Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo

C’è un momento nel film in cui il protagonista – un rivoluzionario logorato, con la barba da profeta in pensione e lo sguardo di chi ha smesso di credere ma non di odiare – si interroga sul senso della sua vita. Lo fa tenendo in braccio la figlia appena nata, a cui, a differenza della madre, vorrebbe risparmiare il destino di crescere tra le macerie delle proprie convinzioni. La risposta, suggerisce il regista Paul Thomas Anderson, è un gigantesco non lo so.
Ed è proprio lì che Una battaglia dopo l’altra trova la sua grandezza: nel dubbio, in quella zona grigia dove ideali, fallimenti e affetti si mescolano in un impasto di polvere e sangue.

Il film vive in un presente alterato, popolato dagli echi distorti delle antiche rivolte. Lotte civili, attivismo digitale, guerriglie mediatiche, tutto ridotto a un rumore di fondo. Alterato sì, ma non tanto da non evocare la feroce eco della caccia all’immigrato che oggi contamina il paesaggio urbano delle grandi città americane. Anderson costruisce un mondo dove la rivoluzione è un franchising fallito, e i suoi ex protagonisti sono diventati uomini di mezza età che sopravvivono di sensi di colpa e rendite simboliche.

La parabola di un uomo che scopre che il sistema non si abbatte, si imita

Leonardo DiCaprio interpreta uno di loro, è un ex attivista che ha perso tutto, tranne l’istinto di combattere. Non si sa più per cosa, ma l’importante è non fermarsi. L’eroe post-eroico per eccellenza, uno che sa di aver perso, ma non riesce a deporre le armi. In questo senso Una battaglia dopo l’altra non è un film politico. È un film sull’impossibilità di smettere di esserlo, quando la politica diventa un’estensione della propria identità. La parabola di un uomo che scopre che il sistema non si abbatte, si imita. E che chi voleva distruggerlo finisce, inevitabilmente, per desiderare un posto nella sua sala riunioni.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Leonardo DiCaprio (foto Ansa).

Anderson non predica, osserva. Il suo cinema fatto di silenzi, rallentamenti, volti che dicono più dei dialoghi, ha sempre avuto il coraggio di lasciare lo spettatore senza istruzioni. Qui si spinge oltre e mette in scena una guerra senza eroi e senza morale, dove la redenzione è solo un modo elegante di chiamare la resa.

Una condanna: non ne usciremo mai, ma fingiamo di sì, giusto per tirare a sera

Il titolo stesso, Una battaglia dopo l’altra, suona come una condanna: come dire che non ne usciremo mai, ma fingiamo di sì, giusto per tirare a sera. La struttura del film è circolare: si apre con una rivolta e si chiude con un’altra, uguale, solo più cinica, più stanca, più spettacolare. Cambiano le generazioni, non gli slogan. Saranno forse i figli col telefonino perennemente in mano a rinverdire le parole d’ordine dei padri solo, come i loro video, più sgranate.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Il regista Paul Thomas Anderson (foto Ansa).

Una delle intuizioni più felici del film è l’accostamento fra potere e famiglia. Il protagonista tenta di salvare la figlia, ma lo fa con la stessa logica con cui un tempo voleva salvare il mondo: imponendo, sacrificando, controllando. Anderson ci dice che la vera dittatura non è quella dei governi, ma quella dell’amore incompreso: quando credi di proteggere, in realtà stai solo riscrivendo la tua biografia fallita. È lì che la rivoluzione privata implode. Tutto il resto – attentati, inseguimenti, slogan, tensioni politiche – è puro contorno.

Un cinema che non ti chiede di applaudire, ti mette sotto processo e basta

Anderson non filma mai in modo casuale. Ogni inquadratura è un processo a qualcosa: alla società, al maschio, al cinema stesso. Qui gioca con i codici del kolossal politico, ma li contamina con un senso di smarrimento quasi europeo. I movimenti di macchina sono ampi ma non trionfali, la fotografia, a tratti livida, restituisce un’America svuotata di promesse. La colonna sonora è un blues lento, sporcato di elettronica, che accompagna il racconto come un respiro affannoso. Un cinema che non ti chiede di applaudire, ti mette sotto processo e basta.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Leonardo DiCaprio in una scena del film.

Il regista gira controcorrente in un’epoca di visioni inclusive e rassicuranti, firma un’opera che ti costringe a prendere posizione, a interrogarti assistendo alle gesta dei suoi protagonisti. C’è chi dice che DiCaprio stia diventando la caricatura di se stesso. Può darsi. Ma qui la sua stanchezza serve magnificamente il film: un corpo che non regge più il peso del mito. L’uomo che ha incarnato ogni causa e ora non sa più chi rappresenta. Il suo volto, dall’inizio alla fine, è una mappa della sconfitta. E in quella sconfitta Anderson trova la sua verità: il fallimento come unico territorio morale rimasto.

Sean Penn verso l’Oscar come miglior attore non protagonista

Sean Penn, il suo antagonista, il nemico più realistico che si possa immaginare, è uno che non è cattivo, ma solo stanco di perdere. Inimmaginabile non premiare la rigida fisicità con cui pennella il ritratto del fanatico colonnello suprematista con l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Una battaglia dopo l’altra, un film senza redenzione e che ti mette sotto processo
Sean Penn (foto Ansa).

Una battaglia dopo l’altra non offre redenzione. Nessuno vince, nessuno impara, nessuno si salva. È un film che rifiuta la retorica dell’ottimismo ma anche il nichilismo facile, mostra solo come siamo messi. E la verità, come sempre, è più deprimente del previsto: il mondo non cambia, cambia solo il modo di giustificarsi. Anderson sembra dirci che combattiamo ancora, ma solo per non dover ammettere che la guerra è finita da un pezzo. O forse non è mai finita davvero, perché la vita è appunto una battaglia dopo l’altra. E la più lunga resta quella che crediamo di aver vinto, ma solo perché abbiamo smesso di contarne i caduti.