Il caso del Navy Seal che divide gli Stati Uniti

Edward Gallagher è accusato di crimini di guerra. Il segretario della Marina era pronto a espellerlo. Ma è stato messo all'angolo dal Pentagono, schieratosi (con Trump) a fianco del militare.

Il capo del Pentagono Mark Esper ha chiesto le dimissioni del segretario della Marina Richard Spencer per come ha gestito con la Casa Bianca il caso del Navy Seal accusato di crimini di guerra. Al centro della questione c’è il procedimento disciplinare che potrebbe far perdere lo status di Navy Seal a Edward Gallagher, condannato da una corte marziale per aver posato con il cadavere di un militante dell’Isis, anche se è stato assolto dall’accusa di averlo ucciso e di aver sparato deliberatamente su civili disarmati. Dopo la condanna è stato degradato e gli è stato decurtato lo stipendio. Rischiava anche di essere espulso dalla prestigiosa unità delle forze speciali ma ora il capo del Pentagono ha cancellato la commissione disciplinare che doveva esaminare la vicenda il 2 dicembre e ha autorizzato Gallagher ad andare in pensione come Navy Seal conservando il suo grado.

TRUMP DALLA PARTE DEL NAVY SEAL

Trump si è sempre schierato dalla parte di Gallagher. Nei giorni scorsi aveva ammonito su Twitter i vertici militari a non cacciarlo. Una mossa che aveva irritato il segretario della Marina, secondo cui «il processo conta per il buon ordine e la disciplina». Far finta di nulla, insomma, rischia di dare un messaggio sbagliato a tutti gli altri militari, legittimando azioni come quella di Gallagher. Per questo Spencer sembrava aver minacciato le dimissioni nel caso Trump avesse bloccato il procedimento, salvo poi negarle, forse dopo aver subito pressioni.

Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti

Richard Spencer, segretario della Marina

«Un tweet del presidente non è un ordine ma se arriva un ordine formale obbedisco», si era corretto. «Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti», aveva aggiunto, completando il dietrofront. Sembrava tutto risolto, tanto che la Casa Bianca aveva comunicato alla Marina che non sarebbe intervenuta per bloccare il procedimento disciplinare. Ma evidentemente al commander in chief non è andato giù l’iniziale ammutinamento di Spencer e ora ha chiesto la sua testa.

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Seguire l’impeachment di Trump è come guardare Breaking Bad

In audizioni come quella di Sondland spuntano frasi, informazioni, dettagli inaspettati che tengono incollati alla tivù. E che dimostrano come Trump in fondo abbia a cuore solo i suoi interessi personali.

Lo ammetto, mercoledì, quando l’ambasciatore americano presso l’Ue Gordon Sondland è stato interrogato dal Congresso nell’ambito del procedimento per limpeachment di Donald Trump, non sono riuscita a fare altro che ascoltare quello che aveva da dire. È un po’ come guardare Breaking Bad: ogni mezz’ora spunta una frase, un’informazione, un dettaglio inaspettati che mi tengono incollata alla televisione.

LA PRIORITÀ DI TRUMP? VINCERE NEL 2020

Una cosa è certa: il presidente è pronto a tutto pur di mantenere il potere. Un potere, tra l’altro, che non è in grado di gestire. Quando l’ambasciatore ha detto senza mezzi termini che tutti – compresi il vicepresidente Mike Pence, Mike Pompeo e John Bolton – erano al corrente del cosiddetto Ucrainagate, non potevo credere alle mie orecchie. Le sue dichiarazioni hanno confermato che a Trump non interessa nulla del popolo ucraino, dell’invasione russa in Crimea, degli sforzi che il governo di Kiev sta facendo per combattere la corruzione. A lui interessano solamente i suoi interessi personali: vincere le elezioni del 2020 buttando fango su Joe Biden e sul Partito democratico. Stando a quanto detto da Sondland, il tycoon avrebbe dettato condizioni precise al presidente Volodymyr Zelensky durante la famosa telefonata. Gli avrebbe fornito denaro in cambio di un favore: iniziare delle indagini su Biden e sulle presunta interferenza di Kiev nelle elezioni del 2016. I soldi e la visita dell’allora neoeletto presidente ucraino alla Casa Bianca sono stati bloccati e usati come merce di scambio.

