Chi è Vladimir Alekseyev, generale russo vittima di un attentato a Mosca

Vladimir Alekseyev, tenente generale che ricopre un ruolo di alto livello nello Stato Maggiore russo e vicecapo dell’intelligence militare, è stato trasportato d’urgenza in ospedale a Mosca dopo essere stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco «in un edificio residenziale situato su viale Volokolamskoe». Lo ha reso noto il Comitato Investigativo russo, spiegando che «un individuo non identificato ha sparato più volte» a Alekseyev, prima di fuggire.

Nato nel 1961 a Holodky, in quella che all’epoca era la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, Alekseyev è entrato nella Direzione generale per le informazioni militari (Gru) nel 1980. Dopo aver militato nei corpi speciali Spetsnaz e aver scalato i ranghi del servizio situazioni operative delle Forze armate russe, nel 2011 è stato nominato vicecapo del Gru. Sopra di lui c’è solo il direttore, ovvero l’ammiraglio Igor Kostjukov, responsabile della delegazione di Mosca ai negoziati trilaterali sull’Ucraina negli Emirati Arabi. Nel 2015, durante l’intervento russo nella guerra civile siriana, ha supervisionato l’operato dell’intelligence militare. Identificato nel 2022 come il comandante dei servizi segreti responsabili per l’Ucraina, a giugno dell’anno successivo, assieme al viceministro della Difesa Yunus-Bek Yevkurov, si è occupato dei negoziati con Yevgeny Prigozhin, leader della Wagner, durante l’ammutinamento del gruppo mercenario e la ‘marcia su Mosca’.

Alekseyev è stato oggetto di pesanti sanzioni a livello internazionale. Accusato di aver organizzato attacchi informatici volti a influenzare le elezioni presidenziali, il generale è stato sanzionato dagli Stati Uniti nel 2016. Tre anni dopo, il vicecapo del Gru è stato sanzionato anche dall’Unione europea, in relazione all’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e di sua figlia Julia a Salisbury, avvenuto nel Regno Unito. Nel 2022 Alekseyev è stato poi sanzionato pure dal Canada, in quanto complice del regime russo nell’invasione dell’Ucraina.

Scontro tra Salvini e Gruber: «Deve occuparsi di treni, non di casa»

Acceso botta e risposta tra Matteo Salvini e Lilli Gruber a Otto e mezzo. Durante la puntata del 5 febbraio 2026, i due si sono scontrati sulla puntualità dei treni, con il ministro dei Trasporti che ha sciorinato l’indice di puntualità del 2024-2025, intorno al 90 per cento, e la giornalista che gli ha fatto notare come, nella quotidianità, gli italiani debbano fare i conti con «ritardi spaventosi». «Sarà sfortunata, mi spiace per lei» la chiosa del leader leghista. Ma vediamo le tappe dello scontro.

Gruber a Salvini: «Chieda scusa agli italiani che hanno ritardi spaventosi»

«Lei ha trovato uno più a destra e filo-russo di lei ed è Vannacci», ha esordito Gruber. «Io non sono filo-russo, sono filo-pace», ha risposto Salvini. «Senta, filo-pace, lei quindi vuole tornare al ministero degli Interni?». «No, io sto benissimo a occuparmi di casa perché stiamo per sistemare 60 mila case popolari». La giornalista insorge: «Ma lei deve occuparsi di treni, ministro». La replica: «Al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture ci occupiamo anche di casa». Salvini ha quindi mostrato l’indice di puntualità dei treni regionali nel 2024/2025, al 90 per cento. A sua volta, Gruber ha sventolato un foglio con i dati di Trenitalia evidenziati in giallo: «Sì, vada a spiegarlo agli italiani che viaggiano sui treni. Guardi qua che bei dati ho io. Ha un’occasione straordinaria. Vuole chiedere scusa ai tanti italiani che viaggiano su questi treni, che hanno ritardi spaventosi? Sarebbe carino se lei chiedesse scusa, perché quando succede l’apocalisse, lei si occupa di altro».

Salvini insiste: «È il mio lavoro, saprò quello di cui sto parlando?»

Il vicepremier ha risposto snocciolando numeri: «Ci sono 1.300 cantieri aperti sulla rete ferroviaria italiana perché chi c’era prima di me non ce l’aveva come priorità. C’è il massimo dei treni circolanti, 10 mila al giorno, c’è il massimo dei passeggeri circolanti, la puntualità sta crescendo tanto che l’anno scorso è arrivata al 90 per cento. C’è il 10 per cento di treni in ritardo? Sì, me ne dolgo e me ne pento». «Tutti noi prendiamo i treni e tutti noi ogni volta abbiamo ritardi, 9 volte e mezzo su 10», ha risposto Gruber. «Sarà sfortunata lei», ha detto Salvini, «però da un giornalista mi aspetto precisione e numeri, non 9 volte e mezzo in ritardo su 10. Mi faccia vedere i suoi dati. È il mio lavoro, saprò di quello che sto parlando? Il tasso di puntualità dei treni nel 2025 è 90,1 per cento. Mi smentisce?». Quando Gruber ha provato a riportare il confronto sul caso Vannacci, il ministro ha commentato: «Ma io stavo bene sui treni». «Meglio che vada via dai treni», ha ribattuto lei. «Un milione e mezzo di persone al giorno prende il treno. Lei sarà sfortunata, mi spiace per lei», ha insistito Salvini. «Evidentemente ci saranno ritardi dei treni solo per quelli di sinistra».

