Perché l’apertura della Cina ai cervelli stranieri può essere un boomerang

Si chiama Eiichi Nakamura ed è una figura di spicco della chimica contemporanea. Si tratta di uno dei nomi più rispettati e influenti del Giappone, con una carriera che si estende per oltre mezzo secolo e che ha segnato profondamente i campi della chimica organica, dei materiali e della microscopia elettronica a risoluzione atomica. Ebbene, pochi giorni fa Nakamura ha ricevuto un incarico alla Nankai University di Tianjin, in Cina. Può sembrare una notizia banale, ma non lo è. Tra i due vicini asiatici i rapporti sono spesso tesi: il fatto che uno dei più illustri accademici nipponici abbia accettato una posizione in Cina è assai significativo. Ed è un sintomo di una tendenza più ampia, in cui Pechino sta cercando di approfittare del crescente isolamento degli Stati Uniti di Donald Trump per aprire le sue porte e attrarre talenti internazionali.

Perché l’apertura della Cina ai cervelli stranieri può essere un boomerang
Eiiki Nakamura (dal sito della Nankai University).

Il nuovo visto K rivolto ai giovani laureati Stem

Un processo che coinvolge sia il mondo degli accademici, sia quello dei giovani laureati in cerca di lavoro. Dal primo ottobre, è entrato in vigore il nuovo visto di tipo K, rivolto a giovani laureati stranieri in discipline legate a scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. A differenza di quasi ogni altro tipo di visto cinese, non richiede un invito preventivo da parte di un datore di lavoro o di un ente statale. Tradotto: l’ingresso è possibile anche senza un’offerta di impiego. Non solo: consente anche maggiore flessibilità su durata del soggiorno, periodo di validità e numero di ingressi autorizzati nel Paese. Si tratta di un passo senza precedenti per la Cina, che punta ad attrarre talenti internazionali con due obiettivi principali. Primo: sopperire alla carenza di manodopera qualificata in settori industriali chiave. Secondo: sostenere il perseguimento dell’autosufficienza tecnologica, un mantra del presidente Xi Jinping. Il tempismo dell’introduzione del visto K è particolarmente favorevole, visto che solo poche settimane fa gli Stati Uniti hanno annunciato che chiederanno alle aziende di pagare 100 mila dollari all’anno per ogni visto H-1B, utilizzato dalle società tecnologiche per assumere lavoratori qualificati dall’estero.

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(da IndianTv).

La propaganda cinese cavalca l’arrivo di nuovi talenti

La propaganda ufficiale ha presentato l’iniziativa come parte del progetto di «rafforzamento della nazione attraverso il talento». I media statali hanno sottolineato che la Cina vuole «aprire le sue porte ai cervelli del mondo» e che la nuova categoria di visto avrebbe permesso ai professionisti stranieri di entrare senza bisogno di sponsorizzazione aziendale. Ma le reazioni popolari non sono state affatto entusiaste. In un clima economico teso, segnato da una disoccupazione giovanile crescente e da un senso diffuso di precarietà, molti cittadini hanno interpretato la misura come un affronto.

Sui social monta l’indignazione: «Vengono a rubarci il lavoro»

Sui social, sono apparsi molti commenti con toni di indignazione. Migliaia di utenti hanno accusato le autorità di invitare gli stranieri a «rubare il lavoro ai cinesi», ricalcando una tendenza ormai molto diffusa soprattutto in Giappone, dove le forze politiche anti immigrati sono in continua ascesa. La parola “rubare” è comparsa più volte nei post virali. Il risentimento ha toccato corde profonde, legate a un tema sensibile nella società cinese: la percezione che gli stranieri vengano trattati con deferenza, mentre i cittadini comuni devono affrontare difficoltà economiche e regole severe. Questo «complesso dell’adorazione dello straniero», come viene definito nel dibattito cinese, è un nervo scoperto che risale a secoli di contatti difficili con l’Occidente, ma che riemerge oggi in una forma più moderna e digitale.

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Controlli in uno scalo cinese (da Youtube).

Come si alimenta il malcontento nazionalista

Influencer e opinion leader nazionalisti hanno colto al volo l’occasione per alimentare il malcontento. Nei giorni successivi all’annuncio, diversi commentatori con milioni di follower hanno pubblicato video e articoli in cui denunciano «l’invasione imminente degli stranieri», accusando le autorità di svendere le opportunità dei giovani cinesi. Il caso più emblematico è stato quello di Henry Huiyao Wang, presidente del Center for China and Globalization, un think tank con sede a Pechino noto per le sue posizioni favorevoli all’internazionalizzazione del Paese. Dopo che Wang ha pubblicamente elogiato il nuovo visto come una «mossa strategica per la competitività globale della Cina», è stato sommerso da attacchi online. Molti utenti lo hanno definito «traditore» e «servo dell’Occidente», e i post con questi insulti sono stati condivisi decine di migliaia di volte. L’episodio ha assunto un significato politico più ampio: la figura dell’intellettuale cosmopolita, che fino a poco tempo fa incarnava l’ideale del professionista moderno, è oggi bersaglio della diffidenza popolare e del sospetto nazionalista.

Ogni segnale di apertura viene percepito come minaccia

L’ondata digitale non è un fenomeno isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia di insicurezza economica e culturale. Da anni, la retorica patriottica ha incoraggiato un senso di fierezza e autosufficienza, spesso definendo la competizione con l’Occidente in termini quasi di confronto civile o morale. In questo contesto, qualsiasi segnale di apertura può essere percepito come una minaccia. La disoccupazione giovanile e il rallentamento del mercato immobiliare hanno contribuito a generare un clima di frustrazione che trova spesso sfogo nei social.

La Cina punta a riempire il vuoto lasciato dagli Usa

Pechino prova comunque a tenere il punto, anche per muoversi in direzione contraria agli Stati Uniti. Già le recenti mosse contro gli studenti stranieri della Casa Bianca, che se l’è presa in primis contro Harvard, stanno favorendo il rientro in patria di diversi giovani e ricercatori cinesi. Per Pechino, l’arrivo di un accademico noto a livello mondiale come il giapponese Nakamura è un grande successo. Il suo nome porta prestigio, ma anche una rete di collaborazioni internazionali, esperienza metodologica e una visione avanzata della ricerca di base. E dà un’immagine di una Cina aperta e dotata di un sistema accademico all’avanguardia. Una possibile scelta alternativa per ricercatori e laureati, insomma. Si pensa per esempio ai talenti dell’India, sin qui i maggiori beneficiari dei visti per gli Stati Uniti finiti nel mirino della Casa Bianca. Come già accade nel commercio e nelle organizzazioni internazionali, la Cina punta a riempire gli spazi lasciati vuoti dalla ritirata e dalla chiusura americana.

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Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

La retorica dell’orgoglio nazionale rischia di sfuggire di mano

Eppure, il governo cinese rischia di trovarsi in una posizione ambigua. Da un lato, sa bene che la competizione internazionale per l’innovazione non si vince a porte chiuse. Ha bisogno di scienziati, ingegneri, startupper capaci di portare idee e competenze da altri Paesi. Dall’altro, non può ignorare del tutto il malcontento interno, soprattutto tra i giovani laureati che faticano a trovare un impiego e vedono in queste politiche un’ingiustizia. Xi ha costruito gran parte della sua legittimità sul messaggio di orgoglio nazionale; ma proprio questo discorso, se alimentato troppo a lungo, rischia di sfuggire al controllo e di trasformarsi in una forza contraria alle stesse politiche di apertura che la leadership tenta di promuovere.  

Cina, al via il IV Plenum: la modernizzazione secondo Xi

Stabilità, sicurezza, autosufficienza. Saranno probabilmente queste le parole chiave dell’attesissima sessione plenaria dei vertici politici cinesi. Dal 20 al 23 ottobre Pechino ospiterà il IV Plenum del XX Comitato centrale del Partito comunista, un appuntamento che si annuncia cruciale per la traiettoria politica ed economica del Paese.

