La solitudine dei Ceo e la tentazione del passo indietro

Parafrasando il romanzo di Paolo Giordano, si potrebbe chiamare la solitudine dei numeri uno. Sempre più Ceo e dirigenti d’azienda, infatti, soffrono il peso psicologico del proprio ruolo al punto da prendere seriamente in considerazione la possibilità di lasciare il vertice per ripararsi nelle retrovie. È quanto emerge da un recente sondaggio condotto da Deloitte su più di 2 mila manager negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e nel Regno Unito. Sette intervistati su 10 ammettono di essere pronti al passo indietro perché non ce la fanno più a reggere il peso psicologico che comporta essere un leader. In Italia non va meglio. Secondo un sondaggio della piattaforma per la gestione aziendale Factorial, l’83 per cento dei manager nostrani dice di soffrire di ansia e stress, causati soprattutto da disguidi organizzativi.

La solitudine dei Ceo e la tentazione del passo indietro
(foto di Yogi Atmo via Unsplash).

Tim Cook e la solitudine del leader

Dietro questi numeri si nasconde la cosiddetta “solitudine dei leader”, una condizione a cui aveva accennato anche il Ceo di Apple, Tim Cook, in un’intervista al Washington Post del 2016. Per evitare di precipitare nell’isolamento, Cook sottolineava l’importanza di circondarsi di «persone brillanti per tirar fuori il meglio di sé». «Quella del leader può essere una vita solitaria, anzi è una vita solitaria», ha spiegato a Fortune Seth Berkowitz, fondatore di Insomnia Cookies, colosso dolciario da 350 milioni di dollari. «Non è un lavoro adatto a chiunque».

La solitudine dei Ceo e la tentazione del passo indietro
Il Ceo di Apple Tim Cook presenterà gli iPhone 15 (Getty Images).

Chi decide attira necessariamente malumori e antipatie

Una tesi confermata anche da altri super manager come l’ex ad di PepsiCo Indra Nooyi (in carica dal 2008 al 2016) e il 49enne fondatore di Toms Shoes Blake Mycoskie, che al magazine ha raccontato come la solitudine dei numeri uno possa portare anche alla depressione. «Stiamo vivendo uno dei periodi più solitari della storia dell’umanità», ha aggiunto Brian Chesky, Ceo di Airbnb, al podcast On Purpose. «Nessuno mi aveva detto quanto mi sarei sentito solo, non ero preparato». Anche perché «più sali in alto, meno persone hai accanto». Lo stesso vale per Carol Tomè, dal 2020 alla guida di Ups. «Quando fai parte di un team dirigenziale, va meglio», ha spiegato a Fortune. «Quando invece sei il capo, tutti dipendono da te». Prendere decisioni implica automaticamente non accontentare tutti: bloccare alcuni progetti per favorirne altri o disporre dei tagli al personale dividono il team e concentrano sul leader malumori e antipatie.

La solitudine dei Ceo e la tentazione del passo indietro
Il Ceo di Aribnb Brian Chesky (Imagoeconomica).

Il rischio di finire in una bolla

Non solo. Sulle scrivanie dei capi finiscono spesso documenti riservati, il che rende impossibile ogni sfogo con colleghi o familiari. A sottolinearlo è sempre Indra Nooyi. «Non puoi parlare con il partner o con gli amici», ha confessato la manager a Kellogg Insight, la rivista della Northwestern University, «né con i membri del consiglio di amministrazione, perché sono i tuoi superiori, o con chi lavora per te». Per evitare di finire prigionieri di una bolla ha cominciato così a parlare da sola: «Andavo allo specchio e mi infuriavo con me stessa. Versavo qualche lacrima, poi mi mettevo il rossetto e uscivo». Una strategia che può aiutare nell’immediato, ma che non risolve il problema. Per riuscirci l’unica strada è confrontarsi con altri manager e con il proprio team evitando di vivere il momento di difficoltà come un fallimento personale.