C’è qualcosa di quasi tenero nel vedere Woody Allen, il cabarettista diventato filosofo, il regista che ha trasformato la nevrosi in patrimonio dell’umanità, alle prese con la forma più severa: il romanzo. Dopo una vita passata a tradurre i suoi fallimenti in aforismi, Allen tenta ora di farne letteratura. Che succede a Baum?, edito da La Nave di Teseo, è il suo primo romanzo lungo, e sembra scritto con la consapevolezza che il pubblico lo giudicherà più come reperto che come opera. È l’autoritratto di un uomo che ha sempre avuto paura di invecchiare, e che ora scopre che l’eternità non si ottiene col talento ma confidando nel ricordo altrui.

Baum è l’ennesimo alter ego del suo autore
Il protagonista, Asher Baum, è uno scrittore newyorkese in crisi creativa e matrimoniale. Una carriera mai decollata, ma ora ignorata da editori che impietosamente gli ricordano i suoi limiti. È un uomo che guarda la propria decadenza come se fosse una pièce: con distanza, sarcasmo e una punta di autocommiserazione. C’è una giovane giornalista che lo intervista, un figliastro scrittore di successo di cui lui disconosce il talento, una moglie che a stento lo sopporta, e sullo sfondo una New York che non è più una città ma una diagnosi. Ricorda in alcuni tratti la trama di Basta che funzioni, uno dei suoi film del periodo tardo newyorchese più riusciti, ma senza la grazia del montaggio e il magnifico incastro dei personaggi. Baum è l’ennesimo alter ego del suo autore: il genio minore, l’intellettuale logorato dal bisogno di essere apprezzato. Ma che stavolta abbandona la leggerezza del dialogo per la gravità del periodo lungo. Il risultato è stranamente crepuscolare: meno brillante, più disarmato. In alcuni passaggi persino struggente. È come se avesse scritto un romanzo per capire se la sua voce può sopravvivere anche senza la colonna sonora di Gershwin a sorreggerne lo sfondo.
Più che un mea culpa, il romanzo è una lunga udienza interiore
Che succede a Baum? non è solo la storia di un uomo che teme l’oblio. È anche il tentativo di un autore di difendersi dal proprio tempo. Lo scandalo del MeToo aleggia come un fantasma indiscreto: l’intervista con la giornalista verso cui non vuole ammettere a se stesso di aver tentato un goffo approccio, l’ambiguità di toni, il sospetto, l’impietoso e temuto giudizio mediatico che quasi a ogni pagina si paventa. Allen non lo affronta direttamente, ma ne fa il suo contorno emotivo: la paura dell’equivoco come nuova forma di censura. Baum/Allen è un uomo che parla troppo in un mondo che ha smesso di ascoltare. E così ogni sua battuta diventa una prova a carico. Il romanzo non è un mea culpa, ma una lunga udienza interiore, in cui l’imputato si difende citando Spinoza, Bergman, Kant e i casi clinici di Freud.

A tratti riaffiora il Woody Allen che conosciamo
La prosa è più lineare che ispirata, più conversazionale che letteraria. Si sente la mano di uno sceneggiatore abituato a scrivere per il grande schermo, non per la pagina. Il ritmo è quello di un monologo, con l’alternanza di autocommiserazione e sarcasmo che Allen condivide con la sua coscienza che gli fa da contrappunto. L’effetto surreale, per chi gli sta intorno, è quello di un uomo che parla da solo. Ma il tempo, purtroppo, non è più suo alleato: la battuta che fu geniale oggi risuona come l’eco non più liberatorio di una risata. Ogni tanto, però, ecco il lampo sotto forma di battuta secca, fulminante. Riaffiora il Woody Allen che conosciamo: quello che usa l’intelligenza come scudo, e poi ci si ferisce.

La vera protagonista è una New York in cui Baum vaga come un reduce
Anche in Che succede a Baum? la vera protagonista è la città. Non quella delle skyline e dei ponti, ma quella fatta di caffè letterari, psicanalisti in disarmo, passeggiate tra i colori e i tepori del Village con l’indole del collezionista di rimpianti. Allen la racconta come un vecchio amico che non la riconosce più, un luogo dove l’ironia è diventata un crimine di classe. È una New York abitata da giovani che credono che l’ansia sia un’estetica e da vecchi che scambiano la malinconia per profondità. Baum vaga tra i suoi quartieri come un reduce: non dalla guerra, ma dall’intelligenza.

L’autoironia rivendicata come testamento
C’è un messaggio nel romanzo, ma non è morale: è biologico. Il tempo passa, e anche la brillantezza ha una data di scadenza. Allen, che per decenni ha recitato la parte del nevrotico lucido, ora sembra l’uomo che commenta la propria sparizione con il tono rassegnato di un evento inevitabile. Non cerca perdono, ma comprensione. E in questo, paradossalmente, riesce ancora a essere autentico. Perché Che succede a Baum? non è certo un indimenticabile romanzo, ma un atto di onestà artistica che rivendica l’autoironia come suo testamento.

Woody Allen ci regala una lucida professione di coerenza
Ovvio che, arrivati in fondo, la domanda sorga spontanea: non «Che succede a Baum?», ma «Che succede a Woody Allen?» giunto miracolosamente integro alla soglia dei 90 anni. La risposta è semplice: niente che non capiti a chiunque invecchi nell’epoca del presente continuo e sia rimasto fedele a se stesso. Che per qualcuno potrà forse essere il suo limite più grande. Ma per noi che lo abbiamo amato e siamo invecchiati con lui è una lucida professione di coerenza. In un mondo, e verrebbe da dire una metropoli, che si reinventa ogni settimana, Woody Allen ha avuto l’ardire di restare Woody Allen. E questo, piaccia o no, è un merito da riconoscergli.