La Cina punta su autosufficienza tecnologica e innovazione

In questa sessione, Xi Jinping e la leadership del Partito metteranno a punto la bozza definitiva del XV Piano quinquennale (2026-2030), il documento che definirà la rotta della Cina verso la «modernizzazione socialista di alto livello» entro il 2035. Si tratta di un momento strategico, non solo per l’economia interna, ma per l’intero equilibrio geopolitico mondiale: la seconda economia del Pianeta dovrà ridefinire la propria posizione nello scontro tecnologico e commerciale con gli Stati Uniti, mentre affronta i nodi interni di crescita, demografia, debito e transizione energetica. Le anticipazioni provenienti dal Politburo e dal Quotidiano del Popolo delineano un messaggio di continuità politica e flessibilità tattica. Xi ha ribadito che la Cina deve «usare la certezza dello sviluppo di alta qualità per fronteggiare l’incertezza esterna», puntando su autosufficienza tecnologica, sicurezza delle catene di approvvigionamento e capacità di innovazione interna. Il IV Plenum si colloca inoltre in un momento di transizione politica: con la possibilità che Xi prepari il terreno per un quarto mandato nel 2027, l’appuntamento di ottobre rappresenta anche una verifica del suo controllo sul Partito e della solidità della sua visione di «modernizzazione con caratteristiche cinesi».

Cina, al via il IV Plenum: la modernizzazione secondo Xi
Xi Jinping (Ansa).

Le tre direttrici del XV Piano quinquennale

Ci si attende che il XV Piano quinquennale si fonderà su tre direttrici centrali. Primo: innovazione tecnologica e nuove forze produttive di qualità. Pechino intende consolidare la leadership industriale in settori come l’energia verde, i veicoli elettrici, la robotica, i semiconduttori e soprattutto l’intelligenza artificiale, che dovrà penetrare il 70 per cento dell’economia entro il 2027 e il 90 per cento entro il 2030. Il concetto chiave introdotto da Xi — «nuove forze produttive di qualità» — lega la crescita alla produttività totale dei fattori, puntando a innovazioni originali e alla trasformazione industriale locale. Seconda direttrice: autosufficienza e resilienza economica. La Cina vuole ridurre le vulnerabilità emerse con la crisi immobiliare e con la dipendenza da importazioni critiche (terre rare, chip, energia). L’obiettivo è costruire catene di approvvigionamento integrate e “sicure”, unificando il mercato interno e rafforzando il ruolo delle imprese locali nella ricerca e nello sviluppo. Terza direttrice: riforme strutturali e rilancio della domanda interna. Le autorità intendono rompere il “circolo vizioso” tra consumi deboli e redditi stagnanti. Le riforme proposte includono una redistribuzione più equa dei redditi, una riforma fiscale a favore delle amministrazioni locali e nuove politiche per sostenere i consumi delle famiglie. La casa torna al centro: la stabilizzazione del mercato immobiliare è vista come un «punto di svolta» per riattivare investimenti e fiducia.

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Una foto aerea di Pechino (Ansa).

Gli ostacoli alla modernizzazione

Per riuscire nell’intento, Pechino deve però provare a intervenire su diversi squilibri strutturali da correggere tra il 2026 e il 2030. Innanzitutto, sul fronte industriale, con la necessità di sostituire i vecchi motori di crescita — costruzioni e immobili — con nuove industrie pilastro. C’è poi un atavico problema di squilibrio interno, con le zone costiere molto più ricche di quelle interne: secondo molti analisti cinesi bisognerebbe passare da un riequilibrio geografico “Est-Ovest” a uno più fine, fondato su poli di sviluppo locali e nuove zone di crescita. Va inoltre affrontato il serio problema demografico: contenere il calo della popolazione e la pressione di milioni di laureati in cerca di occupazione qualificata è una delle priorità del Partito. Un altro tema centrale del Plenum sarà la campagna contro l’«involuzione» (cioè la competizione esasperata e improduttiva in settori come fotovoltaico o auto elettriche). L’obiettivo non è frenare la concorrenza ma evitare guerre di prezzi distruttive e proteggere l’ecosistema delle piccole e medie imprese. Non sarà semplice. Il mercato immobiliare, dopo anni di crisi, rimane il principale ostacolo alla ripresa della fiducia. Pechino punta a un nuovo equilibrio tra ruolo pubblico e ruolo del mercato, riconoscendo il valore patrimoniale delle abitazioni ma frenando la speculazione. Stabilizzare la casa — attraverso tassi più bassi, rimozione dei vincoli all’acquisto e politiche urbane più flessibili — è considerato essenziale per rilanciare consumi, investimenti e finanze locali. Il recente piano speciale per il rilancio dei consumi dimostra l’intenzione di rafforzare la fiducia interna. Sin qui i segnali di ripresa sono stati timidi, ma Pechino ha urgentemente bisogno di passi in avanti, anche per ridurre la dipendenza dalle tradizionali fonti di crescita del Pil, a partire dalle esportazioni.

Cina, al via il IV Plenum: la modernizzazione secondo Xi
La popolazione della Cina sta diventando sempre più vecchia (Getty Images).

L’obiettivo è lo sviluppo di alta qualità

Sul fronte istituzionale, il nuovo Piano quinquennale dovrebbe prevedere una riforma fiscale e amministrativa per riequilibrare i rapporti tra centro e periferia, rafforzare le entrate locali e migliorare la gestione del debito. Si parla anche di «mercato nazionale unificato», che elimini barriere tra province e renda più efficiente la circolazione di beni, servizi e capitali. Ma passare dalle parole ai fatti non sarà così semplice. Dal punto di vista internazionale, il IV Plenum arriva in un clima di concorrenza strategica crescente con Washington. Le politiche industriali cinesi — dal sostegno ai semiconduttori alla sovraccapacità del fotovoltaico — saranno osservate con attenzione da Stati Uniti, Europa e Giappone, preoccupati per gli effetti sul commercio globale. Ma Pechino intende proseguire la propria strada: «Sviluppo di alta qualità» come scudo contro l’incertezza e «autonomia tecnologica» come leva per la sicurezza nazionale. Il piano sarà infine approvato formalmente alle “Due Sessioni” di marzo 2026, ma il IV Plenum di ottobre 2025 ne rappresenterà l’architrave politica e ideologica: una tappa decisiva verso la «modernizzazione socialista» prevista per il 2035.

Cina, al via il IV Plenum: la modernizzazione secondo Xi
Xi Jinping (Getty Images).

Il turnover nel Comitato centrale e il rimpasto del Consiglio di Stato

Oltre al contenuto economico, il IV Plenum avrà una forte valenza politica. Secondo le anticipazioni della stampa di Hong Kong e di testate come il South China Morning Post, questa sessione potrebbe registrare il più alto tasso di turnover nel Comitato centrale degli ultimi otto anni, con una serie di sostituzioni legate sia a pensionamenti sia a epurazioni di figure cadute in disgrazia. Alcune assenze eccellenti — di funzionari già sospesi per «violazioni disciplinari gravi» — potrebbero essere ufficialmente ratificate, mentre nuovi quadri provinciali e tecnocratici saliranno nei ranghi centrali, consolidando ulteriormente il controllo di Xi sul Partito. Tra i possibili ingressi si segnalano profili con background tecnico-scientifico o legati ai settori strategici — innovazione, sicurezza nazionale, energia e intelligenza artificiale — coerenti con la priorità data al rafforzamento tecnologico e industriale del Paese. Si parla, inoltre, di un rimpasto del Consiglio di Stato in vista del congresso del 2027, con la promozione di giovani quadri formatisi nelle regioni chiave dello sviluppo industriale (Guangdong, Zhejiang, Chongqing). Il IV Plenum servirà dunque anche a ridefinire gli equilibri interni della classe dirigente e a preparare, in prospettiva, il terreno per il quarto mandato di Xi, rafforzando la linea di continuità e centralizzazione del potere che caratterizza l’attuale fase del socialismo con caratteristiche cinesi.