REPUBBLICANI SENZA VERGOGNA

Ciò che mi ha più sconcertato ascoltando l’audizione è il modo in cui i repubblicani seduti in aula cercassero senza vergogna di rigirare le informazioni ricevute da Sondland e di ritrarre il presidente come una persona particolarmente interessata a combattere la corruzione in Ucraina. «Il presidente Trump ha deciso di bloccare l’aiuto economico all’Ucraina perché voleva assicurarsi che il nuovo presidente non fosse corrotto!», è il refrain che ripetono fino alla nausea senza tra l’altro avere prove che sostengano in alcun modo questa teoria. «Corruzione» è il termine che fa sobbalzare chi, come me, segue le azioni del presidente dall’inizio del suo mandato: ha pagato pornostar perché non lo mettessero nei guai; ha ripetutamente elogiato i capi di Stato più corrotti e violenti del mondo; ha tentato di zittire il capo del Fbi sul Russiagate e infine lo ha licenziato e umiliato; lo stesso ha fatto con l’ambasciatrice americana a Kiev. Lo sanno tutti, anche chi è devoto al presidente, che non è una persona trasparente, che ha più scheletri nell’armadio di qualsiasi altro suo predecessore. I repubblicani invece sembrano voler dividere ulteriormente questa nazione, sostenendo senza scrupoli teorie cospirazioniste ormai screditate da tutti e appoggiando senza un minimo di moralità azioni al limite della legalità (per usare un eufemismo). Malgrado tutto questo circo, rimango convinta che il presidente vincerà le elezioni del 2020, momento in cui chiederò asilo politico in Nuova Zelanda.

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Trump ha dichiarato che pubblicherà la dichiarazione redditi prima del voto

Il tycoon ha twittato che presto, a ridosso del voto presidenziale del 2020, renderà pubblico lo stato delle sue finanze. Una risposta alla battaglia legale del procuratore di New York.

Donald Trump ha annunciato che renderà nota la dichiarazione dei redditi prima delle elezioni del 2020. «Io sono pulito e quando diffonderò (mia decisione) la mia dichiarazione dei redditi prima delle elezioni, essa dimostrerà solo una cosa, che sono molto più ricco che quello che pensa le gente», ha twittato, dopo aver criticato il tentativo del procuratore di New York di acquisire «tutte le operazioni finanziarie che ho fatto».

SITUAZIONE BLOCCATA ALLA CORTE SUPREMA

Il 18 novembre la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva temporaneamente bloccato l’invio alla Camera delle dichiarazioni dei redditi del presidente. L’Alta Corte deve decidere se occuparsi o meno del caso, dopo che l’amministrazione Trump ha presentato ricorso contro le sentenze che obbligano a presentare le dichiarazioni fiscali degli ultimi otto anni, sia personali che aziendali, alla Camera e alla procura di New York.

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Perché la testimonianza di Sondland sull’Ucrainagate mette nei guai Trump

L'ambasciatore Usa in Europa, sentito dalla Camera, ha raccontato di aver lavorato su ordine del presidente per fare pressioni su Kiev. Il tycoon avrebbe cercato un quid pro quo con Zelenskyj: indagini su Biden in cambio degli aiuti.

«Tutti erano al corrente, non c’era nessun segreto». C’è un nuovo capitolo dell’Ucrainagate che rischia di mettere ancora più in difficoltà il presidente americano Donald Trump. Le parole sono di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso la Ue, che il 20 novembre è stato sentito in audizione alla Camera nel procedimento per impeachment contro il tycoon. Un’audizione molto attesa anche perché la Casa Bianca aveva tentato di bloccarla.

Sondland, ha ammesso di aver lavorato con Rudolph Giuliani, l’avvocato personale del presidente, su ordine dello stesso Trump, per fare pressioni sull’Ucraina. Trump avrebbe ordinato di perseguire attraverso Giuliani il ‘quid pro quo‘, legando la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj alla Casa Bianca e agli aiuti militari a Kiev all’avvio delle indagini sui suoi rivali politici, Joe Biden in testa.

«Giuliani», ha raccontato Sondland, «chiese che l’Ucraina facesse una dichiarazione pubblica annunciando delle indagini» sia sulle elezioni presidenziali americane del 2016 sia sulla Burisma, la società in cui aveva lavorato il figlio dell’ex vicepresidente Biden. «Giuliani stava esprimendo un desiderio del presidente e noi sapevamo che queste indagini erano importanti per il presidente», ha aggiunto il diplomatico.

COINVOLTO ANCHE L’EX PRESIDENTE PENCE

Nella sua deposizione Sondland ha chiamato in causa tutti i vertici dell’amministrazione, sostenendo che «tutti sapevano» del blocco degli aiuti militari a Kiev in cambio delle indagini sui Biden, compreso il vicepresidente Mike Pence, cui aveva espresso le sue preoccupazioni il primo settembre a Varsavia prima di un incontro con il presidente ucraino.

LEGGI ANCHE: Contro Trump anche un funzionario della Casa Bianca

LE OMBRE SI ALLUNGANO SU POMPEO

Ma l’ambasciatore ha raccontato anche qualcos’altro dicendo che inviò al segretario di Stato Mike Pompeo, al segretario all’energia Rick Perry e al capo dello staff della Casa Bianca Mick Mulvaney per informarli di aver parlato con Zelensky e che questi intendeva avviare delle «indagini trasparenti». La mail era del 19 luglio, una settimana prima della telefonata tra Trump e Zelensky. Secondo il New York Times Sondland avrebbe discusso con Pompeo della possibilità di fare pressioni su Zelensky perché durante l’incontro nello Studio Ovale promettesse le indagini volute da Trump, per rompere così la situazione di stallo tra i due Paesi con gli aiuti militari a Kiev che erano stati congelati. Non solo. Pompeo avrebbe dato la sua approvazione al piano.

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Perché la testimonianza di Sondland sull’Ucrainagate mette nei guai Trump

L'ambasciatore Usa in Europa, sentito dalla Camera, ha raccontato di aver lavorato su ordine del presidente per fare pressioni su Kiev. Il tycoon avrebbe cercato un quid pro quo con Zelenskyj: indagini su Biden in cambio degli aiuti.

«Tutti erano al corrente, non c’era nessun segreto». C’è un nuovo capitolo dell’Ucrainagate che rischia di mettere ancora più in difficoltà il presidente americano Donald Trump. Le parole sono di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso la Ue, che il 20 novembre è stato sentito in audizione alla Camera nel procedimento per impeachment contro il tycoon. Un’audizione molto attesa anche perché la Casa Bianca aveva tentato di bloccarla.

Sondland, ha ammesso di aver lavorato con Rudolph Giuliani, l’avvocato personale del presidente, su ordine dello stesso Trump, per fare pressioni sull’Ucraina. Trump avrebbe ordinato di perseguire attraverso Giuliani il ‘quid pro quo‘, legando la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj alla Casa Bianca e agli aiuti militari a Kiev all’avvio delle indagini sui suoi rivali politici, Joe Biden in testa.

«Giuliani», ha raccontato Sondland, «chiese che l’Ucraina facesse una dichiarazione pubblica annunciando delle indagini» sia sulle elezioni presidenziali americane del 2016 sia sulla Burisma, la società in cui aveva lavorato il figlio dell’ex vicepresidente Biden. «Giuliani stava esprimendo un desiderio del presidente e noi sapevamo che queste indagini erano importanti per il presidente», ha aggiunto il diplomatico.

COINVOLTO ANCHE L’EX PRESIDENTE PENCE

Nella sua deposizione Sondland ha chiamato in causa tutti i vertici dell’amministrazione, sostenendo che «tutti sapevano» del blocco degli aiuti militari a Kiev in cambio delle indagini sui Biden, compreso il vicepresidente Mike Pence, cui aveva espresso le sue preoccupazioni il primo settembre a Varsavia prima di un incontro con il presidente ucraino.

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LE OMBRE SI ALLUNGANO SU POMPEO

Ma l’ambasciatore ha raccontato anche qualcos’altro dicendo che inviò al segretario di Stato Mike Pompeo, al segretario all’energia Rick Perry e al capo dello staff della Casa Bianca Mick Mulvaney per informarli di aver parlato con Zelensky e che questi intendeva avviare delle «indagini trasparenti». La mail era del 19 luglio, una settimana prima della telefonata tra Trump e Zelensky. Secondo il New York Times Sondland avrebbe discusso con Pompeo della possibilità di fare pressioni su Zelensky perché durante l’incontro nello Studio Ovale promettesse le indagini volute da Trump, per rompere così la situazione di stallo tra i due Paesi con gli aiuti militari a Kiev che erano stati congelati. Non solo. Pompeo avrebbe dato la sua approvazione al piano.

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Trump potrebbe testimoniare nell’inchiesta sull’impeachment

Il presidente tentato dalla possibilità di uno show. Ma i suoi avvocati temono possa tirarsi la zappa sui piedi.

Donald Trump apre all’ipotesi di testimoniare nell’indagine di impeachment, mentre il suo castello difensivo continua a crollare sotto il colpo delle testimonianze e sfoga la sua ira anche con il segretario di Stato Mike Pompeo, uno dei suoi più stretti alleati, colpevole ai suoi occhi di non aver fatto abbastanza per bloccare le deposizioni dei diplomatici. «La nostra pazza speaker della Camera, la nervosa Nancy Pelosi, che è pietrificata dalla sua sinistra radicale…ha suggerito domenica che io testimoni nella caccia alle streghe del falso impeachment. Ha detto che potrei farlo anche per iscritto», ha twittato il presidente.

«Benché non abbia fatto nulla di male e non mi piaccia dare credibilità a questa bufala di processo ingiusto, mi piace l’idea e la esaminerò fortemente», ha aggiunto. Difficile valutare le vere intenzioni del tycoon. Un suo interrogatorio sarebbe un vero show ma comporterebbe molti rischi. Innanzitutto darebbe legittimità ad una indagine che ha sempre definito illegale, vietando ai dirigenti della sua amministrazione di cooperare. In secondo luogo Trump, abituato ad uscire dal copione, potrebbe cadere involontariamente in ammissioni o contraddizioni che aggraverebbero la sua posizione. Per questo i suoi avvocati gli avevano sconsigliato di farsi interrogare dal procuratore speciale Robert Mueller nell’indagine sul Russiagate, indirizzandolo invece su risposte scritte.

LE ACCUSE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

Potrebbe essere un’opzione anche in questo caso, ma non esente da pericoli. Come dimostra la causa intentata dalla Camera per acquisire il materiale del gran giurì sul Russiagate coperto da omissis, sostenendo che Trump potrebbe aver mentito «quando nelle sue risposte scritte alle domande del procuratore speciale ha negato di essere a conoscenza di qualsiasi comunicazione tra la sua campagna e Wikileaks». Per sostenere la loro tesi, i legali della House citano un passaggio del rapporto Mueller in cui l’ex capo della campagna di Trump, Paul Manafort, ricorda che il presidente gli chiese di essere tenuto «aggiornato» sulle rivelazioni da parte di Wikileaks delle email del partito democratico. Rivelazioni di cui pare fosse a conoscenza Roger Stone, consigliere informale della campagna del tycon, dichiarato colpevole proprio nei giorni scorsi.

LA DIFESA DI TRUMP FA ACQUA

Il presidente inoltre continua a sostenere che nella sua telefonata del 25 luglio, al centro dell’indagine di impeachment, non esercitò alcuna pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelenski per far indagare il suo rivale politico Joe Biden e suo figlio Hunter. Ma ora l’Ap ha svelato che l’ambasciata Usa Kiev fu informata già il 7 maggio di un incontro in cui un preoccupato Zelensky chiese consiglio su come gestire le pressioni di Trump e dei suoi collaboratori. Rivelazione che conferma le versioni dei testi sentiti finora, cui questa settimana se ne aggiungeranno altri otto: quello più atteso, mercoledì, è l’ambasciatore Usa alla Ue Gordon Sondland, cinghia di trasmissioni delle pressioni di Trump. Intanto il tycoon è ai ferri corti con Pompeo, cui ha rimproverato di aver assunto al dipartimento di Stato ‘Never Trumpers‘ e di non aver impedito le loro deposizioni. Pompeo si tiene aperta una via di fuga pensando di candidarsi al Senato nel suo Kansas.

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Smacco a Trump in Louisiana: rieletto governatore dem

Gli elettori hanno dato nuovamente fiducia all'uscente John Edwards. Un chiaro segnale per The Donald e i Repubblicani a meno di un anno dalle presidenziali.

La Louisiana ha preferito i democratici ai repubblicani scegliendo di confermare John Edwards come governatore dello Stato. Il Edwards ha battuto la concorrenza del candidato repubblicano Eddie Rispone confermandosi inoltre come unica guida dem alla guida di uno Stato del profondo Sud americano.

SCHIAFFO A DONALD TRUMP

Sicuramente la rielezione di John Edwards alla guida della Louisiana è un duro schiaffo a Donald Trump. Il tycoon si era infatti speso molto per sostenere la candidatura di Rispone. Tanto che nei dieci giorni prima delle elezioni aveva tenuto due comizi elettorali nello Stato. Una sconfitta che mette in dubbio anche una possibile rielezione di Trump come presidente il 3 novembre 2020 quando gli americani saranno chiamati a scegliere se confermare o chiamare qualcun altro a guidare il Paese. L’elezione del governatore in Louisiana era infatti considerato dai media statunitensi un test chiave in vista delle presidenziali.

IN LOUISIANA VITTORIA DEM DI MISURA

Va tuttavia detto che Edwards ha battuto Rispone di misura. Questo non sminuisce il fatto che, nonostante la scesa in campo dello stesso Trump, i Repubblicani hanno subito un duro colpo psicologico. Molti, infatti, ritenevano che Edwards non ce l’avrebbe fatta a strappare il secondo mandato. Anche i sondaggi davano Rispone avanti al candidato dem. Secondo i media Usa l’errore dei Repubblicani sarebbe da rintracciare nella campagna elettorale fatta da Rispone e interamente basata su Trump. Tanto da affidare a The Donald tutte le sue fortune politiche. Un errore fatale visto il diminuito consenso nei confronti del presidente degli ultimi periodi.

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«Intimidisce la teste dell’Ucrainagate»: bufera su Trump

Il presidente ha attaccato su Twitter l'ex ambasciatrice Usa a Kiev proprio mentre lei stava testimoniando alla commissione per l'impeachment.

Un venerdì nero per Donald Trump. Una delle peggiori giornate da quando è arrivato alla Casa Bianca, tradito soprattutto dalla sua arma finora più potente ed efficace: Twitter. Il suo attacco all’ex ambasciatrice Usa a Kiev Marie Yovanovitch («Ha fatto male ovunque è andata») è stato postato mentre la diplomatica stava testimoniando in diretta tv, provocando una bufera che rischia di diventare per il tycoon un vero e proprio boomerang.

«L’INTIMIDAZIONE DI UN TESTIMONE È UN REATO»

«L’intimidazione di un testimone, e per di più in tempo reale, è un reato. Ed è una minaccia rivolta a tutti coloro che vogliono farsi avanti», ha tuonato di fronte alle telecamere Adam Schiff, il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini sul possibile impeachment, assicurando che il comportamento del presidente sarà preso «in serissima considerazione» quando si dovranno riempire gli articoli per la messa in stato di accusa. Ma ci sono altre due tegole cadute nelle ultime ore sulla testa del tycoon, che sente sempre di più il fiato sul collo. La prima è la notizia che il suo avvocato personale, Rudy Giuliani, è indagato a New York nell’ambito dell’Ucrainagate, con le possibili accuse che vanno dalla violazione delle regole sui finanziamenti elettorali all’azione illegale di lobby in Paesi stranieri, passando per il reato di cospirazione e per quello di corruzione di funzionari, anche stranieri.

LA CONDANNA DELL’EX RESPONSABILE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

La seconda mazzata in poche ore per Trump è la dichiarazione di colpevolezza di Roger Stone, ex responsabile della sua campagna elettorale e amico di vecchia data, in uno dei filoni dell’inchiesta sul Russiagate. Anche in questo caso le accuse sono pesantissime: ostruzione della giustizia nell’ambito delle indagini sulle interferenze russe nel voto del 2016 e aver mentito al Congresso sui contatti con WikiLeaks per ottenere, sempre nel 2016, materiale compromettente contro i rivali di Trump. Insomma, il cerchio si stringe sempre più attorno al presidente Ma ciò che nelle ultime ore lo ha fatto maggiormente infuriare sono proprio le parole in diretta tv dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, che ha raccontato come si sia sentita minacciata da Trump che, parlando con il leader ucraino Voldymyr Zelensky nella famigerata telefonata del 24 luglio scorso, la descrisse come una “bad news”, assicurando che presto sarebbe stata cacciata.

