a settimana. Praticamente schiavismo retribuito. E chi non è convinto da questa prospettiva, semplicemente non fa parte della squadra. Rilla, startup newyorkese che vende sistemi IA per monitorare agenti commerciali, lo ha scritto in modo spudorato nel suo annuncio di lavoro: «Non candidarti se non sei entusiasta di lavorare 70 ore a settimana». Si cercano persone «come atleti olimpionici, ossessionate e con ambizione infinita». Will Gao, responsabile della crescita dell’azienda, spiega che il modello è persino flessibile: «Se ho un’idea su cui sto lavorando, posso stare fino alle 2 o 3 di notte, poi arrivare in ufficio il giorno dopo a mezzogiorno».

Gli invasati delle startup IA e l’ipocrisia della settimana schiavista da 72 ore
Will Gao di Rilla (foto da LinkedIn).

L’ipocrisia strutturale della diversità di compensi

Si tratta tuttavia di un’ipocrisia strutturale che raramente viene messa a fuoco: i ritmi di lavoro sono gli stessi per tutti, ma le ricompense non lo sono affatto. Su Reddit, la comunità tecnologica non si perde in chiacchiere. Scrive un utente: «La 996 ha senso se sei il fondatore e stai investendo l’anima nell’azienda. Per tutti gli altri, il rapporto rischio-guadagno non regge. Ho avuto un fondatore completamente scollegato dalla realtà che si lamentava dei dipendenti che volevano un equilibrio vita-lavoro. Gli ho detto: tu ti stai giocando tutto. Gli altri pensano a sé stessi, giustamente». Gli fa eco un altro, che dice: «Non capisco perché si aspettino che tutti gli altri tengano all’azienda quanto loro. Letteralmente non ricevono le stesse ricompense».

Neolaureati sfruttati e buttati fuori quando saranno esausti

Non si tratta solo di un ragionamento etico, è anche un problema di mercato. Come infatti osservano diversi ingegneri senior nei forum, nessun professionista con esperienza accetta queste condizioni. Chi ci va sono i neolaureati, convinti di costruire il futuro. Chi li sfrutta sa che tra uno o due anni li butterà fuori, esausti, e ne troverà altri. E questa è un’altra contraddizione che moltissimi lavoratori del settore trovano insopportabile e che raramente viene espressa con tale chiarezza.

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Molte startup nel mondo dell’IA non tengono conto dell’equilibrio vita-lavoro (foto Unsplash).

La produttività è schizzata, ma anche lo stress

In uno dei tanti commenti, si legge anche il ricordo di un operaio con esperienza pluridecennale: «Venti, trent’anni fa ci dissero la stessa cosa con i macchinari Computer Numerical Control: “Lavorerete molto più velocemente con molto meno sforzo!”. Qualcuno osava persino parlare di settimana lavorativa di quattro giorni. Alla fine, era solo una scusa per avere meno lavoratori che facessero di più. La produttività è schizzata, ma il singolo operaio è più impegnato e stressato che mai».

La cultura del sacrificio porta a un burnout quasi inevitabile

A smontare il mito del fondatore insonne e della cultura del sacrificio venduta a caro prezzo dalla Silicon Valley ci si è messo anche un peso massimo proprio della Valley come Deedy Das, partner di Menlo Ventures, uno degli storici fondi di venture capital che da 50 anni investe in nuove tecnologie. Ha spiegato alla Bbc che la convinzione che ore lunghe equivalgano a maggiore produttività è una fallacia: «Costringere le persone a lavorare senza sosta aliena chi ha una famiglia o esperienza. Il burnout è quasi inevitabile». Anche la ricerca scientifica conferma che orari prolungati comportano un aumento di stress, burnout, calo della qualità del lavoro e maggiore rischio di errori. E in un settore dove la concentrazione e la riflessione sono essenziali, questi non sono aspetti secondari».

Gli invasati delle startup IA e l’ipocrisia della settimana schiavista da 72 ore
L’ipocrisia dell’iper-produttività e la trappola che porta al burnout (foto Unsplash).

Ci si mette poco a smontare la narrazione della corsa all’oro

Così, in quella che viene definita la corsa all’oro del XXI secolo, ci si mette poco a smontare la narrazione: «Non è una corsa all’oro se le aziende che possiedono le miniere e vendono il metallo ti mettono nel mezzo», fa notare un utente, mentre un altro aggiunge: «Le persone che si sono arricchite nella corsa all’oro vendevano pale e setacci». Il riferimento, neanche troppo velato, è a Nvidia, che nel 2024 ha macinato profitti record vendendo le GPU necessarie ad addestrare i modelli AI.

Vogliamo tenere conto del benessere di chi lavora?

La domanda a questo punto diventa politica: vogliamo un ecosistema in cui il successo si misuri in velocità, valutazioni e quote di mercato, oppure uno che tenga conto del benessere di chi costruisce il futuro ogni giorno? C’è da dire che la cultura 996 non è universale. In Germania, per esempio, lavorare più di 10 ore consecutive è illegale: se il dipendente ha un incidente oltre quel limite, il datore di lavoro risponde penalmente. In Danimarca la settimana lavorativa standard è di 37 ore, in Francia di 35. La direttiva europea sull’orario di lavoro fissa un tetto di 48 ore medie settimanali, comprensive di straordinari. Qualcuno dovrebbe ricordarlo anche agli invasati imprenditori americani.