Alle Olimpiadi invernali l’inno nazionale è risuonato così tante volte, grazie alle vittorie dei nostri atleti, che non ne abbiamo sentito la mancanza all’inaugurazione della kermesse patriottico-canora per eccellenza, il Festival di Sanremo. Anche perché quando è stato eseguito l’ultima volta sul palco dell’Ariston, dalla banda dell’Arma dei Carabinieri, l’8 febbraio 2020, non è che abbia portato tanta fortuna: un mese dopo l’Italia, anziché destarsi, si chiudeva in casa per il lockdown. Un altro inno, però, ci sarebbe stato bene: quello di Garibaldi, «si scopron le tombe, si levano i morti». L’Eroe di Caprera non gode di tanta popolarità nell’Italia meloniana di cui questo Festival è espressione – Peppino era troppo cosmopolita, troppo rivoluzionario, oggi un bel fermo preventivo non glielo toglierebbe nessuno – ma Carlo Conti sembra aver preso alla lettera almeno il suo inno: fin dalle battute iniziali, il suo Sanremo si presenta all’insegna della riesumazione, a cominciare dal defunto Pippo Baudo, evocato in voce ad aprire la prima seduta spiritica, pardon, la prima serata.

Il Sanremo di Conti è il Festival dei Due mondi, l’al di qua e l’aldilà
Sono seguite le evocazioni del maestro Peppe Vessicchio e l’ostensione di alcune reliquie viventi: la 105enne che votò per la prima volta nel referendum del 1946 e si è dichiarata apertamente «di sinistra» con l’impunità che oggi è concessa solo a una centenaria; il vetusto ma arzillo Kabir Bedi, il primo (e, per quanto mi riguarda, unico) Sandokan televisivo; Patty Pravo. Altre commemorazioni si attendono da qui alla finale. Insomma, il Festival dei Due mondi non è più a Spoleto, ma a Sanremo. Solo che i due mondi non sono l’Europa e le Americhe, come per Garibaldi, ma questo mondo e quello di là. Vista l’atmosfera da camera ardente, non stupisce che i look all’Ariston avessero tutti una nota sepolcrale: bianco-ectoplasma, rosa-corona funebre, marrone-cassa di noce, e un gettonatissimo nero, colore che sfina il Vip non ancora sgonfiato dall’Ozempic ed evoca cromaticamente sia la famiglia Addams che la famiglia politica oggi al potere, sintesi perfettamente rappresentata da Laura “Morticia” Pausini nella prima parte della serata.
Fedez-Masini, l’esorcismo perfetto per la coppia Mahmood e Blanco
Ma il nero totale più significativo era quello indossato da Fedez, che si è esibito in coppia con Masini, anche lui in tenuta da necroforo sbarazzino. Chi era il morto? Il passato di Fedez, probabilmente. Solo tre anni fa era l’uomo che la destra amava odiare, e che amava farsi odiare dalla destra, il mister Ferragnez audace e scostumato che a Sanremo provocava Salvini e baciava sulla bocca Rosa Chemical. Nell’ultimo anno l’abbiamo visto sfarfallare fra gli eventi dei giovani di Forza Italia, dove ha criticato Beppe Sala e Marco Travaglio, e lo yacht dei Santanchè, al fianco di Ignazio La Russa. L’inversione a U ora l’ha riportato sul palco dell’Ariston al fianco di Marco Masini, accreditato fra gli “artisti di destra” e che presumibilmente deve fungere da garante della nigredo politica dell’ex rapper.

La loro presenza sul palco – due maschi vestiti indubitabilmente da maschi, che cantavano un testo cupo e vittimista – sembrava una specie di esorcismo per scacciare da Sanremo il ricordo di una coppia di tutt’altro genere, Mahmood e Blanco, così luminosamente belli, desiderabilmente fluidi e sfacciatamente stilosi, che nel 2022 con Brividi raccontavano il tormento e la malìa di un amore fra uomini, fra umani. Il punto più avanzato raggiunto dalla canzone italiana, prima del ritorno all’ordine. Oltretombale.