L’AMBASCIATRICE: «NON DAVO LORO QUELLO CHE VOLEVANO»

«Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata, sconcertata, devastata. Fu terribile sentire che il presidente degli Stati Uniti aveva perso la fiducia in me. E non mi fu data alcuna spiegazione sul perché venivo mandata via», ha spiegato la diplomatica in una delle fasi più drammatiche della testimonianza. Ricordando anche la campagna diffamatoria messa in piedi contro di lei da Giuliani e i suoi soci: «Capirono che era facile rimuovere un’ambasciatrice che non dava loro quello che volevano per interessi che ritengo loschi». È proprio durante questo passaggio che Trump ha sparato i due tweet che ora rischiano di comprometterlo. Lo sdegno intanto è bipartisan.

INTERVENTO A GAMBA TESA SENZA PRECEDENTI

Mai si era vista una cosa simile, un presidente che interviene per denigrare e diffamare un alto funzionario dello Stato mentre sta deponendo in Congresso. Un’uscita che potrebbe costare molto cara, sottolinea anche la Fox. Mentre passano in secondo piano le mosse orchestrate nelle ultime ore della Casa Bianca: il ricorso alla Corte Suprema per impedire che le dichiarazioni dei redditi degli ultimi otto anni del tycoon, quelle personali e delle sue aziende, vengano consegnate ai procuratori di Manhattan; la pubblicazione della trascrizione della prima telefonata con Zelensky. In quest’ultima, dello scorso aprile, non emergono pressioni da parte del tycoon che invece, nel complimentarsi per la vittoria elettorale di Zelensky, ricorda quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», scherza, provocando la risata di Zelensky.

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Nella prima telefonata Trump e Zelensky parlarono di… Miss Universo

La Casa Bianca ha diffuso il contenuto della conversazione del 21 aprile. Battute sulla bellezza delle ucraine e ironia per l'inglese del presidente di Kiev. Ma nessun riferimento all'indagine contro i Biden. E intanto al Congresso proseguono le audizioni nell'inchiesta sull'impeachment.

Anche l’altra telefonata ora è pubblica. E di politica o intrecci oscuri qui non si parla. La Casa Bianca, come annunciato, ha diffuso la trascrizione della prima chiamata tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La conversazione risale al 21 aprile 2019, subito dopo l’elezione di Zelensky, quattro mesi prima della seconda telefonata tra i due leader al centro dell’indagine per impeachment. Quella cioè in cui The Donald chiese al suo omologo ucraino di lavorare col segretario della Giustizia William Barr per l’apertura di un’indagine a carico di Joe Biden e del figlio.

CHIAMATA DALL’AIR FORCE ONE

Trump chiamò Zelensky dall’Air Force One nel pomeriggio del 21 aprile per congratularsi per la vittoria dell’ucraino alle Politiche. La controversa conversazione del 24 luglio, quella denunciata dalla talpa e che ha innescato l’indagine che potrebbe portare all’impeachment di Trump, avvenne mentre il tycoon era nello Studio Ovale. La trascrizione desecretata e rilasciata dalla Casa Bianca consta di tre pagine.

L’INVITO ALLA CASA BIANCA: «COSÌ PRATICO L’INGLESE»

Trump il 21 aprile chiamò Zelensky mentre era in volo e non fece alcun cenno a possibili indagini di Kiev sui Biden o sui democratici Usa. Ma, rivolgendosi al neo presidente, il tycoon si complimentò con l’Ucraina ricordando quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», affermò Trump provocando la risata di Zelensky. Altre battute poi quando quest’ultimo fu invitato alla Casa Bianca e rispose: «Bene, così pratico l’inglese».

Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace


Trump a Zelensky

Nel corso della conversazione, durata 16 minuti, non si accennò ad alcun contenuto di natura politica. Trump disse: «Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace. Abbiamo molte cose di cui parlare». Zelensky da parte sua ringraziò The Donald decine di volte. «Cercheremo di fare il nostro meglio e abbiamo lei come un grande esempio», affermò il leader ucraino, invitando a sua volta Trump a Kiev per l’inaugurazione della nuova presidenza: «So quanto è impegnato, ma se per lei è possibile venire alla cerimonia inaugurale sarebbe grande». Per poi aggiungere: «Non ci sono parole per descrivere quanto bello è il nostro Paese, quanto gentile, calorosa, amichevole è la nostra gente, quanto saporito e delizioso è il nostro cibo. Ma il modo migliore per scoprirlo è venire qui».

THE DONALD SEGUE IN TIVÙ L’INCHIESTA

Intanto al Congresso americano ha continuato a occuparsi dell’indagine che potrebbe portare Trump all’incriminazione. Il presidente ha guardato in tivù le battute iniziali dell’audizione, dicendosi pronto a seguire solo l’intervento di apertura di Devin Nunes, il repubblicano della commissione di intelligence della Camera, dove sono avvenute le audizioni pubbliche. Secondo il portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, «il presidente dopo aver visto Nunes trascorrerà il resto della giornata a lavorare duramente per gli americani».

L’ex ambasciatrice Marie Yovanovitch. (Ansa)

L’EX AMBASCIATRICE ALL’ATTACCO

Evidentemente però poi The Donald si è intrattenuto ancora. Ascoltando anche la testimonianza dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, Marie Yovanovitch. Che ha detto: «La strategia politica degli Usa sull’Ucraina è stata gettata nel caos». Yovanovitch, che fu silurata nell’aprile del 2019 perché ritenuta un ostacolo alla linea della Casa Bianca, ha spiegato di essersi sentita «minacciata» dalle parole di Trump che, parlando co Zelensky, la descrisse come una «bad news», una cattiva notizia, e assicurò che presto se ne sarebbe andata. «Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata e devastata», ha confidato.

Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole


Trump sull’ex ambasciatrice Yovanovitch

E The Donald, che probabilmente dunque la stava guardando, ha risposto alla sua maniera, su Twitter: «Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole».

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Altro colpo per Trump: indagato il suo avvocato Giuliani

L'ex sindaco di New York è finito al centro di un'inchiesta su operazioni finanziarie sospette. E, come nel caso dell'impeachment, i fari sono puntati sull'Ucraina.

L’avvocato personale di Donald Trump, Rudolph Giuliani, figura centrale nella vicenda dell’Ucrainagate, è indagato dalla giustizia federale nell’ambito di un’inchiesta su alcune sue operazioni finanziarie. Il sospetto è quello di possibili violazioni delle regole sui finanziamenti elettorali e di azioni illegali di lobby all’estero. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando alcuni funzionari dell’amministrazione Usa. Uno di loro ipotizza da parte della procura federale di Manhattan anche le accuse per corruzione di funzionari stranieri e cospirazione.

LA LENTE SULLE ATTIVITÀ DI GIULIANI IN UCRAINA

A indagare su Giuliani è l’ufficio del procuratore federale di Manhattan una volta da lui guidato, prima di diventare sindaco di New York. Le indagini – riporta sempre l’agenzia Bloomberg – si starebbero concentrando proprio sulle sue attività in Ucraina. Attività per le quali erano già finiti nel mirino degli inquirenti due soci di Giuliani arrestati alcune settimane fa, Lev Parnas e Igor Fruman, accusati di aver fatto illegalmente confluire centinaia di migliaia di dollari verso funzionari statunitensi e comitati politici che sostenevano Trump. Se i capi di accusa ipotizzati per Giuliani dovessero materializzarsi rappresenterebbero una vera tegola per il presidente Trump, soprattutto se venisse provato che l’ex sindaco di New York ha agito dietro le direttive del tycoon.

La politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani

Bill Taylor, ex ambasciatore Usa a Kiev

Giuliani è stata una delle figure più chiacchierate della prima giornata di testimonianze pubbliche nell’ambito del procedimento che potrebbe portare all’impeachment di Trump. Uno dei testimoni, l’ex ambasciatore Usa a Kiev Bill Taylor, ha detto che Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare il presidente Usa politicamente. Fare pressioni sul presidente ucraino Volodymir Zelensky per indagare il figlio del candidato presidenziale dem Joe Biden «mostra che la politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani», ha detto Taylor.

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