Le conclusioni dell’indagine della procura di Milano su Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio, che solo qualche mese fa avrebbero fatto tremare pareti e poltrone, arrivano con il consueto tempismo della nostra macchina giudiziaria: quando ormai non servono a nessuno. È la giustizia-orologio, quella che suona sempre dopo il risveglio. Interessante, sì. Decisiva, mai. Se il faldone fosse esploso durante l’Offerta pubblica di scambio di Montepaschi su Mediobanca, o prima che il risiko bancario prendesse il ritmo di un valzer viennese, oggi commenteremmo un’altra storia. Piazzetta Cuccia avrebbe trovato un’insperata via d’uscita per sfuggire all’assedio, il progetto degli assalitori avrebbe cambiato contorni e velocità, i funamboli della finanza avrebbero dovuto rallentare il passo e guardarsi allo specchio.
- La notizia esclusiva che fu data da Lettera43: Operazione Mps-Mediobanca, si muove la procura di Milano

I requisiti di onorabilità e correttezza scattano solo con una condanna definitiva
Ma la verità è più laconica: l’indagine arriva quando la storia ha già chiuso quella pagina e iniziato un nuovo capitolo. E ciò che ora viene fuori è un fatto di cronaca che prova a inseguire gli eventi sapendo che non potrà mai raggiungerli né tantomeno cambiarne il corso. I requisiti di onorabilità e correttezza, teoricamente la cintura di sicurezza di un sistema che non vuole imputati ai vertici delle banche, scattano solo con una condanna definitiva. Tradotto per gli accusati: potete dormire sonni tranquilli, senza ansie da risveglio. Si perderanno quei requisiti quando la giustizia avrà espresso l’ultimo dei suoi verdetti. Una tempistica che si misura in ere geologiche. Questo non vuol dire che siano innocenti o colpevoli. Vuol dire che il sistema è costruito in modo tale da non disturbare troppo chi ha un ruolo importante mentre si attende che la procedura faccia il suo lento, lunghissimo corso.

Non era una gara pubblica: questo basta per assolvere il governo
Il capitolo politico è invece un esercizio di equilibrismo involontario. Il governo ne esce indenne non perché abbia operato con la purezza adamantina di un templare, ma grazie alla natura giuridica dell’operazione con cui il ministero dell’Economia ha ceduto il 15 per cento di Mps a Caltagirone, Milleri e Banco Bpm. Non era una gara pubblica, e questo basta e avanza per assolverlo. L’Italia è così: puoi anche esibirti in un numero da circo senza rete, ma se nel regolamento quella rete viene definita elemento scenografico e non dispositivo di salvaguardia, allora nessuno può contestare nulla. La forma salva la sostanza, anche quando la sostanza è un salto mortale fatto a occhi chiusi. Si potrebbe chiamare abilità politica. Oppure fortuna. Il risultato non cambia.

Nessuno è arrivato nel momento in cui serviva esserci
Riletta ora, l’intera vicenda sembra un film proiettato con la pellicola sfalsata: un frame avanti, tre indietro, due di lato. La finanza corre con il passo svelto di chi deve sfruttare ogni millimetro di vantaggio. La politica segue e, più che guidare, agevola. La giustizia arriva quando la sala è già semivuota e il proiezionista sta spegnendo le luci. Forse è questo il vero paradosso: non che qualcuno abbia sbagliato, ma che nessuno sia arrivato nel momento in cui serviva esserci.

Si guarda l’indagine milanese come il referto di un medico che annuncia la diagnosi post mortem: utile per la statistica, irrilevante per il paziente. In questa, come in altre vicende che diventano esercizio di retorica per commentatori esausti, la sliding door del destino si è aperta e richiusa senza aspettare i magistrati.