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure

Via libera in Consiglio dei ministri al decreto Sicurezza, frutto di un serrato confronto preventivo con il Quirinale. «Non misure spot», assicura Giorgia Meloni, ma «un ulteriore tassello» della strategia del governo, convinta che serva un «approccio più duro» su questo tema. Dalle piazze vietate ai violenti, al fermo preventivo, fino al divieto dei coltelli ai minori: le principali misure del decreto appena approvato.

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure
Giorgia Meloni (Ansa).

Piazze senza violenti: il fermo preventivo e il nuovo daspo

Nel decreto sicurezza è stato inserito il fermo preventivo. «Durante lo svolgimento di una manifestazione, le forze di polizia potranno accompagnare e trattenere nei propri uffici, per non più di 12 ore, le persone ritenute – per fondati motivi – pericolose». Ciò, si legge, «potrebbe avvenire anche per chi ha precedenti e segnalazioni specifiche negli ultimi 5 anni. Il pm, sempre informato, potrà comunque decidere per il rilascio immediato». Sempre a proposito di riunioni o assembramenti in luogo pubblico, viene introdotto un nuovo daspo: il divieto di partecipazione sarà disposto dal giudice nei confronti di chi è condannato per una serie di delitti, che vanno dall’attentato per finalità terroristiche o di eversione, a devastazione e saccheggio, passando per le lesioni contro agenti delle forze dell’ordine, sanitari o arbitri.

Il nuovo registro per i reati con «causa di giustificazione»

Per quanto riguarda il cosiddetto “scudo penale” per agenti e comuni cittadini in determinati casi, il decreto sicurezza vara la creazione di un apposito registro. Nei reati in cui appare evidente una causa di giustificazione (legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), chi ha commesso il fatto non verrà indagato in automatico, ma inserito in un separato modello in cui vengono comunque assicurate le garanzie difensive. Sarà il pm a decidere se inserire un nome nel registro degli indagati o meno. In questo caso di parlerà non di indagato, ma di persona interessata ai fatti.

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure
Coltelli e mazze da baseball sequestrate dalle forze dell’ordine (Ansa).

La stretta sui coltelli, con focus sui minorenni

Il decreto prevede poi una stretta sui coltelli, con l’obiettivo di contrastare in particolare la violenza giovanile. Sarà proibito vendere coltelli e oggetti da taglio ai minori, anche su web e piattaforme elettroniche, con sanzioni da 500 a 3mila euro, aumentate fino a 12 mila in caso di reiterazione, e revoca della licenza. Per tutti c’è il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza oltre i 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo. Chi lo viola, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Se i fatti sono commessi da un minorenne, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a mille euro a carico dei genitori. In generale, il porto ingiustificato fuori dalla propria abitazione di strumenti da punta o taglio con lama superiore a otto centimetri è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Fino a 25 anni alle gang in caso di rapina aggravata

Introdotto poi il reato di rapina aggravata commessa da un gruppo organizzato, con pene da 10 a 25 anni. Rientrano nella fattispecie le rapine commesse in istituti di credito, uffici postali, sportelli automatici, veicoli adibiti al trasporto di valori o locali attrezzati per il deposito e la custodia di valori, da un gruppo armato organizzato.

Sicurezza urbana: l’individuazione di zone rosse

Previste nel decreto poi la stabilizzazione delle zone rosse, con la possibilità di allontanare soggetti pericolosi dalle aree più a rischio delle città. Il prefetto, si legge, «può individuare specifiche zone urbane, caratterizzate da gravi o ripetuti episodi di criminalità o di illegalità, nelle quali è disposto l’allontanamento dei soggetti denunciati negli ultimi cinque anni per delitti non colposi contro la persona o il patrimonio».

Le altre misure del pacchetto sicurezza appena varato

Vengono poi introdotte pene più severe per i borseggiatori, con il furto per destrezza che torna procedibile d’ufficio. Previste inoltre misure accessorie per il contrasto allo spaccio di stupefacenti. In questi casi «è ordinata la confisca, altresì, degli autoveicoli o altri beni mobili registrati e non registrati che risultino essere stati utilizzati per la commissione». Misure più severe sono previste poi per l’ingresso in Italia di persone condannate per la fabbricazione di esplosivi.

Kenta Kon nuovo ceo e presidente di Toyota

Toyota ha annunciato la nomina, a partire dal 1 aprile 2026, di Kenta Kon come presidente e amministratore delegato del Gruppo. Attualmente direttore finanziario, prenderà il posto di Koji Sato, che diventerà vicepresidente e direttore della strategia industriale. Un cambiamento di ruoli che «mira ad accelerare il processo decisionale all’interno della direzione in risposta alle evoluzioni dell’ambiente interno ed esterno»ha spiegato la casa giapponese in un comunicato.

L’azienda alza le previsioni di utile netto e risultato operativo

Oltre ad aver annunciato il cambio del proprio amministratore delegato, Toyota ha dichiarato l’aumento delle previsioni di utile netto per l’esercizio 2025/26, rafforzando gli sforzi di redditività per far fronte all’impatto delle sovrattasse doganali statunitensi. L’azienda prevede ora un utile netto annuo di 3.570 miliardi di yen (19,3 miliardi di euro), in calo del 25,1 per cento su base annua ma superiore alle precedenti stime (2.930 miliardi di yen). Il gruppo prevede inoltre vendite annue in crescita del 4,1 per cento su base annua, a 50 mila miliardi di yen (271 miliardi di euro), leggermente riviste al rialzo. Anche il risultato operativo è atteso più alto rispetto alle precedenti previsioni. «Nonostante l’impatto persistente dei dazi americani, la forte domanda, sostenuta dalla competitività dei nostri prodotti, ha portato a un aumento dei volumi di vendita e abbiamo raggiunto un livello di profitto elevato grazie ad aggiustamenti dei prezzi», ha spiegato il costruttore.

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo.